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I mass media della grande borghesia hanno due atteggiamenti nei
confronti della rivoluzione venezuelana: uno è quello del silenzio, l’altro quello della calunnia. I due comportamenti sono alternati molto
rapidamente a seconda delle opportunità: silenzio quando qualcosa si
può nascondere, calunnia quando si è pur costretti a raccontare qualcosa
Dopo aver scelto per anni la via del silenzio, dal dicembre del 2006 si è tornati prevalentemente alla calunnia. Dopo la schiacciante vittoria elettorale e l’annuncio di Chavez di nuove nazionalizzazioni e cambiamenti radicali nella struttura dello Stato, la natura rivoluzionaria degli avvenimenti in Venezuela diventa sempre più intuitivamente chiara ad ampi strati della popolazione mondiale. I fatti non si riescono più a coprire con il silenzio, lo si deve fare con le menzogne.
Il primo banco di prova è stato il caso Rctv quando la stampa ha gridato fino allo sfinimento allo scandalo per la presunta chiusura della “televisione libera”. Recentemente tal Vernetti, sottosegretario agli esteri della Margherita, si è spinto a dire che il regime di Caracas avrebbe “sciolto i sindacati”. Sapere quali e quando sarebbe troppo. Poi c’è stato l’affondo di Pierluigi Battista sull’ “autorevole” Corriere della Sera” dello scorso 18 agosto di cui citamo solo l’incipit, che rende bene l’idea: “La nascita di una dittatura, il lento ma inesorabile cristallizzarsi di un nuovo dispotismo rivoluzionario: basta guardare alla Caracas di Hugo Chávez per capire in tempo come si forma l'ennesima tirannia animata da propositi palingenetici di giustizia sociale.”
Di fronte a simili calunnie c’è poi il comportamento sobrio di uno strato di intellettuali di sinistra, chiamiamoli i nuovi amici della rivoluzione, stretti tra la simpatia crescente a sinistra nei confronti del processo bolivariano e tra la loro organica incapacità di dare un punto di vista alternativo ai luoghi comuni del riformismo. Sono immediatamente riconoscibili: di fronte a tante bugie sfoggiano la loro ragionevolezza da liberi pensatori, quel classico atteggiamento che potremmo definire: “bè non ti dico di no, ma nemmeno di sì”. Le loro interviste sono di solito un timido appoggio alla rivoluzione misto ad un’ammissione implicita dei suoi orrori, oppure delle timide ammissioni di appoggio miste all’orrore per la rivoluzione.
Così Sansonetti dichiara al Corriere della Sera (mica agli amici di fronte ad una birra) che non gli risulta che ci siano dissidenti nelle carceri venezuelane, sempre di non essere stato mal informato. Il direttore di Liberazione può così andare a chiudere in redazione il nuovo numero del giornale con qualche articolo di generica simpatia per il Venezuela e il lettore del Corriere può chiudere il giornale convinto che i dissidenti per ora non sono in prigione, ma...potremmo essere sempre stati mal informati. Toni Negri, subito dopo esser stato celebrato a Caracas, dichiarava invece al Manifesto sul caso Rctv: “Mi sembra sia una specie di eccesso di rabbia più che una linea politica. Il gran problema che Chavez deve ancora spiegare è come intenda organizzare una democrazia nella stampa”. (23 agosto) Insomma…non ti dico di no, ma nemmeno di sì. Negare a Rctv il rinnovo delle concessioni per trasmettere sulle frequenze nazionali in chiaro è stato un atto corretto al 100%, uno dei pochi atti di democrazia nella stampa venezuelana. A questa gente il processo bolivariano deve apparire come uno di quei party di successo: ti ci imbuchi quando decollano e prendi le distanze dagli eccessi se arriva la polizia.
L’iride della bugia non ha un solo colore: oltre alla calunnia c’è anche la ridicolizzazione. Ultimamente questa va per la maggiore: questo agosto la stampa si è lanciata in una gara a chi presentava nel modo più grottesco agli ultimi annunci di Chavez. Si è fatto un gran baccano attorno alla testa di cavallo nella bandiera, al fuso orario e infine al presunto cambio del nome di Caracas. Ecco come, ad esempio, la Stampa del 27 agosto commenta il tutto sul proprio sito: “A modificare la Costituzione in fondo sono buoni tutti. Per lasciare traccia nella Storia bisogna almeno fondare una città. O al minimo cambiarle nome. Così il presidentissimo Hugo Chavez ha fatto un altro passo avanti nella rivoluzione permanente che da nove anni sta imponendo al Venezuela e, dopo avergli fatto cambiare fuso orario, regalando ai cittadini mezz'ora al giorno e «più tempo per «lavorare», dopo aver cancellato la stupida formalità che impone un limite al numero dei mandati presidenziali, ha deciso di donare alla capitale un nome più nobile.(…) Le reazioni dei commentatori sono per ora, improntate al faceto”. L’autore di queste righe riesce a dire qualcosa di vero, e senza saperlo, solo quando parla di rivoluzione permanente: ogni giorno di più il processo bolivariano conferma la stringente dialettica delle leggi dell’omonima teoria elaborata da Trotsky.
I cambiamenti costituzionali annunciati da Chavez non sono scherzi, sono un ulteriore spostamento a sinistra, pur se a volte in maniera confusa, dell’asse rivoluzionario. E il quotidiano torinese se ne’accorge, quando commenta sempre sulla Costituzione: “Proposte inquietanti ‘Il potere nasce dai comitati popolari e non dal voto’”
Il senso dei cambiamenti della Costituzione
Nel terzo anniversario della vittoria nel referendum revocatorio, Chavez ha annunciato e dato una prima spiegazione delle proposte di cambiamento della Costituzione bolivariana. Queste proposte saranno ratificate da un referendum, presumibilmente il 9 dicembre, dopo un ampio percorso di discussione popolare fatto di assemblee di quartiere, nelle aziende e nelle circoscrizioni comunali. La Costituzione bolivariana è stata infatti costruita da uno dei più grandi processi di partecipazione popolare quando fu promulgata nel 1999 e non poteva che essere cambiata attraverso un processo simile. A differenza dei paesi “democratici” come quelli europei dove logore costituzioni borghesi (quando va bene, altrimenti siamo ancora fermi a statuti monarchico-costituzionali) sono praticamente sconosciute alla maggioranza della popolazione (e non potrebbe essere altrimenti dato la loro intrinseca noia e inutilità), la Costituzione venezuelana è ampiamente nota a grossa parte della popolazione. Viene portata nelle borsette, tenuta bene in vista in casa, citata e discussa.
Quando si sono dotati di questa Costituzione i venezuelani ritenevano di aver dato una forma legale al cambiamento, di essersi tutelati dietro a una barriera di regole rispetto ai soprusi della classe dominante. L’oligarchia venezuelana ha prima spiegato a suon di trame golpiste quanto poco si lasciasse impressionare dalle norme costituzionali, specialmente quando calpestano i propri interessi di classe. In seconda battuta, quando ha visto fallire uno dopo l’altro i propri tentativi golpisti, si è riscoperta democratica e si è appellata al diritto di revoca del presidente mediante referendum. Un diritto sancito al mondo solo da una costituzione, quella venezuelana del 1999 per l’appunto.
Le nuove proposte di riforma costituiscono un passo avanti, sebbene, così come è stato nel 2002, i cambiamenti reali arriveranno dal linguaggio concreto dei rapporti di forza tra le classi e non in quello cartaceo delle leggi. Tuttavia anche i simboli e le forme hanno una loro importanza: sancire il carattere socialista dello Stato nella Costituzione non potrà che accelerare le pretese del proletariato venezuelano: così è scritto nella Costituzione e così vogliamo ora che sia nella realtà.
Basterebbe quanto detto finora per rispondere alle accuse secondo cui i cambiamenti proposti da Chavez darebbero vita ad una stretta autoritaria nel paese. Quando dicono questo i commentatori borghesi si riferiscono alla proposta di eliminare il limite di ricandidature possibili per un presidente. Chavez non sta proponendo né una monarchia teocratica, del tipo Arabia Saudita, né una dittatura militare, del tipo Pakistan. Non vengono abolite le elezioni, né il diritto di revoca del presidente. Lo stesso Chavez è l’uomo più votato negli ultimi 10 anni (per non dire degli ultimi 50): quali altri presidenti sono stati sottoposti a 12 consultazioni elettorali in 9 anni?
La proposta di modifica costituzionale toglie semplicemente il limite alle sue ricandidature. Non ci risulta che tale limite esista in buona parte dei paesi capitalisti a livello mondiale. Per il resto non abbiamo da aggiungere nulla alle parole pronunciate da Chavez il 18 agosto quando ha “reso manifesto che è profondamente convinto che per farla finita con la miseria e la povertà diffusa per anni in Venezuela, l’unica via possibile è dar il potere non ad un uomo ma al popolo” (fonte Abn) .
Potere popolare e riduzione d’orario di lavoro
La questione delle ricandidature è in realtà un piccolo dettaglio nei confronti degli altri cambiamenti proposti. Le modifiche sarebbero in tutto 33. Di fatto si possono dividere in tre grandi gruppi: quelle sul lavoro, sul potere popolare e sulla natura della proprietà dei mezzi di produzione.
L’articolo 90 modificato sarebbe così: “con l’obiettivo che i lavoratori dispongano di tempo sufficiente per lo sviluppo integrale della propria persona, la giornata lavorativa quotidiana non potrà superare le sei ore giornaliere né le trentaquattro ore settimanali. Nessun padrone potrà obbligare i lavoratori a lavorare ore extra…”. Questa deve essere la parte su cui i nostri cari giornalisti borghesi smettono di stare sul faceto e iniziano ad andare sul serio. Mentre il capitalismo mette all’ordine del giorno in ogni singolo punto del pianeta in maniera quasi maniacale l’allungamento della giornata lavorativa, dal vituperato Venezuela arriva la proposta di ridurre l’orario a sei ore giornaliere. Si tratta di un esempio dall’alto potenziale contagioso. Non solo dopo anni un paese mette all’ordine del giorno la possibilità di infrangere il tabù delle 40 ore, ma lo fa con l’intento esplicito di dare tempo sufficiente ai lavoratori per sviluppare integralmente la propria persona e quindi indirettamente la loro capacità di amministrare lo Stato.
Questa misura è infatti da mettere in stretta relazione a quella sul potere popolare. Ciò che viene accusato di essere una manovra autoritaria, è in realtà il tentativo di dare vita ad una delle forme democratiche più conseguenti attualmente esistenti al mondo. I venezuelani muoverebbero di fatto i primi passi fuori dalla farsesca democrazia parlamentare, per entrare in un embrione di democrazia operaia. Cesserebbero di avere il diritto a scegliere ogni tot anni un presidente o un parlamento, per poter in realtà decidere ogni giorno dei problemi più cocenti della vita attraverso forme di democrazia consigliare. Così reciterebbe l’articolo 70: “Sono strumenti di partecipazione e protagonismo del popolo, nell’esercizio diretto della sovranità e per la costruzione del socialismo i consigli comunali, i consigli operai, i consigli studenteschi e i consigli contadini, la gestione democratica dei lavoratori di qualsiasi impresa di proprietà sociale, l’autogestione comunale, cooperative comunali, le reti di liberi produttori associati, imprese comunitarie e tutte le altre forme associative costruite per sviluppare i valori della reciproca cooperazione e solidarietà socialista”.
Come già detto mettere per iscritto un principio non dà in sé alcuna garanzia sulla sua effettiva realizzazione, ma nessuno può negare il passo in avanti costituito dal fatto che simili obiettivi siano anche solo enunciati e per di più che questo avvenga nella carta costituzionale. Ma perché queste forme democratiche possano riempirsi del contenuto socialista che gli compete è necessario porre mano alla proprietà dei mezzi di produzione. Ed è questo forse il campo in cui la rivoluzione deve sbarazzarsi delle sue illusioni più pericolose.
La questione della proprietà e la convivenza impossibile con il capitalismo
Nel gruppo di modifiche sulle forme di proprietà il più chiaro è quello che abolisce il latifondo. Il nuovo articolo 307 reciterebbe così: “E’ proibito il latifondo data la sua natura contraria agli interessi sociali. La repubblica determinerà attraverso legge le forme in cui i latifondi saranno trasferiti nelle mani dello Stato o degli enti pubblici, cooperative, comunità organizzate o organizzazioni sociali (…) i contadini hanno diritto alla proprietà della terra (…) con l’obiettivo di garantire la produzione agricola. Lo Stato proteggerà e promuoverà la proprietà sociale”. Quanto sono lontani i tempi in cui le forze dell’ordine, vale a dire lo Stato stesso erano inviate a frapporsi anche in Venezuela come mediatori tra contadini e padroni della terra. A proprie spese e sulla propria esperienza il processo ha dovuto imparare una verità elementare: simili tipi di mediazioni non sono mai state possibili e mai lo saranno. Il carattere inconciliabile degli antagonismi di classe non nasce dalla testa dei marxisti, ma dalla realtà dei processi.
Il resto delle modifiche sui rapporti di proprietà sembra improntato ad un riconoscimento della pari dignità delle diverse forme di proprietà. Nell’articolo 115: “Si riconoscono e si garantiscono differenti forme di proprietà. Quella pubblica appartiene direttamente allo Stato, quella sociale al popolo nel suo insieme e potrà essere indiretta quando è esercitata dallo Stato in nome della società e diretta quando lo Stato le assegna diverse forme di enti pubblici e macro organizzazioni sociali. (…) La proprietà mista, formata dal settore pubblico, quello sociale, collettivo e privato, in diverse combinazioni sempre sottomessa alla autorità della Nazione e la proprietà privata quella che appartiene a persone fisiche o giuridiche e che si basa su beni di consumo e mezzi di produzione legittimamente ottenuti”.
In questo articolo si legittimano tutte le forme di proprietà, siano esse pubbliche private o collettive, ma non si spiega quale debba essere quella dominante. Una formulazione non tanto diversa l’abbiamo anche nella costituzione italiana. Una costituzione molto avanzata, ma che ha tutelato la proprietà capitalista nei suoi sessant’anni di vita, e non certo favorito la transizione al socialismo.
Si potrebbe supporre che il modello a cui si ispira il governo venezuelano sia quello di un’economia mista. Un modello però pieno di pericoli: non è così lontano l’esempio della rivoluzione sandinista in Nicaragua: proprio il rifiuto di porre sotto il controllo dello stato i gangli vitali dell’economia, velocizzò la vittoria della controrivoluzione. Finchè le principali leve finanziarie e produttive saranno in mano al settore privato, alle multinazionali, all’oligarchia, le forme capitaliste strangoleranno qualsiasi forma di proprietà pubblica.
Guardiamo in faccia l’esperienza viva del processo bolivariano: ogni qual volta sono state introdotte isole di economia pubblica in quella privata, il meccanismo capitalista le ha iniziate ad attaccare come i globuli bianchi attaccano i batteri in un organismo.
Come diceva Trotsky: “una rivoluzione mentre travolge i confini abituali della politica, nei primi tempi avvolge tutto e tutti in una nebbia rosea. In quella fase, anche i nemici cercano di assumere il suo colore: e questo mimetismo è l’espressione della tendenza semi-istintiva delle classi conservatrici ad adattarsi a sconvolgimenti minacciosi per soffrirne il meno possibile”. Soprattutto dopo il referendum revocatorio, le classi dominanti venezuelane, il vecchio apparato statale hanno dato fondo a tutte le proprie capacità mimetiche. Si adattano alla rivoluzione per non esserne immediatamente travolte.
Ma i dati economici e i fatti della vita quotidiana non lasciano dubbi sul loro reale approccio nei confronti della rivoluzione. Prima è arrivato lo sciopero dei capitali. Il livello di investimenti privati nell’economia non è nemmeno un decimo di quello che era nel 1998. Lo Stato ha dovuto così compensare tale crollo provvedendo direttamente: il 90% degli investimenti economici in Venezuela sono oggi di origine pubblica. Queste massicce iniezioni di denaro pubblico hanno a loro volta aumentato la domanda di prodotti, a cui i capitalisti hanno reagito con l’aumento dei prezzi. L’inflazione (oggi a due cifre) è la leva attraverso cui i fondi pubblici tornano ad affluire verso i capitali privati. Lo Stato a quel punto ha cercato di porre dei limiti legali ai prezzi: limiti a cui i capitalisti hanno risposto smettendo semplicemente di vendere. Una artificiale scarsità di beni di consumo affiora in diversi campi dell’economia: la produzione attuale di latte, ad esempio, è tornata ai livelli del 1952. Il 64% della capacità produttiva degli stabilimenti di latte è inutilizzata tanto che i 6 impianti producono 1,7 milioni di litri al giorno al posto dei 4,7 possibili. La conseguenza inevitabile è l’aumento dell’importazione di prodotti dall’estero: mentre la rivoluzione dà un colpo dopo l’altro sul terreno politico all’imperialismo, l’imperialismo le presenta conti sempre più salati sul terreno economico. Il meccanismo sta raggiungendo il punto critico.
Chavez ha concluso il proprio discorso affermando: “Signori imprenditori, settore privato, voi non siete tagliati fuori, abbiamo bisogno di voi per allearci. Andiamo, insieme faremo il grande paese che già comincia a essere il Venezuela”. Nessuno di questi signori imprenditori ha dimostrato di essere disposto a simile alleanza. Se si alleano con la rivoluzione è solo in attesa di poterla strangolare. Le forme capitaliste stanno rimangiando una dopo l’altra le diverse misure economiche bolivariane, basandosi sui settori burocratici dello stesso chavismo.
La parabola delle aziende finora nazionalizzate ne è un’ulteriore dimostrazione. Alla Invepal, la prima azienda nazionalizzata da Chavez, sono riemerse le vecchie logiche capitaliste. Avere affidato la fabbrica ai lavoratori sotto forma di cooperativa ha contribuito a trasformarli nei nuovi imprenditori dell’azienda. Secondo una logica che in Italia conosciamo bene la cooperativa si è trasformata in una forma di sfruttamento ancora più subdola di quella precedente: l’azienda ha iniziato ad assumere interinali a condizioni peggiori dei lavoratori precedentemente assunti. Alla Sanitarios Maracay il consiglio di fabbrica ha ricevuto un duro colpo orchestrato dalla burocrazia sindacale e dal ministero del lavoro; basandosi sul settore più arretrato degli impiegati della fabbrica il consiglio di fabbrica è stato sfiduciato per tornare a gestire l’azienda con una commissione composta da rappresentanti padronali, sindacali e governativi.
La rivoluzione venezuelana è un processo contraddittorio. La natura prolungata di tale processo è dovuta principalmente all’assenza di un partito rivoluzionario alla guida di esso. Le masse hanno difeso la rivoluzione nei momenti più rischiosi e l’hanno spinta in avanti. Hanno trovato in Chavez un interlocutore prezioso che più volte ha stimolato la partecipazione e la presa di coscienza delle masse stesse. Allo stesso tempo, il presidente venezuelano non è un marxista, sta cercando una via d’uscita all’impasse del capitalismo e che, nonostante la sua buona volontà, trovi la via giusta, quella di una vera rivoluzione socialista non è un fatto scontato.
Una grande opportunità in questa direzione la potrà fornire la costruzione del Psuv, il Partito Socialista Unito del Venezuela. Gia oltre 5 milioni e mezzo di persone si sono iscritte a questo partito in soli due mesi, fatto che dimostra l’enorme voglia di partecipazione dei lavoratori e dei giovani del Venezuela. Il Psuv potrebbe diventare una leva decisiva per l’abbattimento del capitalismo a patto che nei prossimi mesi che condurranno al congresso di fondazione adotti un vero programma rivoluzionario.
Nell’intervista citata Toni Negri afferma: “Bisogna uscire dall’alternativa semplicistica privato-statale”. Invece è vero tutto il contrario: la rivoluzione bolivariana è destinata ad espropriare le principali leve dell’economia o a morire. Si tratta di socialismo o morte, e non solo negli slogan.
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