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Solo la lotta per il socialismo risolverà la questione nazionale
Lo scorso 5 giugno l’Eta ha posto fine al cessate il fuoco, proclamato
nel marzo 2006, con un comunicato in cui dichiara l’intenzione di
riattivare “tutti i fronti” e di tornare alla lotta armata per
“superare l’attuale divisione istituzionale e costruire uno stato
indipendente”. L’Eta ritiene che la causa di questa rottura sia dovuta
al fatto che “non esistono le condizioni democratiche minime per poter
dare vita ad un processo di negoziati”.
Dichiarazione della tendenza marxista El Militante
Dopo l’attentato del dicembre scorso al terminal T4 dell’aeroporto Barajas (a Madrid ndt), che provocò la morte di due lavoratori immigrati, e lo sviluppo degli avvenimenti successivi, l’annuncio dell’ETA non ha colto di sorpresa la maggior parte della classe operaia. Paradossalmente è proprio tra le fila della sinistra abertzale (che in basco ha un significato simile a patriota, riferito al nazionalismo ed in particolare alla sua corrente di sinistra ndt), colpita duramente dal fulmineo arresto di Arnaldo Otegi ed in cui si nutrivano le maggiori speranze sulla tenuta dell’accordo, che ora si affacciano invece frustrazione e preoccupazione.
L’annuncio dell’ETA sarà al centro del dibattito politico nel prossimo periodo, alimentando la campagna orchestrata dalla destra e dal settore più reazionario dell’apparato statale che spinge per una decisa repressione dei diritti democratici e per nuove misure giuridiche eccezionali. Con il ritorno alla lotta armata l’ETA non fa altro che rinforzare precisamente quei settori che dice di voler combattere.
Le cause del fallimento del processo di pace
Il tentativo di rilancio dei negoziati intrapreso dal governo di Rodriguez Zapatero e dall’ETA, che tante aspettative aveva suscitato, è naufragato per differenti motivi, tutti importanti. Ma soprattutto ha dimostrato che in un regime capitalistico, sotto il controllo della borghesia, sia essa spagnola, basca o francese, non c’è possibilità di ottenere il pieno esercizio dei diritti democratici in Euskal Herria (nome originale della nazione basca, costituita da sette regioni, quattro spagnole, o zona sud, e tre francesi, o zona nord ndt), né tanto meno quello all’autodeterminazione o all’unità territoriale. Questi traguardi infatti potrebbero essere raggiunti solamente in un contesto politico ed economico alternativo al capitalismo: il socialismo.
Le esperienze di questi ultimi mesi parlano chiaro: queste rivendicazioni democratiche sono vincenti solo se legate alla trasformazione in senso socialista della società, messa in moto e diretta dalla classe operaia basca insieme ai fratelli di classe spagnoli e francesi. Credere che queste questioni possano essere risolte dall’intervento della borghesia significa non conoscere la storia della lotta di classe.
Quando l’ETA proclamò il cessate il fuoco, nel marzo dell’anno scorso, noi marxisti del Militante elaborammo una dichiarazione contenente, tra le altre, le seguenti considerazioni:
“La repressione dei diritti democratici nazionali di Euskal Herria, così come delle altre nazionalità storiche, è stata una caratteristica fondamentale, nel corso della storia, dell’azione politica borghese in Spagna. Basandosi su principi ultrareazionari, agitando lo spettro del “separatismo” che minaccia la “sacra unità della patria”, la classe dominante spagnola ed il suo apparato statale hanno sistematicamente negato i più elementari diritti democratici ad una parte considerevole di popolazione di queste nazionalità, dall’uso e dall’ insegnamento della madre lingua fino all’autodeterminazione”.
“I predecessori del PP (Partido Popular ndt), che hanno controllato per quasi quarant’anni l’apparato statale spagnolo sotto la dittatura franchista, opprimendo in modo selvaggio la classe operaia, schiacciarono senza tanti complimenti i diritti democratici delle varie nazionalità. In questo modo tuttavia la borghesia spagnola non fece altro che rimuovere il problema, permettendo che il fuoco della oppressione nazionale continuasse a covare sotto la cenere, nelle fondamenta della società.
“La borghesia spagnola è responsabile di quanto accaduto in Euskal Herria negli ultimi decenni. L’ incapacità di risolvere la questione nazionale è andata di pari passo con il massicio incremento della repressione in ogni ambito. Nel corso degli anni si è fatto ricorso a metodi sempre più sanguinari per mettere fine alle aspirazioni democratico-nazionali di migliaia di baschi, con il ricorso sistematico al terrorismo di stato a partire dagli anni ’70. In questo senso, il coinvolgimento di dirigenti del Psoe, durante i governi di Felipe Gonzalez, nella cosiddetta “guerra sucia (sporca ndt)” (Gal, Gruppi antiterroristi di liberazione, che praticarono un vero e proprio terrorismo di Stato, principalmente contro l’Eta), dimostrò fino a che punto essi arrivarono nell’appoggio offerto a borghesia ed apparati statali per liquidare manu militari la questione nazionale basca.
“Durante il governo del Pp l’offensiva contro i diritti democratico-nazionali in Euskal Herria in generale, e contro la sinistra abertzale in particolare, aumentò decisamente. La chiusura di riviste e suoi organi d’espressione; la persecuzione contro l’euskera (la lingua basca ndt) in Navarra; la messa fuori legge di Batasuna e l’eliminazione di candidature legate alla sinistra abertzale nelle elezioni autonome e municipali; la violenza poliziesca contro ogni manifestazione in appoggio all’autodeterminazione; il mantenimento di una politica di dispersione carceraria dei prigionieri politici; l’utilizzo dell’apparato giudiziario al fine di elevare le condanne violando il codice penale vigente; i processi intentati per il “delitto” di dichiararsi favorevoli all’indipendenza basca ecc...sono solo i più eclatanti tra gli strumenti dell’arsenale utilizzato per criminalizzare tutti i baschi, spargendo simultaneamente a piene mani il veleno dello sciovinismo spagnolo in vasti settori di popolazione.”
I fatti di questi ultimi mesi hanno confermato pienamente i concetti appena espressi. Per ritrovare una mobilitazione così ampia e militante a favore del nazionalismo spagnolo più reazionario come quella messa in atto dal Partito Popolare e dai suoi alleati in quest’ultimo anno, bisogna tornare ai tempi della CEDA negli anni precedenti la guerra civile. In decine di manifestazioni, e non solo a Madrid ma in tante altre città, la destra ha portato in piazza la propria base sociale agitando rabbiosamente le bandiere rojigualdas (cioè quelle nazionali spagnole ndt) insieme alla più isterica demagogia “antiseparatista”.
E quest’atteggiamento, da destra estrema, di ostilità aperta e rancorosa contro i diritti democratici delle nazionalità, non ha riguardato solo Euskal Herria: gli stessi toni sono stati usati contro il popolo catalano nei giorni di discussione sullo Statuto e chiunque abbia osato alzare la voce di fronte a questo revival reazionario.
La destra ha usato tutto il proprio armamentario per far fallire il cosiddetto processo di pace. Ha mobilitato a fondo tutti i suoi uomini nell’apparato giudiziario, politico e, ovviamente, mediatico, per logorare il più possibile il governo in modo da ottenere un tornaconto dal punto di vista elettorale. Si sono spinti tanto in là da lanciare accuse contro il Psoe rispetto ad una possibile responsabilità negli attentati dell’11 marzo.
Ma queste posizioni del Pp, come abbiamo scritto in tanti articoli e sostenuto in dichiarazioni precedenti, non fanno riferimento solo a pezzi di apparato del partito che ragionano sul breve periodo, ossessionati dal ritorno al governo a qualunque costo, ma sono un evidente riflesso della natura politica della classe dominante spagnola e del suo apparato statale, forgiata durante secoli di repressione contro i diritti democratici delle nazionalità nonchè di guerra ai lavoratori e alle loro organizzazioni. Guardando alla storia poltica della borghesia spagnola nel XIX e XX secolo, si giunge facilmente alla conclusione che i periodi di “democrazia parlamentare” sono stati pochi ed eccezionali rispetto a quelli, molto più lunghi, di dittatura militare o di regimi basati sulla repressione più cruda. E ciò basta a svelare il ritardo e la debolezza della classe dominante spagnola. Detto questo, gli ultimi trent’anni di regime parlamentare e collaborazione politica da parte dei dirigenti riformisti di sinistra hanno creato un’immagine equivoca: quella di una destra “moderna” e “democratica” che rispetta le “regole del gioco”.
In un contesto di forte polarizzazione politica alimentata dalle mobilitazioni di massa contro la destra, culminate nella disfatta del Pp nelle elezioni generali del marzo 2004, la borghesia ha giocato tutte le sue carte per dare una lezione alla sinistra ed occupare le piazze.
L’apertura di un processo di dialogo con l’Eta da parte del governo Zapatero le ha dato la possibilità di arringare le proprie truppe, e soprattutto i ceti medi, offrendo loro un programma chiaro: lotta al “separatismo”, alla “sinistra radicale” e “antispagnola” rappresentata ovviamente da Zapatero e, soprattutto, difesa dei simboli identitari della classe dominante più marci e vetusti.
La responsabilità dei dirigenti del PSOE
Nella nostra dichiarazione già citata dell’aprile 2006 sostenevamo: “Il negoziato che Zapatero intende sostenere, in una prima fase sarà molto probabilmente incentrato sulla necessità che l’Eta, in cambio della legalizzazione di Batasuna, abbandoni definitivamente la lotta armata. In questo modo la sinistra abertzale potrebbe presentarsi con le proprie sigle alle prossime elezioni del 2007 e frenare l’offensiva giudiziaria in corso ai suoi danni”.
“Secondariamente, se si consolidasse il cessate il fuoco dell’Eta, è probabile che il governo possa prendere misure favorevoli nei confronti dei suoi militanti in carcere”.
“Per quanto riguarda il cosiddetto tavolo dei partiti, benché la direzione del PSOE abbia rotto con una politica, durata a lungo, di appiattimento sulle posizioni del PP, essa continua ad essere condizionata dalla destra e dal settore più reazionario degli apparati statali che non vogliono alcuna soluzione per il problema nazionale di Euskal Herria. Nel momento in cui i dirigenti socialdemocratici del Psoe hanno abbandonato una politica socialista e di classe, sono diventati negli anni, identificandosi fondamentalmente con le posizioni del nazionalismo spagnolo, i portabandiera della negazione del diritto all’autodeterminazione di Euskal Herria. Per tanto i dirigenti del Psoe, e quelli del Pse, non accetteranno di negoziare su questo diritto o sull’unità territoriale di Euskal Herria”.
Un punto cruciale di tutto il processo, soprattutto nei primi mesi di tregua, è stata la costante ripetizione, da parte dei dirigenti della sinistra abertzale e del nucleo direttivo dell’Eta in sintonia con questi, del concetto secondo cui la soluzione del conflitto era possibile. Ritenevano possibile raggiungere, tramite un dialogo con lo Stato, obiettivi fondamentali quali il diritto all’autodeterminazione o almeno una sua messa all’ordine del giorno per il futuro, ma, ancora una volta, si è capito che la borghesia spagnola non avrebbe mai fatto simili concessioni ad un tavolo di negoziato.
Il cosiddetto “processo di pace” si è impantanato in una crisi profonda da diversi mesi, a causa della politica aggressiva del Pp e delle concessioni fatte alla destra dal governo del Psoe. D’altra parte l’unica cosa a mantenerlo in piedi era l’astenersi, da parte dell’Eta, dal compiere attentati con vittime dal 30 maggio 2003.
Dalla dichiarazione di “cessate il fuoco permanente” del marzo 2006, la repressione dei diritti democratici e l’accanimento contro la sinistra abertzale, lungi dal diminuire, sono serviti al governo del Psoe come strumenti di pressione per forzare l’abbandono della “lotta armata” senza ottenere nulla in cambio sul terreno politico. Come è stato ampiamente dimostrato, tutte le grida isteriche del PP, della Avt (Associazione vittime del terrorismo, ndt) e della Cope (radio della Conferenza episcopale spagnola, ndt) per il supposto cedimento del governo nei confronti dell’Eta erano solo menzogne.
La strategia del governo e di quelli che l’appoggiano nei parlamenti basco e spagnolo, è consistita da un lato nel dilatare nel tempo contatti e negoziati, pretendendo dall’altro di dimostrare, con mezzi repressivi, la determinazione dell’Eta ad abbandonare le armi e la propria solidità interna. L’obiettivo non era il riconoscimento dei diritti democratici ma piuttosto quello di portare la sinistra abertzale sul terreno istituzionale, secondo il modello sperimentato in Irlanda del Nord e la strada intrapresa da Sinn Fein e Ira.
Durante nove mesi di cessate il fuoco il governo di Zapatero non ha adottato alcuna misura tesa a riunire assieme i detenuti dell’Eta, o a liberare quelli a fine pena o gravemente malati. Al contrario ha continuato applicando e promuovendo politiche di dispersione e di concatenamento di condanne contro chi era sul punto di essere scarcerato, come nel caso di De Juana Chaos. Misure con le quali è difficile ottenere l’abbandono della lotta armata.
La direzione del PSOE in sostanza, invece di adottare misure conseguenti a favore dei diritti democratici, ha ceduto alla pressione del Partito Popolare. E pur facendo qualche gesto, ad esempio trasferendo De Juana Chaos (militante di Eta, ndt) in ospedale od opponendosi alla messa fuori legge dell’Anv(Azione nazionalista Basca, partito nazionalista di sinistra, ndt) richiesta da Rajoy, in nessun modo ha sfidato la destra mobilitando tutto il potenziale che c’era a sinistra.
In pratica al solo pensiero che la classe operaia possa mobilitarsi, i dirigenti socialdemocratici vengono colti dal panico. Con la loro strategia responsabile ritenevano di poter sottrarre consenso al PP, abbassare la tensione e migliorare i propri risultati elettorali senza creare contrasti. Ma hanno sbagliato i calcoli. Svoltando a destra non solo sul terreno dei diritti democratici, ma anche in materia di educazione, sanità, economia e missioni militari all’estero filoimperialiste, non fanno altro che rafforzare il PP.
I riformisti partono dall’idea sbagliata secondo cui allentare la mobilitazione di sinistra contribuirebbe ad aumentare l’esasperazione. Da uomini di Stato rinunciano a fare appello alla propria base sociale per fronteggiare la destra, come dimostrato dalla manifestazione del 13 gennaio a Madrid. Ma queste idee sono solo utili alla reazione per avanzare ed essere più baldanzosa.
Nel solco di questa strategia si è prodotto un punto di svolta verso la rottura del cosiddetto processo di pace quando il governo, pressato dalla mobilitazione del Pp, non ha voluto abrogare la Legge dei Partiti. A questo punto la sinistra abertzale ha rinunciato alla propria legalizzazione con una spada di Damocle pendente sulla testa: senza l’abrogazione di questo provvedimento sarebbe stato infatti ben difficile mantenere fede alle aspettative della base per una soluzione democratica del conflitto.
Tutto ciò ha evidenziato il prezzo pagato dai diritti democratici nei confronti della supposta lotta al terrorismo. Il rifiuto generalizzato della Legge dei Partiti è montante, se perfino 150 giuristi, magistrati, giudici e avvocati, molti dei quali occupano posti di responsabilità negli apparati statali, hanno denunciato come questa possa propiziare uno stato d’emergenza giudiziale. Anche la maggioranza delle organizzazioni politiche basche, incluso quelle borghesi (Pnv-Ea), si sono dichiarate favorevoli alla sua abrogazione. Non per niente questa legge è stata utilizzata dal settore più reazionario dell’apparato giudiziario per portare in tribunale il presidente Ibarretxe (presidente della comunità autonoma del Paese Basco spagnolo dal 2 gennaio 1999 ndt) ed il leader del Partido Socialista de Euskadi Patxi Lopez.
Come marxisti abbiamo più volte denunciato che la Legge dei Partiti è un potente strumento di minaccia contro i diritti democratici di tutta la classe operaia e delle sue organizzazioni. Basandosi sulla propria esperienza ovviamente la borghesia spagnola non vuole rinunciare ad una conquista così preziosa da permetterle di giudicare impunemente, e per semplici delitti d’opinione, organizzazioni di sinistra, sindacalisti e attivisti sociali, come di proibire manifestazioni o, nel prossimo futuro, zittire tutti coloro che si oppongano ai suoi interessi.
Con la rottura del cessate il fuoco, i fatti hanno dimostrato con chiarezza che un problema prettamente politico come quello nazionale basco non sarà mai risolto con strumenti repressivi che possono unicamente alimentare la spirale azione-repressione-azione in atto da quarant’anni.
La politica della borghesia basca
Allo stesso modo, la borghesia basca ha cercato solamente di approfittare della situazione. Come dichiaravamo in aprile infatti “la borghesia basca da parte sua non vuole stare fuori dai giochi. Approfittando di una congiuntura ancora aperta, è molto probabile che il Pnv cerchi, come ha fatto CiU (il principale partito nazionalista borghese della Catalogna, ndt)di rinegoziare lo statuto Basco per rimodellarlo sui suoi interessi, che sono quelli della borghesia locale, in cambio di concessioni marginali alla sinistra abertzale. Ciò che ormai è evidente è che il Pnv non si metterà mai alla testa di una mobilitazione che rivendichi il diritto all’autodeterminazione. I suoi legami ed affari con la borghesia ed il mercato spagnoli sono molto più importanti di qualunque effimera dichiarazione fatta nel giorno di Aberri Eguna (festa nazionale basca nella domenica di Resurrezione, ndt).
Finché è durato il cosiddetto processo di pace, i dirigenti del Pnv hanno mantenuto il loro usuale doppio linguaggio. Da un lato chiedevano la fine della Legge dei Partiti, che li minacciava direttamente, o manifestavano a favore della presenza di Batasuna alle elezioni municipali. Dall’altro, e questo è il dato principale, applicavano con fermezza ogni misura repressiva adottata da governo ed apparato giudiziario, con l’obiettivo di indebolire al massimo la sinistra abertzale. La possibilità che un eventuale negoziato potesse renderla più forte non era gradita al Pnv, che osservava venir meno l’Opa ostile lanciata da anni per assorbire parte del suo elettorato.
Ancora una volta insomma la borghesia basca ha dimostrato come la sua difesa dei diritti democratici di Euskal Herria non sia nient’altro che una cortina di fumo per nascondere i propri autentici interessi di classe. In primo luogo i padroni baschi, rappresentati dal PNV, esigono da Madrid concessioni “istituzionali” che permettano loro di continuare a sfruttare giovani e lavoratori di Euskal Herria. Nell’evolversi del processo, la borghesia basca non ha mai smesso di ricavare favolosi benefici da precarietà, bassi salari, privatizzazione dei servizi pubblici, come educazione e sanità, tutte misure sviluppate, ai massimi livelli nel contesto spagnolo.
L’ipotesi di una borghesia alleata nella lotta per i diritti democratici di Euskal Herria è stata smentita per l’ennesima volta. La strategia favorevole ad un fronte nazionale basco con i nostri stessi usurpatori rappresenta un grave errore. La liberazione nazionale di Euskal Herria è inscindibile dalla lotta per la liberazione sociale e di classe di tutti gli oppressi. Questi due aspetti non possono essere separati. Solo la lotta rivoluzionaria per il socialismo di lavoratori e giovani di Euskal Herria, non solo all’interno delle proprie frontiere ma in alleanza con i fratelli spagnoli e francesi, permetterà al diritto di autodeterminazione e all’unità territoriale di diventare realtà. E questa lotta esige un programma socialista basato sull’indipendenza di classe, senza alcuna collaborazione con la borghesia; un programma che poggia sulla mobilitazione massiccia e non sulla lotta armata.
La sinistra abertzale al bivio
Nella nostra dichiarazione politica all’epoca della proclamazione del cessate il fuoco sostenevamo: “Governo, Pnv e direzione della sinistra abertzale coinvolta in questo processo temevano che un settore di giovani attivisti decidessero di proseguire con la lotta armata. La repressione di massa, il “sumario 18/98” (causa, presso la Audiencia Nacional,in cui un gruppo di cittadini baschi è stato accusato, senza aver commesso reati violenti, di propagandare idee coincidenti con quelle dell’’ETA ndt) la messa fuori legge delle organizzazioni abertzali, la mancanza d’aspettative prospettata dal capitalismo ecc…, hanno provocato, in settori della gioventù basca, odio montante e profondo scetticismo nei confronti della politica portata avanti dalla destra e verso qualunque forma di soluzione negoziata.
“Senza dubbio la strada della lotta armata, benché molto difficile, non è stata definitivamente scartata. La possibilità di sconfiggere lo stato capitalista per mezzo di Goma 2 (esplosivo simile alla dinamite utilizzato dall’ETA per i suoi attentati negli anni ’80 e ’90 ndt) o auto bomba si è rivelata fallimentare nel corso di oltre quaranta anni di pratica. Farvi nuovamente ricorso significherebbe rimettere in moto tutto l’apparato repressivo dello stato e rendere più profondo l’isolamento sociale. Nuove azioni armate evidenzierebbero infatti un grave problema: la reazione popolare avversa a questi metodi di lotta”.
Le condizioni che portano settori di gioventù basca a volgere lo sguardo verso soluzioni armate per risolvere la questione nazionale basca nascono dall’incapacità di capitalismo, borghesia e dirigenti riformisti di sinistra di offrire migliori alternative. E’ indubbio che il ritorno in attività dell’Eta otterrà un effetto contrario a quello perseguito rafforzando l’apparato statale, incoraggiando la destra, facilitando, presso ampi strati di popolazione, la campagna sciovinista del nazionalismo spagnolo, generando confusione sulla necessità di difendere o meno i diritti democratici in Euskal Herria.
Tutto sembra indicare che la svolta si ebbe nel febbraio 2006 quando, essendo evidente che il governo Zapatero non avrebbe fatto alcuna concessione politica fondamentale, i settori più giovani e combattivi presero il posto, al tavolo dei negoziati, dei veterani dell’ETA. L’ostentazione armata da parte di tre attivisti nel Gudari Eguna (giornata del soldato basco), a imitazione delle antiche messe in scena dell’IRA, mostrava il senso che avrebbe potuto prendere questo cambio di rotta. Alla fine la tregua venne di fatto interrotta il 30 dicembre, benché non lo si volesse riconoscere.
L’attentato all’aeroporto di Barajas, in cui hanno perso la vita due giovani operai ecuadoriani, è stato un tentativo, da parte di questi settori emergenti, di dare nuovo impulso ai negoziati, che ha però ottenuto, com’era del resto prevedibile, un risultato diametralmente opposto. Maggiore pressione mediatica, isteria montante a destra ed un cammino in salita nei negoziati con il governo del Psoe per la sinistra abertzale. In queste condizioni parlare di qualunque concessione era impossibile senza un abbandono inequivocabile della lotta armata.
La direzione di sinistra abertzale, colta di sorpresa dall’attentato, prese per la prima volta posizioni molto dure contro l’Eta. Arnaldo Otegi impose all’Eta di rispettare il cessate il fuoco, tentando contemporaneamente di mantenere in vita il processo di pace facendo nuove concessioni politiche, come la proposta di autonomia congiunta per Navarra e Euskadi (il paese basco spagnolo ndt). Parallelamente, nel tentativo di dimostrare al governo la propria volontà a proseguire nel processo, i dirigenti dell’organizzazione presentarono gli statuti, perfettamente rispondenti ai requisiti della Legge sui Partiti, di una nuova organizzazione, Abertzale Sozialisten Batasuna (Asb). Malgrado ciò l’Asb fu messa fuori legge insieme ad altre liste elettorali sostenute da 80.000 cittadini baschi con le proprie firme certificate da atti notarili.
Fin dall’inizio il “processo di pace” è stato sabotato dall’opposizione permanente della destra e da tentennamenti e concessioni dei dirigenti del Psoe. Ma non è stato d’aiuto nemmeno l’atteggiamento della direzione della sinistra abertzale, che ha creato false aspettative nella sua base parlando di momento storico, di una seconda transizione e di una soluzione a portata di mano se gli agenti sociali si fossero seduti attorno al tavolo negoziale. Si arrivò a parlare di seconda transizione senza comprendere che l’autentico motore della transizione degli anni ’70 fu la situazione prerivoluzionaria creata dalla lotta, a base di abnegazione e sacrifici, della classe operaia, capace di trainare dietro di sé importanti settori intellettuali, studenti e classi medie, e non la conseguenza di miracolose conversioni riferite a Pnv o a Ea.
L’avvio del cosiddetto processo di pace è stato determinato da avvenimenti straordinari legati alla lotta di classe. In primo luogo dal gigantesco movimento di massa contro il Pp protrattosi dal 2000 fino al momento della sconfitta elettorale del marzo 2004. Le enormi mobilitazioni di operai e studenti per combattere le controriforme scolastiche, in risposta al disastro del Prestige, contro il Piano Idrologico Nazionale, con lo sciopero generale del 20 giugno 2002, con le grandi manifestazioni contro la guerra imperialista in Iraq, culminate nella giornata di lotta contro gli attentati integralisti dell’11 marzo, hanno messo ancora più in evidenza i metodi armati dell’Eta. La lotta di massa ha posto fine al governo del Pp aprendo nuove prospettive per la soluzione del conflitto in Euskal Herria.
Ovviamente tutti questi avvenimenti decisivi, ed altri che li hanno preceduti, hanno segnato il rifiuto massiccio dei metodi dell’Eta, aumentando anche l’isolamento sociale della sinistra abertzale. In un quadro extra istituzionale di accerchiamento repressivo, con limitata capacità di mobilitazione, dopo l’abbandono delle armi da parte dell’Ira e di fronte ad un movimento di massa in grado di sconfiggere il Pp, avanzava la necessità di metter fine alle azioni armate, vale a dire ai metodi propri del terrorismo individuale.
A questo punto i dirigenti del Pse-Psoe, sperimentati sulla propria pelle gli effetti nefasti della politica frontista con il Pp, si sono fermamente orientati verso il negoziato. Evidentemente la fine della lotta armata da parte dell’Eta aveva dato buoni frutti elettorali al Psoe.
Ma non si sarebbero mai messi su questa strada senza l’esistenza di una massa critica nella società favorevole ai negoziati. Tutti i sondaggi, non solo in Euskal Herria ma anche nel resto del paese, mostravano la presenza di una maggioranza favorevole ad una soluzione negoziale. E tutto ciò dopo anni di politiche reazionarie da parte del Pp e del suo governo.
Il movimento di massa non ha solo sconfitto il Pp ma ha anche creato le condizioni per il cosiddetto processo di pace durato per tutti questi mesi. Si è avuta prova di ciò quando, dopo l’attentato di Barajas, sindacati, Psoe e Iu sono stati costretti a convocare, per il 13 gennaio, una manifestazione di condanna, convertitasi rapidamente in una dimostrazione dei lavoratori di Madrid contro la destra e a favore di una soluzione politica del conflitto.
I diritti democratici nazionali non si conquistano con la lotta armata esercitata da piccoli gruppi di attivisti. Qualche decina di gruppi di commandos, che l’Eta può aver avuto nel momento di massima forza, non possono sostituire l’azione di milioni di giovani e lavoratori. L’organizzazione armata basca non è in grado di sconfiggere lo stato ed ottenere l’indipendenza, così come lo stato non può schiacciare l’Eta esclusivamente con metodi repressivi e polizieschi, come invece sostiene demagogicamente il Pp. Tutto ciò che si è ottenuto, e si potrà ottenere, per questa via saranno solo più prigionieri, un rapido avvicendamento di militanti e, come sta già avvenendo, l’accesso di settori più giovani a ruoli di direzione.
L’Eta si allontana dalla sua base sociale
Anche i risultati delle ultime elezioni municipali hanno rappresentato un appoggio al processo ora naufragato: calo di consensi per Pp e Pnv ed incremento invece per Anv e Pse-Ee nel paese basco ed in Navarra.
Malgrado la messa fuori legge dell’Asb, di 140 liste e delle piattaforme elettorali dell’Anv, questa ha ottenuto un importante risultato, come dimostrano i 187mila voti, compresi i nulli, raccolti in questa consultazione. In molti paesi e città basche c’è stato un vero e proprio crollo del partito borghese per eccellenza, il Pnv, a favore delle candidature dell’Anv, e ciò dimostra l’esistenza di un evidente rifiuto della demagogia fatta propria dalla borghesia e dei suoi attacchi ai diritti dei lavoratori.
Ma il messaggio ricavato dal voto è a doppio senso; se da un lato infatti è chiaro il segnale lanciato a stato e governo Zapatero, la repressione non potrà risolvere un problema prettamente politico come la questione nazionale basca, dall’altro anche l’Eta è avvisata, dato che il voto è stato un “sì forte e chiaro al processo”, come sostenuto dall’Anv, quindi una netta contrarietà’ alla fine del cessate il fuoco che l’Eta ha deciso di ignorare del tutto appena pochi giorni dopo.
Se l’Eta avesse reso pubblica la rottura del cessate il fuoco all’inizio della campagna elettorale, i risultati dell’Anv sarebbero stati completamente diversi. Nelle elezioni successive all’ultima tregua, i voti per la sinistra abertzale sono crollati. Ecco perché, molto probabilmente, l’annuncio è stato fatto dopo la tornata elettorale. E’ questa la fiducia riposta dall’Eta negli elettori della sinistra abertzale? Questa gente deve saper che molti elettori dell’Anv si sentono traditi.
Quello che è ormai chiaro è che l’Eta è sempre più distante, giorno dopo giorno, dalla sua base sociale d’appoggio, e ciò come conseguenza logica della dinamica militarista, in cui la lotta rivoluzionaria di massa, attraverso l’organizzazione su base rionale, nei cantieri, nei luoghi di lavoro e di studio, la convocazione di scioperi parziali o generali, l’occupazione di fabbriche e la vera e propria insurrezione rivoluzionaria, è sostituita da un’azione armata clandestina e da un programma strategico che possono solamente aspirare all’indipendenza, rimandando la lotta per il socialismo ad un futuro lontano.
Quaranta anni di tali strategie da parte dell’Eta non hanno sconfitto lo stato. A questo punto un ritorno alla lotta armata rafforzerebbe, almeno temporaneamente, l’apparato repressivo statale e incoraggerà la destra e la sua campagna reazionaria in favore del nazionalismo spagnolo.
La gran maggioranza di militanti della sinistra abertzale avrebbe considerato un grande passo in avanti la saldatura tra le speranze suscitate dall’apertura dei negoziati, l’abbandono da parte dell’Eta della lotta armata a favore di quella politica e l’uscita dal carcere dei detenuti. Soprattutto a partire da quest’ultimo risultato sarebbe stato possibile organizzare la mobilitazione dei lavoratori per i diritti democratici e per il socialismo non solo nel paese basco spagnolo ma anche in Spagna e Francia.
Per un’alternativa socialista che risolva la questione nazionale di Euskal Herria
L’unico risultato ottenuto da nuovi attentati sarà quello di creare pretesti per incrementare la repressione costringendo la sinistra abertzale, capace finora di compattare nelle sue fila decine di migliaia di giovani e lavoratori, a pagare così un prezzo molto alto. Tutta l’esperienza del passato ha ripetutamente dimostrato ormai che la lotta armata dell’Eta condiziona e ostacola la lotta politica. Una palese verità che alcuni settori, giovani e poco ideologizzati, non vogliono riconoscere.
L’attività armata dell’Eta è espressione di un sistema, il capitalismo, profondamente malato e in crisi organica. Né la borghesia spagnola né quella basca possono esaudire le rivendicazioni democratiche nazionali, così come sono incapaci di garantire il benessere delle masse che esse stesse sfruttano. I loro benefici nascono dai nostri sacrifici e nel momento in cui la crisi del sistema si fa più acuta, la ricchezza si concentra in poche mani giovandosi delle sofferenze inflitte a tutte le altre e crescono le proteste sociali che potrebbero far crollare tutto, la classe dominante utilizza il terrorismo individuale come pretesto per rinforzare l’apparato repressivo che sarà utilizzato duramente contro la classe operaia.
La decisione presa dall’Eta alimenterà la spirale azione-repressione-azione, favorendo oggettivamente gli interessi della classe dominante, del PP, del Pnv e dell’ala destra del Psoe, ed ostacolando la lotta per il socialismo e per il diritto all’autodeterminazione di Euskal Herria. Farà un grande favore al Partito Popolare, che si sta fregando le mani pensando di ritornare alla Moncloa nella prossima legislatura. L’offensiva in atto su tutti i fronti da parte del PP per mettere in ginocchio il governo Zapatero esigendo la messa fuori legge di Ehak e Anv ed esercitando pressioni per l’incarcerazione di Otegi e De Juana Chaos, è solo un’avvisaglia di ciò che accadrà nei prossimi mesi.
Noi lavoratori e giovani marxisti de El militante e della Corrente Marxista Internazionale ci appelliamo alla gioventù e alla classe operaia di Euskal Herria e del resto dello stato affinché lottino per una alternativa socialista rivoluzionaria che risolva il problema nazionale. Alternativa che passa per l’abrogazione di ogni legge e misura antidemocratica, come la Legge dei Partiti e tutta la legislazione che ha permesso di rendere più duro il Codice Penale, per il trasferimento dei detenuti in Euskal Herria e la fine della politica di dispersione nei loro confronti, enorme fardello sulle spalle di migliaia di familiari che divengono così vittime della politica penitenziaria. Da marxisti rifiutiamo i metodi armati dell’Eta perché erigono un vero e proprio muro che impedisce alla coscienza della classe operaia di avanzare, divide i lavoratori e rafforza la borghesia, amplificando misure repressive e propaganda reazionaria.
Come marxisti ci basiamo, per trasformare la società, sulla forza e sui metodi di lotta della classe operaia: manifestazioni di massa, sciopero generale, occupazione di fabbriche, insurrezione.
Come rivoluzionari siamo contrari ad ogni tipo di oppressione, di classe, nazionale o razziale. Difendiamo il diritto all’autodeterminazione di Euskal Herria e delle altre nazionalità storiche, ma sappiamo che questo potrà essere conquistato solo con una politica internazionalista.
Cercare soluzioni al problema nazionale basco nel solco del capitalismo e tramite accordi con la borghesia, basca, spagnola o francese non importa, rappresenta una strada senza uscita. Una Euskal Herria indipendente ma capitalista non offre alcuna prospettiva alla maggioranza della popolazione che si troverebbe sottomessa allo sfruttamento più feroce da parte della borghesia basca, anche se avvolta nei colori della ikurrina (bandiera nazionale di Euskal Herria ndt).
Difendiamo l’unità di classe operaia e gioventù basca, oltre le frontiere nazionali, con i fratelli di classe spagnoli e francesi affinché lottino per l’abbattimento del capitalismo. Solo con una Federazione Socialista delle nazionalità Iberiche e con la Federazione Socialista d’Europa Euskal Herria potrà essere libera e l’oppressione nazionale un brutto ricordo del passato.
Gasteiz, 11 giugno 2007
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