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L'editoriale di FalceMartello n° 203 - 4 luglio 2007
Altro che il “risarcimento sociale” invocato da Giordano e dalla maggioranza del Prc. Ogni giorno che passa nuovi dati confermano che per i lavoratori italiani continua a piovere sul bagnato.
La ripresa economica si vede nei bilanci, nei profitti, nella produzione, ma non nei salari o nei diritti di chi questo aumento della ricchezza lo sta creando con il proprio lavoro. Non è retorica, lo dicono i dati nudi e crudi.
Secondo un’indagine di Unioncamere condotta su un campione di centomila imprese, le assunzioni con contratti precari continuano ad aumentare senza sosta. Nel 2001 erano a termine il 40 per cento del totale dei nuovi assunti; nel 2005 si arrivava al pareggio (50 per cento); nel 2006 si è saliti al 53,7 per cento e i primi dati di quest’anno parlano di un ulteriore aumento al 54,6 per cento. C’è qualcuno che si ricorda della “lotta alla precarietà”?
Meno diritti, meno salario. L’occupazione aumenta, anche nella grande industria, ma i salari sono al palo o addirittura calano. Secondo i dati della Banca d’Italia (vedi il manifesto del 3 luglio) tra il 2002 e il 2006 il reddito familiare medio è cresciuto in termini reali di uno striminzito 2,6 per cento; tuttavia quella media nasconde il crescente impoverimento dei lavoratori dipendenti: dove il capofamiglia è un lavoratore autonomo, infatti, il reddito cresce dell’11,7 per cento; dove è un lavoratore dipendente cala del 2,1 per cento.
Secondo l’Istat in aprile la retribuzione nelle grandi imprese sarebbe in calo dell’1,1 per cento su base annua.
Questa è la realtà quotidiana di milioni di persone alle quali si dice ora che dovranno lavorare di più, più flessibili, più a lungo, con la prospettiva di una pensione sempre più lontana e sempre più povera.
Questi sono i fatti che stanno alla base del tracollo nella popolarità di questo governo. Il resto sono chiacchiere utili solo a riempire le pagine dei giornali.
La controffensiva promossa dal gruppo dirigente del Prc non ha finora portato ad alcun risultato significativo: qualche decina di euro per i pensionati più poveri, proposta che anche Cgil Cisl e Uil considerano “inadeguata”, qualche altra decina di euro di ammortizzatori sociali, poco più. In cambio si approva all’unanimità, quindi anche col sostegno del ministro Ferrero, un Documento di programmazione economica e finanziaria che non solo prosegue sulla strada del “risanamento” a spese dei soliti, ma contiene anche dei veri e propri schiaffi come la quotazione in Borsa di Fincantieri: per l’ennesima volta ci si prepara a regalare al capitale privato un gioiello industriale, migliaia di lavoratori che da mesi, con assemblee, scioperi, manifestazioni hanno ribadito che la ricchezza da loro prodotta in uno dei maggiori gruppi della cantieristica mondiale deve restare in mano pubblica. E dove è finito il solenne impegno votato unanimemente poco più di due mesi fa nel Comitato politico nazionale del Prc, nel quale si ribadiva il sostegno alla Fiom e agli operai Fincantieri in lotta contro la privatizzazione?
Tutta la sinistra si incatena in un meccanismo distruttivo nel quale ognuno si adatta alle posizioni di chi ha immediatamente alla propria destra. La maggioranza del Prc dichiara che certo, l’esperienza di governo non è un dogma, ma che rompere da soli non si può, semmai lo si dovesse fare bisogna farsi accompagnare perlomeno da Fabio Mussi e da Sinistra democratica.
Pertanto, dichiara sempre Giordano, nel 2008 si faranno liste comuni per le elezioni amministrative. Mussi, a sua volta spiega che certo, è necessario tornare a costruire una sinistra che conduca battaglie ormai da tempo abbandonate, ma che tale sinistra deve essere saldamente alleata al Partito democratico in via di fondazione. Il tutto mentre il leader designato del Partito democratico pronuncia un discorso programmatico di tale respiro da far quasi sciogliere in lacrime il capo degli industriali Montezemolo, il quale dichiara che “è il nostro discorso”.
E non finisce qui: incoraggiati dalle prese di posizione di Bruxelles e delle varie istituzioni finanziarie internazionali, rialzano la testa i cosiddetti riformisti, l’estrema destra della coalizione di governo, i quali minacciano di negare i loro voti a un accordo sulle pensioni che la “dia vinta” (sembra uno scherzo, ma non lo è) alla Cgil e a Rifondazione. Li incita un editoriale del Sole 24ore (4 luglio) che auspica “un taglio netto”, una crisi di governo e fa appello a Dini, alla Bonino, a Morando, a Mastella e allo stesso Veltroni affinché traggano le necessarie conseguenze.
C’è qualcuno che crede seriamente che in questo contesto, con Veltroni alla sua testa il Partito democratico possa essere un “leale alleato” per la sinistra, con il quale dibattere amabilmente su quali siano le migliori ricette per dare al paese la sospirata felicità? O non è piuttosto un pericoloso progetto che punta a fare il vuoto alla propria sinistra, con l’aiuto di una adeguata legge elettorale, e a ridurre definitivamente all’impotenza Rifondazione comunista?
Rifondazione comunista si trova davanti a un bivio che potrebbe dimostrarsi decisivo per la stessa vita del partito, sicuramente per determinare le sue sorti nei prossimi anni. Il congresso, il cui inizio è previsto per l’autunno, di fatto è già cominciato.
La necessità di una rottura netta con la subordinazione del partito al centrosinistra e al governo è ogni giorno più evidente; anche chi ha dato fiducia al tentativo di governo non può non registrare un dato di fatto fondamentale: in una collocazione che logora il partito, che lo indebolisce politicamente e organizzativamente ogni giorno di più, qualsiasi prospettiva di battaglie future è compromessa alla radice, venendo a mancare lo strumento indispensabile per condurle: un partito solido, credibile, coerente che goda della fiducia dei lavoratori più combattivi e politicamente attivi.
Questo è il punto centrale anche della discussione sul cosiddetto superamento o scioglimento di Rifondazione comunista.
Il partito comunista che vogliamo è tale innanzitutto perché non subisce il condizionamento delle forze riformiste, perché sa e può condurre una battaglia intransigente in difesa degli interessi della nostra classe. Fuori da questo non c’è né simbolo, né scheda elettorale, né alleanza più o meno stretta con altre forze di sinistra che possa garantire il diritto ad esistere della prospettiva comunista.
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4 luglio 2007
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