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Rifondazione, bilancio di un anno di governo Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giardiello e Claudio Bellotti   

Piazze vuote, urne vuote 

Due anni fa la maggioranza del Prc guidata da Fausto Bertinotti si assicurava il 60% dei voti al congresso di Venezia. Era il congresso in cui si decideva di condurre il partito nell’area di governo. Nonostante la vittoria nel congresso le ipotesi politiche del documento “L’alternativa di società” sono state ripetutamente sconfitte dalla realtà.

Ma le ultime due sconfitte in ordine cronologico sono state di certo le più brucianti: la disfatta nelle elezioni amministrative del 27-28 maggio e una Piazza del Popolo vuota il 9 giugno mentre 50mila persone sfilavano contro Bush dall’altra parte della città, a quella manifestazione a cui Rifondazione aveva deciso di non partecipare per non dispiacere i propri alleati di governo.


Le urne vuote…


Il voto del 27-28 maggio parla così chiaro che tutte le prese di posizione successive concordano nell’identificare la sconfitta del governo come elemento centrale. Il paragone con le precedenti elezioni del 2002, provinciali e comunali, è inequivoco. In quasi tutto il nord il centrosinistra arretra, variano solo le percentuali.

In provincia di Milano sugli 11 comuni chiamati al voto, 8 erano governati dall’Unione e 3 dalla destra. Degli 8 restano solo Sesto San Giovanni e Cernusco sul Naviglio. Città importanti come Monza e Verona vengono riconquistate dalla destra. In numerosi capoluoghi e comuni importanti della Lombardia e del Veneto, l’Unione non solo perde, ma non pare neppure in corsa.

Sono ben poche le situazioni nelle quali elementi locali hanno prevalso sull’elemento di fondo di queste elezioni, ossia la volontà di ampi settori dell’elettorato di sinistra di dare un duro messaggio di critica al governo nazionale. Lo conferma la crescita dell’astensione, in particolare nelle provinciali. La sconfitta del governo è riconducibile innanzitutto al tracollo del costituendo Partito democratico. Secondo il riassunto di Matteo Bartocci sul Manifesto del 30 maggio, l’Ulivo nelle provinciali (il voto più “politico”) ha perso la bellezza di sei voti su dieci: da 556.313 voti scende 229.626. Addirittura improponibile il confronto con le politiche, dove nelle stesse province Ds e Margherita avevano preso 639.960 voti.

A Vicenza, dove lo scontro sulla base Usa del Dal Molin è stato da molti considerato come un punto di svolta nella vicenda del governo Prodi, i risultati parlano chiarissimo. La destra stravince sfiorando il 60% nonostante perda come numero di voti assoluti. Ma gli oltre 8.000 voti in meno della destra spariscono di fronte ai 78.000 persi dall’Ulivo, che passa dai 142.168 voti del 2002 ai 63.896 di queste elezioni. Nonostante la candidatura distinta sostenuta da Prc, Pdci e Verdi, il Prc perde a sua volta passando da 9,064 a 5,410 voti (1,64%), mentre stravince l’astensionismo, che unito al voto bianco o nullo nel comune di Vicenza supera il 50%.

Il voto di Vicenza chiama direttamente in causa quello che per noi è il problema principale di questo bilancio, ossia il fatto evidente che il Prc viene trascinato nel tracollo del governo e non appare una forza credibile e capace di determinare, con la propria azione, alcun reale cambiamento negli orientamenti politici dell’Unione.

Secondo il già citato articolo del Manifesto, nelle provinciali Rifondazione lascia sul terreno quattro voti su dieci, passando da 110.000 a circa 60.000. Anche laddove l’Unione si è rotta e vi sono state candidature alternative, il Prc ne beneficia poco o nulla. A Taranto il rifiuto di tenere le primarie aveva portato alla divisione dell’Unione, con Prc, Pdci, Sinistra democratica e Verdi che prendono il 37,3 per cento contro il 20,8 del candidato dell’Ulivo, a dimostrazione che se c’è una possibilità di critica da sinistra che venga considerata come praticabile, questa viene impugnata dall’elettorato. Tuttavia nonostante questo scenario favorevole, il Prc a Taranto non solo non avanza, ma addirittura arretra leggermente dai 2.738 voti del 2002 ai 2483 attuali, pari al 2,2%.

Dopo la sconfitta Giordano e i dirigenti del Prc sono tornati a chiedere la cosiddetta “svolta” nel governo e il “risarcimento sociale”. Eppure dovrebbe essere facile capire che non ci sarà nessuna “svolta a sinistra” nella politica economica. Al contrario, nella stessa notte elettorale è stato non a caso firmato il contratto del pubblico impiego, nel quale il governo ha imposto il prolungamento della vigenza contrattuale da due a tre anni: un obiettivo che Confindustria persegue da diversi anni e che non erano riusciti a incassare sotto Berlusconi, trova ora un varco sotto un governo di centrosinistra…

I capi dell’Ulivo traggono da questa sconfitta la conclusione che è necessario piegarsi ancora di più alle richieste di Montezemolo. Quando parlano di “questione settentrionale” e di “ceti produttivi” intendono precisamente questo (siamo solo noi gli ultimi poveri stupidi a pensare che il “ceto produttivo” sia composto da chi passa la giornata in fabbrica, oppure alla guida di un tram o davanti al computer).

Così come su tutte le altre questioni, dalla precarietà al proibizionismo (ultima trovata, i carabinieri nelle scuole a caccia di spinelli), alla “sicurezza”, l’Ulivo continuerà a fare quello che ha fatto finora: inseguire la destra sul suo terreno, preparando così altre inevitabili (e meritate) sconfitte.

Sulle pensioni si sta preparando un accordo per “addolcire” lo scalone che non verrà affatto abolito come era previsto nel programma elettorale, se non per ristrettissime fascie di “lavori usuranti”. E il cosiddetto “tesoretto”  con tutta probabilità verrà utilizzato per due terzi per il “risanamento” proprio come aveva annunciato Padoa Schioppa.

La sconfitta del Pd ha riacceso lo scontro al suo interno e indubbiamente queste difficoltà aprono, teoricamente, ulteriori spazi per le forze alla sua sinistra, come confermano anche i buoni risultati di alcune presentazioni delle liste di Sinistra democratica.

Ma l’approccio del gruppo dirigente del Prc e di Bertinotti su questo punto decisivo elude il punto fondamentale, che è quello del governo: nessuna aggregazione più o meno stretta delle forze di sinistra può invertire questo quadro se non si decide a entrare in rotta di collisione con la politica di Prodi, Fassino e Padoa Schioppa.

Il gruppo dirigente del Prc sta trasmettendo un messaggio che disarma completamente il partito: l’unica soluzione è abbracciare Mussi e compagni, per fare “massa critica”. L’idea, non espressa apertamente ma non per questo meno chiara, è che il Prc non può risalire la china di questo declino, che non è possibile costruire un partito comunista in grado di conquistare un ruolo dirigente a sinistra e in primo luogo fra i lavoratori.

Incalzare e sfidare le forze di sinistra è giusto e necessario se viene fatto sul terreno programmatico e di lotta. Un “patto d’unità d’azione” ha senso se viene chiaramente definito sul piano rivendicativo, partendo innanzitutto dallo scontro decisivo in corso, sulle pensioni.

Un accordo fra le forze di sinistra che dichiari che si rifiuteranno di votare qualsiasi accordo sulle pensioni che non preveda l’abolizione pura e semplice dello “scalone” di Maroni (senza “scalini” e altri trucchetti come vorrebbe il ministro Damiano, e senza diminuzioni dei coefficienti) e un serio innalzamento delle pensioni, può essere capito dai lavoratori e può essere usato come leva per mettere in campo una mobilitazione che, come dimostrano gli scioperi in diverse fabbriche nelle scorse settimane, potrebbe trovare un sostegno significativo.

Cosa pensino i lavoratori e i giovani di questo governo, dovrebbe essere a questo punto chiaro. Lo avevano già detto i fischi di Mirafiori a dicembre; è stato gridato nelle piazze del 4 novembre a Roma e ancora più forte e chiaro il 17 febbraio a Vicenza. Ogni militante di base che in questi mesi sia andato per le strade a distribuire un volantino firmato Rifondazione si è sentito dire da decine di persone “Non vi votiamo più!”, riferito sia al partito che all’Unione nel suo insieme. Gli stessi operai di Mirafiori lo hanno detto chiaramente a Giordano e Ferrero quando si sono presentati ai cancelli della fabbrica: “Se succede qualcosa di strano sulle pensioni allora vi autorizziamo a staccare la spina a questo governo”.


…la piazza pure


Il partito ha così giurato e spergiurato che il governo non era l’alfa e l’omega della propria politica e che avrebbe investito ancor più sui movimenti. Mentre queste parole venivano pronunciate alla riunione della direzione nazionale del 4 giugno solo pochi giorni dopo si consumava una rottura con gli organizzatori del corteo anti-Bush e si decideva di convocare un presidio alternativo in Piazza del Popolo assieme ad altre forze della “sinistra di governo” (Pdci, Verdi, associazioni della sinistra europea, a cui si sommavano l’Arci e la Fiom).

Il successo della manifestazione del 9 giugno e il contemporaneo fallimento del presidio costituiscono un punto di svolta importante.

La manifestazione è stata grande anche senza bisogno delle esagerazioni di chi ha parlato di 150mila partecipanti. Decine di migliaia di persone hanno scelto di essere nel posto giusto, respingendo il clima di paura che si voleva montare (come già in occasione della manifestazione di Vicenza), di manifestare con la propria presenza che l’opposizione alla guerra non ha “geometrie variabili” dettate dagli equilibri di governo.

La manifestazione del 9 giugno costituisce l’ultima conferma di quanto già si era visto chiaramente nelle recenti elezioni amministrative. Si è consumata una grave rottura fra il Prc (e in generale la sinistra) e la sua base elettorale e militante. Se il voto ha fornito una chiara visione dell’orientamento di un vasto settore di elettorato, la giornata di sabato 9 ha invece misurato fedelmente lo stato d’animo di un corpo più ristretto ma più militante, motivato, attivo. Il verdetto, esattamente come quello delle elezioni, non ammette interpretazioni o sfumature.

Il gruppo dirigente del Prc deve prendere atto di quanto sta accadendo e aprire una vera discussione tanto all’interno come all’esterno del partito. Di fatto il congresso è già cominciato.

È necessario innanzitutto un salutare bagno di umiltà e di autocritica. Nessuna discussione seria può cominciare se non si assume il dato di fatto elementare che la rotta seguita fin qui è stata sbagliata da cima a fondo: si pensava di prendere il mare aperto, si è finiti sugli scogli. La credibilità del partito e del suo gruppo dirigente è stata duramente scossa, per non dire sgretolata; dimostrare che si prende atto della realtà è il primo atto dovuto per risalire la china.

Da questo punto di vista non è sufficiente che la segreteria nazionale abbia dichiarato di aver commesso un grave errore e che giuri “Mai più senza i movimenti”. È necessario che la critica vada molto oltre.

Un bilancio onesto della strada sin qui percorsa non può che portarci a una conclusione: gli obiettivi, anche quelli minimi, di difesa delle pensioni, dello stato sociale, di lotta alla precarietà, che il partito dichiara di voler perseguire nella prossima fase, non potranno essere raggiunti all’interno di una collocazione di governo. Questa conclusione discende non da un “pregiudizio ideologico”, ma da una semplice analisi dei rapporti di forza all’interno della società e del governo stesso. Il governo è uscito indebolito dalla prova elettorale, ma non per questo le ragioni della sinistra sono più forti. Al contrario, appare ogni giorno più evidente come alla crisi dell’Ulivo e del governo si risponde con un ulteriore spostamento a destra.

Il punto decisivo da comprendere, tuttavia, è che le difficoltà del Partito democratico non solo non accrescono la forza contrattuale della sinistra, ma si ripercuotono con forza anche maggiore precisamente sul Prc. Il partito ha perso in larghissima parte la propria capacità di mobilitazione, persino dei suoi stessi militanti, nessuna alleanza parlamentare con altre forze (Pdci, Sd, Verdi) può risolvere questo problema di fondo.


Quale unità a sinistra?


Il patto d’unità d’azione proposto da Giordano a queste forze nasce già sconfitto nel momento in cui si rifiuta a priori anche la sola ipotesi di una rottura, ponendosi solo sul terreno perdente della mediazione all’interno della maggioranza di governo.

Anche qui la giornata del 9 giugno ha fornito una conferma eloquente: il partito ha scelto di organizzare il presidio della “piazza senza popolo” su una piattaforma volutamente evasiva per non chiamare in causa il governo Prodi, ma nonostante ciò la piazza è stata completamente disertata anche da quelle forze, come Sinistra democratica, che dovrebbero essere protagoniste del cosiddetto patto.

In queste condizioni, l’unità non viene fatta su una piattaforma, magari parziale, ma comunque volta a mobilitare i lavoratori contro la linea prevalente nel governo, ma diventa invece un’unità contro le mobilitazioni, un patto in cui i gruppi dirigenti si assolvono reciprocamente e preventivamente da ogni responsabilità lasciando una volta di più il campo libero all’avversario.

Si parla ora di aprire una “consultazione” interna ed esterna al partito: ci sembra una proposta come minimo superata dagli avvenimenti; la consultazione è già stata fatta nelle elezioni e nelle piazze 9 giugno, è stata fatta a Mirafiori. Il partito deve invece proporsi con una posizione chiara e comprensibile di fronte allo scontro che si apre ora sul fronte della politica economica e sociale e avviare una vasta campagna di spiegazione e mobilitazione che prepari le condizioni per resistere all’offensiva del governo, ispirato dalla Banca d’Italia, dall’Unione europea e da tutti i cani da guardia del “rigore”.

Non crediamo, a differenza di altri, che la sconfitta subìta dal partito sia irrimediabile. Lo stesso successo della manifestazione del 9 giugno, così come i segnali di disponibilità alla lotta che si sono registrati in numerose fabbriche che hanno visto scioperi spontanei contro la minaccia alle pensioni ci dicono che si può lavorare a una ripresa delle lotte, a costruire una piattaforma che esprima le esigenze fondamentali dei lavoratori e dei giovani. Ma per poterlo fare è essenziale che il partito rompa le pastoie che lo legano a questo governo.

A chi dice che non si può riproporre il discorso di “svolta o rottura” rispondiamo che oggi l’unica vera alternativa di fronte al Prc è: o rompere questa subordinazione micidiale, o essere distrutto politicamente, nel contesto di una generale sconfitta dell’Unione e della sinistra. Si può ancora, sia pure pagando un prezzo, cambiare strada e rimettere il Prc sul terreno del conflitto e della lotta di classe; ma non ci saranno molte altre prove d’appello.

Si mettano da parte coloro che si sono lasciati incantare dalle sirene del governo e si faccia appello ai tanti compagni e compagne che nei circoli e nelle federazioni in questo anno sono stati costretti ad assistere a questo disastro, cercando coloro che siano disponibili a un duro e oscuro lavoro di ricostruzione della credibilità del Prc, del suo insediamento e della sua capacità di interpretare le aspirazioni più profonde dei lavoratori e di tutti gli sfruttati.

 

04/07/2007 

 
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