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Terim (Modena) - Due settimane di lotta dura fermano 200 licenziamenti Stampa E-mail
Scritto da Paolo Brini e Francesco Santoro   

 

La Terim (Modena) è uno dei principali produttori di cucine e forni da incasso in Italia e in Europa. Ha in programma investimenti per 10 milioni di euro (più che la Ferrari) e vuole conquistare nuove fette di mercato espandendosi. Per fare ciò, per aumentare i propri profitti, ha avviato le procedure di mobilità con l’obiettivo di licenziare 200 lavoratori.

Le ragioni addotte per questi “esuberi” non dipendono da una crisi del settore elettrodomestico (che nel solo comparto del “bianco” ha avuto un aumento del 7,2%). La realtà è che Terim ha acquistato il suo principale concorrente locale (l’ex Areilos, da diversi anni in crisi), con l’obbiettivo di chiuderlo assimilandone i marchi e le fette di mercato e licenziando tutti i lavoratori. D’altronde è molto più redditizio portare le produzioni in Turchia, Croazia e in altri paesi dell’Est dove il costo del lavoro è molto più basso e i diritti sindacali sono infimi!

Inoltre, all’atto dell’acquisto di Areilos, Terim aveva garantito dinnanzi ai commissari fallimentari che avrebbe mantenuto in forze tutti i 209 lavoratori, portando così il numero degli addetti da 421 a 630 dislocati in tre stabilimenti nelle province di Modena e Reggio Emilia. Pochi mesi fa ha, invece, annunciato la volontà di ridurre il personale di 200 unità ed ha avuto pure la faccia tosta di dire che è per ragioni di crisi di mercato!


Dal blocco agli scioperi a scacchiera


La risposta dei lavoratori è stata esemplare e tempestiva. Martedì 15 maggio, prima che le procedure di mobilità fossero formalizzate, sono scesi in lotta nei tre stabilimenti. Sin da subito ciò che ha caratterizzato questa lotta è la grande partecipazione e democrazia con cui viene gestita dai lavoratori e dalla Rsu. Ogni giorno si tiene almeno una assemblea a fine turno per discutere e fare il punto sulla vertenza, un bilancio delle azioni messe in campo e come proseguire la lotta l’indomani. A ciò si aggiunge il contatto e il coordinamento quotidiano dei delegati dei tre stabilimenti per sincronizzare le iniziative. Da quel martedì fino a venerdì 18 i lavoratori hanno deciso di proseguire con 8 ore di sciopero continuative al giorno (per ben 32 ore di sciopero in una sola settimana) con picchetti duri dalle 6 del mattino, impedendo non solo alle merci ma anche ai pochi crumiri e dirigenti aziendali di varcare la soglia dei tre stabilimenti. Durante questi giorni è stata creata una cassa di resistenza e durante i picchetti, squadre di lavoratori muniti di volantini, rallentando il traffico nelle vie principali che passano a fianco degli stabilimenti, raccoglievano soldi a sostegno della lotta. In un solo giorno, nel giro di un paio d’ore, si erano già raccolti 1700 euro ai quali vanno aggiunti altri 200 euro raccolti dal circolo operaio “Lenin” del Prc della Terim in occasione dell’assemblea sulle fabbriche occupate in America Latina, a dimostrazione della solidarietà della popolazione locale verso una lotta che sta riempiendo le pagine dei quotidiani locali e sta riscontrando la simpatia di tutta la provincia.

Fin da subito le Rsu Terim ed in particolare la Fiom, hanno più volte dichiarato di non essere disposti a subire alcun licenziamento coatto: tutti i posti di lavoro devono essere difesi!

 Hanno inoltre ribadito che se produzione deve essere portata all’estero, deve esserne creata altra negli stabilimenti già esistenti per garantire i livelli occupazionali. Infine, sia i delegati Fiom-Cgil Francesco Santoro e Piero Ficiarà, sia il segretario generale della Fiom di Modena Giordano Fiorani, hanno sempre affermato che qualora l’azienda avesse licenziato in maniera unilaterale, i lavoratori avrebbero occupato gli stabilimenti.

Dal lunedì 21 maggio fino a martedì 29, i lavoratori hanno deciso di cambiare strategia di lotta. Per creare il maggior danno possibile all’azienda cercando al tempo stesso di sacrificare la minor quantità possibile di salario, si è deciso in assemblea di intraprendere una delle forme di lotta più efficaci e diffuse negli anni ’70: lo sciopero a scacchiera. A gruppi di 40 lavoratori per volta, stabiliti in base all’iniziale del proprio cognome, si è scioperato a rotazione 2 ore al giorno picchettando i cancelli, impedendo così l’uscita del prodotto finito per tutte e 8 le ore lavorative. In una parola, scioperando 2 ore a testa si è bloccata l’azienda per 8 ore. Il padrone ha cercato di rispondere minacciando per ben tre volte la cosiddetta messa in libertà dei lavoratori (l’equivalente di una serrata), ma ha dovuto recedere poiché i blocchi non impedivano l’ingresso del prodotto grezzo da lavorare e quindi non bloccavano la produzione. Semplicemente impedivano al prodotto finito di essere portato via finché non si fosse riempito il magazzino a tal punto da creare problemi alla sicurezza. Quando ciò avveniva, a dosi omeopatiche, si permetteva ai camion di caricare del prodotto finito per far un po’ di posto nei magazzini e non dare all’azienda il pretesto per la messa in libertà causa ragioni di sicurezza.

Che questi scioperi abbiano colpito nel segno è stata l’azienda ad ammetterlo, al tavolo delle trattative. Infatti giovedì 24 maggio è stata costretta a firmare un verbale di incontro nel quale si è impegnata entro il 31 maggio a trovare assieme alle Rsu e al sindacato tutte le forme alternative al licenziamento per risolvere il problema. Naturalmente un verbale di intenti ha un valore puramente simbolico, tuttavia ha permesso di dimostrare che gli scioperi stavano andando bene e stavano mettendo l’azienda in seria difficoltà.


Primo cedimento da parte dell’azienda


Questo è stato altresì confermato da quanto successo martedì 29 maggio. Per quel giorno infatti era in programma un incontro tra le parti in Confindustria, ma all’ultimo momento l’incontro è stato spostato in Prefettura… Durante quell’incontro i vertici aziendali hanno affermato senza mezze misure di non riuscire più a reggere lo scontro. Il padrone era terrorizzato dai messaggi di solidarietà che erano giunti dalle fabbriche occupate in America Latina e quasi supplicava di non essere espropriato della sua fabbrica. Infine il Prefetto ha dovuto sottolineare come fosse sua volontà risolvere la vertenza perché ormai tutta la provincia di Modena è in subbuglio per la lotta alla Terim.

Da questo clima è scaturito un verbale di accordo nel quale l’azienda si impegna a non effettuare licenziamenti coatti di alcun genere! Accordo che vedrà il prefetto nelle veci di garante. È importante sottolineare che il lodo si chiude sottolineando che esso avrebbe avuto valore solo a patto che le assemblee dei lavoratori avessero condiviso il testo. Segno ulteriore della grande democrazia e partecipazione e soprattutto del fatto che l’ultima parola spetta sempre agli operai Terim. Da notare che in prima battuta questo accordo non è stato firmato da Confindustria, che pure era presente al tavolo, perché ritenuto una sconfitta.

Nelle assemblee svoltesi in fabbrica l’indomani i delegati sono stati accolti da ovazioni ed applausi scroscianti da parte dei lavoratori che hanno ratificato all’unanimità l’accordo. Nel corso degli incontri successivi l’accordo è stato perfezionato, definendo la mobilità volontaria come unico strumento sostitutivo ai criteri di legge, inoltre i volontari saranno incentivati con 13mila euro e la possibilità di essere ricollocati presso aziende del modenese o con 11.500 se ricollocati su aziende dell’indotto Terim dove approderebbero conservando la retribuzione attuale. Le Rsu hanno tuttavia ribadito che la vertenza non è finita perché anche la discussione sugli ammortizzatori sociali presenterà dei rischi e delle incognite. Dunque si è sollecitato a mantenere alta la guardia.

Ancora una volta la lotta dura paga!

 

04/07/2007 

 
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