La stampa sarà libera solo quando cesserà di essere un’industria (Karl Marx)
Il 27 giugno in Venezuela si celebra la giornata nazionale del giornalista. Ma quest’anno, i tradizionali festeggiamenti per l’anniversario di fondazione del “Correo del Orinoco”, il giornale voluto da Simon Bolívar durante la lotta contro l’impero spagnolo, hanno assunto un altro significato.
Il 27 giugno si è compiuto un mese dalla scomparsa dall’etere di Rctv, l’emittente televisiva privata a cui il governo venezuelano ha deciso di non rinnovare la licenza di utilizzazione delle frequenze.
Mentre migliaia di persone si concentravano in piazza Bolívar, a Caracas, per celebrare entrambi gli anniversari, l’opposizione cercava di rimettere insieme la sua frammentata base sociale per l’ennesima, poco riuscita, “manifestazione in difesa della libertà d’espressione”.
La campagna internazionale sul “caso Rctv” si inquadra nel cambiamento di strategia dell’opposizione venezuelana, che dopo essere uscita con le ossa rotte dalle elezioni presidenziali del 3 dicembre ha dovuto temporaneamente abbandonare l’idea di un assalto frontale al potere.
Il caso Rctv
Il 28 dicembre scorso il presidente Hugo Chàvez annunciava che, alla scadenza del contratto, al canale televisivo Rctv non sarebbe stata rinnovata la concessione. La decisione di rinnovare o meno la licenza d’uso dello spettro radioelettrico pubblico a emittenti private è una facoltà specifica dei governi, nonché una pratica in uso in tutti i paesi. Inoltre, considerando i trascorsi di Rctv, tale decisione sarebbe stata ritenuta ovunque più che legittima.
Il canale televisivo di proprietà del gruppo 1BC, roccaforte dei settori più reazionari dell’opposizione, è stato uno dei protagonisti della guerra alla rivoluzione venezuelana.
Nel 2002 non solo ha riconosciuto la presidenza Carmona e la repressione che è seguita al suo illegittimo insediamento, ma è stato uno dei principali promotori del golpe dell’11 aprile. Il comportamento di Rctv (e di tutti i media privati venezuelani) in quell’occasione dice più di un milione di libri sulla libertà d’informazione: nascosero la notizia del golpe, parlarono di “dimissioni” di Chavez mentre questi era sequestrato dai golpisti, e quando a furor di popolo il presidente venne reinsediato, per due giorni trasmisero solo cartoni animati!
Pochi mesi più tardi, nel dicembre 2002-gennaio 2003, Rctv ha apertamente sostenuto la serrata padronale che ha messo in ginocchio il Venezuela, ed è stata sconfitta solo grazie all’intervento dei lavoratori che hanno riaperto le fabbriche chiuse dai padroni.
Secondo un’indagine del Ceps (Centro de Estudios Politicos y Sociales), solo negli ultimi dieci anni, e per delitti molto meno gravi di quelli commessi da Rctv, a 236 media è stata revocata o sospesa la licenza, sono stati chiusi o sono stati condannati a pagare multe astronomiche.
Tali provvedimenti sono stati adottati in 21 paesi fra i quali gli Stati Uniti, la Colombia, l’Inghilterra e la Spagna. Eppure, la decisione del governo Chávez di non rinnovare la licenza a Rctv, ha dato il via a una feroce ed ipocrita campagna “a tutela della libertà d’espressione in Venezuela”.
Offensiva internazionale
È stato a livello internazionale che l’opposizione venezuelana più si è spesa per dare massimo risalto al caso. Al prezzo di 2,3 milioni di euro, un’agenzia di comunicazione e pubblicità
statunitense ha tracciato le
linee guida della campagna internazionale di protesta. A fine febbraio tutto era pronto.
In America latina sono stati l’Organizzazione degli Stati americani (Osa) e le destre continentali a portare avanti la campagna, ma in Europa il presidente del gruppo 1BC Granier, proprietario di Rctv, ha deciso che era necessario andarci di persona.
Appoggiato dalla Fondazione Adenauer, dalla Fondazione Robert Schuman e dalla Faes, strettamente vincolate al Partito Popolare e alla destra europea, Marcel Granier per più di un mese ha girato l’Europa denunciando i presunti attacchi alla democrazia in Venezuela.
A dare sufficiente copertura mediatica alle dichiarazioni del presidente della 1BC, che ha definito Rctv un mezzo di comunicazione “indipendente e tollerante”, ci ha pensato Reporters sans frontières, famosa associazione internazionale dei giornalisti, che vede fra i suoi principali finanziatori la Ned (National Endowment for Democracy), Ong statunitense al servizio del Dipartimento di Stato che fin da gennaio tuona contro “gli esecrabili attacchi alla libertà d’espressione in Venezuela”.
In realtà in Venezuela la libertà d’espressione è stata messa in pericolo più volte. E non dal governo Chávez.
L’11 aprile del 2002, uno dei primi atti dell’autoproclamato presidente golpista Carmona, fu la chiusura del canale di Stato, Canal 8, messo sotto assedio dai militari schierati con i golpisti.
Nel luglio 2003 fu l’opposizione a chiudere un’emittente televisiva. In questo caso si trattava di Catia Tv, televisione
comunitaria occupata dalla Polizia Metropolitana di Caracas, agli ordini dell’allora sindaco Alfredo Peña, uomo dell’opposizione
antichavista.
In entrambi i casi, nessun organismo internazionale o continentale del giornalismo si è preoccupato di denunciare la cosa. Salvo poi convertirsi nei nuovi paladini della “libertà di stampa”, quando sono in gioco gli interessi di un’emittente come Rctv, la quale peraltro non è affatto “chiusa” e continua a trasmettere sul satellite e via cavo.
I media italiani
I media italiani non si sono certo tirati indietro: la Stampa, il Corriere della sera e Repubblica hanno come di consueto sparato a zero sul governo Chávez.
Purtroppo, anche il quotidiano del Prc Liberazione si è unito al coro. La “nostra” corrispondente dall’America Latina, Angela Nocioni, che di recente ha suscitato un’ondata di proteste con alcune corrispondenze da Cuba che avrebbero trovato posto senza difficoltà sulle pagine di Libero (e per le quali ovviamente ha ricevuto il pronto encomio del Corriere della sera), si è sentita in dovere di dire la sua. “Chiusa la tv anti-Chávez, scontri di piazza a Caracas”, questo è il titolo dell’articolo in cui la nostra ci racconta, da Buenos Aires, come a Caracas la polizia avrebbe violentemente represso una manifestazione di studenti che protestavano per “tutelare la libertà d’espressione”.
Ma le argomentazioni della corrispondente di Liberazione dall’America Latina crollano di fronte all’evidenza dei fatti.
Dal 2002, sotto il governo di Hugo Chávez, sono nati 195 mezzi di comunicazione comunitari, 167 radio e 28 televisioni. Si stampano 164 giornali e sono attivi 117 mezzi di comunicazione digitali. Tutti quanti ricevono indistintamente un appoggio da parte del governo che garantisce le infrastrutture necessarie senza che ci sia nessun tipo di controllo politico.
Secondo la Commissione Nazionale delle Telecomunicazioni in Venezuela, Conatel, su 81 emittenti televisive, 79 (il 97%) sono di proprietà privata; su 709 emittenti radiofoniche, 706 sono private (il 99%). Ma anche per la stampa, il discorso non cambia: 116 testate giornalistiche su 118 sono private.
L’intero mercato dell’informazione privato in Venezuela è dominato da quattro grandi gruppi imprenditoriali Globovision, Televen, Venevision e Rctv-1Bc.
Libertà d'espressione e libertà d'informazione
In un sistema in cui i mezzi di comunicazione sono controllati dalla classe dominante, una piccola élite i cui interessi sono radicalmente diversi da quelli della stragrande maggioranza della popolazione, i lavoratori, cos’è la libertà d’informazione? La libertà di informazione in uno Stato borghese significa solo dare ai padroni la libertà di utilizzare i media al servizio dei propri interessi. Il capitalismo non solo è un sistema di produzione di merci e servizi. È un sistema che ha bisogno di produrre cultura, “valori” etici, estetici e morali necessari per difendere e giustificare la sua stessa esistenza, la proprietà dei mezzi di produzione e lo sfruttamento della classe operaia.
Non è un caso che, in America Latina, quattro grandi gruppi imprenditoriali, O Globo (Brasile), Clarín (Argentina), Televisa (Messico) e Cisneros (Venezuela), legati a doppio filo con la destra reazionaria dei rispettivi paesi, controllino quasi il 70% dei media di tutto il continente.
Solo il socialismo sarà in grado di garantire una comunicazione non sottomessa agli interessi di pochi, un’informazione reale e fedele alla realtà, fatta dai lavoratori per i lavoratori.
La decisione del governo del presidente Chávez è un primo passo in questa direzione, l’inizio della lotta contro chi considera l’informazione un privilegio di pochi. Ed anche la creazione di un emittente statale, TVES, che sfrutti le frequenze prima utilizzate da Rctv è un’iniziativa corretta e che abbiamo il dovere di sostenere. Ma anche in questo caso non è un uomo solo a poter fare una rivoluzione. Sono i lavoratori e solo i lavoratori coloro che potranno portare fino in fondo la rivoluzione venezuelana.
È necessario che siano gli stessi giornalisti, lavoratori dei media, tecnici a prendere l’iniziativa e mobilitarsi per strappare definitivamente il controllo dei media dalle mani dell’oligarchia legandosi alla lotta per il potere dei lavoratori.
04/07/2007
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