Il Prc deve rompere la subordinazione governista
"Se il governo ha perso la fiducia del popolo, è
ora di cambiare popolo" (Bertolt Brecht)
Il successo della manifestazione del 9 giugno contro Bush e il
contemporaneo fallimento del presidio promosso da Prc, Pdci, Verdi e
altri soggetti non disponibili a unirsi al corteo costituisce un punto
di svolta importante.
La manifestazione è stata grande anche senza bisogno delle esagerazioni di chi ha parlato di 150mila partecipanti. Decine di migliaia di persone hanno scelto di essere al posto giusto, respingendo il clima di paura che si voleva montare (come già in occasione della manifestazione di Vicenza), di manifestare con la propria presenza che l’opposizione alla guerra non ha “geometrie variabili” dettate dagli equilibri di governo.
La manifestazione del 9 giugno costituisce l’ultima conferma di quanto già si era visto chiaramente nelle recenti elezioni amministrative. Si è consumata una grave rottura fra il Prc (e in generale la sinistra) e la sua base elettorale e militante. Se il voto ha fornito una chiara visione dell’orientamento di un vasto settore di elettorato, la giornata di sabato scorso ha invece misurato fedelmente lo stato d’animo di un corpo più ristretto ma più militante, motivato, attivo. Il verdetto, esattamente come quello delle elezioni, non ammette interpretazioni o sfumature.
Il gruppo dirigente del Prc deve prendere atto di quanto sta accadendo e aprire una vera discussione tanto all’interno come all’esterno del partito. Di fatto il congresso è già cominciato.
È necessario innanzitutto un salutare bagno di umiltà e di autocritica. Nessuna discussione seria può cominciare se non si assume il dato di fatto elementare che la rotta seguita fin qui è stata sbagliata da cima a fondo: si pensava di prendere il mare aperto, si è finiti sugli scogli. La credibilità del partito e del suo gruppo dirigente è stata duramente scossa, per non dire sgretolata; dimostrare che si prende atto della realtà è il primo atto dovuto per risalire la china.
Un bilancio onesto della strada sin qui percorsa non può che portarci a una conclusione: gli obiettivi, anche quelli minimi, di difesa delle pensioni, dello stato sociale, di lotta alla precarietà, che il partito dichiara di voler perseguire nella prossima fase, non potranno essere raggiunti all’interno di una collocazione di governo. Questa conclusione discende non da un “pregiudizio ideologico”, ma da una semplice analisi dei rapporti di forza all’interno della società e del governo stesso. Il governo è uscito indebolito dalla prova elettorale, ma non per questo le ragioni della sinistra sono più forti. Al contrario, appare ogni giorno più evidente come alla crisi dell’Ulivo e del governo si risponde con un ulteriore spostamento a destra.
Il punto decisivo da comprendere, tuttavia, è che le difficoltà del Partito democratico non solo non accrescono la forza contrattuale della sinistra, ma si ripercuotono con forza anche maggiore precisamente sul Prc. Il partito ha perso in larghissima parte la propria capacità di mobilitazione, persino dei suoi stessi militanti, nessuna alleanza parlamentare con altre forze (Pdci, Sd, Verdi) può risolvere questo problema di fondo. Il patto d’unità d’azione proposto da Giordano a queste forze nasce già sconfitto nel momento in cui si rifiuta a priori anche la sola ipotesi di una rottura, ponendosi solo sul terreno perdente della mediazione all’interno della maggioranza di governo. Anche qui la giornata dl 9 giugno ha fornito una conferma eloquente: il partito ha scelto di organizzare il presidio della “piazza senza popolo” su una piattaforma volutamente evasiva per non chiamare in causa il governo Prodi, ma nonostante ciò la piazza è stata completamente disertata anche da quelle forze, come Sinistra democratica, che dovrebbero essere protagoniste del cosiddetto patto.
In queste condizioni, l’unità non viene fatta su una piattaforma, magari parziale, ma comunque volta a mobilitare i lavoratori contro la linea prevalente nel governo, ma diventa invece un’unità contro le mobilitazioni, un patto in cui i gruppi dirigenti si assolvono reciprocamente e preventivamente da ogni responsabilità lasciando una volta di più il campo libero all’avversario.
Si parla ora di aprire una “consultazione” interna ed esterna al partito: ci sembra una proposta come minimo superata dagli avvenimenti; la consultazione è già stata fatta nelle elezioni e nelle piazze 9 giugno, è stata fatta a Mirafiori. Il partito deve invece proporsi con una posizione chiara e comprensibile di fronte allo scontro che si apre ora sul fronte della politica economica e sociale e avviare una vasta campagna di spiegazione e mobilitazione che prepari le condizioni per resistere all’offensiva del governo, ispirato dalla Banca d’Italia, dall’Unione europea e da tutti i cani da guardia del “rigore”.
Non crediamo, a differenza di altri, che la sconfitta subìta dal partito sia irrimediabile. Lo stesso successo della manifestazione del 9 giugno, così come i segnali di disponibilità alla lotta che si sono registrati in numerose fabbriche che hanno visto scioperi spontanei contro la minaccia alle pensioni ci dicono che si può lavorare a una ripresa delle lotte, a costruire una piattaforma che esprima le esigenze fondamentali dei lavoratori e dei giovani. Ma per poterlo fare è essenziale che il partito rompa le pastoie che lo legano a questo governo. A chi dice che non si può riproporre il discorso di “svolta o rottura” rispondiamo che oggi l’unica vera alternativa di fronte al Prc è: o rompere questa subordinazione micidiale, o essere distrutto politicamente, nel contesto di una generale sconfitta dell’Unione e della sinistra. Si può ancora, sia pure pagando un alto prezzo, cambiare strada e rimettere il Prc sul terreno del conflitto e della lotta di classe; ma non ci saranno molte alte prove d’appello.
Si mettano da parte coloro che si sono lasciati incantare dalle sirene del governo e si faccia appello ai tanti compagni e compagne che nei circoli e nelle federazioni in questo anno sono stati costretti ad assistere a questo disastro, cercando coloro che siano disponibili a un duro e oscuro lavoro di ricostruzione della credibilità del Prc, del suo insediamento e della sua capacità di interpretare le aspirazioni più profonde dei lavoratori e di tutti gli sfruttati.
11 giugno 2007
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