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Terim (Modena): continua la lotta contro i 300 licenziamenti Stampa E-mail
Scritto da Paolo Brini (Comitato centrale Fiom Cgil)   

Picchetti duri e scioperi a scacchiera

La fabbrica Terim di Modena sta diventando una delle principali produttrici di cucine in Italia ed in Europa. Ha in programma investimenti per ben 10 milioni di euro (più di quelli della Ferrari), vuole conquistare nuove fette di mercato ed espandersi. Per fare questo, quindi per aumentare ancor più i propri profitti, ha pensato bene di buttare in mezzo alla strada 300 lavoratori.

Certo, il padrone si è più volte stracciato le vesti per ribadire che i licenziamenti erano “solo” 200 e che gli altri cento erano stati inseriti nella procedura solo per formalità, ma per giorni e giorni i lavoratori dei tre stabilimenti del gruppo Terim si sono trovati in mano la richiesta di messa in mobilità (licenziamento accompagnato) per 300 lavoratori. Le ragioni di questi esuberi, come detto, non dipendono da una crisi del settore elettrodomestico (che per quanto riguarda il solo comparto del cosiddetto color “bianco” ha avuto un aumento del 7.2%). La realtà è che Terim, come sempre accade in questi casi, ha acquistato il suo principale concorrente nella zona (l’ex-Areilos), da diversi anni in crisi, con l’obbiettivo non di rilanciarlo ma di chiuderlo assimilandone i marchi e le fette di mercato, ma licenziando i lavoratori. D’altronde è molto più redditizio portare quelle produzioni in Turchia, Croazia e in altri paesi dell’Est dove il costo del lavoro è enormemente più basso e i diritti sono infimi … e per fortuna che Montezemolo sostiene che i capitalisti italiani producono ricchezza e occupazione!

Terim qualche mese fa, al momento dell’assorbimento di Areilos, aveva garantito pure davanti ai commissari fallimentari e dunque davanti al ministero che avrebbe mantenuto in forze tutti i 209 lavoratori Areilos portando così il numero dei dipendi Terim da 421 a 630 dislocati in tre stabilimenti situati nella provincia di Modena e Reggio Emilia (precisamente a Baggiovara, Rubiera e Soliera). Poche settimane fa ha invece annunciato la volontà di ridurre il personale di 300, pardon 200, unità ed ha avuto pure la faccia tosta di dire che è per ragioni di crisi di mercato!

Gli scioperi a scacchiera 

La risposta dei lavoratori è stata straordinaria quanto tempestiva. Martedì 15 maggio, ancor prima che le procedure di mobilità fossero formalizzate, i lavoratori sono scesi in lotta nei tre stabilimenti. Sin da subito ciò che sta caratterizzando questa lotta è la grande partecipazione e democrazia con cui viene gestita dai lavoratori la vertenza. Ogni giorno si tiene almeno una assemblea a fine turno per discutere e fare il punto sulla vertenza, un bilancio delle azioni messe in campo e si decide come proseguire la lotta l’indomani. A ciò si aggiunge il contatto e il coordinamento quotidiano dei delegati dei tre stabilimenti per sincronizzare le iniziative. Da quel Martedì 15 fino a venerdì 18 i lavoratori hanno deciso di proseguire con 8 ore di sciopero continuative al giorno (per un totale di ben 32 ore di sciopero in una sola settimana) con picchetti duri fin dalle 6 del mattino, impedendo non solo alle merci ma anche a crumiri e dirigenti aziendali di varcare la soglia dei tre stabilimenti. Durante questi giorni è stata creata una cassa di resistenza e durante i picchetti, squadre di lavoratori muniti di volantini e di una cassettina, rallentando il traffico nelle vie principali che passano a fianco degli stabilimenti, raccoglievano soldi a sostegno della lotta. In un solo giorno, nel giro di un paio d’ore, si erano già raccolti 1700 euro! A questi vanno aggiunti altri 200 euro raccolti dal circolo aziendale “Lenin”del PRC della Terim durante l’assemblea sulle fabbriche occupate in America Latina. A dimostrazione della grande solidarietà della popolazione locale verso una lotta che sta riempiendo le pagine dei quotidiani locali e sta riscontrando la simpatia di tutta la provincia.

Fin da subito le Rsu Terim ed i sindacati, in particolare la Fiom, hanno più volte ribadito di non essere disposti ad accettare alcun licenziamento coatto: tutti i posti di lavoro devono essere difesi. Hanno inoltre ribadito che se produzione deve essere portata all’estero, deve essere creata altra produzione negli stabilimenti già esistenti per garantire i livelli occupazionali. Infine, sia i delegati Fiom-Cgil Francesco Santoro e Piero Ficiarà sia il segretario generale della Fiom di Modena Giordano Fiorani, hanno da subito affermato che qualora l’azienda avesse voluto licenziare in maniera coatta e unilaterale i lavoratori avrebbero occupato gli stabilimenti.

Dal lunedì seguente 21 maggio fino a martedì 29, i lavoratori hanno deciso di cambiare strategia di lotta. Per creare il maggior danno possibile all’azienda ma allo stesso tempo cercando di perdere la minor quantità possibile di salario, si è deciso in assemblea di intraprendere una delle forme di lotta più efficaci e diffuse negli anni 70: lo sciopero a scacchiera. A gruppi di 40 lavoratori per volta, stabiliti non per reparto ma bensì in base all’iniziale del proprio cognome, si è scioperato tutti a rotazione due ore al giorno davanti ai cancelli impedendo così l’uscita del prodotto finito per tutte e 8 le ore lavorative. In una parola, scioperando 2 ore a testa si è bloccato l’azienda per 8 ore. L’azienda ha cercato di rispondere minacciando per ben 3 volte la cosiddetta messa in libertà dei lavoratori (cioè a casa senza esser pagati), ma ha sempre dovuto recedere poiché i blocchi non impedivano l’ingresso del prodotto grezzo da lavorare e quindi non bloccavano la produzione. Semplicemente impedivano al prodotto finito di essere portato via finché non si fosse riempito a tal punto il magazzino da creare problemi alla sicurezza. Quando ciò avveniva, a dosi omeopatiche, si permetteva ai camion di caricare qualche prodotto finito per far un po’ di posto nei magazzini e non dare all’azienda il pretesto per la messa in libertà per ragioni di sicurezza. Ovviamente quasi tutti i giorni ormai l’azienda minacciava la messa in libertà ed era facile immaginare che prima o poi avrebbe tentato il colpo di mano anche se non ve ne erano i presupposti. Ma i lavoratori Terim hanno sempre dimostrato di non essere disposti ad accettare i ricatti e l’arroganza padronale.

Che questi scioperi abbiano fatto male all’azienda lo ha ammesso lei stessa al tavolo delle trattative. Infatti Giovedì 24 maggio è stata costretta a firmare un verbale di incontro (quindi senza alcun valore vincolante ma solo di intenti) nel quale si è impegnata entro il 31 maggio a trovare assieme alle Rsu e al sindacato tutte le forme alternative al licenziamento per risolvere il problema. Naturalmente un verbale di intenti ha un valore puramente simbolico, tuttavia ha permesso di dimostrare che gli scioperi stavano andando bene e stavano mettendo l’azienda in seria difficoltà.

Primo cedimento da parte dell'azienda 

Questo è stato altresì confermato da quanto successo martedì 29 maggio. Per quel giorno infatti era in programma un incontro tra le parti in Confindustria, ma all’ultimo momento l’incontro è stato spostato in Prefettura!! Di solito gli incontri in prefettura vengono richiesti dal sindacato, in questo caso è l’azienda che ha chiesto l’intervento istituzionale perché era alla canna del gas. Durante quell’incontro i vertici aziendali hanno affermato senza mezze misure di non riuscire più a reggere lo scontro. Il padrone era terrorizzato dai messaggi di solidarietà che erano giunti dalle fabbriche occupate in America Latina supplicando quasi con le lacrime agli occhi di non essere espropriato della sua fabbrica. Il numero due dell’azienda ha affermato che ormai non solo i fornitori ma neanche i clienti e le agenzie esterne accettano di avere commesse e contratti con la Terim dato il blocco dei prodotti finiti ai cancelli. Infine il prefetto ha dovuto sottolineare come fosse sua volontà risolvere la vertenza perché ormai tutta la provincia di Modena è in subbuglio per la lotta alla Terim.

Da questo clima è scaturito un verbale di accordo nel quale l’azienda si impegna a che non vi siano licenziamenti coatti di alcun genere. In cambio i lavoratori dal giorno seguente hanno tolto i blocchi ai cancelli ma comunque non permettono di smontare gli impianti né pongono fine alle lotte fino a che non vi sarà un accordo complessivo sugli ammortizzatori sociali da utilizzare al posto dei licenziamenti. Accordo che dovrà avvenire entro il 15 giugno e con il prefetto nelle veci di garante. È importante sottolineare che il verbale di intesa si chiude sottolineando che esso avrebbe avuto valore solo a patto che le assemblee dei lavoratori avessero condiviso il testo. Segno ulteriore della grande democrazia e partecipazione e soprattutto del fatto che l’ultima parola spetta sempre agli operai Terim. Da notare che questo accordo non è stato firmato da Confindustria, che pure era presente al tavolo, perché ritenuto una sconfitta.

Nelle assemblee svoltesi in fabbrica l’indomani i delegati sono stati accolti da ovazioni ed applausi scroscianti da parte dei lavoratori che hanno ratificato all’unanimità l’accordo. Le Rsu hanno tuttavia ribadito che la vertenza non è finita perché anche la discussione sugli ammortizzatori sociali presenterà dei rischi e delle incognite. Dunque si è sollecitato a mantenere alta la guardia, si sono indette due ore di sciopero per i giorni 8 e 15 giugno e soprattutto si è concluso l’assemblea dicendo che qualora l’azienda non mantenesse fede alle sue parole nei prossimi due incontri si riprenderebbe immediatamente a bloccare il prodotto finito con gli scioperi a scacchiera.

Ancora una volta la lotta dura paga!

30 maggio 2007 

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