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Sinistra di classe o sinistra di governo? Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giardiello   

Il 14 maggio i parlamentari del Prc sono andati ai cancelli delle fabbriche a volantinare per la cosiddetta campagna sul “risarcimento sociale”. A Mirafiori il segretario Giordano e il ministro Ferrero si sono imbattuti con quella che Liberazione ha definito la disillusione operaia.

Nel resoconto del giorno dopo, Fabio Sebastiani riportava l’opinione di Angela, operaia delle carrozzerie: “Vi diamo il mandato a far cadere il governo se succede qualcosa di strano sulle pensioni”.

Se persino Liberazione ha ritenuto di dover pubblicare commenti assolutamente inequivoci sul clima reale che si respira nelle fabbriche si può tranquillamente prendere atto che la rottura da sinistra con Prodi non è più tema per sparute avanguardie ma, soprattutto se andrà male la partita sulle pensioni, argomento di confronto per settori decisivi del movimento operaio.

Le destre trovano forza e alimento dalla totale incapacità della sinistra di offrire soluzioni concrete e tangibili alle grandi questioni sociali che attanagliano il paese.

Il messaggio che arriva dagli operai di Mirafiori non poteva essere più chiaro di così.


Le basi di Sinistra democratica


Come risponde la sinistra a queste sollecitazioni?

La nascita del partito democratico apre oggettivamente un terremoto e un riallineamento delle forze in campo a sinistra. Il fatto che la sinistra diessina si sia rifiutata di entrare nel partito democratico e non è disposta a recidere ogni residuo legame con la sinistra e il movimento operaio è di per sé un fatto positivo.

L’aspetto negativo però è che Mussi e Angius rispondono alla deriva fassiniana riproponendo le stesse coordinate politiche che hanno condotto il Pci-Pds-Ds a trasformarsi in un partito del centro liberale: quella che loro chiamano la sinistra di governo è in realtà la riproposizione di una linea socialdemocratica di destra che ha tra i propri riferimenti internazionali Schroeder, Blair, Royal.

Una sinistra che fa proprie le logiche del mercato e tenta di limitarne solo i danni sociali più evidenti. Una sinistra che invia le truppe in Afghanistan e sostiene lealmente gli interessi delle classi dominanti rispettando gli accordi di Maastricht e i dettami della Bce. Una sinistra che in ultima analisi governa contro gli operai, i pensionati, i precari, i disoccupati, come avviene da un anno ormai con il governo Prodi.

Non a caso se c’è un argomento su cui Mussi ha insistito fino alla noia è che rottura col partito democratico non significa rottura con l’esecutivo, che la neonata Sinistra democratica sostiene con convinzione e determinazione.

In questo quadro il cosiddetto Cantiere delle Sinistre nasce sotto un’impronta fortemente moderata. A differenza della Linke, che si sviluppa in opposizione alle politiche del governo Schroeder e contro la guerra, il nuovo soggetto politico della sinistra italiana mette al centro delle proprie prerogative la governabilità, in una logica delle compatibilità che per sua natura è incapace di proporsi come alternativa credibile al partito democratico.


Una discussione sotto vuoto spinto


Il limite principale del progetto è quindi nel suo moderatismo. Non a caso se da una parte ci sono gli entusiasmi di Giovanni Berlinguer, Rossanda, Cossutta e sul fronte del Prc di Alfonso Gianni, Rina Gagliardi e Ritanna Armeni che spingono per dar vita, il più in fretta possibile, a un partito unico della sinistra, dall’altra c’è chi frena e vede nel presunto antagonismo di Rifondazione Comunista un ostacolo al percorso unitario.

Per Valdo Spini (intervista su Liberazione del 17 aprile): “Rifondazione magari tra due anni avrà maturato una cultura di governo e non avrà più l’approccio antagonista che ha ora”. Mussi e in particolare Angius hanno chiarito in diverse interviste e nell’assemblea di fondazione del movimento, il 5 maggio, che l’obiettivo è in primo luogo quello di riunificare i socialisti e solo in un secondo momento aprire un confronto alla sinistra radicale.

Salvi in un’intervista su Liberazione del 28 aprile insiste su quello che dal suo punto di vista è il principale obiettivo della nuova formazione: “spostare a sinistra il campo socialista” e dunque l’adesione del Prc e della Sinistra europea al Partito socialista europeo. Un’idea che peraltro piace a molti dei leader che il 18 giugno daranno dar vita con Rifondazione Comunista alla Sezione italiana della sinistra europea.

Folena e Tortorella hanno sempre concepito la sinistra europea come un soggetto transitorio in attesa che maturasse la rottura nei Democratici di sinistra.

Come da un’intervista rilasciata su Repubblica il 30 aprile, il sogno di Folena è “costruire una sinistra che superi le divisioni tra socialisti moderati e massimalisti” ed è così che i militanti comunisti sono stati iscritti da questo “compagno di strada” al partito del socialismo massimalista. D’altra parte non è un mistero per nessuno che Uniti a Sinistra, l’associazione di Folena, aveva da tempo richiesto lo status di “osservatore” alle riunioni del Pse.

La logica conseguenza è che ad uscirne demolita è la stessa proposta della Sinistra europea (sezione italiana), visto che i principali interlocutori che avevano aderito a questo progetto guardano oggi più a Mussi che a Giordano, a dimostrazione della totale subalternità che il progetto aveva nei confronti del dibattito che si svolgeva all’interno ai Ds, come da noi più volte denunciato in svariate riunioni della direzione e del comitato politico nazionale.

Per cui paradossalmente la Se può continuare a vivere solo morendo e cioè traghettandosi in una nuova aggregazione dove Rifondazione Comunista può trovare spazio a condizione che si spogli del proprio residuo antagonismo.

La parola d’ordine è più governismo, meno movimento. Secondo lo schema di Folena poc’anzi citato, la divisione a sinistra si supera con i “massimalisti che si fanno moderati”.

In realtà i “massimalisti” si sono già moderati oltre misura, ma come pare evidente in un quadro politico che si sposta sempre più a destra le prove di affidabilità per Rifondazione non finiscono mai.


Giordano tentenna, la Sinistra europea affonda


Di fronte alle pretese egemoniche di Mussi, inaccettabili anche per Giordano, la segreteria nazionale del Prc ha abbandonato le spinte fusioniste della prima ora e si è rifugiata in un più prudente “Patto di unità d’azione”. È un passo indietro, nel quale semplicemente si prova a contrattare le prerogative e le modalità su cui dar vita in tempi più lunghi alla nuova formazione.

Con questo passaggio puramente tattico, Giordano ottiene anche l’obiettivo di dare un contentino a Grassi consolidando la nuova maggioranza uscita dalla Conferenza di Carrara.

Ma c’è chi nella maggioranza del partito contrasta in maniera ancora più netta la proposta del Partito unico della sinistra e critica Giordano per avere abbandonato il progetto originario della Se.

È la posizione tra gli altri di Ramon Mantovani. Una posizione che raccoglie gli umori di quell’area di compagni che del “movimento dei movimenti” aveva fatto la propria religione e che ora si sente ripudiata da coloro che da quel versante contestano Rifondazione per le sue scelte governiste.

Una posizione che in realtà è superata dai fatti, la sinistra europea è morta ancor prima di nascere: ai settori movimentisti non interessa più, al resto del ceto politico, che pure ha deciso di aderire, neanche; resta poco più che Rifondazione Comunista e… la luminosa prospettiva del Cantiere.


La voglia di unità a sinistra


Non esitiamo a riconoscere che aldilà delle geometrie organizzative esiste un effettivo desiderio di unità a sinistra, a cui è possibile dare risposte solo attraverso una ripresa della conflittualità sociale. Viceversa in assenza di mobilitazioni e con l’intera sinistra nel governo qualsiasi percorso unitario a sinistra non può che essere di vertice. Moderato e burocratico.

Più che di un patto di unità d’azione o un coordinamento dei gruppi parlamentari (che serve veramente a poco) si tratta di applicare nella nuova situazione politica una tattica di fronte unico, che da una parte ricerca il massimo di unità sul terreno vertenziale, ma dall’altra mantenga aperta una discussione sulle differenze politiche e strategiche che attraversano la sinistra.

Tutto questo ha senso ovviamente a condizione che Rifondazione rompa la gabbia del centrosinistra che nell’ultimo anno ha condizionato pesantemente ogni sua scelta, riprendendo il filo della mobilitazione attorno ai grandi temi sociali a cui questo governo si è dimostrato incapace di dare risposte (salario, pensioni, precarietà, guerra, istruzione, welfare, ambiente, diritti civili ecc.).

Altrimenti, sarà solo una questione di tempi e aldilà delle frenate tattiche dell’oggi, l’approdo sarà di farsi risucchiare dalle posizioni più moderate che occupano il campo socialdemocratico

Un socialismo del XXI secolo che non sarà ispirato da Chavez ma da Tony Blair, e contro il quale è necessario battersi unendo tutte le forze disponibili a partire dal prossimo congresso, ormai alle porte.

 

23/05/07 

 
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