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Al call center di Tele2
Un’azienda come tante nel nostro paese: questa volta si tratta di una holding della comunicazione. Del gruppo Kinnevik fanno parte Tele2 e Transcom, vale a dire la compagnia telefonica che opera in tutta Europa e il call center che ne accompagna la gestione della clientela. In Italia vi lavorano oltre 2000 persone tra le sedi di Milano (Cernusco sul Naviglio), Aquila, Lecce e Bari, dei quali solo 705 sono assunti a tempo indeterminato col contratto del commercio.
Nei call center di Tele2, accanto ai lavoratori a tempo indeterminato operano da anni colleghi la cui unica differenza sta nel contratto e non certo nella mansione svolta. Progetto, job sharing, somministrazione, inserimento, reinserimento: tutte categorie che assicuravano all’azienda un risparmio netto rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato con contributi, malattia, ferie e permessi garantiti dalla legge. Categorie di lavoratori a scadenza che prevedevano l’assunzione di almeno una percentuale degli stessi (vedi l’inserimento e il reinserimento) pena per l’azienda l’impossibilità di riutilizzare simili contratti nei successivi due anni. Ma l’economia di oggi è sì globale, ma parcellizzata nella sua esecuzione produttiva.
Capita così che il call center di Tele2 faccia ruotare l’assunzione di lavoratori con contratti a tempo determinato come l’Inserimento su tutte le sue sedi. Due anni a Milano, poi altri due all’Aquila, poi a Lecce, a Bari, infine si torna a Milano e la legge non c’è più.
Il giro sarebbe continuato a Tunisi ove è stato aperto l’ultimo call center per il Customer Care di Tele2 Italia, ma da quelle parti la legislazione del lavoro è diversa e già si risparmia sul costo del lavoro senza bisogno di scomodare Treu, Maroni e Damiano.
Scaduto il termine del 30 aprile dovrebbero essere gli ispettori a intervenire e imporre la stabilizzazione dei precari che svolgono lavoro subordinato secondo il contratto in essere nell’unità produttiva. Ma le imprese resistono o propongono, come nel caso del call center di Tele2, la stabilizzazione di soli 300 lavoratori precari e il parallelo licenziamento di 350 a tempo indeterminato, che potranno diventare 400 o 500. Insomma, se devo fare spazio allora preferisco quelli che stabilizzo adesso e a condizioni economiche più basse. L’arma del ricatto viene utilizzata senza timore e il problema risulta concretamente rovesciato. Per salvare il bambino muore il fratello.
L’amministratore delegato del call center di Tele2 motiva tale fantasiosa proposta con la differenza del costo del lavoro rispetto alla concorrenza. Le imprese in Italia non hanno più alcuna tendenza ad aumentare il profitto con strumenti che non siano il taglio del costo del lavoro. La tendenza al ribasso sul costo del lavoro ha creato in questi ultimi anni in Italia anche un ribasso della qualità delle cosiddette, risorse umane. Le aziende hanno pensato bene che per gestire un universo di precari fosse sufficiente una manciata di giovani dalla buona volontà anche se dal poco sapere. Ciò che non si sa o vuole fare in casa lo si dà fuori, sfruttando meglio i “precari degli scantinati”. L’esternalizzazione delle commesse ammonta a 33 milioni di euro nel 2005 per il call center di Tele2, eppure non basta.
L’amministratore delegato di Transcom World Wide ha scelto di ricattare i sindacati proponendo un inaccettabile scambio a fronte della legge, sia pure timida e piena di falle: ne assumo solo 300, ma potrei licenziarne 350, forse 400, dipende dai bilanci semestrali. In questo caso pare che Damiano abbia aperto due porte, una per entrare, l’altra per uscire. Ma non era un po’ diverso l’obiettivo della legge?
23/05/07
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