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Nell’ultimo periodo il tema delle morti sul lavoro ha trovato spazio come mai prima su televisioni e giornali. Tutte le massime cariche dello Stato, a partire dal presidente Napolitano, hanno richiamato l’attenzione sul problema delle cosiddette “morti bianche”. In molti pensano che il pubblico interesse su questo tema sia dovuto a questi interventi. Verosimilmente, le cose stanno in maniera diversa: alcuni, nelle istituzioni e nella classe dominante, si sono accorti che questo problema rischia di innescare seri conflitti sociali. Prova di questo è che a Genova, dopo l’ennesima morte nel porto, i camalli hanno scavalcato le direzioni sindacali e – oltre a scioperare – hanno effettuato blocchi stradali e cortei spontanei. Per evitare altri episodi del genere che possano incrinare la tanto cara pace sociale, Napolitano e altri sono intervenuti, indirizzando subito il dibattito sul terreno etico, quando invece il problema è essenzialmente sociale, economico e politico.
Nel frattempo in parlamento, vanno avanti fra mille difficoltà i lavori sul Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro. Difficoltà dovute anche al fatto che nella stessa maggioranza di governo i partiti borghesi fanno un paziente lavoro di smussatura, diluizione e temporeggiamento. Molti lavoratori, Rls (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza) e tecnici del settore aspettavano questo decreto: sia perché dopo la 626 si sono aggiunti molti provvedimenti che hanno reso abbastanza ingarbugliato il quadro normativo, sia per invertire la rotta presa sotto il governo Berlusconi, che aveva cercato di depenalizzare tutto il possibile e di ridurre il problema ad una questione di “buone pratiche” da seguire.
Quest’autunno era sembrato di vedere un segnale positivo. Il governo, infatti, ha varato una norma che prevede la registrazione dei lavoratori edili il giorno prima che questi prendano servizio (e non più nei cinque giorni successivi). è stato spiegato che ciò serviva perché spesso capita che questi lavoratori si infortunino (o peggio) il primo giorno di lavoro. In realtà, si tratta ovviamente di lavoratori in nero che vengono registrati solo se capita un infortunio serio. Se questo provvedimento andrà ad incidere sul lavoro nero (e infatti migliaia di lavoratori sono stati regolarizzati), non inciderà altrettanto sulla sicurezza vera e propria.
Il governo si è anche vantato di aver assunto quasi 800 ispettori del lavoro: in realtà, di questi solo una settantina sono tecnici, il resto sono amministrativi. Un fatto grave, invece, è stato quello di aver inserito nella scorsa finanziaria l’articolo 1198 che esenta le aziende che ”emergono dal nero” da qualsiasi ispezione e controllo sanitario per un anno. E in progetto, fra le nuove “liberalizzazioni” di Bersani c’è anche quella di permettere che controlli decisivi di sicurezza sui macchinari siano effettuati da società private anziché, com’è stato finora, da istituzioni pubbliche (l’Ispesl). I casi Enron e Parmalt hanno già dimostrato quanto sia efficiente la “privatizzazione del controllo”…
Venendo al Testo Unico, le linee principali prevedono una riformulazione del sistema sanzionatorio, la tutela dei parasubordinati ed il “rafforzamento” del ruolo del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale (Rlst). Questi ultimi rappresentano i lavoratori di aziende molto piccole, che quindi vengono raggruppati territorialmente. Dubitiamo molto che basti una legge per rafforzare il ruolo di un rappresentante che il più delle volte nemmeno esiste.
Per quanto riguarda i parasubordinati, la legge li può anche tutelare, ma quale sarà il precario che andrà a denunciare che nella sua azienda vi sono rischi per la salute e la sicurezza?
Quindi, i punti di forza del Testo Unico dovrebbero essere un inasprimento delle sanzioni ed una riorganizzazione delle attività ispettive (oggi divise fra ministero del lavoro, Asl, vigili del fuoco, ecc.). Tuttavia, le ispezioni non possono essere fatte senza ispettori (e ce ne sono un numero infinitamente piccolo) e anche le sanzioni si sono dimostrate un deterrente poco efficace.

Perché si muore di lavoro
Secondo stime dell’Organizzazione mondiale per la sanità, ogni anno nel mondo ci sono 217 milioni di nuovi casi di malattie professionali e 250 milioni di infortuni sul lavoro, di cui 330.000 mortali (2,2 milioni secondo i sindacati, invece). In Italia, l’anno scorso ci sono stati 1.280 morti sul lavoro e più di 900mila infortuni, a cui ne andrebbero aggiunti altri 200mila stimati dall’Istat nel lavoro nero. Queste cifre da sole spiegano la portata del fenomeno e la gravità di questa guerra silenziosa. Gli omicidi bianchi avvengono in ogni paese e in ogni settore dell’economia capitalista, tanto che da molti vengono visti come una tragica fatalità inevitabile. Ad alimentare questo sentimento contribuiscono anche politici famosi, quando parlano di “martiri”. Bisogna anche riflettere su perché si parla di “morti bianche”: che cosa significa? Niente. È solo una distorsione di quelli che il movimento operaio in passato chiamava omicidi bianchi. Omicidi perché sono dei veri e propri assassinii, bianchi perché giuridicamente non si indica chiaramente l’omicida. E, invece, parlare di “morti bianche” rende tutto più asettico, edulcorato e impersonale. E nasconde i veri colpevoli…
La nocività è propria del lavoro in questo sistema e non è dovuta solo a incuria o arretratezza tecnica. Se nei settori a basso investimento tecnologico (edilizia, logistica, legno, cave) prevale l’infortunio vero e proprio, in quelli ad alta tecnologia predomina l’insorgenza delle malattie professionali. In Italia, il settore con la più alta frequenza infortunistica è quello metallurgico, i più bassi quello chimico e petrolifero. Per capire le vere cause delle morti sul lavoro e quale deve essere la risposta è importante analizzare i dati del passato e gli effetti delle leggi in materia.
Come si vede dal grafico, gli infortuni subiscono un continuo e lento calo, mentre le morti sul lavoro hanno un andamento più altalenante. Gli ottimisti di professione ci spiegano che siamo di fronte ad “un graduale superamento del fenomeno”, ma le cose non stanno così. Per prima cosa vediamo come nel 2006, quando fatturato e ordinativi industriali hanno avuto un serio aumento, gli incidenti mortali sono tornati a crescere. E poi, il calo degli infortuni è accompagnato da un aumento delle malattie professionali. In particolare, nel settore industria e servizi, c’è stato negli ultimi cinque anni un aumento dell’81% delle tendiniti, del 166% delle affezioni dei dischi intervertebrali, del 62% delle artrosi, del 54% dei tumori e del 101% delle neuropatie (elaborazione effettuata su dati Inail). E stiamo parlando di dati ufficiali, che non tengono conto del lavoro nero (infatti Sicilia, Campania e Lazio sono le regioni con la più bassa frequenza infortunistica). Con questi dati è possibile fare un bilancio reale degli effetti della 626 (la più importante legge in materia degli ultimi 30 anni) e prevedere che anche il nuovo Testo Unico non inciderà seriamente sul fenomeno.
Vediamo quindi, che cambiando la produzione, la nocività del lavoro cambia, ma non diminuisce. La causa fondamentale della mancanza di sicurezza e salute dipende dall’organizzazione del lavoro. Tutto in un’azienda capitalista è organizzato per la massimizzazione dei profitti: i macchinari, gli spazi, i ritmi. Se i lavoratori non hanno la possibilità di intervenire sull’organizzazione del lavoro, non possono neanche rendere più sicura l’azienda dove si trovano. In particolare, vediamo come la ripresa economica che oggi è in atto in Italia sia dovuta soprattutto ad un aumento dello sfruttamento della forza-lavoro. Quindi se i padroni italiani investono poco (o nulla) in tecnologia, figuriamoci se sono disposti a farlo per la sicurezza. L’aumento dello sfruttamento, poi, significa anche un allungamento degli orari (anche tramite gli straordinari) e un’intensificazione dei ritmi. Questa è una delle cause principali non solo degli infortuni, ma anche di molte malattie professionali.
A tutto ciò dobbiamo anche aggiungere l’aumento vertiginoso del precariato e delle esternalizzazioni. Ovviamente un precario, essendo ricattabile, difficilmente denuncerà una situazione di rischio nella sua azienda. Ma anche le esternalizzazioni, che hanno fatto sì che all’interno di uno stesso luogo di lavoro ci siano lavoratori di quattro, cinque o più ditte diverse, aumentano i rischi per la sicurezza. A parte la pratica ignobile dei sub-appalti in edilizia, che porta a condizioni di lavoro ottocentesche, anche nelle fabbriche e nei porti questa situazione provoca incidenti, spesso gravi. Questo perché i lavoratori (essendo dipendenti di ditte diverse) non sono coordinati fra loro. Non è un caso che gli incidenti più gravi avvengono molto spesso durante le operazioni di manutenzione ed è ormai la norma che la manutenzione venga affidata a ditte esterne. Quante volte è successo che un lavoratore abbia azionato un macchinario ignaro che un altro ci stava facendo la manutenzione?
Intervenire sull’organizzazione del lavoro
Ma allora è davvero possibile cambiare le cose? È mai successo? L’Italia ha sempre avuto delle leggi molto avanzate in materia di sicurezza sul lavoro, ne sono un esempio il Dpr 547 del 1955 e il Dpr 303 del 1956. Queste però non hanno avuto effetti incisivi. Infatti, per tutti gli anni ’50 e ’60, quando l’economia cresceva a ritmi molto sostenuti, gli infortuni aumentavano in maniera esponenziale. L’inversione di tendenza c’è stata intorno al 1970 e non a caso dopo l’Autunno Caldo, quando cioè sono cambiati i rapporti di forza nelle aziende e i lavoratori (tramite i consigli di fabbrica) intervenivano sull’organizzazione del lavoro. I tecnici si sentivano al fianco e al servizio dei lavoratori; si discuteva collettivamente su tutti fattori presenti sul posto di lavoro. Oggi invece la linea di pensiero si è spostata unicamente sul lavoratore: sulla sua formazione, sui suoi comportamenti, ecc. La formazione è importante ma non basta a determinare i comportamenti: questi dipendono anche dalla stanchezza, dai ritmi… insomma, torniamo di nuovo sul problema dell’organizzazione del lavoro.
Spesso le cause degli inciden-ti – e anche le soluzioni da prendere – i lavoratori le conoscono già. La recente morte di un manovratore ferroviario a Terni sembra la chiara conseguenza della riduzione delle squadre da sei a tre operai. Al porto di Genova lo spezzettamento in molte aziende, unito a turni estenuanti e frenetici fa sì che su 1000 dipendenti ci siano 700 infortuni all’anno. Alla ex-Ilva di Taranto, impianti e macchinari hanno ormai quarant’anni e il lento stillicidio di morti e infortuni continua. Tutte tragedie annunciate e di “annunci” ne arrivano di nuovi ogni giorno.
Un esempio, questa volta in positivo, viene dal Sud America. Nelle fabbriche occupate ed autogestite – in Venezuela, Brasile, Argentina – sono i lavoratori ad organizzare la produzione ed hanno portato alla scomparsa pressoché totale degli infortuni lavorativi.
Il problema va quindi affrontato non solo da un punto di vista legislativo, ispettivo e formativo, ma – innanzitutto – sindacale e conflittuale. La salute e la sicurezza non sono concertabili! Bisogna mobilitarsi per eliminare i fattori di rischio e nocività nelle aziende, controllare i ritmi e le turnazioni, riassorbire i lavoratori esternalizzati. Come misura immediata, far sì che in un luogo di lavoro dove operano più ditte, gli Rls siano riuniti in unico comitato e possano intervenire riguardo ad ogni ditta presente. Tutti questi temi dovrebbero essere oggetto di vertenza ad ogni livello: nella contrattazione nazionale, in quella aziendale e anche al di fuori di esse. Per questo rivendichiamo:
– Aumento delle ore di distacco retribuito per gli Rls.
– Pieno controllo dei lavoratori su tutte le fasi di analisi, valutazione e gestione del rischio.
– Libertà per gli Rls di intervenire in altre ditte presenti sul luogo di lavoro e/o in subappalto, elezione degli Rls da parte di tutti i lavoratori di un sito produttivo, anche se dipendenti di aziende diverse.
– Possibilità per gli Rls di interrompere la produzione in caso di situazioni di rischio.
– Effettivo potenziamento dei servizi ispettivi, sia per numero che per finanziamento, in stretto collegamento con le rappresentanze dei lavoratori sul territorio.
– Riassorbimento delle mansioni esternalizzate e fine dei subappalti.
– Limitazione del lavoro notturno ai casi di comprovata necessità tecnica o di servizio pubblico.
– Ripristino del divieto del lavoro notturno per le donne.
– Regolarizzazione dei lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno.
– Trasformazione del lavoro precario in contratti a tempo indeterminato.
– Riduzione d’orario a parità di salario.
Quindi la lotta per la sicurezza e la salute è legata a doppio filo a quella contro il precariato e per giusti salari. Per arrivare a ciò non basterà raccogliere delle firme o fare qualche manifestazione, visto che si mettono in discussione i profitti dei padroni. Le possibilità per rendere il lavoro sicuro ci sono. Come per gli altri diritti da conquistare, anche quello alla salute va raggiunto con la lotta, finendola con la concertazione e cambiando i rapporti di forza nelle aziende.
25/05/07
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