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Scontro decisivo in Venezuela Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   

Nazionalizzare o no?


Sono passati sei mesi dalla storica vittoria di Hugo Chavez nelle elezioni presidenziali del dicembre 2006. Da allora si è verificata una svolta ben precisa nel processo rivoluzionario. A chi chiedeva di scendere a patti con le forze dell’opposizione, Chavez ha fornito una risposta chiaramente negativa, e anzi ha ribadito la volontà di costruire il socialismo del XXI secolo, “nazionalizzando tutto ciò che era stato privatizzato” e lanciando l’idea della costruzione di un nuovo partito della rivoluzione, il Partito socialista unito del Venezuela.

Sulla base di questo spostamento a sinistra di Chavez, si è aperto un conflitto che è tuttora in svolgimento e il cui esito determinerà il futuro della rivoluzione venezuelana.

Chavez non ha rinnovato la licenza di trasmissione al canale televisivo privato Rctv, che aveva sostenuto il golpe fallito dell’aprile 2002 e non pagava le tasse. I mass media “liberi” di tutto il mondo gridano all’attentato alla libertà di stampa, ormai sotto il completo controllo del “regime chavista”, dimenticandosi di riportare che in Venezuela su 81 canali televisivi, 79 (il 97 per cento) sono privati!

Il governo bolivariano ha nazionalizzato Cantv, la principale impresa di comunicazioni, Electricidad de Caracas, una delle principali aziende energetiche del paese, e recentemente lo Stato venezuelano ha ripreso il controllo del bacino dell’Orinoco, una delle aree più ricche di petrolio al mondo, recuperando le strutture fino a ieri gestite da società controllate da multinazionali straniere. “Qui comincia l’autentica nazionalizzazione del petrolio” ha dichiarato Rafael Ramirez, ministro dell’energia.

Le nazionalizzazioni sono avvenute attraverso l’indennizzo non solo dei piccoli azionisti, ma anche delle multinazionali. Ciò però non ha affatto tranquillizzato i capitalisti, che nel mese di gennaio hanno artificialmente creato la scarsità di tutta una serie di prodotti alimentari, causando un aumento dei prezzi. Il governo è dovuto intervenire, ripristinando la circolazione delle merci, ma questo esempio fa capire come la borghesia, sconfitta temporaneamente dal punto di vista politico e dalla mobilitazione di massa, utilizzi la leva più potente rimasta nelle sue mani, quella economica, per cercare di deviare la rivoluzione dal proprio corso.


Sidor


Al tempo stesso, le nazionalizzazioni portate avanti dall’alto provocano tentativi, sacrosanti, di emulazione dal basso. Emblematico è il caso di Sidor, un’acciaieria privatizzata una decina di anni fa dal governo Caldera e i cui lavoratori, prendendo alla lettera le parole del presidente, esigono la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Da quando Sidor è stata privatizzata, le condizioni di lavoro ed i salari delle maestranze sono peggiorati in maniera significativa (i lavoratori sono passati da 11.600 a 5.700 nel giro di dieci anni) e ben tremila aziende dell’indotto sono state chiuse.

Poiché Sidor è controllata da una multinazionale argentina, Techint, Chavez si è sempre opposto al suo esproprio. Tuttavia Sidor opera in un regime di sostanziale monopolio e non produce per le esigenze dell’industria venezuelana, ma soprattutto per l’esportazione, e così il presidente sta valutando seriamente di riconsiderare la sua scelta. “Credo che le forze produttive dell’America latina si dovrebbero unire, ma non unirsi con l’obiettivo di sfruttarci”, ha dichiarato.

L’esempio di questa acciaieria dimostra come non ci siano capitalisti buoni o cattivi a seconda della provenienza: Techint sfrutta i lavoratori come una qualsiasi impresa Usa o giapponese.

Sulla base di questa e di altre esperienze, di recente Chavez ha affermato che potrebbero essere nazionalizzati istituti bancari e finanziari, come pure altre imprese “che non cooperano con lo Stato nella risoluzione delle emergenze sociali”.

Il problema è che continua ad esistere un abisso tra quello che il presidente Chavez dice e come vengono poi tradotte in pratica le sue parole da parte dalla burocrazia statale.


Sanitarios Maracay


Su questo giornale abbiamo parlato più volte della lotta dei lavoratori di Sanitarios Maracay, che dal novembre scorso stanno facendo funzionare la loro azienda sotto controllo operaio. La loro rivendicazione è la nazionalizzazione della stessa, ma in un recente incontro un alto funzionario del Ministero delle finanze ha proposto ai lavoratori di procedere verso… la costruzione di un impresa mista!

Fatto ancor più grave, il 24 aprile scorso, mentre si recavano a Caracas in occasione di una manifestazione organizzata dal fronte delle fabbriche occupate, Freteco, i lavoratori di Sanitarios Maracay sono stati picchiati selvaggiamente dalla polizia dello Stato di Aragua, dove ha sede lo stabilimento. Decine di loro sono stati feriti e addirittura sbattuti in prigione dal governatore dello Stato, Didalco Bolivar, e rilasciati solo dopo un paio di giorni.

Lo scontro fra i settori rivoluzionari e quelli più reazionari della società venezuelana è sempre altissimo, e la repressione attuata nei confronti di questi lavoratori non è che la punta dell’iceberg. Governatori, funzionari dei ministeri, sindaci, ufficiali delle Forze armate lavorano costantemente per depotenziare il contenuto rivoluzionario delle misure proposte da Chavez e per frenare la voglia di cambiamento delle masse.

Questi veri e propri agenti della controrivoluzione all’interno del movimento bolivariano sono costretti ad accettare una nazionalizzazione quando la proclama il presidente, ma non possono certo permettere che gli espropri avvengano dal basso, come sarebbe nel caso di Sanitarios Maracay, perché ciò costituirebbe un esempio troppo pericoloso.


Il Psuv


Per sconfiggere questi intenti controrivoluzionari non bastano il carisma e la popolarità di Chavez. I lavoratori hanno bisogno di strumenti con cui poter esercitare un controllo sull’apparato dello Stato (come i consigli operai organizzati oggi nel Freteco) e l’avanguardia del movimento una struttura organizzativa col quale poter dirigere e velocizzare il cambiamento.

Questo strumento potrebbe essere il Partito socialista unito del Venezuela, Psuv, progetto lanciato da Hugo Chavez nel dicembre scorso. L’annuncio della creazione di questo partito ha scompaginato le carte all’interno del movimento bolivariano. Le direzioni di tre fra i partiti principali della coalizione chavista, Podemos, Patria para Todos e il Partito comunista venezuelano, si sono spaccate sulla questione dell’adesione al Psuv o hanno affermato esplicitamente che non vi aderiranno. Questo rappresenta un segnale positivo, in quanto i dirigenti di questi piccoli partiti avevano ostacolato in più occasioni le proposte più radicali adottate da Chavez negli ultimi anni.

In queste settimane si stanno raccogliendo le adesioni al partito in tutto il paese e tutti i segnali indicano che si iscriveranno al partito centinaia di migliaia di persone, se non milioni. Nell’area metropolitana di Caracas gli iscritti sono già oltre 200mila. Questi iscritti dovrebbero eleggere i delegati al congresso di fondazione del partito che dovrebbe tenersi a fine 2007, dove si discuterà del programma.

C’è chi dice, fra le presunte avanguardie che si autoproclamano rivoluzionarie, che il Psuv diventerà uno strumento di controllo burocratico del movimento. Ma questo non si può certo definire in anticipo e i marxisti della Corriente marxista revolucionaria sono stati dal primo momento convinti della necessità di aderire al Psuv. Un processo di partecipazione di massa così ampio di adesione al nuovo partito, come stiamo vedendo in questi mesi, fornisce infatti una grande opportunità per discutere rispetto a quale sia il programma migliore per far avanzare la rivoluzione.

Il Psuv nasce con l’obiettivo dichiarato di costruire il socialismo in Venezuela, ma è proprio su questa questione che il dibattito è molto aspro.

Il “socialismo del XXI secolo” sarà sinonimo di economia mista, dove i capitalisti e l’apparato dello Stato borghese continuano a vivere e a prosperare, oppure un sistema dove i grandi capitalisti e le multinazionali vengono espropriati e l’apparato statale viene distrutto e sostituito da una democrazia operaia, che abbia come fondamenta i consigli operai, come quello di Sanitarios Maracay che sta gestendo la produzione? Deve essere una rivoluzione racchiusa entro i confini nazionali o che si estenda al resto dell’America Latina, partendo da una Federazione socialista con Cuba e la Bolivia?

Ancora una volta lo scontro decisivo sarà tra riforme e rivoluzione. Chi si sottrae da questo scontro, rinunciando a portare le proprie idee nel Psuv, non fa altro che lasciare il campo libero a quei settori corrotti ed arrivisti che vogliono fare del nuovo partito un’altra macchina burocratica per condurre i propri affari.

La rivoluzione venezuelana ha saputo resistere e progredire grazie alla straordinaria partecipazione attiva delle masse in ogni momento chiave della sua storia. E sarà così anche nel prossimo futuro. Le idee rivoluzionarie si potranno imporre solo se si legheranno allo sviluppo di mobilitazioni, alla generalizzazione delle esperienze di controllo e gestione operaia delle fabbriche, alla partecipazione del maggior numero di lavoratori e giovani alla costruzione del Psuv.

 

23/05/07 

 
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