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Salari italiani fra i più bassi d’Europa Stampa E-mail
Scritto da Roberto Sarti   

Un recente rapporto dell’Eurispes sui salari in Italia ha fornito un’analisi statistica di quanto milioni di lavoratori vivono sulla propria pelle: un calo drastico delle retribuzioni, che porta il famoso Istituto di studi ad affermare che “i salari italiani sono fra i più bassi d’Europa”.

I dati parlano chiaro: dal 2000 al 2005 i salari dei lavoratori dell’industria e dei servizi in Italia sono cresciuti solo del 13,7 per cento a fronte di una crescita del 18 per cento media in quattordici paesi altri paesi dell’Unione europea. Se i salari sono aumentati in misura minima, il costo del lavoro nel nostro paese è fra i più convenienti a livello europeo, con 21,3 euro all’ora. Ci battono solo Spagna, Grecia e Portogallo.

La situazione per i lavoratori italiani assume aspetti clamorosi se consideriamo il salario netto annuo, senza carichi familiari, ed il suo andamento tra il 2004 ed il 2006. Con 16.242 euro nel 2006 veniamo battuti solo dal Portogallo, mentre la crescita del 4,1 per cento è la più bassa di tutta l’Ue. Inoltre, i paesi più poveri (e più vicini ai livelli salariali dell’Italia) vedono il salario medio crescere significativamente: in Grecia del 34,5 per cento ed in Portogallo addirittura del 52 per cento rispetto al 2004. Se teniamo conto, inoltre, dell’effetto corrosivo dell’inflazione, che negli ultimi quattro anni in Italia è cresciuta più dei salari, osserviamo addirittura come nel 2006 il reddito di cui può godere il lavoratore (il salario netto a parità di potere d’acquisto) sia sceso al di sotto di quello dei greci e degli spagnoli, mentre corrisponde a poco più della metà di quello dei lavoratori britannici, e precisamente il 57 per cento.

Le donne sono ancora discriminate, ma su questo siamo in media europea: sono solo tre infatti i paesi dove le lavoratrici vengono pagate più che in Italia (circa l’80 per cento del salario dei maschi).

C’è solo una categoria dove il lavoratore italiano occupa i primi posti della classifica europea, quella del cuneo fiscale (tasse e contributi pagati sul salario), dove ci troviamo al quarto posto col 45,8 per cento per un lavoratore senza familiari a carico, preceduti solo da Belgio, Svezia e Germania, dove però lo Stato sociale garantisce servizi ben superiori. La situazione non cambia di molto quando si calcolano gli sgravi familiari. Il governo Prodi aveva promesso durante la campagna elettorale di mettere mano a questa situazione particolarmente scandalosa per i lavoratori dipendenti. Ma come abbiamo notato tutti nelle nostre tasche, un primo taglio del “cuneo” è infatti avvenuto nella Finanziaria 2007, ma il 60 per cento è andato alle imprese mentre il restante 40 per cento è stato spalmato su tutti i contribuenti!


Affitti alle stelle


Un’ulteriore ricerca di Censis, Sunia e Cgil ha dimostrato come sia diventato ormai impossibile vivere in affitto. Negli ultimi sette anni gli affitti sono aumentati del 107 per cento con punte del 128 per cento nelle grandi città. Chi paga questi canoni non sono le fasce più benestanti, ma coloro che non possono permettersi, nemmeno attraverso mutui-capestro, di acquistare una casa: il 76,4 per cento degli affittuari guadagna infatti meno di 20mila euro all’anno!

Sono oltre quattro milioni i nuclei familiari che vivono in affitto. Tante famiglie di operai (39,6 per cento) e pensionati (32,95 per cento) che, oltre a dover stringere la cinghia di fronte a retribuzioni sempre più da fame, vengono salassate ogni mese dai rispettivi padroni di casa.

Davanti a queste cifre, ci chiediamo dove Confindustria trovi il coraggio di battere ancora cassa, quando davanti alla prospettiva di un surplus derivante dal boom delle entrate fiscali (il famoso “tesoretto”) chiedono che quest’ultimo venga destinato alle imprese. I padroni italiani hanno avuto anche troppo negli ultimi vent’anni!

Sono oltre vent’anni che assistiamo ad una costante erosione dei salari, ottenuta attraverso la firma di contratti al ribasso e l’eliminazione della scala mobile, un meccanismo che garantiva una copertura dall’aumento dell’inflazione. Si dovevano fare sacrifici per far ripartire l’economia, si diceva.

Chi ha buona memoria, si ricorderà di quando l’equo canone fu abolito e governo dopo governo, decreto dopo decreto, fu liberalizzato totalmente il mercato degli affitti, riducendo l’edilizia pubblica ai minimi termini. Il mercato della casa è fermo, bisogna dare più libertà ai proprietari per quanto riguarda i contratti, si ribadiva.

A questa propaganda si oppongono non solo l’esperienza di tutti i giorni, ma anche le statistiche e le cifre nude e crude. Spiace constatare che tanti dirigenti a sinistra, nel sindacato, nel movimento operaio, credano ancora nel primato dell’impresa e del mercato e non si accorgano delle condizioni sempre più allarmanti in cui vivono vasti settori delle classi meno abbienti.

Bisogna cambiare rotta. Nei contratti oggi in scadenza bisogna chiedere aumenti consistenti, non inferiori ai duecento euro come richiesto da numerosi delegati metalmeccanici in un appello pubblicato sul Manifesto e sul nostro sito. È ora che si ripristini un meccanismo automatico, come la scala mobile, di adeguamento dei salari al costo della vita. Che si giunga ad una calmieramento dei canoni di locazione per porre freno al caro affitti, rilanciando l’edilizia pubblica a canoni accessibili e combattendo la grande speculazione immobiliare.

Queste ed altre rivendicazioni possono sembrare lontane dai discorsi che si sentono in Parlamento o che filtrano dalle riunioni del consiglio dei ministri di un governo eletto anche con i nostri voti. Ma sono appunto richieste che cercano di esprimere tutto il malessere che sale con forza dal basso, da parte di milioni di lavoratori e che, quanto più rimarrà inascoltato, tanto più avrà un carattere dirompente una volta che irromperà sulla scena politica.

Sta a noi comunisti riuscire ad organizzare e interpretare tutta la rabbia e lo scontento che cova oggi all’interno del movimento operaio e che non trova alcuna eco nelle decisioni di questo governo.

 

23/04/07
 
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