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CGIL - No all’equazione “dissenso uguale terrorismo” Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

Nelle scorse settimane la Cgil è stata attraversata da un intenso dibattito sul terrorismo. Incredulità e indignazione sono stati gli stati d’animo prevalenti tra lavoratori e delegati quando si è appreso che tra gli arrestati delle nuove Brigate rosse c’erano anche delegati iscritti alla confederazione. Sono stati convocati attivi dei delegati e organismi dirigenti a tutti i livelli fino ad arrivare al Direttivo nazionale del 14 marzo.

 

Ma se da parte degli iscritti c’era soprattutto la volontà di discutere di come e perché ciò fosse successo, da parte del vertice l’iniziativa è stata usata in prevalenza per ribadire il vecchio teorema secondo il quale gli atteggiamenti eccessivamente critici verso le decisioni del sindacato e la ricerca del conflitto sociale come strumento per difendere gli interessi dei lavoratori, in ultima analisi rappresenterebbero il terreno fertile per le infiltrazioni terroristiche.

Da qui la decisione del Direttivo nazionale Cgil di produrre un “decalogo” teso a definire un comportamento etico a cui gli iscritti al sindacato dovranno attenersi nel prossimo futuro. Decalogo che può essere così riassunto: maggior controllo sulla propria base e determinazione da parte del vertice sindacale, impugnando lo Statuto e applicandolo alla lettera, a ridurre ai minimi termini il dissenso interno sulle scelte che verranno portate avanti in futuro.

Argomenti simili erano già stati introdotti in occasione dell’adesione di alcune categorie alla manifestazione contro il precariato del 4 novembre, e subito dopo in un’aspra polemica con Rinaldini e Cremaschi, che a quella manifestazione avevano partecipato. Allora l’oggetto della polemica fu la partecipazione a una manifestazione alla quale aderivano anche i Cobas, considerati dal vertice Cgil ostili all’organizzazione.

Il problema è che il vertice sindacale sta sempre più concretamente toccando con mano la propria perdita di autorità tra i lavoratori. Un serio campanello d’allarme fu proprio la manifestazione del 4 novembre, dove a dispetto dei diktat del vertice sindacale, la presenza di iscritti alla Cgil fu significativa. E non va dimenticato quanto accaduto a dicembre a Mirafiori, dove i segretari nazionali di Cgil Cisl e Uil vennero contestati dai lavoratori per l’appoggio dato alla finanziaria e per le aperture fatte sulle pensioni.

Nella misura in cui il gruppo dirigente perde autorità, ecco che si fa avanti lo strumento dell’autoritarismo per tentare di mantenere il controllo sui lavoratori. Da un lato c’è un tentativo di ridurre ai minimi termini il dissenso interno, dall’altro si susseguono le decisioni prese in modo unilaterale sulle quali i lavoratori non hanno diritto di parola. Il caso più evidente è la piattaforma unitaria elaborata da Cgil, Cisl e Uil su pensioni, contratti nazionali e precariato, portata direttamente dagli organismi dirigenti al tavolo di trattativa con governo e Confindustria, senza che i lavoratori abbiano avuto la minima opportunità di discuterla nei luoghi di lavoro. Del resto è avvenuto lo stesso per la riforma del Tfr nei fondi pensione, col sindacato tutto proiettato nella campagna per incanalare le liquidazioni dei lavoratori nei fondi di categoria, accettando anche uno strumento a dir poco discutibile come il silenzio assenso.

Il recente caso di Debetto, delegato della Filcem della Pirelli di Torino, espulso dalla Cgil perché colpevole di aver appeso un volantino in fabbrica e aver partecipato alla manifestazione dei Cobas a novembre contro la finanziaria, è significativo. Debetto fin dai primi giorni dopo la sua espulsione ha ricevuto una forte solidarietà dai suoi colleghi che hanno raccolto oltre 280 firme contro l’espulsione, tanto più contestabile se si considera che la procedura era stata avviata a novembre che il provvedimento è arrivato poco dopo gli arresti. È solo una coincidenza?

Molte sono le scadenze decisive che il sindacato si sta apprestando ad affrontare, le pensioni, i contratti nazionali (riguardano circa 10 milioni di lavoratori), le ristrutturazioni di Alitalia e Ferrovie (solo per citare i casi più eclatanti). Più il gruppo dirigente prosegue sulla strada dei compromessi a perdere, più sarà determinato a ridurre gli spazi per una seria opposizione che può trovare l’appoggio dei lavoratori.

Da sempre l’azione terroristica di gruppi più o meno organizzati ha offerto l’opportunità ai vertici sindacali di ridurre l’agibilità dei militanti più critici, oggi vediamo che la storia si ripete. Un gruppo dirigente con uno scarso consenso tenta di seminare paure fra i lavoratori, suggerendo l’idea che chi parla di lotta alla precarietà o rifiuta la concertazione sia un potenziale terrorista. A questa campagna si risponde con un lavoro sistematico nei luoghi di lavoro, con la discussione e la spiegazione paziente, non accettando le insinuazioni di un apparato che non aspetta di meglio che la scoperta di qualche “cospiratore” per sviare la discussione dai temi reali e impedire qualsiasi partecipazione e controllo sulle scelte sindacali da parte dei lavoratori.

 

23/04/07 

 
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