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Esselunga… diritti corti! Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Lania   

Sabato 7 aprile fuori dalla sede centrale di Esselunga, in Via Piave a Milano, si è tenuto un presidio di protesta organizzato dall’assemblea regionale dei delegati Rsu di Cgil-Cisl-Uil. Presenti oltre un centinaio di delegati sindacali che picchettavano l’ingresso del negozio con volantini e cartelloni contro Esselunga. Erano 20 anni che la sede di Via Piave non vedeva una protesta dei propri dipendenti.

 

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stata la nuova organizzazione del lavoro introdotta dall’azienda in modo del tutto unilaterale, imposta a lavoratori e sindacato, senza cercare alcun confronto. Peggioramenti che vanno a colpire soprattutto le lavoratrici, in quanto coinvolgono in particolare gli orari delle cassiere. In pratica Esselunga ha aumentano drasticamente i turni nella fascia serale, al punto che le lavoratrici si troveranno a fare anche due o tre settimane di seguito di turni serali. In più si è allungato ulteriormente l’orario di chiusura per le cassiere, che passa dalle 21.15 alle 21.30 (quando teoricamente il negozio dovrebbe chiudere alle 21.00).

Si parla tanto di famiglia sui giornali e in televisione, ma nessuno dice che sono proprio i peggioramenti introdotti dalle aziende in nome del profitto, a distruggere la famiglia e la vita sociale dei lavoratori. Come ci spiegava una lavoratrice presente al presidio: “Finora i turni serali già comportavano molti disagi, per me e la mia famiglia. Ma con la nuova turnazione, io quando li vedo i miei figli?” O anche, come spiegava ironicamente un cartello esposto dai lavoratori: “Anticoncezionali sicuri 100%: pillola, profilattico… turni Esselunga”.


L’IMPERO DI CAPROTTI


Esselunga è stata la prima catena di supermercati nata in Italia (nel 1957), fondata e tuttora diretta Bernardo Caprotti, oggi 82enne. Presente soprattutto nel nord Italia, l’impero di Caprotti conta oggi oltre 130 punti vendita, quasi 15 mila dipendenti e un giro di affari di ben 4,3 miliardi di euro l’anno. Un impero costruito sulla pelle dei lavoratori, attraverso decenni di contratti flessibili di ogni tipo e attraverso vessazioni continue contro i lavoratori.

Il ritratto che ci fanno dell’azienda i lavoratori con cui abbiamo discusso al presidio è molto vivo e preciso. Innanzi tutto, l’arma della precarietà è usata a piene mani da Esselunga: esistono contratti a termine di ogni tipo – perfino di solo un mese di lavoro – e un conseguente turn-over elevatissimo di lavoratori. Anche quando miracolosamente si riesce a passare a tempo indeterminato, gli strumenti di ricatto di cui dispone l’azienda sono parecchi. Prendiamo i cosiddetti “part-time week-end” usati massicciamente in tutti i negozi del gruppo: assunti per lavorare obbligatoriamente di venerdì, sabato e domenica (oltre alle festività, compresi il 25 aprile e il primo maggio!), con uno stipendio da fame di circa 700 euro. In realtà, questi lavoratori vengono utilizzati dall’azienda anche durante la settimana, con orari che sono comunicati giorno per giorno. Ben pochi riescono a sottrarsi alla richiesta continua di straordinari, per la paura di essere lasciati a lavorare solo quei tre giorni di contratto, il cui misero salario non può chiaramente bastare a vivere. Ma se anche il ricatto del contratto e del salario non basta, ci sono sempre le lettere di contestazione (con multa disciplinare in busta paga), i trasferimenti (non richiesti) di negozio, la non concessione dell’alternanza di cassa, anche in presenza di malattie professionali riconosciute. Pressioni cui sono sottoposti quei lavoratori che decidono di rompere con la filosofia aziendale, specie se si decide di iscriversi o impegnarsi col sindacato. Come spiegava bene un altro dei cartelli della protesta: “A fine turno per rilassarmi vado in manicomio. Firmato: un sindacalista”…


ESTENDERE LA LOTTA


Nonostante un clima difficile una parte dei lavoratori di Esselunga ha trovato la dignità per dire basta a questa situazione. è un piccolo segnale, ma significativo: era dagli anni ’80 che non si vedevano proteste simili in questa azienda. è chiaro che il picchetto di protesta deve servire a preparare il terreno per portare la lotta a un piano più alto. è necessario organizzare lo sciopero in tutte le filiali del gruppo, contro la nuova organizzazione del lavoro e contro gli atteggiamenti antisindacali dell’azienda. Ma è anche necessario, per riuscire ad incidere veramente, lavorare per collegarsi agli altri lavoratori, a partire da quelli delle altre catene commerciali. Il problema dei salari da fame, l’utilizzo massiccio di contratti precari, l’estrema flessibilità in tema di orari di lavoro, con la conseguente condizione di ricattabilità permanente del lavoratore, sono problemi che accomunano i lavoratori di tutte le catene della grande distribuzione, nessuna esclusa. Solo mettendo in campo tutta la forza dei lavoratori saremo in grado di lanciare una seria controffensiva per conquistare salari e condizioni di lavoro dignitose.

 

23/04/07 

 
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