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Rifondazione comunista Dopo la Conferenza di Carrara Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

I quattro giorni della Conferenza nazionale d’organizzazione tenuta da Rifondazione comunista a Carrara ci permettono di gettare uno sguardo allo stato del partito e del suo dibattito interno.

Balza agli occhi innanzitutto la grande difficoltà di strategia nella quale si dibatte il gruppo dirigente. La linea governista convince sempre meno, serpeggia nel partito una forte preoccupazione per la mancanza di risultati, per i rospi sempre più indigesti che il Prc deve ingoiare, dalla finanziaria all’Afghanistan. Significativo il fatto che i principali dirigenti della maggioranza abbiano dovuto abbandonare l’argomentazione originaria, basata sulla prospettiva di cinque anni di governo con l’Unione, e abbiano adottato un discorso di breve termine, quasi da ultima spiaggia. “Siamo al campanello dell’ultimo giro di gara, quando si deve dare tutto e o si vince o si perde”, ha detto il responsabile d’organizzazione Ferrara nella sua relazione: un riconoscimento implicito delle grandi e crescenti difficoltà a spiegare quale sia il ruolo del Prc in questo governo. La difficoltà emerge in modo ancora più evidente nel documento conclusivo approvato e nelle conclusioni di Giordano: la lunga lista di obiettivi proposti al partito (difesa delle pensioni, lotta alla rendita finanziaria, “risarcimento sociale”, ecc.) non è accompagnata da alcuna riflessione su tre punti decisivi. Primo: perché finora questa linea non ha portato ad alcun risultato apprezzabile; secondo: come creare su questi obiettivi una mobilitazione efficace, stante anche l’evidente calo di credibilità e di capacità di mobilitazione del partito, soprattutto fra i lavoratori; terzo: che fare nel caso che la tanto invocata svolta non si produca e il governo continui come un carro armato per la sua strada, ignorando completamente ogni rivendicazione avanzata dai movimenti di lotta (Vicenza insegna qualcosa?).

Gli appelli al “rispetto del programma” suonano come una voce sempre più flebile, proveniente da un passato ormai morto e sepolto. Lo spostamento a destra del governo viene negato contro ogni evidenza, la stessa convergenza dell’Udc nel voto sulla politica estera è stata rimossa con un silenzio davvero assordante.


Il tracollo delle opposizioni interne


Il partito è oggi già molto diverso da quello del congresso di Venezia del 2005. Cambiano gli assetti interni, il dibattito, la composizione stessa del partito. Si materializzano spezzoni di un partito in precedenza quasi sconosciuto, legati all’ipertrofia della presenza istituzionale a tutti i livelli. Si moltiplicano apparati e iniziative legate non al protagonismo della militanza, ma alle varie figure istituzionali, sedi di discussione e decisione politica sottratte a ogni partecipazione degli iscritti.

È questo collante istituzionale che spiega il paradosso (in realtà solo apparente) di questa fase, ossia il fatto che proprio mentre una linea politica mostra la corda in modo sempre più evidente, il gruppo dirigente sia sorretto da una maggioranza negli organismi dirigenti nazionali più ampia di quanto mai si sia visto nel Prc nel corso dell’ultimo decennio. Il segretario Giordano ha potuto contare in questa conferenza nazionale sul sostegno di circa il 90 per cento dei partecipanti al voto. Come si spiega una svolta tanto drastica, quando ancora un paio d’anni fa l’insieme delle aree critiche nel Prc assommava a oltre il 40 per cento dei delegati al congresso nazionale?

La risposta si trova nel processo di vera e propria disintegrazione, politica innanzitutto, che ha travolto quelle che nel 2005 erano le principali componenti di minoranza.

Alla diaspora di quella che era Progetto comunista si somma ora la frantumazione della principale delle opposizioni, Essere comunisti, divisa a sua volta in tre componenti, due delle quali si sono ricollocate in maggioranza, nonché il suicidio in diretta di Sinistra critica, l’area di Cannavò e Turigliatto.

Prima di analizzare le cause di questa vera e propria frana è bene riassumere gli ultimi passaggi.

Sinistra critica verso la scissione?


Il “caso Turigliatto” ha tenuto banco in molte conferenze provinciali. In nove federazioni sono stati approvati ordini del giorno che ne chiedevano la riammissione nel partito, mentre in molte altre il voto ha mostrato come nel corpo del partito vi sia stata una forte opposizione all’espulsione di Turigliatto.

Nonostante ciò, i compagni di Sinistra critica hanno deciso di rinunciare alla battaglia, non partecipando al dibattito della conferenza (dove si sono limitati a un intervento nel corso del quale è stata letta una lettera del senatore espulso), non partecipando alle votazioni finali e commettendo un grave errore con la scelta di non ripresentare gli ordini del giorno approvati localmente al voto della conferenza nazionale. Un vero e proprio schiaffo a centinaia di compagni, appartenenti a tutte le componenti del partito, che si erano spesi in questa battaglia. A questo si accompagna la proclamazione di una posizione “aventiniana” di uscita da tutte le segreterie nelle quali Sinistra critica è presente.

Ci pare che il rifiuto di partecipare alla conferenza nazionale equivalga a imboccare un vicolo cieco che rischia di approdare, anche al di là delle intenzioni di molti compagni di quell’area, a un esito scissionista. In nome di quale prospettiva poi è tutto da discutere, poiché la creazione di un qualche tipo di fronte con un settore del sindacalismo extraconfederale, con i centri sociali del nordest e altri settori “movimentisti”, magari con la prospettiva di presentare liste alle future scadenze elettorali, non ha serie possibilità di incidere in modo decisivo nella classe operaia, di costruire strutture organizzative che siano praticabili per quei milioni di lavoratori che hanno il problema non di dichiarare la propria “critica”, ma di organizzarsi in modo efficace contro la cappa burocratica e istituzionalista con la quale i vertici del centrosinistra stanno tentando di ingabbiare il movimento operaio.


Frantumazione di Essere comunisti


Con un intervento a suo modo “memorabile”, Claudio Grassi ha portato a termine il riavvicinamento della sua area alla maggioranza, riprendendo con toni estremi l’attacco contro Turigliatto (come sembrano lontani i tempi in cui gli esponenti di Essere comunisti, per esempio Alberto Burgio, rompevano la disciplina del gruppo parlamentare e votavano contro la missione in Afghanistan…), liquidando con una sola frase l’intera battaglia della sua stessa area (“non voglio dilungarmi sul passato”). Il rientro in maggioranza di Essere comunisti ha determinato una ulteriore rottura con un settore di questa area, che si è espresso negli interventi di Pegolo e Giannini e in una dichiarazione collettiva finale presentata da Leonardo Masella con la quale si dichiarava la non partecipazione al voto sul documento finale.

Il repentino disgregarsi delle opposizioni interne ha una causa precisa che si chiama istituzionalismo. Ciascuna a suo modo, sia Sinistra critica che Essere comunisti hanno permesso che l’entrata di loro esponenti nella rappresentanza parlamentare si trasformasse in un elemento decisivo nel determinare le loro scelte politiche. Prive di una reale alternativa strategica al gruppo dirigente e di una riflessione adeguata sul rapporto fra il governo, la classe operaia e le sue organizzazioni, sono state fatalmente trascinate in una logica per la quale tutto ruota attorno al comportamento dei parlamentari. Persa così l’autonomia politica necessaria a poter impostare una battaglia scegliendo temi, terreni, metodi e argomenti, l’unica alternativa rimasta a questi compagni è stata quella fra capitolare alla maggioranza e tentare una fuga in avanti di tipo settario. L’impotenza dell’istituzionalismo e del governismo che è alla base dell’attuale crisi di strategia del Prc e della sinistra tutta, si manifesta quindi anche nel tracollo delle opposizioni interne al nostro partito.


La scissione dai Ds e il “cantiere” della sinistra


Tanto nel documento finale come nella maggior parte degli interventi il tema della scissione di Mussi dai Ds e della possibile nascita di un nuovo partito socialdemocratico a sinistra del Partito democratico è stata trattata in termini quantomai evasivi. Ha fatto eccezione l’intervento di Alfonso Gianni, il quale ha proposto in modo esplicito un percorso di fusione in tempi brevi: “Ai comunisti spetta oggi il compito di ricostruire la sinistra nel nostro paese, una sinistra a questo punto senza aggettivi”. La realtà è che la maggioranza non ha alcuna proposta credibile su come affrontare questo processo e più di uno indubbiamente si limita a sperare che la scissione del Correntone Ds sia un fallimento e non riesca a coagularsi in una forza significativa, permettendo così al Prc di raccoglierne i frutti senza sforzo.

Si tratta tuttavia di una visione miope, che non tiene conto di due elementi decisivi. Il primo è che la divisione nei Ds è destinata a incidere profondamente nell’apparato della Cgil, una parte consistente del quale, in prospettiva forse anche maggioritaria, non è disposta a diventare la cinghia di trasmissione del Partito democratico. Si apre quindi uno scontro complesso e di lunga durata in Cgil, nel quale è evidente che intervenire è per i comunisti un dovere elementare, ma per non rimanere schiacciati o finire a rimorchio di questo o quel settore burocratico è necessario un tenace lavoro di costruzione dal basso, nei luoghi di lavoro e nelle Rsu e un saldo impianto anticoncertativo. Di tutto questo non c’è quasi traccia nel dibattito odierno del gruppo dirigente, anche se ci devono incoraggiare i numerosi segnali che abbiamo colto nelle conferenze locali di compagni e circoli che stanno cercando, fra mille difficoltà, di orientarsi in modo efficace sul terreno dell’intervento operaio.

Il secondo punto di cui tenere conto è che la collocazione interna al governo oggi condiziona in modo decisivo ogni percorso di unità a sinistra, anche intesa come unità d’azione su singole campagne e rivendicazioni. Senza una ripresa del protagonismo dei lavoratori e fino a quando tutti i soggetti del “cantiere” della sinistra saranno impastoiati dalla partecipazione al governo, non vi sarà alcuna possibilità di uno sviluppo realmente positivo.

La crisi pressoché permanente del governo Prodi causerà nuovi terremoti nella sinistra italiana, tutti i progetti oggi in campo verranno sottoposti alla dura prova degli avvenimenti e metteranno in mostra tutta la loro fragilità.

Usciamo da questa conferenza più che mai convinti della possibilità di stabilire un dialogo e una collaborazione sempre più stretta con tanti militanti del Prc. La nostra area ha in questi due anni accresciuto la propria presenza e intervento, oggi può e deve proporsi con la massima fiducia al dibattito e all’attività comune con una cerchia crescente di compagni. Tutti coloro che vivono con sofferenza l’attuale fase di forti difficoltà del Prc, tutti coloro che non cercano posizioni o che non vogliono accontentarsi di proclamare la propria “critica”, ma intendono rimboccarsi le maniche e lavorare alla costruzione del radicamento operaio e giovanile del nostro partito, sappiano che troveranno sempre in noi la possibilità di un confronto e di un lavoro comune.

 

23/04/07 

 
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