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Un partito in sofferenza L’inchiesta di Vittorio Rieser Stampa E-mail
Scritto da La redazione   

Durante le assisi provinciali della conferenza d’organizzazione del Prc è stato distribuito un questionario che costituisce il primo serio tentativo di inchiesta sul partito. Hanno restituito il questionario compilato circa 2.500 militanti, circa 600 donne, che in gran parte sono dirigenti locali del partito.

I dati che ne emergono riscuotono pertanto un certo interesse perché rappresentano uno spaccato abbastanza rappresentativo degli umori prevalenti nell’organizzazione in quel settore intermedio del partito che è impegnato concretamente nell’attività di partito e che allo stesso tempo è sottoposto in maniera più diretta alle sollecitazioni della base.

A dispetto dell’enorme spazio che il Forum delle Donne ha ricevuto in questi anni su Liberazione solo il 16,1% delle compagne dichiara di essere attiva nel Forum delle Donne (stiamo quindi parlando in tutto di solo 100 dirigenti del partito a livello nazionale). Se l’inchiesta fosse rivolta a tutte le compagne iscritte, la percentuale risulterebbe ancor più bassa.

Di fatto si tratta di un’elite di parlamentari, assessore, consigliere e massime dirigenti del partito.

Altro dato interessante è che nonostante la retorica movimentista di cui si è ammantato il partito in questi anni solo il 16% degli intervistati è impegnato nelle mobilitazioni “alterglobaliste”, mentre l’80% è coinvolto nelle normali attività di circolo e il 50,8% nelle “tradizionali” feste di Liberazione.

Il 48% è iscritto a un sindacato (40% Cgil, 6% sindacati di base o “autonomi”, 2% Cisl o Uil) ed è molto alta anche l’adesione ad associazioni come l’Anpi o l’Arci. Ed in ogni caso il terreno principale di intervento politico vede al primo posto il lavoro (48%).

I circoli spesso sono frequentati e gestiti da gruppi ristretti di compagni. Nel 75% dei casi da meno di 15 persone.

Il livello di istituzionalizzazione è molto alto. Il 23,5% degli intervistati ricopre incarichi istituzionali. Tra i membri dei comitati politici federali questa percentuale è del 27,5%. Sale ancor più se si prendono in considerazione i membri degli esecutivi e delle segreterie (31,4%). Questo dato al nord Italia tocca la soglia del 37%.

Nonostante la platea sia piuttosto selezionata, un incredibile 42,5% degli intervistati non risponde alla domanda “sugli effetti che il governo ha sul partito”. Il 28,3% ne dà valutazioni parzialmente o totalmente critiche mentre solo il 27,3 dice che il governo “porta a misurarci con i problemi”, dando un giudizio fondamentalmente positivo dell’esperienza di governo del partito.

Come è emerso in vari interventi anche nel corso della conferenza nazionale, questo in realtà nasconde un malessere e un forte turbamento sull’attuale collocazione del partito che lo spinge a negare le ragioni sociali che da sempre lo hanno caratterizzato.

Nonostante la campagna martellante contro le “degenerazioni correntizie” che è stata fomentata in primo luogo dal gruppo dirigente nazionale, e che a sentire il dibattito avrebbe fatto pensare a un risultato plebiscitario contro le aree organizzate, c’è invece una netta tendenza tra gli intervistati a riconoscerle come un elemento di ricchezza.

Solo un quinto del partito le considera non positive (20,9%), ancora meno le vieterebbe (6,2%), mentre il 65% le valuta molto positivamente o abbastanza positivamente.

Ne emerge quindi non solo che il punto di vista del vertice non corrisponde alla base del partito, ma che nel caso concreto non trova grandi riscontri neppure nel quadro intermedio.

L’inchiesta mostra un quadro molto più problematico di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Ed è solo in questo quadro che può essere compreso il sostanziale stallo in cui è entrato il progetto della Sinistra europea. Circa la metà degli intervistati dichiara di non aver mai partecipato o visto iniziative della Sinistra europea nel proprio territorio. Là dove ci sono state, nella maggioranza dei casi sono state il frutto dell’iniziativa isolata del partito.

Né deve sorprendere che Liberazione, tra i gruppi dirigenti del partito e non sull’insieme del corpo militante, venga acquistato regolarmente solo dal 29% degli intervistati, mentre il 51% lo acquista irregolarmante (da 1 a 3 volte alla settimana) e il 20% non lo acquista mai!

C’è materiale su cui riflettere per Sansonetti sulla qualità del giornale e su quanto questo rappresenti o meno un utile strumento di controinformazione e di battaglia politica. Quanto ad elitarismo e distacco dall’insieme del partito, ci dispiace dirlo, la redazione di Liberazione non ha nulla da invidiare al Forum delle Donne, se è vero, come è vero, che persino alcuni dirigenti nazionali si sono pronunciati in numerose occasioni in maniera estremamente critica sul giornale fino a proporne pubblicamente la chiusura.

In poche parole il quadro complessivo che esce dall’inchiesta è quello di un partito che soffre. Una sofferenza che auspichiamo quanto prima si trasformi in vera e propria ribellione contro la degenerazione di un partito che nasce da una speranza di cambiamento e rischia di trasformarsi in un elemento di stabilizzazione sociale.

 

23/04/07 

 
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