Lo scorso novembre il vento di cambiamento che attraversa l’America latina, dopo oltre 15 anni di sconfitte e di riflusso, ha iniziato a soffiare anche in Ecuador. Rafael Correa, economista con pochi trascorsi politici, ha vinto le elezioni sconfiggendo nettamente il re dell’impero delle banane Alvaro Noboa, uno dei principali capitalisti del paese che godeva delll’appoggio degli Usa e aveva investito milioni di dollari nella campagna elettorale.
La vittoria di Correa è dovuta fondamentalmente a due fattori: il primo è la volontà di cambiamento del paese dopo le politiche liberiste e fallimentari dei precedenti presidenti Gutierrez e Palacio, cacciati a furor di popolo; il secondo è evidentemente il contesto latinoamericano che in un paese dopo l’altro, sta portando al governo esponenti della sinistra seppur in una molteplicità di sfaccettature.
L’Ecuador infatti ha sofferto negli ultimi anni una grave crisi economica e politica. Già alla fine degli anni ’90 a causa del crollo del prezzo del petrolio e delle banane, principali prodotti esportati dal paese andino, l’economia era entrata in forte recessione toccando il –7,6 per cento nel ’99, con una inflazione del 60 per cento. In un simile contesto le privatizzazioni e la dollarizzazione dell’economia proposta dal presidente Mahuad nel 2000 non poteva che peggiorare le cose, portando sulla soglia di povertà a circa l’80 per cento della popolazione. Fu proprio allora che le organizzazioni contadine ecuadoregne, la Conaie, assieme alla Cut (il sindacato) organizzarono uno straordinario sciopero generale, sostenuti dai “battaglioni pesanti” della classe operaia, i lavoratori del settore petrolifero, che spazzò via il presidente Mahuad.
Da allora l’Ecuador ha vissuto in una situazione di crisi permanente, sfociata infine nella vittoria di Correa, il quale, pur in modo confuso e contraddittorio, incarna la volontà di cambiamento della masse, così come era avvenuto per Hugo Chavez all’inizio della sua ascesa politica.
Il progetto di Correa ha come obbiettivo iniziale quello di sviluppare l’economa del suo paese, che malgrado sia un paese ricco di risorse petrolifere, che infatti rappresentano il 40% delle esportazioni, è attanagliato da un debito estero pari a 18,9 miliardi di dollari e vede un continuo impoverimento della popolazione il cui 70% vive in condizioni di povertà. Dal 2000 in poi oltre due milioni di lavoratori (su un totale di 13 milioni di abitanti) sono stati costretti ad emigrare.
Per fare questo il nuovo presidente ha adottato una serie di riforme progressiste. Nulla che mettesse in discussione le fondamenta del capitalismo, ma evidentemente troppo per l’oligarchia e i capitalisti, impauriti dall’effetto di galvanizzazione che questo poteva creare tra le masse.
Subito dopo il suo insediamento, Correa ha stretto un accordo energetico con il Venezuela, eliminando così gli intermediatori del commercio petrolifero, prima fra tutte la multinazionale statunitense Occidental Petroleum, ponendo fine alla difficoltà nella raffinazione del petrolio grezzo, da sempre anello debole della produzione petrolifera del paese andino.
Sul terreno sociale è stato aumentato da 15 a 30 dollari mensili il sussidio di povertà e sono stati dati incentivi ai lavoratori per la costruzione di case.
Correa ha anche negato agli Usa il rinnovo della base militare di Manta che scadrà nel 2009, dimostrandosi ben più deciso del nostro ministro D’Alema e del governo Prodi.
Non è un caso, quindi, che il sostegno a Correa sia in ascesa e sfiori il 70% e la sua campagna di ascolto, fatta di centinaia di iniziative ed assemblee rivolte ai lavoratori e ai contadini in ogni angolo del paese, stia avendo grande successo.
La strada intrapresa è quella di un cambiamento graduale del paese, dello sviluppo della sua sovranità nazionale e di quella che potremmo definire una rivoluzione democratico borghese. Lo stesso Correa, che pure simpatizza per le idee di Chavez e lo ha incontrato più volte nei suoi pochi mesi di presidenza, pur parlando apertamente di Socialismo del XXI secolo, ci tiene a sottolineare che non ci saranno nazionalizzazioni “Qui nessuno segue la linea di Chavez; qui seguiamo la linea ecuadoriana, quella dei cittadini, profondamente umanista, che vuole un cambiamento radicale” (Diario Hoy 12/04/07).
Il neo presidente è convinto, proprio come lo era Chavez, che gli introiti petroliferi e la crescita del Pil del paese, pari al 3,47% nel 2007, siano sufficienti a sviluppare il paese e farlo uscire dalla povertà e dalla dipendenza politica ed economica dall’imperialismo Usa e che questo si possa fare senza arrivare a uno scontro decisivo con la casse dominate. Ma quando si scende dal regno delle idee astratte e si entra nella materialità delle cose e della lotta tra le classi, la realtà è ben diversa.
Davanti al più classico dei processi visti in questi anni dal Venezuela alla Bolivia, cioè il tentativo di cambiare dall’alto e attraverso vie parlamentari, in particolare attraverso un‘assemblea costituente, lo status quo, l’oligarchia e la destra che ancora formalmente controllano il parlamento hanno tentato di sabotare questo processo.
Dopo che il parlamento, su proposta di Correa, aveva indetto un referendum consultivo sulla possibilità di svolgere l’assemblea costituente a causa delle pressioni dell’oligarchia e dell’ambasciata Usa a Quito, c’è stato un rapido dietrofront, con la sconvocazione del referendum e la destituzione da parte del parlamento del Presidente del Tribunale Elettorale.
In conseguenza di questo vero e proprio sabotaggio, il 7 marzo il Tribunale supremo elettorale, massima autorità giudiziaria in periodi elettorali ha destituito 57 dei 100 deputati, tutti legati al partito di destra Società patriottica guidato dall’ex presidente Gutierrez, cacciato dalle masse a suon di scioperi e mobilitazioni.
Appresa la notizia della loro sospensione per almeno un anno, i 57 deputati della destra hanno deciso di riunirsi nel più lussuoso albergo della capitale, l’Hotel Hilton di Quito, vero simbolo del privilegio e ulteriore dimostrazione della loro lontananza dalla masse, accusando da quella sede Correa di volere instaurare una dittatura. Davanti a queste provocazioni i sostenitori del presidente e del partito Alianza Pais hanno circondato l’albergo costringendo i deputati di destra alla fuga e dando vita ad piccola caccia all’uomo.
Questo corto circuito istituzionale è la prima di una lunga serie di provocazioni che l’oligarchia metterà in campo nei prossimi mesi con l’idea di generare il caos e disorientare le masse.
Anche durante la campagna elettorale per il referendum, che si svolgerà il 15 aprile e che lascia presagire un ampia vittoria della sinistra, non sono mancate provocazioni con addirittura un attentato nello stesso parlamento ad opera della guardia del corpo di un deputato della destra, per fortuna senza conseguenze.
I prossimi mesi saranno inevitabilmente attraversati da una ulteriore polarizzazione della società ecuadoregna, in un simile contesto le idee riformiste di Correa dovranno essere sostituite da un programma di lotta fino alle ultime conseguenze che miri a schiacciare l’oligarchia e la borghesia parassitaria del paese, vera e propria zavorra per ogni possibile sviluppo del paese.
Il rapido susseguirsi degli eventi imporrà a Correa di imparare rapidamente la lezione che Chavez ha appreso durante gli anni. Il sogno umanista del presidente dell’Ecuador non può che essere socialista, espropriando la borghesia e basandosi sui lavoratori e i contadini, gli unici che possono sostenerlo in un cambiamento radicale della società e dell’economia. Per fare questo è necessaria una salda organizzazione degli oppressi che non può certo essere l’attuale partito Alianza Pais, che ricorda per confusione organizzativa e vacuità del programma il Movimento V Repubblica venezuelano. Anche questo è uno temi all’ordine del giorno per l’emancipazione del paese e della classe lavoratrice.
23/04/07