Nel giro di poco tempo tutti i lavoratori prendono notizia dell’accaduto e immediatamente interrompono il lavoro. Un altro incidente, un altro morto: la misura è colma, la rabbia generalizzata divampa fra i camalli che decretano di forza uno sciopero spontaneo di 24 ore, scavalcando la solita moderazione dei sindacalisti, che in questa occasione si devono accodare alla protesta spontanea dei lavoratori.
I portuali tirano fuori i mezzi meccanici, occupano il lungomare Canepa, l’arteria stradale principale che taglia in due la città, e per ore tengono un presidio, paralizzando il traffico della città.
Mentre bruciano copertoni e fumogeni, accorrono i portuali che iniziano in maniera concitata a discutere dell’accaduto.
Oltre allo scoramento dei colleghi, che piangono Enrico, viene fuori la verità sulle incredibili condizioni con cui ogni giorno i portuali devono convivere.
La verità dei lavoratori
Gianni, in porto da vent’anni racconta “Più si produce meno c’è sicurezza e siamo il porto dei record! Un porto che ci sta mangiando i corpi a pezzi. Un dito qui, mezzo braccio là, perché oltre alle morti ci sono incidenti con feriti quasi tutti i giorni.”
Marco, da 9 anni in porto, racconta “Sono anni che parliamo di sicurezza, ma qui ormai lavoriamo a cottimo. Lo stipendio base è di 900 euro poi se fai gli straordinari arrivi a 1100, 1200. E dopo un po’ saltano tutti i meccanismi di salvaguardia. Cosa fai quando magari sei al terzo turno consecutivo perché la nave è stata stivata male e c’è da rifissare il carico? So di qualcuno a cui è capitato di fare anche 24 ore di seguito dormendo cinque minuti in attesa della nave. A questo punto sono i lavoratori che devono imporre la sicurezza, altro che i sindacati”.
Dalle parole dei portuali emerge come la spietata legge del profitto pone la “merce regina” al di sopra del lavoratore. Il sistema non si cura delle difficoltà e della stanchezza dei lavoratori, dal momento che ogni rallentamento della movimentazione rappresenta semplicemente un costo.
La politica decennale di privatizzazione, imposta con il benestare dei dirigenti della sinistra e del sindacato, ha trasformato il porto in un campo di battaglia, dove regna il Far West.
La penetrazione del capitale privato ha spezzettato le realtà produttive causando una gestione caotica dei movimenti sulle banchine, con ripercussioni immediate per i lavoratori, sottoposti ad una maggiore fatica, a turni peggiori e a condizioni di sicurezza precarie. Da un’inchiesta del Senato emerge come nei porti un lavoratore su due in un anno subisce un incidente e di come, grazie al sistema degli appalti esterni, cresca il numero totale degli incidenti.
Da tempo un’avanguardia di lavoratori stava cercando faticosamente di rompere il muro del silenzio sulla difficile condizione dei portuali genovesi. Solo poche settimane fa, veniva presentato in un cinema di Genova un importante film documentario sui camalli dal titolo “De Ma”, che racconta molto bene le disumane condizioni di lavoro nel porto. Ricordo perfettamente lo sfogo di un lavoratore che paragonava i camalli ai palestinesi: ogni giorno cominciano il turno di lavoro senza saper cosa può succedere nei terminal, che circondati dal filo spinato, assomigliano sempre più alla Striscia di Gaza.
Dopo l’accaduto i politici nazionali e la carta stampata hanno versato lacrime di coccodrillo sull’ennesima morte bianca.
Da destra a sinistra si evocano misure urgenti, che si riducono all’appello per aumentare i controlli.
Il governo, sotto pressione per lo scalpore che la vicenda ha suscitato a livello nazionale, ha varato un testo unico che premierà le aziende che sapranno ridurre in modo consistente gli infortuni e che estenderà la responsabilità della sicurezza all’azienda appaltante e non solo più a quella sub appaltatrice. Verrà riformulato il sistema sanzionatorio e verrà introdotto il tema della sicurezza sul lavoro nell’insegnamento scolastico.
Tutte norme che puntano a limitare il fenomeno, al posto che sradicarlo e allo stesso tempo fanno affidamento sulla buone fede delle aziende, che invece sono le principali responsabili delle condizioni di lavoro e di sicurezza.
I camalli hanno a questo proposito le idee chiare quando in questi giorni hanno fatto appello ai lavoratori per un controllo diretto delle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro.
Per questo motivi una proposta che hanno avanzato alle autorità è stata quella di rivendicare l’istituzione di un “comitato di lavoratori con pieni poteri in maniera di sicurezza, perché solo stando sulle banchine si possono conoscere queste problematiche”.
L’elemento dell’autorganizzazione
Nella giornata di lunedì si è svolto un presidio di protesta dei portuali davanti alla stazione Marittima, convocato per ribadire in primo luogo la volontà di non mettere a tacere la vicenda dopo lo scalpore del momento: il coperchio dalla pentola è saltato, ora si cambia o scendiamo in lotta, sembrava dire lo spirito di questa iniziativa.
Appariva chiara anche la distanza che esiste fra i vertici delle organizzazioni sindacali e i lavoratori, che mentre hanno mandato alcuni loro portavoce a portare le loro rivendicazioni nell’assemblea dei delegati che si svolgeva nei pressi del presidio, si sono poi inseriti nel corteo degli studenti che passava lì vicino.
Ancora una volta si è dimostrata la forza dell’unione fra lavoratori e studenti. Appena i ragazzi, che manifestavano contro la rinnovata attività dei fascisti in città, hanno raggiunto i portuali, hanno intonato “Enrico vive” ed un emozionante applauso spontaneo è partito dai portuali, che hanno proseguito alla testa del corteo studentesco.
Mentre eravamo per la strada abbiamo visto come l’entrata degli studenti nel corteo ha fatto crescere la fiducia dei portuali. Due lotte diverse, ma in fondo simili nella aspirazione al cambiamento della nostra società, che guarda caso cercano faticosamente di emergere, visto la difficoltà di lottare senza il pieno sostegno delle proprie organizzazioni tradizionali: da una parte i portauli in presidio senza “copertura sindacale”, dall’altra gli studenti in piazza nonostante lo sciopero della scuola del 16 Aprile fosse stato rimandato.
“30 morti in dieci anni: ora basta” era lo striscione che i camalli hanno portato in giro per le strade di Genova. Intanto nell’assemblea dei delegati si manifestava un aspro confronto fra i lavoratori e i vertici del sindacato.
I camalli a muso duro hanno prima ammonito duramente il sindacato per “essersi svegliato solo dopo l’ennesimo morto” e poi hanno imposto una loro rivendicazione per la nascita di un “coordinamento unico di lavoratori formato da dipendenti distaccati dei terminal che si incarichi di fare controlli in banchina 24 ore su 24.”
Indipendentemente dagli sviluppi della vertenza i lavoratori del porto in queste giornate hanno rialzato la testa, e preso coscienza della loro forza.
La drammatica verità che è emersa dal racconto dei camalli prepara una nuova stagione di lotte e di mobilitazioni che si porranno l’obiettivo non solo di una prioritaria svolta sul terreno delle politiche sulla sicurezza, ma anche di perseguire un netto miglioramento delle condizioni di lavoro, a partire da una lotta per un salario giusto e per orari di lavoro umani.
17 aprile 2007