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Rifondazione nella palude della crisi Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giardiello   

Le vicende legate alla recente crisi del governo Prodi dimostrano senza ombra di dubbio il fallimento della linea politica difesa in questi anni dal gruppo dirigente di Rifondazione comunista.

Al congresso di Venezia i compagni della maggioranza ci avevano raccontato una bella fiaba: il governo non rappresenta un fine, ma un mezzo; i movimenti lo “attraverseranno” permeandolo con i propri contenuti. In nessun modo, si diceva, sarebbe stata messa in discussione la nostra indipendenza politica.

Si è parlato fino all’esaurimento di “grande riforma”, partecipazione dal basso, “governo allargato”. Già nella fase di elaborazione del programma abbiamo potuto verificare come la tanto evocata discussione di massa sul programma non si sia mai realizzata.

Con la nascita del governo Prodi e l’entrata del Prc nell’esecutivo, dalla fiaba si è passati a quello che rischia di diventare il peggiore degli incubi.

In dieci mesi di governo sul piano sociale non c’è stata alcuna inversione di tendenza rispetto alle politiche liberiste che hanno guidato l’Italia negli ultimi 15 anni. La finanziaria oltre a fare significative concessioni al padronato (cuneo fiscale in primis) non introduce alcun elemento redistributivo. Che sia stata una pessima legge lo dicono anche esponenti della maggioranza come Alfonso Gianni, che in questi termini l’ha definita nell’ultima direzione nazionale.

Nessuno osa più neanche parlare di “superamento” della legge 30, della Moratti e della Bossi-Fini. La tendenza generale è quella delle liberalizzazioni e privatizzazioni (Bersani-Lanzillotta), del progressivo smantellamento del welfare, della svendita del patrimonio pubblico.

Contemporaneamente assistiamo a un aumento degli stanziamenti per la spesa militare, al finanziamento della missione in Afghanistan, all’invio delle truppe in Libano, alla sostanziale incapacità di realizzare anche quelle riforme timidamente progressiste previste nel programma dell’Unione, come dimostra eloquentemente la vicenda del Ddl sulle unioni civili (Dico) approvato dal consiglio dei ministri l’8 febbraio, derubricato dai dodici punti di Prodi e che ora rischia di insabbiarsi in Parlamento come era già capitato al decreto contro gli sfratti.

A dimostrazione di quanto la realtà abbia smentito le ipotesi di “pervasione” del governo da parte dei movimenti, la grande manifestazione di Vicenza non ha rafforzato la sinistra ma ha prodotto una crisi di governo il cui sbocco è stato un ulteriore spostamento a destra della coalizione.

Prodi ha dichiarato provocatoriamente che non sarebbe stata una manifestazione a fargli cambiare idea. E così è stato.


Il partito piegato su Prodi


Come reagisce il gruppo dirigente del partito di fronte a tutto questo? Prima chiede ipocritamente a D’Alema di “glissare” sulla base di Vicenza nella sua relazione al Senato poi, nonostante la posizione assunta dal titolare della Farnesina nelle sue conclusioni – “non fare la base rappresenterebbe un’inutile offesa al governo degli Usa” –  insiste nel definire “di svolta e innovativa” la sua politica estera.

Quando al Senato la crisi precipita, viene offerto a Prodi un appoggio incondizionato accettando il programma dei dodici punti che giustamente qualcuno ha definito dei “dodici chiodi ben infissi su una porta sbarrata al conflitto ed ai movimenti”.

Ed è così che oltre ad accettare nuovi tagli a pensioni e spesa pubblica il partito si rende disponibile ad appoggiare il finanziamento della missione in Afghanistan e la realizzazione della Tav.

Uno schiaffo plateale ai movimenti e alle lotte in cui il nostro partito è stato per anni coinvolto in prima fila.

Non sappiamo più se ridere o piangere quando i compagni della maggioranza ci parlano della “crisi della politica” come se questa non avesse alcuna relazione con le scelte che il partito sta facendo sul piano politico e istituzionale.

E quando l’evidenza non può più essere negata allora spunta l’“emergenza democratica”, per cui certi rospi vanno ingoiati per evitare che una destra eversiva e pericolosa possa tornare a governare l’Italia. E per chi si ostina a non capire come sia possibile contrastare la guerra votando a favore, è già pronta l’etichetta di essere un “antipolitico”.

Tesi non nuova, che non ci pare abbia prodotto grandi risultati in passato. Sono gli stessi argomenti usati nel 1996-98 quando appoggiavamo il primo governo Prodi, che certo non impedì che le destre tornassero al potere più forti di prima, ma soprattutto non ha indebolito la loro capacità di fare egemonia nella società.

Sono proprio le politiche alla Padoa Schioppa che contribuiscono a creare quell’humus su cui la destra, soprattutto quella più xenofoba e reazionaria, costruisce consensi e radicamento tra quei settori sociali che dovrebbero rappresentare il nostro naturale insediamento.

È inutile versare lacrime sull’emergenza democratica quando si spalancano delle vere e proprie praterie per la destra e l’estrema destra, che possono farsi forti del fatto che anche i comunisti sono responsabili di politiche antipopolari.

Invece di stare nei gabinetti ministeriali i nostri dirigenti dovrebbero riversarsi nelle piazze, nelle assemblee, nei quartieri, nelle fabbriche per ascoltare e discutere con i lavoratori sull’alternativa da opporre a questo governo dal quale è necessario uscire quanto prima.


Espulso Turigliatto… e poi?


Contro Turigliatto è stato scatenato un linciaggio mediatico che non solo il partito non ha respinto, ma che ha contribuito a fomentare (le pagine di Liberazione nei giorni immediatamente successivi alla crisi avevano dell’incredibile da questo punto di vista). La maggioranza non è stata neppure in grado di rendersi conto che nel mirino di questa campagna non c’era tanto Turigliatto, ma il partito nel suo insieme. Offrendo Turigliatto come capro espiatorio della crisi, la maggioranza ha di fatto confermato la lettura della crisi proposta dai media e dagli stati maggiori dell’Ulivo, ossia che bisognasse “liberare il governo dal ricatto dell’estrema sinistra”.

Come abbiamo spiegato in precedenti articoli e come viene unanimemente riconosciuto a sinistra, la crisi non è stata provocata da Turigliatto e Rossi, ma dai parlamentari centristi come effetto della pressione congiunta del padronato, dell’amministrazione Usa e del Vaticano.

Ovviamente faceva comodo ed era funzionale all’operazione addossare la colpa agli “estremisti” della sinistra radicale.

Lo scopo di Confindustria è fin troppo chiaro per non essere compreso: avere un governo “blindato”, ancor più impermeabile al conflitto sociale, che possa continuare senza particolari intralci sulla strada delle controriforme.

Prodi ha così sfruttato la situazione per mettere la museruola a Giordano da cui non solo ha ottenuto un sostegno incondizionato, ma anche un impegno teso a garantire la piena affidabilità del gruppo parlamentare di Rifondazione comunista.

L’espulsione di Turigliatto aveva lo scopo di intimidire gli altri parlamentari che in questi mesi hanno espresso dubbi e critiche sulle scelte del partito.

Ma, com’era prevedibile, l’operazione non ha prodotto alcun effetto e solo pochi giorni dopo l’espulsione del “senatore ribelle” ben quattro deputati del Prc si sono rifiutati di seguire le indicazioni del gruppo rispetto al finanziamento della missione in Afghanistan.

Al voto contrario di Cannavò si è aggiunto quello di Paolo Cacciari, mentre Caruso e Pegolo hanno preferito “assentarsi” dall’aula.

La segreteria del partito si troverà a dover affrontare quindi un problema piuttosto serio. Non è sostenibile un atteggiamento di due pesi e due misure per cui il mancato rispetto del mandato parlamentare produce effetti a geometrie variabili a seconda che la “rottura” si produca alla Camera piuttosto che al Senato.

A questo punto l’unico modo per evitare disastri ancora peggiori è ritirare l’espulsione di Turigliatto, anche in considerazione del fatto che il compagno ha messo il mandato a disposizione del partito annunciando le dimissioni nel momento in cui ha deciso di votare in maniera difforme dalle indicazioni del gruppo.

A questo si aggiunga che l’ampia solidarietà ottenuta da Turigliatto dimostra che il suo non è un “gesto estetico” come l’ha definito Giordano. Non siamo di fronte a una scelta individuale con la quale un compagno sfrutta una posizione di privilegio per imporre una linea diversa da quella decisa dal partito. La questione trascende il dibattito interno e si collega a una sofferenza reale che non riguarda le minoranze, ma l’insieme del partito.

Tutta Rifondazione è in conflitto con sè stessa e con la sua storia e questo va ben oltre le logiche correntizie, come dimostra la scelta di Cacciari, un compagno che ha sempre appoggiato le tesi della maggioranza del partito.


Sinistra Critica che fai?


Il linciaggio subito da Turigliatto in queste settimane ha provocato delle reazioni nella sua area che, per quanto comprensibili, ci sembra possano condurre a delle scelte erronee.

I compagni hanno risposto all’espulsione di Turigliatto dichiarando che questo significava espellere dal partito tutta l’area. A supporto di questa posizione Salvatore Cannavò si è autosospeso dalla direzione nazionale, dicendo che nella misura in cui Turigliatto veniva “allontanato” dal partito se ne “allontanava” anche lui.

Di fronte alla domanda di un giornalista rispetto all’uscita di Sinistra Critica dal Prc, la risposta di Cannavò è stata: “È del tutto prematuro, noi rimaniamo dentro Rifondazione almeno fino ad aprile.”

A questo si aggiunga che una serie di compagni di Sinistra Critica stanno annunciando le loro dimissioni dal partito all’insegna dello slogan “siamo tutti Turigliatto”.

Lo stesso Turigliatto ha prestato il fianco agli attacchi di Giordano quando ha dichiarato a un giornalista che osservava che dopo due anni sarebbe potuto rientrare nel partito: “Vedremo se tra due anni ci sarà ancora il partito”. Tutti argomenti che vanno ad alimentare le pulsioni scissioniste che ci pare siano sempre più forti all’interno di quell’area.

La domanda che ci sentiamo di rivolgere ai compagni della Sinistra Critica è la seguente: uscire dal partito per fare cosa? Lo stesso Malabarba ha osservato con ragione in un intervista al Manifesto che fuori dal partito si muove ben poco.

Basta guardare all’insuccesso delle scissioni di Ferrando e Ricci per capire che questa sarebbe una fuga in avanti che non produrrebbe nessun cambiamento significativo del quadro politico.

A differenza dei compagni di Sinistra Critica, che fino al 2004 erano stabilmente integrati nella maggioranza del partito, non abbiamo mai avuto illusioni nella svolta a sinistra di Bertinotti che ha fatto seguito alla rottura del ’98 e abbiamo preso sempre con beneficio d’inventario le posizioni assunte a quei tempi dall’attuale presidente della Camera, quando parlava di esaurimento dei margini riformisti, di rottura della gabbia del centrosinistra e civettava con la tesi revelliana delle due destre che metteva sullo stesso piano l’Ulivo e il Polo delle Libertà.

Ci pare che da questo punto di vista avevamo visto giusto. Proprio perché non avevamo illusioni ieri non ci sentiamo traditi oggi.

Non reagiamo impulsivamente perchè siamo consapevoli che questa svolta a destra del partito non viene dal cielo, ma era inscritta nelle scelte di ieri e nella natura riformista del gruppo dirigente del partito.

Piaccia o meno Rifondazione Comunista è destinata ad essere un punto di riferimento importante per tutti coloro che si avvicineranno alla politica nei prossimi anni. Ed è questo che detta il nostro orientamento e non una valutazione sulle qualità dell’attuale gruppo dirigente o su una linea politica che è destinata con ogni evidenza a entrare in crisi in tempi che potrebbero anche essere brevi.


Bertinotti seppellisce la Sinistra europea?


In un’intervista, a dire il vero piuttosto criptica, rilasciata a Liberazione il 26 febbraio, Fausto Bertinotti pare dare un colpo di spugna all’intero progetto della Sinistra Europea. Questa perlomeno è l’interpretazione dei soggetti che compongono il variegato panorama della sinistra alternativa.

Seguendo un metodo poco “democratico e partecipativo” il Presidente della Camera ha messo da parte la proposta della sezione italiana della sinistra europea nel mezzo di una conferenza organizzativa che di questo discuteva, per sostituirla con quello che Liberazione ha definito il “cantiere permanente della sinistra alternativa”.

Certo fa un po’ sobbalzare sentire quello stesso Bertinotti che per anni ha imposto un dibattito estenuante sulla necessità imprescindibile di costruire la sezione italiana della Sinistra europea, dichiarare come se nulla fosse, “sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa fare.”

La Sinistra europea in pratica non avrebbe raggiunto quella “massa critica” necessaria a contrastare quella che Bertinotti chiama l’avanzata dell’antipolitica. A parte un passaggio rituale contro le ingegnerie organizzative, la sensazione è che si mandi un messaggio traversale alle forze che si collocano alla sinistra del partito democratico per dar vita a un nuovo soggetto politico.

La “discussione su cosa fare” evocata da Bertinotti rimane in realtà sullo sfondo per l’ottimo motivo che tutti i soggetti ai quali si rivolge sono impegnati a “fare” qualcosa di molto preciso, ossia a sostenere il governo Prodi. L’unica cosa chiara che rimane in campo è l’idea di un qualche fronte che possa contrapporsi al costituendo partito democratico, e questo trova ovviamente orecchie attente soprattutto a causa delle difficoltà evidenti del progetto del Pd, che potrebbe risultare un colossale aborto che invece di unire le forze dell’Ulivo e portarle a fondersi in un partito “del 40 per cento”, come dice Fassino, potrebbe “unirle” al prezzo di scissioni a destra e a sinistra in una forza che lotterebbe per stare sopra il 20 per cento, soprattutto considerata la debolezza del governo e il crollo della sua popolarità.

Il “cantiere” della sinistra, insomma, sarebbe poco più di una coalizione elettorale. La proposta di Bertinotti ha subito incontrato una sponda in Diliberto, Salvi e persino in Mussi. Lo stesso dicasi per Folena e Pagliarulo, che nella Sinistra Europea iniziavano da tempo a sentirsi un po’ stretti.

Un’ipotetica formazione della sinistra alternativa potrebbe avere sul piano elettorale un appoggio compreso tra il 10 e il 15 per cento e almeno sulla carta avere un peso specifico non irrilevante.

È ovvio però che un progetto del genere può trovare un suo punto di equilibrio solo sdoganando Rifondazione all’interno di un contenitore che avrebbe una chiara impronta riformista e socialdemocratica.

Se il progetto dovesse trovare una qualche applicazione (in fin dei conti è più realistico della Sinistra europea) aprirebbe nuove problematiche per chi come noi si batte nel partito per un’alternativa di classe e anticapitalista.

Se da una parte il “cantiere” offre l’opportunità di partecipare a un confronto che coinvolge un’area di militanti che va ben aldilà degli attuali confini di Rifondazione, dall’altra riduce (almeno nel breve periodo) gli spazi politici per chi non considera conclusa l’esperienza comunista e anzi ritiene che solo a partire dal marxismo è possibile dare risposte alle grandi questioni che affliggono la società e il genere umano.

Forse è arrivato il momento che tutti coloro che continuano a richiamarsi al marxismo in Rifondazione e rifiutano l’approdo socialdemocratico pensino anch’essi ad avviare un dibattito per raggiungere quella “massa critica” necessaria a contrastare l’annullamento dell’esperienza comunista in Italia.

Non si tratta di costruire dei micropartitini comunisti incapaci di incidere sulla realtà, ma di dare vita a una tendenza comunista che si prepari fin da ora a dare battaglia all’interno del nuovo soggetto politico che potrebbe nascere alla sinistra del Partito democratico.

Le condizioni per continuare una battaglia di opposizione non sono compromesse. La svolta a destra non è un dato irreversibile come pensano alcuni compagni della sinistra del partito, nuovi conflitti si produrranno e si esprimeranno non solo in Rifondazione Comunista, ma in tutte le forze della sinistra, nella Cgil, in tutte le organizzazioni che ogni giorno di più subiranno le contraddizioni derivanti dal loro appoggio a questo governo.

L’esperienza insegna che i processi di lotta che coinvolgono le grandi masse non possono trovare un veicolo di espressione all’interno di piccole organizzazioni, ma è necessariamente nei partiti che hanno un minimo di presenza nella classe e nel territorio che le contraddizioni e le tensioni che si accumulano per anni trovano un canale per emergere con forza.

Per quanto ci riguarda non abbandoneremo il campo ma continueremo la nostra battaglia in Rifondazione comunista augurandoci che lo stesso facciano le altre componenti della sinistra del partito.

La sinistra del Prc si è ridotta sensibilmente rispetto al congresso (sia per l’uscita di Ferrando dal partito che per il ritorno di Essere comunisti in maggioranza), ma la segreteria andrà incontro a difficoltà di tale portata che il consenso che Giordano ha costruito attorno a sè nell’ultimo anno potrebbe sgretolarsi piuttosto rapidamente.

La crisi di prospettiva del gruppo dirigente provocherà presto o tardi una reazione del corpo militante. Il nostro compito è accompagnare questo processo aprendo tutti i varchi possibili perchè le ragioni di classe possano farsi strada e la parola comunista che sventola sulle nostre bandiere continui ad avere un significato di liberazione ed emancipazione per tutti gli oppressi in questa società.

 

14/03/2007 

 
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