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La crisi di governo č anche la sconfitta della maggioranza del Prc Stampa E-mail
Scritto da la Redazione di FalceMartello   

Il voto con il quale il Senato ha respinto la mozione dell’Unione sulla politica estera è stato forse una sorpresa per il modo e i tempi con il quale si è manifestato, ma non per il meccanismo che lo ha generato.

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Ora si apre la caccia al “colpevole”, ma è un esercizio di scarsa utilità: basta guardare il voto per capire che il governo ha perso voti sia a destra (Andreotti, De Gregorio, Pininfarina), sia a sinistra (Turigliatto, Rossi). L’analisi è semplice: la coperta era troppo corta e D’Alema, con diversi passaggi fortemente critici rispetto alla politica estera del precedente governo, ha fatto in modo di rendere impossibile che a questa coperta troppo corta si aggiungesse qualche “pezza” di provenienza centrista.

Questo voto accelera un processo già in atto da tempo. Fin dalle elezioni dello scorso aprile, e persino prima, avevamo segnalato come inevitabilmente la coalizione dell’Unione non avrebbe potuto conservare a lungo la propria compattezza e che lo sbocco inevitabile sarebbe stata la ricerca di nuovi punti d’appoggio al centro. In altre parole dalla crisi del governo Prodi non può che nascere, nelle condizioni attuali, un nuovo governo più spostato a destra.

Questa crisi è l’ultimo atto di una lunga serie di passaggi che smentiscono in modo inequivocabile la linea seguita dalla maggioranza del Prc. I fatti di questi nove mesi parlano da soli. Si diceva, al principio, che questo governo sarebbe durato cinque anni grazie alla fedeltà al programma. Eppure questi nove mesi sono stati costellati di imboscate dei parlamentari centristi: dal senatore De Gregorio che si unisce alla destra per silurare Lidia Menapace in commissione difesa, al decreto antisfratti affossato al Senato, alla campagna clericale dei cattolici della Margherita contro i Dico, fino al voto con cui, poche settimane fa, l’Unione era finita in minoranza al Senato con Dini e altri che si univano alla destra. Ogni volta Giordano e la segreteria del partito hanno fatto la politica dello struzzo, finché il giocattolo si è rotto.

E ancora: dopo il vertice di Caserta, Giordano dichiarava giubilante che si era alla “rivincita del sociale”, che il partito era uscito vincitore, che il governo andava a sinistra… ma di questa svolta a sinistra non c’è traccia visibile.

Si diceva che i movimenti avrebbero potuto permeare il governo e spingerlo a sinistra. La prova dei fatti dimostra il contrario: il grande movimento contro la base a Vicenza ha spinto il governo a destra: Amato e Rutelli si sono abbandonati a minacce ignobili contro chi avrebbe manifestato. Napolitano ha detto che chi pensa che le decisioni si prendono nelle piazze e non nelle istituzioni è a pochi passi dal diventare un brigatista. Il giorno dopo Vicenza, Prodi ha scandito che “una manifestazione non fa cambiare idea al governo”.

vauro_2102 Fassino ha detto che oltre a quelli che c’erano in piazza dobbiamo pensare anche a quelli che non c’erano (sulle tracce del Berlusconi che diceva che se va in piazza un milione di persone, vuol dire che altri 55 milioni sono con lui) e che il governo mantiene gli impegni internazionali assunti in passato.

Il ministro Padoa Schioppa ha ritenuto di ribadire proprio il giorno successivo alla manifestazione, che si farà anche la Tav in Valsusa che la decisione definitiva arriverà ben prima di settembre.

Dove sarebbero le “aperture” di cui favoleggiano i dirigenti del Prc? D’Alema ha detto che non fare la base significa compiere un atto ostile agli Usa. E farla, la base, non è forse un atto ostile contro una popolazione che in larga misura non la vuole?

La realtà è che la prospettiva di nuove mobilitazioni (che la classe dominante teme, e a ragione) non rafforza il nostro partito nel governo, ma ha rafforzato tutti quei settori centristi, assai vicini alla linea di Confindustria, che dicono: “Vedete, il governo è troppo a sinistra, è ostaggio della piazza, dobbiamo abbassare il ponte levatoio e cominciare a dialogare coi centristi della Casa delle libertà”.

Questo sarà con ogni probabilità l’esito della sconfitta dell’Unione al Senato, una coalizione ancora più rappezzata e spostata al centro.

la richiesta di elezioni ripetuta dai parlamentari della destra sono, allo stato attuale delle cose, poco più che una bandiera: non esistono le condizioni per nuove elezioni politiche a meno di un anno dal voto del 2006. Il risultato sarebbe con ogni probabilità un parlamento ancora più ingovernabile di quello attuale e la borghesia tutto vuole tranne che un esito del genere.

Pertanto la cosa più probabile è che Napolitano dia l’incarico a Prodi di dare una sistemata al suo governo per poi ripresentarsi alle camere per un nuovo voto di fiducia. In subordine, Prodi potrebbe tentare di imbarcare Follini e qualche altro spezzone di centristi dalla Casa delle libertà, ma ciò implicherebbe un rimpasto ministeriale con relative complicate trattative e allungamento dei tempi.

Resta sullo sfondo la prospettiva della Grande Coalizione, ossia del governo di unità nazionale che si incaricherebbe di fare la prossima finanziaria, di varare una nuova legge elettorale per poi andare a nuove elezioni. Queste tre ipotesi sono oggi in ordine decrescente di probabilità, ma possono essere viste anche in prospettiva, come le probabili tappe della crisi inevitabile di questa coalizione, una crisi in realtà iniziata il giorno dopo il voto e che non può che continuare a svilupparsi. Certo la prospettiva di una legislatura di cinque anni è stata sepolta, e con essa tutti coloro che vi puntavano.

Fra gli sconfitti di questa giornata va sicuramente annoverato Prodi, ma anche, in prospettiva, gli ultras del Partito democratico: le prospettive di alleanza al centro e la scomposizione dei due poli aumenteranno esponenzialmente i conflitti fra Ds e Margherita, nonché i conflitti interni a ciascuno dei due partiti, rendendo ancora più accidentato un percorso che già ora assomiglia a una via crucis.

Ma è sconfitto, e questo ci riguarda molto più da vicino, anche il gruppo dirigente di Rifondazione comunista. La linea di aggrapparsi a Prodi, di essere le sue “guardie del corpo” (Giordano) si dimostra per quello che è: aggrapparsi a Prodi significa prepararsi ad affondare con lui.

Un ragionamento va poi fatto sul voto contrario espresso da Franco Turigliatto di Sinistra Critica. 

Il voto di Turigliatto (che ha annunciato ancora prima dell’esito finale le sue dimissioni da senatore), dimostra come in assenza di una sufficiente forza organizzata, di massa, con un riconoscimento politico, l’entrata in parlamento per le correnti “critiche” del Prc si è tradotta solo in un cumulo di contraddizioni per questi stessi compagni, che li hanno condotti o a piegarsi alla maggioranza (come hanno fatto Grassi e Giannini) o a una sconfitta sul campo, posto che la pressione è tale che, come detto, non appena espresso il proprio voto in dissenso, Turigliatto è costretto ad abbandonare il seggio parlamentare.

Ma questa impotenza non fa che riflettere in forma acuta la contraddizione che è di tutta la politica del Prc una volta che il partito si è inserito nell’Unione.

Proprio per questo ci opporremo in modo intransigente a qualsiasi tentativo da parte della segreteria del Prc di proporre misure disciplinari contro Turigliatto e l’area di Sinistra critica. I compagni della maggioranza farebbero bene ad avviare una sana autocritica sulla rotta fallimentare sulla quale hanno condotto il partito, anziché dedicarsi alla caccia alle streghe, ed estendiamo questo caldo invito alla redazione di Liberazione, che dopo aver pubblicato per nove mesi articoli ed editoriali improntati al più piatto conformismo governativo non si perita di riportare telefonate del tipo "sono contro la pena di morte ma per tipi come Turigliatto ci metterei la firma” (testuale!) .

La spinta a destra dopo questa crisi sarà fortissima, ma il suo primo obiettivo non sarà con ogni probabilità quello di espellere il Prc dalla coalizione di governo, ma piuttosto quello di piegarci definitivamente, fino a completa spremitura. Quali che siano i bizantinismi che le manovre parlamentari ci riserveranno, la direzione di marcia è segnata. Così la esprime l’organo di Confindustria:

Ma alla fine qualcosa è andato storto. E ora? La politica estera non è problema che riguarda il titolare della Farnesina. Riguarda tutto il governo nella sua collegialità. Questo vuol dire che siamo in presenza di una crisi grave e seria. Prodi ha il dovere istituzionale di consultarsi con il capo dello Stato e di avviare tutti i passi necessari per venire a capo della situazione. Anche con le dimissioni del governo, se necessario. Ma soprattutto quello che serve è una autentica e approfondita verifica nella coalizione, per determinare se esiste ancora una maggioranza. Se non c'è questa garanzia, il governo dovrà passare la mano. O a un nuovo governo in grado di prendere atto della crisi irreversibile del nostro bipolarismo (ottimo per vincere le elezioni, ma incapace di assicurare il governo del paese). Ovvero di nuovo a Napolitano prechè sciolga il Parlamento, dopo averne constatato l'impotenza. Siamo a uno snodo drammatico della legislatura. E nulla potrà cancellare il fatto che, al di là delle soluzioni che potranno essere individuate, i numeri del centrosinistra al Senato sono esigui, troppo esigui per superare sfide ardue. Oggi la politica estera, domani le pensioni e quant'altro.” (Stefano Folli, Il Sole 24ore online)

È particolarmente significativo il riferimento finale alle pensioni: i padroni vogliono un governo solido, blindato rispetto allo scontro sociale perché vogliono passare all’offensiva, non solo sulle pensioni, ma anche su liberalizzazioni, privatizzazioni, attacco al pubblico impiego, e via di seguito.

Il Prc ha bisogno di un dibattito aperto, onesto e senza ipocrisie su quanto è accaduto e soprattutto su quanto si prepara. Non possiamo accettare che il nostro partito venga trascinato in una crisi “al buio” della quale l’esito prevedibile è che la sinistra, e noi per primi, venga nuovamente chiamata a dissanguarsi per puntellare un governo sempre più debole e accompagnarlo fino alla prossima crisi, dentro la quale noi per primi finiremmo per sprofondare.

Il prossimo governo, quale che sia la forma che assumerà, non potrà che essere una ulteriore tappa, probabilmente breve, verso il disfacimento dell’Unione e il suo ulteriore discredito. Si prenda atto che la linea dello scorso congresso è stata sepolta, e se ne metta in campo un’altra, basata sull’autonomia del partito, su un paziente lavoro di ricucitura dei rapporti fra il partito e i lavoratori, svincolandosi dall’abbraccio mortale che ci incatena. Altro che “fiducia incondizionata” a Prodi, come dichiarato dal compagno Giordano.

La crisi non nasce da sinistra, ma ormai vi siamo dentro. E allora, se crisi deve essere, se ne prenda atto e si agisca di conseguenza: che Giordano rivendichi una riapertura a tutto campo della discussione non nelle stanze di Palazzo Chigi, ma fra le masse che hanno votato l’Unione. Si chiamino a discutere i lavoratori, i giovani i pensionati, i disoccupati, i precari, gli immigrati, su quanto ha diviso l’Unione: discutano sull’Afghanistan e su Vicenza, ma anche sulle pensioni, sulla precarietà, sulla politica economica e sociale, sulla scuola pubblica. Si discuta e si decida nelle fabbriche, nei quartieri, nelle organizzazioni di massa, in modo aperto e democratico, e il Prc si assuma l’impegno di rispettare e farsi paladino delle loro richieste, rivendicazioni e aspirazioni. Questa è l’unica “fiducia” che oggi possiamo sottoscrivere senza incertezze e senza incatenarci a politiche antipopolari.

22 Febbraio 2007 

 
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