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12 punti per piegare la sinistra e il Prc Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   

Un bilancio del dibattito nella Direzione nazionale del Prc (23 febbraio)

 

Il dibattito tenuto nella Direzione nazionale di Rifondazione ha a nostro avviso confermato nel modo più chiaro le profonde difficoltà nelle quali il partito si trova come conseguenza delle scelte operate negli ultimi due anni.

Due punti decisivi lo dimostrano: in primo luogo, la valutazione proposta dalla segreteria riguardo i “12 punti” che Prodi ha posto a condizione irrinunciabile della disponibilità a riproporsi come Primo ministro. In secondo luogo, il dibattito sulla prospettiva politica più generale.

Il contenuto dei “12 punti” si riassume in una vera e propria blindatura della maggioranza, una blindatura rivolta in primo luogo contro il Prc e la sinistra, ritenuta colpevole delle difficoltà dell'Unione.

Il primo punto ribadisce tutti i capisaldi della politica estera, ivi inclusa ovviamente la riconferma della missione in Afghanistan (che dovrà essere votata fra poche settimane in parlamento).

Il secondo punto è del tutto generico (impegno per scuola e formazione), ma il terzo è chiarissimo: l'alta velocità Torino-Lione si farà.

Si proseguirà con le liberalizzazioni (punto 5), l’“impegno per il Mezzogiorno” si traduce innanzitutto in “sicurezza” (punto 6).

Il punto 7 va riportato integralmente: “Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)”, così come il punto 8: “Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l'unificazione degli enti previdenziali” (in entrambi i casi i corsivi sono nostri).

Infine, Prodi ha rivendicato il potere di arbitro unico della coalizione, abilitato ad assumere in prima persona le decisioni riguardanti i casi controversi.

Non sorprende che tutti abbiano interpretato questi punti come una museruola imposta in primo luogo al Prc, al Pdci e ai Verdi. Questa è anche la nostra opinione. Tuttavia nel dibattito della Direzione, il segretario Giordano ha tentato di dare una interpretazione “positiva” di questi punti. La Tav si fa, ha detto, ma sul tracciato si potrà discutere.

 Sulle pensioni ha citato il passaggio sull’aumento delle pensioni più basse, ma ha taciuto sulla prima parte, ossia la “grande attenzione alle compatibilità finanziarie”, che significa null’altro che aprire la porta alle campagne terroristiche che parlano di un Inps al collasso, di un paese che non può reggere le attuali pensioni e via dicendo.

Sulla spesa pubblica, Giordano ha incredibilmente tentato di sostenere che il punto 7 si riferisca esclusivamente alla riduzione dei “costi della politica”, ossia ai privilegi più o meno grandi dei vari apparati politici e amministrativi che ovviamente saremmo a favore di attaccare. Tuttavia questa interpretazione non regge alla semplice lettura del paragrafo e non a caso due esponenti di primo piano della maggioranza, il capogruppo alla camera Migliore e il sottosegretario Alfonso Gianni, hanno fatto rilevare la contraddizione: “Se prevale l’interpretazione di Giordano”, ha detto Gianni, “tutto bene. Se no, significa che si ritorna alla politica economica di Padoa Schioppa, che ha portato a una finanziaria disastrosa”.

Riguardo l’ultimo punto, ossia i poteri di Prodi, Giordano ha sostenuto che si tratta semplicemente delle normali prerogative di un Primo ministro. Facciamo solo notare che questo metodo (ossia: in caso di controversie, decide Prodi) è stato precisamente il percorso che ha portato alla decisione di concedere il raddoppio della base a Vicenza.

Date queste condizioni, la “fiducia incondizionata” che Giordano ha ribadito a Prodi fin dall’apertura della crisi, assomiglia drammaticamente a una resa incondizionata, a un legarsi a un Primo ministro e a un governo sempre più lontani dalle nostre ragioni, e che per giunta si avviano con ogni evidenza a nuove crisi, probabilmente in tempi brevi.

Questo secondo punto è altrettanto decisivo della valutazione di merito sui 12 punti: qual è la prospettiva? Su questa strada, dove approda il partito?

I compagni della maggioranza hanno ribadito più volte, anche polemicamente, l’osservazione secondo la quale questo governo sarebbe “il più avanzato possibile” e che qualsiasi scelta di rottura implica accettare un governo peggiore e il partito all’opposizione. Sicuramente oggi questo quadro corrisponde al vero, innanzitutto nei rapporti parlamentari. Ma a questa domanda che i compagni della maggioranza ci rivolgono polemicamente, dovrebbero loro per primi dare una risposta convincente, che oggi manca completamente. Rispondano quindi Giordano, i compagni della segreteria, a questa domanda: se questo è il miglior governo possibile nelle condizioni date, e se con questo “miglior governo possibile” vediamo un logoramento continuo di consensi, un ricatto permanente dei centristi o, per usare le parole giuste, della borghesia, se non appena proviamo ad alzare la testa la reazione è quella che abbiamo visto prima e dopo Vicenza, come e perché da questa situazione compromessa dovrebbe scaturire un quadro più avanzato? Per quale motivo i prossimi due, tre o quattro anni dovrebbero essere diversi dagli scorsi dieci mesi?

A questa domanda, che abbiamo posto e continuiamo a porre, non abbiamo sentito alcuna risposta convincente e continuiamo pertanto a pensare che su questa strada il partito non può che logorarsi sempre più gravemente.

Ma non finisce qui. La crisi di governo (che mentre scriviamo non è stata ancora chiusa, anche se l’esito più probabile sembra essere la riconferma di Prodi con il sostegno di Follini) ha mostrato molto chiaramente la vulnerabilità del governo sul suo lato destro. Le varie ipotesi di governo delle larghe intese rimangono per ora sullo sfondo, ma è del tutto chiaro che il giorno che per qualsiasi motivo il governo si dimostrasse troppo sensibile alle pressioni da sinistra, o magari della Cgil, si scatenerebbe immediatamente una nuova crisi, che sarebbe quella definitiva, per Prodi e con ogni probabilità anche per l’Unione.

La possibilità quindi che, a prescindere dalle intenzioni del gruppo dirigente, il nostro partito possa trovarsi all’opposizione è qualcosa di assolutamente reale. Ma allora, non sarebbe opportuno aprire una seria discussione su questa ipotesi? Essere spinti all’opposizione dopo essere stati logorati e cotti a fuoco lento significherebbe essere nella condizione peggiore, con una capacità di reazione ridotta al lumicino, con un rapporto compromesso con la base e con i militanti.

A chi ci chiede “cosa fareste voi se foste alla direzione del partito” non possiamo oggi che rispondere che la nostra area non è (purtroppo) in condizione di determinare le decisioni del partito, considerato che il nostro è stato l’unico voto contrario al documento politico proposto dalla segreteria, che ha visto l’astensione di Cannavò (Sinistra Critica) e il voto favorevole di tutti gli altri componenti della Direzione, compresi, sia pure con distinguo e critiche, i due spezzoni di Essere comunisti (Grassi e Pegolo). Tuttavia riteniamo nostro compito insistere affinché il partito avvii una seria riflessione che ruoti attorno a questo punto: se questo è il miglior governo possibile, allora dobbiamo prendere atto che la partecipazione ad esso implica un tale logoramento politico e organizzativo che un vero processo di rafforzamento (ma oggi in molte realtà dovremmo quasi parlare di ricostruzione) del nostro partito potrà avere luogo solo in una collocazione di opposizione, posizione nella quale, come detto, potremmo per giunta trovarci ad essere spinti nonostante le rinnovate promesse di eterna fedeltà a Prodi che ieri la Direzione del partito ha ritenuto, a nostro avviso erroneamente, di rinnovare.

La nostra area ritiene oggi innanzitutto di poter dare un contributo non solo al dibattito politico, ma anche a questo lavoro di ricostruzione dell’intervento del partito, nei luoghi di lavoro, di studio, nelle lotte che si svilupperanno, come condizione e parte indispensabile di una svolta politica che di giorno in giorno diventa sempre più urgente.

L’intero dibattito della Direzione è stato fortemente condizionato dalla polemica sul voto di Turigliatto in Senato e dalla prospettiva di una sua espulsione in tempi brevi dal partito. A questo riguardo ci siamo già espressi in un articolo precedente, e ci limitiamo pertanto a dare conto del voto espresso in Direzione. Ferma restando la nostra opposizione all’espulsione di Turigliatto, il documento proposto dalla segreteria partiva da un principio che condividiamo, ossia che il voto dei rappresentanti istituzionali deve essere conforme a quanto deciso collettivamente dal partito nei suoi organismi dirigenti, e non è una “proprietà privata” del singolo deputato, consigliere, ecc. Tuttavia non era corretto esprimere un voto favorevole per due motivi: il primo è che il documento veniva comunque dopo un dibattito nel quale era stato chiaramente esplicitata la volontà della segreteria di arrivare a una espulsione del compagno Turigliatto, e anche se il documento si limita a richiedere l’intervento del Collegio nazionale di garanzia, era chiarissimo il tentativo di prefigurare l’esito finale di quella discussione. Il secondo che comunque, in presenza delle dimissioni di Turigliatto da senatore, il problema politico della rappresentanza parlamentare non sussiste. Per questi motivi abbiamo espresso, assieme al compagno Pegolo, un voto di astensione.

24 febbraio 2007

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