Le forze rivoluzionarie che si risvegliano sulla base dell’attuale
crisi capitalista mondiale, lo abbiamo detto più volte, danno alla
lotta un carattere sempre più accentuato in entrambe le trincee degli
schieramenti di classe. Ne è un evidente esempio l’insurrezione
rivoluzionaria di Oaxaca.
Abbiamo visto in questo avvenimento il riflesso e la conferma di una tesi che normalmente possiamo soltanto leggere sui libri: la trasformazione (dialettica ovviamente) di una serie di rivendicazioni economiche (il “presidio tradizionale” degli insegnanti) in rivendicazioni politiche (la richiesta di dimissioni di Ulises Ruiz Ortiz, Uro), lo sviluppo di forme di dualismo di potere e l’immensa importanza dell’estensione del controllo sociale ai mezzi di produzione. In questo articolo proveremo a fare un’esposizione dettagliata del ruolo che ha giocato e giocherà la lotta di classe a Oaxaca.
Brevi accenni storici
Oaxaca è una delle regioni più antiche del paese, con segni di insediamenti umani che risalgono a più di 10.000 anni fa. In piena contraddizione con l’estrema povertà in cui versano più di 3 milioni dei suoi attuali abitanti, è stato grazie alla ricchezza di questo territorio e all’abbondanza di risorse naturali che poterono svilupparsi e fiorire le civiltà indigene degli Zapotecas e dei Mixtecas, due delle culture preispaniche più significative di tutto il paese. Ma questa ricchezza nelle mani prima dell’impero spagnolo e poi dei capitalisti delle nuove potenze mondiali si tramutò in un incubo per il popolo di Oaxaca con un brutale saccheggio di queste stesse risorse naturali e un altrettanto brutale sfruttamento della popolazione come mano d’opera a basso costo per l’attività estrattiva, senza che questo implicasse alcun tipo di sviluppo delle forze produttive nella regione. Questo mancato sviluppo è tutt’oggi una delle principali cause della stagnazione economica in cui vive la zona. Ma queste stesse condizioni di miseria e sfruttamento con il tempo hanno finito per forgiare la forza e la resistenza dei proletari che vivono oggi ad Oaxaca, obbligandoli alla fine alla corretta conclusione su come sia necessario abbattere il sistema economico che li condanna a questa miserabile vita.
Il popolo di Oaxaca ha mostrato più e più volte nella storia la propria capacità rivoluzionaria: dalla difesa a cui diedero vita durante la guerra di conquista fino alle successive insurrezioni che si sono succedute all’epoca delle colonie, come quelle della zone costiera in paesi come Jamiltepec, Pinotepa e Huajolotitlàn, o ancora la sollevazione di Yahuyuè nel 1811. Oaxaca fu anche la base delle operazioni di Morelos (eroe dell’indipendenza del Messico a cavallo tra il ‘700 e l ‘800, di cui Napoleone Bonaparte disse: “datemi 3 Morelos e conquisterò il mondo”). A differenza di altre zone del paese, gli insorti non si univano mai agli eserciti liberali, ma portavano avanti la propria lotta sotto forma di una guerriglia a bassa intensità che vedeva Vicente Guerrero in prima linea. Per tutto il XIX secolo l’Istmo è stato segnato da ribellioni costanti. Solo per fare un esempio, nel 1866 a Juchitàn un contingente zapoteco assestò una dura sconfitta all’esercito interventista francese.
Uno dei personaggi più caratteristici di Oaxaca è senza dubbio Benito Juarez che “da semplice pastore arrivò ad essere governatore dello Stato, presidente della Corte Suprema di Giustizia e presidente della repubblica”. Al di là degli aneddoti e delle singole individualità, quello che ci interessa comunque sono i processi storici, le linee generali della lotta che portarono Juarez ad occupare il posto che occupò nella storia. In questo caso, ai suoi tempi, lo sviluppo tecnologico, scientifico e industriale del paese era tremendamente arretrato. Nonostante la presenza di nuclei di lavoratori, soprattutto nel settore minerario, che avrebbero già potuto giocare un ruolo nel processo rivoluzionario, Benito Juarez rappresentò gli interessi della nascente borghesia nazionale, riempiendo il vuoto che lasciava la decadenza dell’aristocrazia latifondista e la mancanza di un’alternativa nella lotta rivoluzionaria. Sicuramente l’espropriazione dei beni ecclesiastici fu una delle misure progressiste prese sotto la sua direzione, ma è altrettanto certo che questi beni non fecero altro che passare nelle mani dei futuri latifondisti del paese. I tempi, le cause e le azioni di Benito Juarez ormai sono parte della storia. Il rispetto della proprietà privata dei mezzi di produzione fu la base necessaria alla borghesia per sviluppare al massimo delle sue possibilità le forze produttive. Oggi questi ricchi messicani hanno dato ampia prova della propria incapacità di spingere la società verso una vita migliore, tanto che gli obiettivi che si posero allora i settori più avanzati della Guerra di Riforma, come la redistribuzione delle terre e lo sviluppo di una industria nazionale, rimangono tutt’oggi incompiuti e dovranno necessariamente essere portati a termine dalla sola classe che deve e può farlo: la classe lavoratrice.
Oaxaca è stata anche la culla di Porfirio Diaz e dei fratelli Flores Magòn, che parteciparono (ognuno alla sua maniera) al periodo precedente e contemporaneo allo sviluppo della rivoluzione messicana. Anche in quel periodo Oaxaca visse una serie di convulsioni sociali, prodotto della già menzionata miseria in cui vivevano gli abitanti della regione. Per esempio a Ojitlàn e Tuxtepec nel 1911, l’ “Esercito di Liberazione Benito Juarez”, di chiaro stampo magonista, occupò il municipio, dando vita ad una rivolta che in seguito si estenderà a tutta la regione de La Cañada. Nel 1914 l’Istmo vedeva la presenza di gruppi di ribelli consolidati, da cui poi si è vista nascere la Cocei.
Negli anni ’70, un periodo con fermenti insurrezionali in tutto il paese, nell’Istmo di Oaxaca e più particolarmente a Juchitàn, iniziò un movimento di forte partecipazione popolare, con continue assemblee generali che vedevano la partecipazione di lavoratori, contadini e studenti di Oaxaca e di altri attivisti in contatto con altri movimenti del Distretto Federale. In queste assemblee si prendevano decisioni che in qualche modo ai avvicinavano a dare soluzione ai problemi più urgenti della popolazione, arrivando naturalmente alla conclusione corretta che sarebbe stato necessario allargare il fronte della lotta oltre i confini locali. Tutta l’esperienza precedente, unita all’estensione di queste assemblee a tutto il resto della zona, facilitò la formazione della Cocei (Confederazione Operaia e Contadina dell’Istmo). Quest’ultima divenne rapidamente un punto di riferimento a Oaxaca e tra le molte azioni diresse scioperi operai e studenteschi ma anche occupazioni delle terre la quali si estero oltre i confini di Oaxaca dove intanto si era andata formando la Coceo (Confederazione Operaia e Contadina di Oaxaca). La Cocei sarà in seguito uno dei pilastri più importanti della formazione del Prd nella zona.
I lavoratori, i contadini e tutti i settori oppressi della popolazione oaxaqueña hanno forgiato una ricca ed enorme tradizione di lotta che è tornata alla luce più e più volte nei diversi frangenti storici. La lotta dell’Appo non sarà di certo l’ultima, al contrario il movimento oaxaqueño saprà risorgere dalle proprie stesse ceneri come un’Araba fenice, arricchito da tutte le esperienze passate ed in particolare da quelle più recenti. Come le sue sorti presenti e passate sono state legate al resto del paese, lo stesso succederà in futuro.
Alcuni dati economici
Nel 2005 80.810 persone emigrarono da Oaxaca per dirigersi in un altro stato, mentre nel 2000 sono stati 55.839 coloro che sono andati negli Stati Uniti, in buona parte per vie illegali. Su 3.551.897 abitanti, la popolazione attiva è di 1.471.393. Però solo 302.860 sono occupati (e di questi circa 70.000 sono insegnanti), il che equivale a dire che più di un milione di oaxaqueñi in età da lavoro è attualmente in una situazione di aperta disoccupazione o di forte precarietà (cosa che sembra abbastanza simile a quello che avviene nel resto del paese, o no?).
E come se non bastasse quelli che possono lavorare non hanno comunque garantito un’esistenza dignitosa, tanto che il reddito pro capite annuo è in media di 56.141 dollari rispetto a quello nazionale di 79.551. La situazione delle abitazioni non è meno disastrosa visto che 306.216 delle 738.807 abitazioni private sono monolocali con una media di 5 persone per appartamento. Il malfunzionamento del servizio sanitario è brutale, dato che solo 542.188 persone hanno diritto ad accedere al Servizio Sanitario Federale Messicano e 196.657 a quello regionale: in pratica due milioni di oaxaqueñi sono alla mercè di ospedali e cliniche private se possono permetterselo e alla mercè della natura e della capacità di recupero del proprio organismo quando non possono. Ironicamente nell’epoca dello sviluppo dei viaggi “speciali” per turisti, continuiamo a trovarci di fronte a situazioni dove la gente muore per malattie perfettamente curabili: il parto rimane ad esempio una delle cause di mortalità principali tra le oaxaqueñe (54%) mentre il tasso di mortalità infantile è uno dei più alti del paese (5,6%). E così la borghesia si ostina a ritenere di poter giocare il ruolo di direzione di questa società? E’ ormai di fronte agli occhi di chiunque l’incapacità di questa classe di risolvere i nostri problemi. Ed in particolare a Oaxaca si percepisce in maniera evidente l’abbandono e l’oppressione a cui si vedono costretti i lavoratori e i contadini poveri della regione a causa dell’avida estrazione di profitti da parte dei padroni. Lo abbiamo già detto, la forte miseria in cui versano gli abitanti di Oaxaca è il risultato della storia di rapina e sfruttamento delle risorse naturali e umane della zona. La mancanza di sviluppo industriale e tecnologico diventa chiaro se consideriamo che le attività economiche di Oaxaca rappresentano appena l’1,4% del Pil nazionale e che per metà sono costitute dal settore dei servizi, commercio e turismo.
Se il futuro di Oaxaca dipendesse esclusivamente dalle decisioni della borghesia, potremmo già dichiararla morta. Purtroppo per i capitalisti e fortunatamente per noi, sembra che la storia non funzioni così: presto o tardi tutte le contraddizioni vengono al dunque, in molti casi in modo improvviso e violento, come per esempio nelle rivoluzioni. A livello mondiale, in Messico e ad Oaxaca stiamo assistendo a cambiamenti rapidi e improvvisi. Questi non sono nient’altro che il risultato dell’accumulazione di contraddizioni nella lotta tra oppressi e oppressori; contraddizioni che si trovano al proprio apice e che danno vita a meravigliosi processi come la rivoluzione bolivariana in Venezuela, la lotta contro la frode elettorale in Messico e naturalmente la lotta per le dimissioni di Uro a Oaxaca, guidata dalla Appo.
La Appo
La notte del 14 giugno i professori della sezione 22 del Snte (Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione- Ndt) che presidiano lo zòcalo (la piazza principale – Ndt) della città nel proprio “accampamento tradizionale” di protesta, con la richiesta fondamentalmente economica di riorganizzazione delle zone di assegnazione degli incarichi, subiscono un tentativo brutale di sgombero per ordine del governatore di Oaxaca Uro (Ulises Ruiz Ortiz – Ndt). Quest’ultimo è un esponente del Pri legato a Roberto Madrazo, nefasto quanto qualsiasi altro personaggio del genere (ne sono un esempio gente come il “governatore prezioso” Mario Marìn, Fidel Herrera, Romero Hicks ecc.).
E’ a questo punto che si può apprezzare in pieno la frase di Engels: “ciò che non succede in 20 anni, può avvenire in 20 minuti”. Durante il tentativo di sgombero gli abitanti della città attorno allo zòcalo aiutano gli insegnanti a ritirarsi e lanciare una controffensiva contro le forze dell’ordine, recuperando nei giorni successivi l’accampamento. Da questo scontro “puramente economico” sgorgherà una lotta in cui sarà decisiva la partecipazione di tutta la classe lavoratrice in quanto tale e che prenderà presto la forma di una battaglia che avverrà non tra settori specifici della società ma sulle linee più generali dello scontro tra oppressi e oppressori. Una lotta le cui ragioni e la cui natura trascenderanno non solo dai confini regionali a quelli nazionali, ma addirittura giungeranno a livello mondiale.
Nei giorni che seguono il tentativo di sgombero, un vero e proprio mosaico di oltre 350 organizzazioni dà vita alla Appo sulla base della ritrovata unità d’azione. Da questo momento e per i successivi quattro mesi si è vissuto a Oaxaca una situazione di dualismo di potere; una situazione in cui le azioni dirette dalla Appo (che si scontravano per la maggior parte nei fatti contro la stessa esistenza dello Stato) hanno convissuto fianco a fianco al governo di Uro, scomparso nei fatti da Oaxaca ma mantenuto artificialmente in vita sulla base della pura forza dell’apparato statale nazionale. La necessità di porre fine alla miseria che si vive a Oaxaca ed in generale nel paese ha trovato un riflesso nella partecipazione così entusiasta, determinata e abnegata del popolo oaxaqueño: lavoratori, contadini poveri e gente di sinistra dei settori più disparati della società, dagli studenti fino ai ristoratori del centro della città. Tutti con un obiettivo che giorno dopo giorno è divenuto sempre più chiaro e nitido: ottenere le dimissioni di Uro. Nessuno si illudeva che questa richiesta sarebbe bastata a porre fine a cinque secoli di miseria e oppressione, eppure è stata ed è ancora uno degli stimoli principali del movimento, una prima tappa da cui era necessario passare.
E’ qua che ci pare più importante sottolineare la necessità del partito rivoluzionario, cioè di un’organizzazione di quadri politici che sappia esprimere e cristallizzare come nessun altro i bisogni del proletariato, che studi, conosca e tragga le conclusioni corrette da tutte le lotte della classe lavoratrice, tanto dalle sue sconfitte come dalle sue vittorie in tutti i paesi e in tutte le epoche. Un partito capace di unire le richieste immediate del movimento con la lotta per il socialismo: per la nazionalizzazione delle leve fondamentali dell’economia per porle sotto il controllo democratico dei lavoratori, spingendo l’estensione di simile lotta a livello nazionale. Questo partito, questo gruppo di compagni, non saranno dei “Messia” né daranno una qualche soluzione magica e precostituita ai problemi della lotta di classe, però sì saranno coloro che si proporranno l’obiettivo di dare un’alternativa coerente, praticabile e possibile in base al contesto specifico in cui si trovi la lotta. Per usare le parole di Trotsky nella sua Introduzione alla Storia della Rivoluzione Russa: senza un’organizzazione dirigente l’energia delle masse è condannata a dissolversi come il vapore che non sia diretto da una caldaia. Ma in ogni modo ciò che stimola il movimento non è il pistone né la caldaia, ma il vapore
Senza dubbio la Appo è stata la direzione in grado di portare Oaxaca sulle soglie del dualismo di potere; ma quando due progetti tanto contrapposti come quello impersonificato dalla stessa Appo e dal governo federale e regionale si fronteggiano, presto o tardi uno dei due deve prendere il sopravvento. La Appo avrebbe potuto farlo nel momento culminante della lotta quando tramite alcuni mezzi di comunicazione sotto il suo controllo aveva un’egemonia enorme. Bastava convocare una delle famose “megamarce” per avere in un paio di giorni milioni di persone in piazza, mostrando tra l’altro la propria determinazione nel fatto che diverse di queste marce sono state di svariate chilometri.
A questo enorme appoggio ed entusiasmo era necessario far seguire un passo avanti; non era sufficiente prendere possesso della piazza, ma bisognava iniziare a sloggiare dai settori economici chiave i capitalisti dell’Istmo, della costa e di tutto lo Stato. Non ci sono dubbi sul fatto che questo sarebbe stato possibile se non fosse stato per la mancanza di audacia (per dire poco) di coloro che in un certo momento si sono trovati ad essere la direzione della insurrezione oaxaqueña: gente come Enrique Rueda ha mostrato recentemente quali fossero gli interessi che la spingevano a porsi alla testa di un movimento tanto meraviglioso come quello che abbiamo vissuto a Oaxaca.
La prima tappa della lotta si è conclusa con una sconfitta per la Appo; nel conto dobbiamo mettere i centinaia di arrestati in maniera illegale, i torturati, i “desaparecidos” e un clima di repressione e di terrore per tutti. La consegna della stazione radio ed il ritiro delle barricate in ordine avrebbero potuto essere ritirate strategiche. Ma soprattutto dopo l’entrata della Polizia Federale (Pfp) e dell’esercito in città, si è percepito la mancanza di alternativa e di collegamenti tra la base della Appo e la stessa organizzazione; azioni tanto elementari come la promozione di assemblee, volantinaggi e attacchinaggi sono completamente mancate al momento dell’arrivo della forza pubblica. Quello a cui invece abbiamo assistito in maniera sempre più evidente era il bisogno crescente e sempre più evidente di un settore della direzione dell’Appo di giungere ad una qualche forma di trattativa con la controparte. Come marxisti abbiamo sempre spiegato che anche per una trattativa vittoriosa non ci si può basare altro che sui rapporti di forza costruiti nella società. Ora i compiti che il movimento ha di fronte a sé per riorganizzarsi e non lasciarsi completamente schiacciare sono grandi e difficili. Il vapore continua ad uscire dall’interno di Oaxaca, manca però il pistone per indirizzarlo….
Ci è costato molto caro apprendere questa lezione e ora non ci è permesso buttarla via. Se in questo momento siamo stati sconfitti, non è stato per la “tiepidezza” o per la mancanza di maturità della base di appoggio dell’Appo. E’ stato per la mancanza di decisione della direzione. Si tratta di un’esperienza che non dobbiamo più ripetere. La prossima volta che daremo l’assalto al potere statale dovremo farlo con tutta la classe operaia organizzata, i contadini poveri, gli studenti, le casalinghe, e l’esercito, con azioni determinate ed efficaci come nel caso di uno sciopero generale. Uno sciopero generale che riunisca come un sol uomo la classe operaia di tutto il paese…
Prospettive per il 2007
Senza entrare troppo nei dettagli, il governo di Calderon ci riserva un orizzonte nero per i prossimi anni. La gigantesca frode elettorale che l’ha fatto salire alla presidenza e le forze da cui è sgorgato questo processo lo obbligano a pagare i debiti ai suoi creditori: svendere alle aziende private (in particolare a quelle che hanno sborsato grosse quantità di denaro per portare a termine la frode elettorale) settori chiave per la sussistenza stessa dei lavoratori come quello energetico, della sanità e dall’altro lato portare all’estremo la precarietà e il peggioramento delle condizioni di lavoro. La lotta di Oaxaca, per quante peculiarità presenti, non si limita ai confini stabiliti dalla geografia; questa lotta diretta dalla Appo non è solo quella di un’etnia con interessi molto particolari, ma in realtà è una delle espressioni più definite di una lotta intimamente collegata e molto più ampia: la lotta degli oppressori contro gli oppressi.
Ne sono un esempio il cordone economico attorno a Oaxaca, in particolare attorno alla città, e nei momenti di particolare tensione l’embargo di articoli di primo consumo che si sono venuti formando come risultato del fronte comune non solo degli imprenditori di Oaxaca ma ma di quelli di tutto il paese. Questi stessi capitalisti hanno poi utilizzato uno degli strumenti più incisivi: lo Stato; già dopo due mesi dall’inizio del conflitto avevamo potuto assistere al prestito dato dal ministro del Turismo Rodolfo Elizondo per spalleggiare il “settore produttivo” di Oaxaca, valutando la situazione come se si fosse trattato di una zona colpita dall’uragano Wilma. E abbiamo visto come l’informazione a livello internazionale e in particolare quella dei grandi imperi mediatici si sia subito allineata agli interessi dei loro proprietari: su tutti è sufficiente dare un’occhiata al quotidiano “liberale” El Paìs in Spagna.
Tutti questi individui si mantengono uniti in un solo blocco quando si tratta di difendere i propri interessi. E’ la ragione per cui esistono organismi come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale ecc. ecc. Le loro differenze interne e gli scontri di competenza che avvengono tra di loro sono sempre subordinate all’opera di sottomissione ai danni dei veri produttori di questa società: i lavoratori. Allo stesso modo anche noi lavoratori abbiamo bisogno per porre fine a questa sottomissione di porre mano alle nostre organizzazioni.
La Appo, un fronte di molte organizzazioni, tra cui addirittura la enorme sezione XXII del Sindacato Nazionale dei Lavoratori dell’Istruzione, ha già dato una buona prova di come porre in pratica un fronte unico nell’azione. Ora manca solo che questa azione si generalizzi e che in questa equazione entrino tutte, o almeno le più grandi, organizzazioni della nostra classe: i sindacati. No, non siamo sognatori. Da almeno due anni abbiamo assistito a lotte con una partecipazione sempre maggiore del settore più radicale dei lavoratori sindacalizzati. Lo abbiamo visto nella lotta contro la privatizzazione del settore energetico, nella lotta contro la riforma del sistema sanitario, naturalmente nella lotta contro la frode elettorale e nella coscienza di molti era chiaro il collegamento tra il destino di Oaxaca ed il proprio stesso destino. Ora, non possiamo nemmeno far finta di non vedere che c’è un settore che si oppone con le unghie e con i denti ad ogni passo in avanti: questo settore coincide con la direzione di praticamente tutti i sindacati (grandi, piccoli e autonomi che siano). Inevitabilmente i fatti metteranno ognuno al posto che gli compete: ci saranno direzioni che per mantenersi in sella si lasceranno trascinare dalla partecipazione democratica e dalla dedizione della propria base e altri che dovranno farsi da parte per lasciar passare il torrente rivoluzionario.
In ogni modo perché questo torrente scorra libero in tutta la sua potenza, è necessario recuperare, rafforzare e rivitalizzare i nostri sindacati. Se come diceva Trotsky “l’economia pianificata ha bisogno della democrazia operaia come il corpo umano ha bisogno dell’ossigeno” è anche vero che i sindacati hanno bisogno dello stesso ossigeno perché la classe operaia arrivi a prendere il controllo dell’economia. I sindacati sono gli arti con cui diamo vita, muoviamo e assestiamo colpi ai padroni; per farlo in maniera incisiva non c’è niente di meglio che mantenerli allenati e ben ossigenati. Che sia chiaro: il sindacato sono i lavoratori stessi ed appartiene agli stessi lavoratori. Per questo è necessario recuperarlo e dargli quella nuova vitalità necessaria ad intraprendere l’obiettivo storico che ci sta di fronte: la presa del potere nelle nostre mani, data ormai la totale incapacità della borghesia di risolvere anche i problemi più elementari.
Naturalmente c’è anche il Prd, un’altra delle nostre organizzazioni tradizionali e fondamentali, le cui origini risalgono alle lotte sindacali degli anni ’70, ai numerosi movimenti per il rispetto dei diritti democratici fondamentali e naturalmente alla lotta contro la frode elettorale del 1988 da cui abbiamo ereditato Salinas, Zedillo e Fox. Il Prd è un partito che è stato costruito storicamente da questa base (i lavoratori uniti con i contadini poveri, gli studenti, le donne di casa e tutti i settori oppressi della società) che nei momenti di massima tensione politica torna ad utilizzarlo come un potente strumento contro i propri aggressori: nel caso concreto della frode elettorale il Pan, l’estrema destra, l’Ife, Fox e il Cce. Il Prd, formato dall’attività di centinaia di migliaia di lavoratori, può essere ancora estremamente utile a patto che assuma chiaramente i connotati di quella stessa classe che gli ha dato vita e si metta a disposizione dell’unico programma che può garantirle la vittoria: il socialismo.
Finora si è parlato di organizzazioni di massa, ma cosa ne è stato della guerriglia? Sappiamo che fondamentalmente nel Guerrero, Chiapas e Oaxaca, tre degli Stati più poveri esistono gruppi guerriglieri armati. Quanto una loro vittoria è possibile? Insistiamo, senza l’appoggio del vero motore dell’economia, cioè del proletariato, un gruppo di valorosi per quanto generosi e pronti al sacrificio non potrà mai assestare un colpo mortale a tutto il macchinario su cui si appoggia la classe borghese: l’infrastruttura statale e la finanza. Lo Stato è uno strumento di una determinata classe e come tale potrà essere eliminato solo con la partecipazione massiccia della classe che gli si oppone: il proletariato. Inoltre la trasformazione della società non può consistere solo della distruzione dell’apparato statale (per la quale ribadiamo quanto sia comunque necessario la schiacciante partecipazione del proletariato il quale possa dimostrare nella pratica come in questa società non si muova nemmeno una ruota senza il suo permesso) ma deve consistere anche nell’eliminazione della proprietà privata sui principali mezzi di produzione per permettere l’applicazione di un piano che metta a profitto le potenzialità delle risorse naturali e umane della classe per dar vita ad una società realmente nuova.
E perché entrambi questi obiettivi siano raggiunti è necessario avere una strategia ed una tattica, le quali nel caso della guerriglia divergono chiaramente dalla necessità di raggiungere una sempre più ampia partecipazione delle masse per cui ci battiamo come marxisti. Questo lo si vede chiaramente nella cosiddetta tattica del foquismo, in cui uno piccolo gruppo di individui spera con azioni contro funzionari statali o personalità di spicco o luoghi chiave del capitalismo di costituire il segnale per un sollevamento armato delle comunità e che queste continuino la lotta. Tattica che non arriva mai al successo per il semplice fatto che in queste comunità non è stato fatto alcun lavoro sistematico per spiegare la necessità di simile azioni. Azioni che di per sé non sono sufficienti a sconfiggere il regime visto che sia la burocrazia statale sia la borghesia rappresentando rispettivamente un settore della società ed una classe possono contare su un esercito di riserva praticamente inesauribile. I burocrati e i borghesi come individui sono pezzi assolutamente rimpiazzabili nella loro classe, ragione per cui come marxisti ci opponiamo alla tattica del terrorismo che non comporta alcun innalzamento della coscienza della classe operaia né una diminuzione della forza della classe dominante ma anzi è sempre un eccellente pretesto per gli amanti dell’ordine, della legalità e dello “stato di diritto” per scatenare la repressione contro la classe operaia in generale e più in particolare contro quei settori di attivisti più in vista all’interno del movimento.
Un gruppo di uomini armati sui monti è incapace di sostituire l’azione rivoluzionaria che le masse sviluppano con mobilitazioni e scioperi. Lo scopo di tutti i rivoluzionari al contrario è quello di sviluppare azioni che siano in grado di unificare nella lotta i settori oppressi della società in modo tale da scatenare una mobilitazione di dimensioni tali da costringere lo Stato a recedere. Per esempio uno sciopero generale in Oaxaca forse non avrà come esito immediato la caduta di Uro e la liberazione dei prigionieri politici; ma non sono solo questi il tipo di risultati ottenuti da uno sciopero generale. Uno sciopero generale ad Oaxaca avrebbe un enorme effetto sulla coscienza e la fiducia dei lavoratori delle altre città e del resto delle campagne del Messico, spingendoli ad una lotta ancora più determinata contro il regime.
In ogni modo la base tanto dei sindacati che della Appo e del Prd entrerà in rotta di collisione con la propria direzione se questa si ostina a fungere da freno ad una lotta che ormai è a nostro modo di vedere improcrastinabile. E’ su questo punto che vale la pena insistere un po’ di più rispetto a quello fatto in precedenza: dobbiamo essere preparati, formare e formarci come quadri politici capaci di fornire alla nostra classe, ai lavoratori un’alternativa praticabile, coerente, scientifica e rivoluzionaria. In Messico, come compagni del Militante abbiamo alle spalle più di 17 anni di sforzi continui e consolidati in questo senso, per formarci, prepararci e poter così servire alla causa ultima della classe che è “condannata a trionfare”, la causa del socialismo.
Il socialismo non si fa in un solo paese, o è internazionale o non è socialismo (ed è internazionale per la semplice ragione che i nostri nemici di classe, i capitalisti, sono organizzati allo stesso modo su scala internazionale); per questo la nostra organizzazione non si limita ai confini che ci ha imposto la borghesia, ma contiamo sull’appoggio e l’enorme esperienza dei compagni della Tendenza Marxista Internazionale (www.marxist.com), che in ogni paese partecipano e condividono la nostra lotta; e certamente ci poniamo l’obiettivo di recuperare le migliori tradizioni che sono state forgiate dai lavoratori nella loro lotta contro il capitalismo, ed in particolare le tradizioni del partito bolscevico, il partito della classe operaia che sconfisse il capitalismo in Russia all’inizio del secolo scorso.
E’ per tutto quello che abbiamo detto che consideriamo il Militante un’alternativa seria per organizzarsi nella lotta per il socialismo; abbiamo la sicurezza, l’esperienza e soprattutto i mezzi per mettere a frutto gli sforzi individuali di tutti coloro che desiderano fare di questo mondo un mondo migliore, un mondo basato su un’economia razionale e pianificata, in cui i progressi tecnologici e scientifici determinino una maggiore emancipazione dell’umanità dal lavoro e non una schiavitù sempre più accentuata dell’uomo nei confronti dell’uomo, un mondo in cui la guerra, la carestia e le epidemie non siano altro che un ricordo, uno stadio passato della barbarie umana, un episodio che non dovrà essere dimenticato ma nemmeno ripetuto, un mondo in cui ognuno veda soddisfatti i propri bisogni e d’altro lato dia il proprio apporto alla società in base alle proprie capacità; in una sola parola, di tutti coloro che desiderano il socialismo.
Unisciti alla lotta della Tendenza Marxista Militante!
Ad Oaxaca come nel resto del mondo organizziamoci e sradichiamo una volta per tutte il male capitalista!
18 gennaio 2007
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