Governo, Confindustria, vertici sindacali, giornali…Tutti alla crociata contro i “fannulloni” del pubblico impiego
È stata da poco raggiunta un’intesa governo-sindacati (Cgil, Cisl e Uil) per la riforma del pubblico impiego: incentivate la mobilità territoriale e l’uscita per gli “esuberi”; meritocrazia a tutti i livelli con il coinvolgimento degli utenti nella misurazione della qualità dei servizi; e ancora: meno dirigenti, ma con più spinta autonomia manageriale; in cambio si promette una tendenza alla scomparsa del precariato tramite assunzioni regolari.
Chi da anni lavora nel pubblico impiego ben comprende in quale direzione effettivamente si evolveranno questi provvedimenti.
Infatti, di meritocrazia, autonomia e decentramento si parla già dai famigerati accordi del 1993, i quali, pienamente applicati in ambito pubblico, hanno unicamente avuto l’effetto di indebolire la capacità contrattuale dei lavoratori. Questi si sono, infatti, trovati con la quattordicesima contrattata localmente, anche in enti come i comuni ormai cronicamente con le casse vuote. Così, con stipendi da 1.000 euro in media circa al mese, bassi inquadramenti, blocco di assunzioni e concorsi sono ancora una volta i lavoratori a pagare le pecche del disastro del sistema.
I dirigenti, al contrario, con responsabilità spesso solo formali e scarsa preparazione, percepiscono stipendi e indennità che raggiungono (e a volte superano) i 100.000 euro annuali.
Per inquadrare bene il problema bisogna riflettere sul fatto che la pubblica amministrazione italiana è profondamente cambiata negli ultimi anni, quando (soprattutto nel comparto degli Enti Locali) i lavoratori hanno dovuto adeguarsi ai cambiamenti indotti dall’introduzione di nuove tecnologie ed alla domanda di servizi sempre più sofisticata; questo, come detto, in condizioni di carenze di organico, inadeguata formazione e strisciante demotivazione: il mobbing è un fenomeno costantemente in crescita con pesanti ripercussioni sociali e personali.
Allora, perché l’attacco al pubblico impiego è stato oggetto di attenzione nel dialogo tra Governo e sindacati dall’estate scorsa?
Ci propinano quotidianamente la favola della crescita economica: uno snellimento della burocrazia (che è l’obiettivo che vorrebbero realizzare con questi provvedimenti) sarebbe in grado di convincere le imprese straniere a tornare ad investire in Italia e così stimolare la crescita… Confindustria spinge in questa direzione.
Non si capisce, tuttavia, su quali serie fondamenta sia basata la loro convinzione secondo cui, spingendo a fondo l’acceleratore delle privatizzazioni e rendendo ancora meno tutelato e mal pagato l’impiego pubblico (con la scusa di snellire la burocrazia), si concorra al suddetto virtuoso risultato. Si sa che le imprese hanno una vasta disponibilità di investire in paesi in cui il costo del lavoro è basso e la tutela per i lavoratori inesistente.
L’argomento è comunque molto popolare: infatti il livello dei servizi sanitari, scolastici o ferroviari nel corso degli ultimi anni è indubbiamente in molti casi peggiorato ed è molto facile incolpare di questo lo sportellista o l’autista; un’osservazione un po’ più attenta permetterebbe di capire che la situazione non è attribuibile all’ignavia dei pubblici dipendenti ma ai continui tagli sulla spesa pubblica ed alle privatizzazioni, che verranno invece ulteriormente spinte. Basta guardare al disastro in cui versa la sanità lombarda, moderno modello di efficienza privatistica, per smascherare il vero obiettivo, che è quello di consentire al sistema delle imprese di spartirsi il rimanente della lauta torta del mercato dei pubblici servizi, dopo aver abbattuto anche gli ultimi “baluardi” dei diritti che caratterizzavano il lavoro pubblico.
Tutti i lavoratori, dovrebbero rifiutare qualsiasi logica di “guerra tra poveri” che porta solo al peggioramento delle condizioni di tutta la classe lavoratrice.
Al contrario, i vertici confederali (affascinati dalle sirene del prof. Ichino sulla “tolleranza zero”) insieme al governo studiano la creazione di un’authority nazionale per la valutazione dei dipendenti pubblici al fine del licenziamento dei nullafacenti certificati (cioè dei sindacalisti che intendono far rispettare i diritti dei dipendenti, dei mobbizzati, ecc.).
Noi crediamo, invece, che sia oggi più che mai indispensabile l’unità tra lavoratori, pubblici e privati, per respingere i tentativi di governo, Confindustria e vertici sindacali di far tacere il malcontento ed il dissenso della classe lavoratrice italiana e introdurre nuovi strumenti utili e restringere il già risicato panorama dei diritti.
Il sistema della concertazione, nel pubblico e nel privato, ha portato in questi anni ad evidenti peggioramenti delle condizioni della classe lavoratrice: l’unico sistema che paga è la lotta. Presto i lavoratori, pubblici e privati, si ritroveranno a manifestare nelle piazze e a dover lottare nei posti di lavori per difendere salari e diritti!
07/02/2007
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