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Non è passato neppure un mese dal tanto celebrato vertice dell’Unione a
Caserta, sbandierato come la rinascita della coalizione e, soprattutto,
come una vittoria di Rifondazione e delle nostre ragioni. Sono bastate
poche settimane per relegare quelle dichiarazioni trionfali in un
passato più che remoto: il governo Prodi non va affatto a sinistra,
bensì corre a braccia aperte incontro ai suoi veri referenti:
Confindustria, Vaticano, governo Usa.
Lo scontro sulla politica estera, da Vicenza all’Afghanistan, ha messo in luce il vero stato di cose. Esiste una maggioranza parlamentare, quella dell’Unione, tenuta insieme dal pietoso velo del “Programma” e dalla paura di perdere il controllo del governo. Ma esiste nella realtà sociale e politica un’altra coalizione, una coalizione di unità nazionale, che comprende gran parte del centrodestra, i partiti centristi dell’Unione e quasi tutto l’Ulivo (tranne qualche parlamentare della sinistra Ds). Quando sono in gioco questioni decisive, questa coalizione non solo scatena le sue campagne mediatiche, ma si fa sentire anche in parlamento.
Lo scivolone dell’Unione al Senato, quando la destra ha messo sotto il governo su una mozione di consenso alla decisione di consentire alla costruzione della base Usa a Vicenza, lo ha confermato in modo plateale. Non si è trattato affatto di un avvenimento “paradossale”, come ha lamentato il ministro Parisi, ma dell’emergere dei veri rapporti di classe e politici: ripetiamolo, quando sono in gioco questioni decisive (“con la politica estera non si scherza”, dice giustamente D’Alema), sono tutti uniti contro la sinistra e contro le lotte. Confindustria e governo, centristi dei due poli, stampa e Tv non hanno dubbi: sono solo “pochi facinorosi” antiamericani ed estremisti a non volere la base a Vicenza e le truppe a Kabul. Facinorosi da isolare e sconfiggere.
Lo stesso scenario si ripete sulle questioni di politica economica e sociale: se si tratta di privatizzare, liberalizzare, dare addosso alla scuola pubblica o ai dipendenti statali, se si tratta di scippare il Tfr ai lavoratori o di attaccare le pensioni, sono tutti d’accordo. Possono magari dividersi sui tempi e sui modi, o su come spartire qualche torta. Ma sono uniti sulla sostanza e soprattutto sono uniti non appena si delinea una mobilitazione reale contro le loro politiche.
Questo non significa che il governo cadrà domattina, non basta Casini per rimescolare le carte in parlamento. Significa invece che il Prc si ritrova stretto in una morsa nella quale, se non cambia rotta, verrà stritolato non solo il partito, ma anche le ragioni di milioni di lavoratori che hanno votato l’Unione per vedere un vero cambiamento, e che oggi si ritrovano con un pugno di mosche, per non dire di peggio.
A questa minaccia è necessario reagire, e c’è un solo modo di farlo: dichiarare subito, apertamente e ad alta voce che il Prc voterà contro il rifinanziamento della missione in Afghanistan e che si opporrà con tutti i mezzi alla costruzione del Dal Molin, tanto in parlamento come nelle piazze. Non per “ripicca” o per vendetta, ma per un motivo chiaro, semplice e cristallino: siamo stati, siamo e dobbiamo continuare ad essere contrari alla guerra in Afghanistan, così come all’uso del nostro territorio come retrovia delle imprese militari dell’imperialismo.
Ci si dirà che un voto del genere metterebbe a rischio il governo, che se cade Prodi Rifondazione viene ricacciata all’opposizione e perde qualsiasi possibilità di influire sulle decisioni future e di difendere le proprie ragioni con maggiore efficacia.
È un discorso solo apparentemente realista, ma che rifiuta di guardare in faccia la realtà: il governo Prodi sta già viaggiando verso destra, e anche a velocità sostenuta; su questa strada, quali che siano le combinazioni parlamentari, è inevitabile che si arrivi prima o poi o a un “Prodi bis” (magari incassando il sostegno di qualche transfuga del centrodestra), o a un altro governo ancora più spostato a destra. Il meccanismo è già in moto: per il nostro partito la scelta non è tra stare nel governo o uscirne, ma tra riprendere l’iniziativa, aprire un conflitto a tutto campo e far sentire le proprie ragioni, o restare a farsi bollire a fuoco lento, farci logorare (e risultati deludenti dei nostri candidati nelle “primarie” di città come Genova, Palermo, ecc. dovrebbero far suonare qualche campanello) fino a quando non saranno i nostri “alleati” a darci il benservito.
Questo è ancora più vero oggi che lo scorso anno, quando ci fu il primo voto di fiducia sulla missione in Afghanistan. Non solo perché in questi mesi tante cose sono diventate più chiare, ma anche e soprattutto perché a Vicenza è sceso in campo un movimento di massa, che attira la simpatia e il sostegno attivo di tutti gli attivisti di sinistra, del movimento contro la guerra, dei giovani.
In passato la maggioranza del Prc ha speso fiumi di parole sulla “centralità del movimento”, sul “governo leggero, movimento pesante” e altre frasi alate. Bene, ora è il momento delle scelte: ci dica, Giordano, se “pesa” di più il governo Prodi o un movimento di massa che con la sua opposizione alla base a Vicenza sta anche interpretando e dando nuova voce a tutto il movimento contro la guerra.
Dire No in questo passaggio cruciale è importante non solo per la posta in gioco, la politica estera, ma anche in prospettiva. Se ci pieghiamo ora, domani sarà cento volte più difficile opporci all’attacco alle pensioni, alle privatizzazioni e alla lunga lista di provvedimenti che il governo sta mettendo in campo sotto dettatura di Confindustria. Se di fiducia si deve parlare oggi, si parli della necessità di ricostruire una fiducia tra il nostro partito e i lavoratori, i giovani, chi vuole lottare per difendere il proprio futuro. Senza questa fiducia non ci sarà “astuzia” parlamentare che possa salvare il Prc e le nostre ragioni da una pesante sconfitta.
5 febbraio 2007
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