Il 29 gennaio è scaduto il termine per l’acquisto almeno del 30,1% del capitale di Alitalia (cessione che porterà la quota detenuta dallo Stato ad una percentuale inferiore al 20%) e i nomi che si sono presentati all’asta la dicono lunga sulla gigantesca speculazione finanziaria che si nasconde dietro a questa privatizzazione: finanzieri o società italiane e estere indebitati fino al collo che, comprando la quota di Alitalia messa in vendita, si indebiteranno ancora di più, ma avranno un marchio e un patrimonio da offrire come garanzia a fronte delle loro scorribande su tutte le borse mondiali.
Nel frattempo, per creare i migliori presupposti e per non spaventare i possibili acquirenti, è stato anche revocato (da tutti i sindacati che lo avevano convocato) lo sciopero del 19 gennaio, mantenendo quindi la tregua sociale all’ombra della quale Cimoli, l’Amministratore buono per tutte le stagioni e per tagliare posti di lavoro in qualsiasi azienda pubblica, ha potuto portare avanti, anche in Alitalia, un feroce piano di ristrutturazione.
La compagnia di bandiera di questo Paese è stata prima divisa in due società, Az Service e Az Fly (di cui Alitalia ha progressivamente ceduto quote del pacchetto di proprietà) e da qui in avanti ha vissuto un estenuante processo di spacchettamenti e divisioni, che ha svilito la professionalità dei lavoratori e annullato tutti i punti di forza come la manutenzione (settore in cui si è già proceduto al licenziamento di mille operai iper-qualificati), di vera e propria eccellenza. L’hangar dei 747 a Fiumicino, considerato la roccaforte della manutenzione della compagnia, è stato trasformato in un magazzino e si è arrivati alla situazione paradossale di dover rifiutare dei lavori di manutenzione per carenze d’organico.
In tutti i reparti si è proceduto ad una serie isterica di esternalizzazioni di ogni tipo di lavorazione e il 30 settembre 2006 sono stati messi nero su bianco i risultati di questo pazzesco impoverimento: è stata pubblicata una relazione trimestrale nella quale è scritto chiaramente che Alitalia ha perso 77 milioni di euro nelle lavorazioni per conto terzi e i ricavi sono crollati da 66 a 10 milioni di euro. I costi per la manutenzione e la revisione della flotta sono invece aumentati di 56 milioni di euro per effetto dell’affidamento all’esterno degli interventi.
Tutta la gestione di Alitalia è stata affidata alle più particolari logiche clientelari, cercando di foraggiare questo o quel gruppo di potere, nella più assoluta irrazionalità. E il risultato di questa gestione marcia e corrotta si vede nei numeri: dal 1998 al 1999, in coincidenza con l’inizio del progetto Malpensa 2000, il risultato operativo di Alitalia è passato da un attivo di 300 milioni di Euro a meno 100 milioni, arrivando a meno 400 nel 2004. Il trasferimento di una serie di voli a Malpensa non è avvenuto in maniera razionale ma seguendo il criterio del foraggiamento di questa o quella clientela, portando inevitabilmente alla perdita di quote importanti su una serie di rotte internazionali decisive. È questo il lavoro per cui i manager dell’Alitalia prendono milioni di euro all’anno!
La situazione già oggi disastrosa, con la privatizzazione diventerà insostenibile e, in questa direzione, Montezemolo ha già detto chiaramente che vuole ottenere la mano libera nel procedere a tutti i licenziamenti che saranno necessari e che questa è una condizione ‘sine qua non’ per l’acquisto da parte di qualsiasi padrone italiano.
è questa la ricetta che i padroni italiani si preparano ad applicare, motivo per cui, da una parte, non si vedono i motivi dell’entusiasmo con cui il compagno Ferrero ha caldeggiato il mantenimento di una proprietà italiana come condizione per dare via libera alla privatizzazione e, dall’altra, non si vede su che basi sia stato revocato lo sciopero del 19 gennaio.
Occorre recuperare lo spirito delle mobilitazioni a cavallo tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, altro che tregua sindacale! In quel periodo i lavoratori dell’Alitalia superarono le leggi antisciopero, furono protagonisti di scioperi improvvisi, articolati in maniera creativa e portati a termine in modo molto incisivo: da lì bisogna ripartire.
Tutte le privatizzazioni degli anni scorsi hanno avuto effetti disastrosi per i lavoratori e quella di Alitalia non sarà da meno. Basta vedere quello che è successo, sempre nel settore aereo, con la privatizzazione di Aeroporti di Roma, che ha portato nel giro di pochi anni a più di mille licenziamenti.
In un mercato che si è fatto sempre più ristretto e agguerrito, per via dei classici meccanismi al ribasso indotti dalla concorrenza, esasperati qui dal successo delle compagnie low-cost, Alitalia è stata scientificamente smantellata e costretta ad un ruolo di scendiletto per le grandi Compagnie europee e americane, pagando la debolezza generale del capitalismo italiano. L’attuale privatizzazione è solo l’ultimo passo in questa direzione.
Ora, di qualsiasi entità possa essere (se ci sarà…) una ripresa del mercato nel settore aereo, spargere illusioni sulla “soluzione italiana” è molto pericoloso!
La salvezza di Alitalia non verrà dall’eventualità che possa finire sotto il controllo di Meridiana o di una cordata di padroni del nord-est, piuttosto che inglobata in una grande compagnìa aerea europea: in entrambi casi il destino sarà quello di venir relegata a compagnia aerea con un limitato ambito regionale e con delle rotte subordinate a quelle di chi controlla gli snodi fondamentali del mercato aereo a livello mondiale.
L’unica soluzione pratica è fermare questa privatizzazione, cancellare quelle precedenti e ricondurre tutte le attività esternalizzate in capo ad una società sola che deve essere Alitalia.
Attualmente ci sono migliaia di lavoratori che hanno competenze eccelse, licenziati da Alitalia e che lavorano in nero da altre parti. Tutti questi lavoratori devono essere riassunti e vanno fermati tutti i licenziamenti che sono in procinto di essere portati avanti.
Il tutto in un piano che veda la completa rinazionalizzazione di Alitalia e il suo rilancio in un piano deciso democraticamente nelle assemblee dei lavoratori, che discuta tutti gli aspetti fondamentali della manutenzione, dell’organizzazione dei voli e dell’utilizzo degli scali, decidendo insieme come possano essere gestiti nella maniera più razionale e quale sia l’allocazione migliore dei voli, operazione ora completamente sottratta al controllo dei lavoratori e gestita secondo logiche burocratiche e corrotte.
All’asta del 29 gennaio è stata presentata anche un’offerta dall’Unione Piloti. In una intervista il Presidente di questa organizzazione si è detto stufo di vedere manager improvvisati dilapidare il patrimonio accumulato dai lavoratori con anni di sacrifici e di dure esperienze.
Peccato soltanto che l’Unione Piloti abbia presentato la loro proposta d’acquisto confidando “in qualche manager italiano di rango del settore aeronautico”, mentre tutta la vicenda Alitalia dimostra che non c’è nessun manager di cui ci si possa fidare.
Sono solo i lavoratori che possono costruite una nuova prospettiva per la compagnia aerea di bandiera di questo Paese, l’unica possibile: il controllo operaio e la pianificazione democratica, in primo luogo riportando dentro tutte quelle attività esternalizzate negli ultimi anni (l’handling, il catering e la manutenzione prima di tutto) e che rappresentano ancora una enorme ricchezza potenziale.
Questa ricchezza deve essere gestita dai lavoratori e non dilapidata dal Ricucci di turno!
L’esperienza dell’America Latina insegna che solo la gestione democratica dei lavoratori può rilanciare le aziende in crisi. Questo vale anche per l’Alitalia. Così come anche per l’Alitalia vale quello che recentemente Chavez ha detto per il Venezuela: “Nazionalizzare tutto quello che è stato privatizzato!”
07/02/2007