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Editoriale del nuovo numero di FalceMartello
Dopo settimane di aspri dibattiti, fuochi incrociati, maxiemendamenti e voti di fiducia, la Finanziaria 2007 è stata approvata. Al momento in cui scriviamo non conosciamo tutti i dettagli, ma il senso della manovra è chiaro. È una delle più pesanti degli ultimi 10 anni, con un importo totale che si aggirerà tra i 35 e i 36 miliardi di euro.
Nella discussione tra Camera e Senato qualche punto particolarmente
negativo per le famiglie dei lavoratori è stato tolto, come una parte
dei ticket sul pronto soccorso, ma i tagli agli enti locali, alla
sanità, a scuola ed università, alle pensioni e lo scippo del Tfr
rimangono sostanzialmente invariati. Come rimangono sostanzialmente
invariati i finanziamenti alle imprese private che tra cuneo fiscale,
crediti d’imposta, sgravi fiscali e trasferimento del Tfr ai fondi
pensione “sono nettamente superiori ad ogni finanziaria degli ultimi
anni”, come ci dice il Presidente del consiglio.
I precari assunti nella scuola pubblica sono vanificati dalla crescita del numero di alunni per classe, che diminuirà il numero degli insegnanti; per quanto riguarda la stabilizzazione del mezzo milione di precari nel pubblico impiego, “conquista” sbandierata dalla sinistra radicale, con una copertura finanziaria di 20-30 milioni l’anno ne verranno assunti solo poche migliaia, secondo lo stesso ministro della funzione pubblica, Nicolais.
Al di là dei singoli aspetti, un dato emerge chiaramente: dopo solo otto mesi dalla vittoria del 9 aprile, questo governo diventa ogni giorno più debole e diviso al suo interno.
È un governo che ha finora scontentato tutti, regalando la possibilità di un recupero alla destra e deludendo praticamente ogni aspettativa del “popolo di sinistra” che lo aveva votato. Nessuna delle leggi tanto odiate promulgate dal governo Berlusconi è stata abolita. Addirittura, quando alcune settimane fa si è provato a mettere mano agli aspetti più assurdamente proibizionisti della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, il governo è stato impallinato in commissione parlamentare da una parte della sua stessa maggioranza! Bloccare ogni timida speranza di cambiamento, anche sul fronte dei diritti civili (che pure avrebbe limitati contraccolpi economici) è necessario per impedire qualsiasi effetto galvanizzante che tali riforme potrebbero avere su eventuali mobilitazioni dei milioni che hanno votato centrosinistra.
Si preferisce alzare una grande cortina di fumo sull’evasione fiscale, naturalmente da combattere, ma non si interviene sulle vere ricchezze e sui luoghi dove risiede il vero potere: i capitali, le rendite finanziarie, il patrimonio immobiliare. I padroni dormono sonni tranquilli mentre si colpisce la piccola borghesia.
Recentemente il Sole 24 ore ha pubblicato alcuni dati sui profitti di alcune tra le più grandi imprese italiane. Li potete leggere nella tabella qui a fianco, ma un dato balza subito agli occhi. Nel 2006 venti società quotate in borsa fanno più profitti, quasi 41 miliardi di euro, dell’ammontare dell’intera Finanziaria!
L’insoddisfazione di una parte delle classi medie è stata sfruttata dalla destra attraverso la manifestazione dello scorso due dicembre. Una manifestazione imponente, che non deve essere sottovalutata ma i cui numeri non sono tuttavia molto distanti da quella, sempre organizzata da Berlusconi e soci, nel novembre 1996 contro il primo governo Prodi. Questa prova di forza non ha però scalfito affatto la tenuta del governo, anzi l’unico effetto concreto è stato quello di una divisione nella stessa “Casa delle Libertà” con la dipartita di Casini e del suo partito, l’Udc. A breve termine, nonostante i desideri di Berlusconi, non è possibile alcuna spallata ai danni di Prodi da parte delle destre.
La principale ragione è che il punto di riferimento necessario al Cavaliere per effettuare una simile operazione, non è per nulla disponibile. Confindustria e Montezemolo non vogliono oggi la caduta del governo dell’Unione. Non perché abbiano a cuore più di tanto la democrazia e il rispetto della volontà degli elettori, ma perché vogliono andare fino in fondo nell’attacco ai diritti dei lavoratori e dello stato sociale e sono coscienti che possono farlo solo con questo governo dell’Unione ed il contributo essenziale delle organizzazioni legate al movimento operaio.
Per raggiungere questo obiettivo, hanno alleati importanti nella compagine governativa, da Prodi a Fassino, da Rutelli a D’Alema.
Il tormentone sulla “fase due”, o “accelerazione del progetto riformista” che dir si voglia, consiste proprio in questo. Nelle intenzioni dei padroni e delle componenti più moderate dell’Unione, il rilancio del governo passa attraverso la controriforma delle pensioni, liberalizzazioni e privatizzazioni. Nelle parole di Prodi occorre “riqualificare, risanare, razionalizzare e ristrutturare”.
Ciò significa che un nuovo governo centrista è dietro l’angolo, e che Casini è pronto con i suoi deputati e senatori a sostituire il Prc? Non escludiamo che i centristi possano intervenire in soccorso di Prodi su alcune questioni, come ad esempio la politica estera, ma un cambiamento di maggioranza è in questo momento poco probabile. Oltre che ad essere poco praticabile per quanto riguarda i numeri, soprattutto al senato, è in questo momento inopportuno dal punto di vista politico. Le formazioni della cosiddetta “sinistra radicale”, e innanzitutto il Prc, devono essere “spremute” fino in fondo ora, quando il loro consenso è necessario per fare ingoiare ai lavoratori le “riforme” tanto importanti per “il sistema Italia”. In un secondo tempo, divenute ormai inutili e screditate di fronte alla propria base sociale, potranno essere scaricate. È questo, in fondo, il principale scopo dei governi di collaborazione di classe, dove convivono partiti della borghesia insieme ad altri legati al movimento operaio.
È proprio questo “abbraccio mortale”, tuttavia, che Giordano e gli altri dirigenti di Rc dovrebbero temere, e non il “grande centro”, uno spauracchio tirato fuori un giorno sì e l’altro pure sulle colonne di Liberazione, utile più che altro a far ingoiare alla propria base tutte le leggi antipopolari votate dai parlamentari comunisti in questi mesi.
Un antipasto del pranzo avvelenato che ci vogliono propinare lo abbiamo visto in queste ultime settimane: dalla privatizzazione dell’Alitalia alla volontà di rimanere a tempo indefinito in Afghanistan, l’offensiva è chiara.
Chiaramente tale offensiva non viene però mai chiamata con il vero nome, ma in termini più educati: “patto tra le parti sociali” come hanno concordato Montezemolo e D’Alema in un recente convegno. “Un patto per la crescita, la competitività e la produttività del paese” dove “ognuno ci deve mettere qualcosa”, riporta il Corriere della Sera.
In questi discorsi non c’è nulla di nuovo: ci troviamo di fronte all’ennesimo patto sociale, dove i padroni ci mettono il sorriso e le belle parole, mentre ai lavoratori tocca metterci parte del proprio salario e sottoporsi a nuovi sacrifici. Ancora una volta la torta se la mangiano tutta lor signori, ai lavoratori (e non a tutti) rimangono poche briciole e devono pure pulire il tavolo!
Gli argomenti in campo infatti, sono tutti alquanto spinosi per la classe lavoratrice. Dalla riforma delle pensioni, dove secondo il memorandum firmato da governo e sindacati ad ottobre è contemplato l’aumento dell’età pensionabile, al disegno di legge Lanzillotta, che impone la privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali, fino allo smantellamento del contratto collettivo nazionale di lavoro. Da parte di Confindustria e dei suoi amici è in atto un accerchiamento nei confronti del governo, insieme a un tentativo di mettere alle corde le organizzazioni della sinistra e del movimento operaio.
Mentre i padroni stanno preparandosi a questa prova con tutta l’attenzione necessaria, quale sarà invece l’atteggiamento della direzione delle nostre organizzazioni? L’appoggio entusiasta che le direzioni della Cgil e del Prc hanno dato alla legge Finanziaria non lascia presagire nulla di buono. A ciò dobbiamo aggiungere il tentativo di normalizzazione in atto nella Cgil nei confronti di ogni espressione critica al suo interno, di cui parliamo a pagina 7.
In occasione dell’apertura del tavolo per il famigerato “patto sociale” si vuole portare avanti un tentativo di serrare i ranghi, di cloroformizzare ogni lotta ed opposizione sociale. Di fronte ad un simile intento, tutti i lavoratori ed i partiti di sinistra devono sottrarsi.
Quello che abbiamo di fronte non è affatto un governo forte. L’esecutivo è attraversato da profonde divisioni che in ultima analisi sono espressione degli interessi delle diverse classi. Non è a caso che il partito più in difficoltà in questo momento sono proprio i Ds, dove la contraddizione tra l’esistenza di una parte del vertice apertamente difensore degli interessi della borghesia ed il fatto di costituire il principale partito dei lavoratori in Italia è ormai deflagrante.
L’illusione più grande che si possa diffondere fra le masse è che in qualche modo tali divisioni si possano ricomporre, facendo affidamento a qualche formula magica, che in questo caso si chiama “programma dell’Unione”. Chi si richiama più alle sacre pagine di quel libro, tanto voluminoso quanto inutile? Ormai solo Rifondazione, il Pdci ed i Verdi, per i quali il programma è una sorta di “Linea Maginot”. La storia però ci insegna che la linea Maginot venne aggirata, e questa volta le cose non andranno diversamente.
Mentre il padronato ha finora fatto sentire chiaramente la sua voce, i dirigenti delle organizzazioni dei lavoratori sembrano entrati in uno stato di afasia cronica. E non ci riferiamo ai toni più o meno elevati che si possono usare in parlamento o in occasione dei tavoli concertativi. Se infatti la pressione si limita a questi ambiti, il padronato prevarrà inevitabilmente.
Questa maggioranza si sfalderà, anche se non possiamo sapere con certezza i tempi. Quello che ci interessa maggiormente è capire se a “rompere con Prodi” per citare il titolo della nostra mozione all’ultimo congresso del Prc, sarà l’intero movimento operaio o se invece lo stesso movimento sarà diviso, ingannato e ridotto in una posizione subalterna dallo stesso Prodi e dalla grande borghesia.
Solo cercando di riannodare il filo delle lotte, delle mobilitazioni di massa, tutte le contraddizioni presenti nella coalizione governativa potranno sfociare in una fuoriuscita da sinistra delle inevitabili crisi e convulsioni che attraverseranno tutti i partiti dell’Unione.
Oggi non ci troviamo ancora in questo stadio della lotta di classe. Attualmente prevale ancora fra tanti lavoratori un clima di aspettativa, che rappresenta tuttora il principale ostacolo allo sviluppo di nuove mobilitazioni. Allo stesso tempo però negli ultimi mesi abbiamo visto cresce perplessità e confusione, frammista a rabbia, tra importanti fasce di giovani e lavoratori.
La manifestazione del 4 novembre a Roma dimostra, pur in maniera limitata e parziale, che, quando si vede un obiettivo concreto, in questo caso la possibilità di imporre una legislazione diversa sulla precarietà, i lavoratori ed i giovani sono disposti a scendere numerosi in piazza.
In un altro articolo descriviamo l’accordo del gruppo Cos-Almaviva (che comprende anche Atesia) che, seppure con alcune ombre, ha portato all’assunzione a tempo indeterminato di 6500 lavoratori del gruppo. È un risultato delle mobilitazioni intraprese dai lavoratori in questi ultimi d’anni, che può aprire un varco a tanti altri lavoratori precari in tutta Italia.
La contestazione dei lavoratori di Mirafiori verso i segretari generali di Cgil-Cisl-Uil si inserisce in questo ragionamento. È un segnale importante, la dimostrazione della grande delusione di tanti lavoratori che, dopo aver votato per il Centrosinistra perché cambiasse le cose, oggi sentono puzza di bruciato, ma allo stesso tempo è un’indicazione della rabbia che cova all’interno della classe su una questione come quella delle pensioni. Questa rabbia è pronta ad esplodere e deve essere organizzata.
Questo dovrebbe essere il compito del Partito della Rifondazione Comunista. In questi mesi si è seminata troppa confusione e si sono commessi molti errori. Indicazioni contrastanti, che prima dipingono la Finanziaria come “nostra” e poi richiedono improvvisamente un cambio di rotta al governo. Troppo tempo si è perso a fare le guardie del corpo di Prodi o i difensori del programma dell’Unione. Uno degli ultimi volantini diffusi dal Prc spiegava a caratteri cubitali che “il messaggio è arrivato”. Ci chiediamo quale messaggio, e a chi? Tanti militanti ed attivisti di sinistra hanno infatti le idee molto confuse e si sentono disarmati. C’è grande imbarazzo ad uscire pubblicamente difendendo le posizioni del partito, quando invece ai tempi del governo Berlusconi era tutto molto più chiaro e facile.
I lavoratori di Mirafiori come quelli di Atesia hanno invece alcune idee precise, e come spesso accade, la base vede più lontano di tanti dirigenti. Vogliono un deciso cambiamento di rotta da parte del governo. E da qui bisognerebbe ripartire. Certo anche noi dobbiamo rivendicare una “fase due”, quella però della riscossa operaia.
Basta seminare illusioni in Prodi, l’unica forza a cui il Prc può fare affidamento è il movimento operaio.
Se Lanzillotta o Rutelli spingono per mettere in vendita anche l’aria che respiriamo, noi chiediamo la rinazionalizzazione delle aziende pubbliche privatizzate negli ultimi dieci anni, da Enel a Telecom, dall’Eni alle Autostrade. Altro che dichiararsi disponibili alla privatizzzione di Alitalia, come hanno fatto Ferrero e Giordano. Se i padroni e i “riformisti” pretendono l’allungamento dell’età pensionabile, noi chiediamo la garanzia alla pensione dopo 35 anni di lavoro per tutti.
Molti a sinistra sono delusi e pessimisti ed assistono impotenti allo spostamento a destra dei propri dirigenti. Quello che si pensava impossibile potesse accadere, come la privatizzazione sostanziale delle risorse idriche in Puglia da parte di un governatore membro del Prc, è oggi realtà. Ma questa è solo una faccia della medaglia.
La partita è ancora aperta, ed anzi è ora di passare all’attacco. Tocca ai lavoratori ed ai giovani di questo paese giocarsela, mettendo in campo tutta la loro combattività e capacità d’iniziativa. Noi saremo con loro.
15 dicembre 2006
Utili netti di 20 società italiane quotate in borsa per i primi 9 mesi 2006 (milioni di euro)
Società 2006 Società 2006
Eni 7.697,0 Fiat 681,0
Unicredito Italiano 4.480,0 Finmeccanica 594,0
Enel 2.640,0 B. Pop. Vr-No 569,1
Telecom Italia 2.376,0 Autostrade 538,6
Banca Intesa 2,173,0 Banche Popolari Unite 509,1
Ass. Generali 1.941,3 Stmicroelectronics (mn $) 506,0
San Paolo-Imi 1.638,0 Mediaset 369,1
Tenaris (mn $) 1.370,6 Alleanza 367,2
Capitalia 804,1 Mediobanca 366,5
Banca Mps 687,5 Fondiaria Sai 359,6
• Totale utili netti per i primi 9 mesi del 2006: 30.667,7
• Totale utili netti per tutto il 2006 (proiezione): 40.890,2
Fonte: “Il Sole 24 Ore” del 21 novembre 2006
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