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L’infinito tormento dei Ds Stampa E-mail
Scritto da Sonia Previato   

Verso il partito democratico

Il consiglio nazionale del 12 dicembre scorso ha avviato il percorso del congresso dei Ds. Al dibattito saranno presenti tre mozioni e Mussi si è candidato a segretario alternativo a Fassino.
Il percorso che dovrebbe portare al partito democratico è alquanto accidentato, sia in casa diessina, che in quella Dl. Anche lì è certa la mozione Parisi, ultrà del partito democratico, che si contrappone a Rutelli, ma soprattutto alle tante anime che si rifanno ai sogni egemonici della Dc e che hanno il freno molto tirato sull’ipotesi di fusione con i Ds. La fuoriuscita dell’Udc dalla Casa delle libertà non può che alimentare questi sogni.
È chiaro che in Italia il lungo processo di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche apertosi con il crollo del muro e la crisi del 1992 nella quale abbiamo visto implodere la Democrazia cristiana che aveva governato il paese per quasi mezzo secolo è lungi dall’essersi concluso.

Il governo Prodi è in crisi di consensi sia fra la piccola e media borghesia che fra i lavoratori, e la cosiddetta fase due metterà il governo ancora più in difficoltà. Prodi si propone di privatizzare quel che resta del settore statale, di liberalizzare i servizi pubblici, le municipalizzate, e di affondare il colpo sulle pensioni. Non si può pensare che progetti di questo tipo non suscitino un’opposizione nella società. Questo spinge Prodi a parlare di irreversibilità del percorso verso il Partito democratico.

La sua illusione è che assorbendo i due principali partiti della coalizione il conflitto sociale e la conseguente rissosità interna al governo ne risulterebbero attutiti, si otterrebbe la cosiddetta governance, cioè tutti zitti non disturbare il manovratore; infine auspica di risolvere un problema personale, cioè quello di avere un partito, che almeno nella sua maggioranza lo sostenga. Pia illusione.

Tuttavia il motore che ha alimentato in tutti questi anni il progetto riguarda la crisi di rappresentanza politica della borghesia italiana. Pinuccio Stea, ex coordinatore del correntone in Puglia, lo ha detto chiaramente: “Il Pd nella sua rappresentanza e nella sua piattaforma politica, si propone insomma, a mio parere con tutta evidenza, come il nuovo partito della borghesia italiana, dopo la scomparsa della Dc che tale funzione aveva assolto per oltre un cinquantennio; e dopo il falimento di Forza Italia che a tale funzione aspirava.”

Il cemento che legava le tante anime e correnti della Dc è stato il clamoroso boom economico del dopoguerra che ha trasformato il paese e ha permesso a quel partito di “garantirsi” un’ampia base sociale.

Il problema è che l’Italia è un paese non solo in crisi economica, ma che nella competizione capitalistica con le altre potenze ha perso tutti gli strumenti per invertire la rotta del suo declino. Ogni ipotesi di ricostruzione del grande partito della borghesia si scontrerà con questo problema di fondo e continuerà a produrre sul piano politico la frammentazione che tutti conosciamo.

Per superare questo nanismo politico l’unica soluzione, per Prodi e i suoi sostenitori è sottomettere i Ds al giogo del loro progetto.


I Ds e i nuovi approdi


Le resistenze interne ai Ds sono un pallido riflesso della contraddizione sociale fra la natura e tradizione operaia di questo partito e l’approdo borghese che ne vorrebbe la maggioranza del gruppo dirigente.

Può far sorridere parlare di natura e tradizione operaia dei Ds, quando per anni la sua base elettorale e militante è stata in gran parte conquistata ed entusiasmata dalla prospettiva ulivista e prodiana. Il sostegno a questo progetto però è sempre stato dato in cambio della convinzione che su quelle basi il governo Prodi avrebbe tutelato anche gli interessi dei lavoratori e del popolo della sinistra. Sempre più chiaramente emerge che non è così.

Nel novembre scorso Mussi scioglie il “correntone” per aggregare in una assemblea nazionale, divenuta l’assemblea dei 5mila, una sinistra più larga che si oppone alla formazione del Pd. Qualche settimana prima anche una pattuglia di ex dalemiani, con in testa Angius, si dichiarano all’opposizione. Anche Zani, ex responsabile di organizzazione e ora eurodeputato si è schierato contro la nuova formazione, dicendo che non solo bisogna fermarsi, ma che i Ds devono invertire completamente la rotta, fra i riferimenti ideali include persino i segnali “che ci vengono dall’America Latina”. Recentemente Epifani ha espresso le sue forti perplessità e ha sottolineato la sua affezione al Partito del socialismo europeo. Secondo Mussi la nuova sinistra non si prepara ad una scissione, è la maggioranza che abbandona i Ds, il campo del socialismo europeo, per andare da un’altra parte. Al di là degli slogan, tuttavia, va rilevato come Mussi in qualità di ministro non ci abbia mostrato una sostanziale distinzione politica rispetto ad altri ministri diessini. Il dibattito sulla proposta programmatica mette a nudo la debolezza strategica della sinistra Ds. Non si può pensare di accettare tutta la politica della maggioranza per fermarsi sulla soglia dello scioglimento del partito. Le ragioni della crisi attuale risiedono proprio nell’orientamento politico fin qui seguito dal gruppo dirigente diessino.


Invertire la rotta


Lo scontro in atto riguarda la sopravvivenza dei Ds.

Il caso italiano, unico in Occidente, di un partito socialdemocratico che, al governo, pur essendo forza principale di coalizione, non esprime il presidente del consiglio, ben rappresenta la contraddizione di fondo attraversata dai Ds.

Un partito che ha passato tutta la sua esistenza a fare concessioni alla borghesia per accreditarsi come interlocutore affidabile, a rinunciare a qualsiasi forma di orgoglio di partito pur di dimostrare la sua buona volontà, ma al quale, nonostante tutto, non viene e non può essere perdonato il suo peccato di origine, ovvero di rappresentare quel che resta dell’unico partito comunista di massa in Europa occidentale. E questo non potrà che essere espiato attraverso la propria stessa disgregazione.

Come ha dichiarato la margheritina di sinistra Rosy Bindi, a proposito di quali saranno le sedi del nuovo Partito democratico, “che i Ds vendano le loro, poi ne ricompriamo di nuove, non potrei mai accettare di riunirmi nelle sedi appartenute al vecchio Pci”.

Al recente congresso del Pse a Oporto, a braccia aperte i congressisti hanno invitato il Pd ad entrare nel socialismo europeo e hanno persino cambiato lo statuto per permettere anche a partiti non socialisti di aderirvi.

Ma quello che è in gioco non è che qualche borghese diventi socialista, ma l’opposto, che l’apparato dei Ds si disgreghi e i singoli si mettano a disposizione di una forza borghese.

La Margherita di Rutelli agisce come rappresentante più cosciente degli interessi della borghesia con questo obiettivo.

Tanto per chiarire quanto la Margherita ha interesse ad aderire al campo socialista, Rutelli ha dichiarato il suo sostegno nelle prossime presidenziali francesi a Bayrou, ex ministro dei governi di destra di Balladur e Juppè, in contrapposizione alla Royal. I tagli agli enti locali, il ddl Lanzillotta che obbliga gli enti locali a privatizzare i servizi pubblici sono attacchi ai lavoratori, ma anche ai Ds che governano gran parte degli enti locali e che, con queste misure, vedono sensibilmente minato il loro consenso sociale. Le mirabolanti operazioni della cattolica ortodossa Binetti non sono semplici esternazioni di un manipolo di fondamentalisti cattolici, sono pure funzionali a spezzare anche moralmente questo gruppo dirigente. E i risultati di queste operazioni sono tutte all’attivo della Margherita. Addirittura nel recente attacco alla Turco e alla modifica della legge Fini sulle droghe, la Binetti è riuscita ad allineare sulla sua posizione la Serafini e i fassiniani.

Fassino è ossessionato dal dover dimostrarsi il più coerente sostenitore della prospettiva “democratica”, ha incatenato alla riuscita del Pd tutta la sua credibilità politica e presumibilmente finirà molto male, l’iconoclasta Occhetto dovrebbe ricordarci qualcosa.

D’Alema, pur avendo sottoscritto la mozione di maggioranza, allo scorso Consiglio nazionale ha fatto il paciere fra le due posizioni e chiaramente preferisce giocare il ruolo di chi è al di sopra delle parti per avere le mani libere in seguito.

Il movimento operaio è stato portato in dote dai Fassino e dai D’Alema sull’altare di una formazione borghese il cui leader, Prodi, sempre di più sta mostrando la sua pochezza anche in qualità di borghese progressista. Sarebbe il caso rimettere in discussione tutto questo percorso, altro che federazione con i Dl, la classe lavoratrice di questo paese ha pagato molto cara questa politica. L’unità si fa a sinistra, per ricostruire una stagione di riscossa del movimento operaio e dei tanti sfruttati di questo paese.

 

18/12/2006 

 

 
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