Si è consumato a fine novembre, nel direttivo nazionale della Cgil, un netto scontro tra il segretario nazionale Epifani e la Fiom. La discussione è continuata la settimana successiva al Comitato centrale della Fiom, a cui Epifani ha partecipato per ribadire quanto sostenuto al direttivo nazionale.
Si tratta degli ultimi episodi di un conflitto che si trascina da anni tra il vertice confederale e i meccanici della Cgil.
La Fiom si trovò sotto attacco già nel 2001 quando decise di non firmare il contratto nazionale rompendo l’unità con Fim e Uilm e poi nel 2003, per la stessa ragione quando venne presentata e portata avanti una piattaforma alternativa a quella di Fim e Uilm. Ma i rapporti non sono mai stati così tesi come nell’ultimo anno cioè da quando Rinaldini, segretario nazionale della Fiom, ha presentato al congresso due tesi alternative, su salario e democrazia sindacale, al documento della segreteria confederale.
L’ultima accusa lanciata da Epifani sono di aver aderito al corteo contro la precarietà del 4 novembre nonostante il veto della confederazione. Contro Cremaschi, della segreteria nazionale della Fiom, viene inoltre avanzata la minaccia di provvedimenti disciplinari per aver solidarizzato con lo sciopero indetto dai sindacati extraconfederali il 17 novembre.
Sullo sfondo c’è la prospettiva di un contrasto ancora più duro in vista degli importanti appuntamenti che la Cgil dovrà affrontare su pensioni, rinnovi contrattuali e precarietà a partire dal prossimo gennaio.
Delegittimare gli oppositori
Epifani non può “permettersi” in questo momento un’opposizione crescente all’interno della Cgil, la partita che si aprirà a gennaio è cospicua e non sarà per nulla facile far accettare alla base le controriforme che si preparano. Tra i lavoratori serpeggia il malumore e quanto accaduto a Mirafiori, con la contestazione ai segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil, non è che un piccolo esempio di quanto si prepara.
Il richiamo alla disciplina fatto da Epifani alla vigilia della manifestazione del 4 novembre non ha sortito l’effetto sperato, anzi ha contribuito a far scendere in piazza qualche militante in più e il ritiro della Fiom dalla manifestazione non c’è stato.
Da qui l’esigenza di dare un ulteriore giro di vite verso chi si pone in modo critico rispetto alla linea concertativa e il bisogno di mandare un messaggio ai quadri intermedi dell’organizzazione: delegittimare chiunque all’interno della Cgil si colloca su posizioni critiche e chiudere ogni varco alla discussione per prepararsi alla nuova fase.
Non sono mancati di conseguenza gli attacchi di funzionari locali contro quei delegati e lavoratori che negli attivi o nelle assemblee in azienda nei giorni successivi al direttivo nazionale hanno espresso le proprie critiche. Non si contano le minacce di atti disciplinari e gli inviti espliciti ad uscire dal sindacato.
Nuovi peggioramenti in arrivo
Per quanto riguarda la Fiom la questione non si chiude su previdenza e pensioni, c’è in ballo il contratto: il punto d’attacco oltre ai salari sarà la cosiddetta “flessibilità oraria”, un punto che sta particolarmente a cuore ai padroni. Attualmente è un punto su cui Rinaldini non è disposto a cedere.
Considerare però lo scontro in atto legato a un problema tra il vertice Cgil e la Fiom sarebbe un grosso errore. Tra i metalmeccanici le contraddizioni sono più visibili ma in tutte le categorie vi sono problemi simili.
Quello in atto non è semplicemente uno scontro tra confederazione e categoria ma tra due posizioni diverse di concepire il ruolo del sindacato. In questi anni Rinaldini ha sempre cercato di attenuare il conflitto con il vertice della Cgil cercando in ultima analisi un punto di equilibrio tra quelle che lui considerava posizioni più avanzate e la continua ricerca di compromessi col segretario generale.
Rinaldini in questi ultimi anni ha fatto di tutto per riappacificarsi con la segreteria Cgil, ha firmato lo scorso gennaio, con Fim e Uilm, un contratto nazionale più arretrato del passato e al congresso si è subordinato alle imposizioni di Epifani in termini di rappresentanza nel direttivo nazionale. Ciò non ha portato Epifani su posizioni meno conflittuali, anzi lo ha incoraggiato ad essere più aggressivo, come è evidente a tutti.
Illudersi di poter estendere una pratica sindacale più avanzata senza dare battaglia al nuovo corso moderato nella Cgil rimanendo chiusi nella propria categoria significa rinunciare a rappresentare i lavoratori che sono quelli che pagheranno per i continui cedimenti sindacali e che vedono continuamente frustrata la loro disponibilità a lottare.
Estendere la battaglia al di fuori della Fiom
Rinaldini non può più sottrarsi dal dare battaglia, lo scontro va portato a tutti i livelli sindacali ma soprattutto alla base tra i lavoratori di tutte le categorie offrendo quell’alternativa che è necessaria alla linea della maggioranza Cgil.
Bisogna gettare le basi per un’opposizione al segretario nazionale che si allarghi a macchia d’olio. La Rete 28 aprile in Cgil, attaccata anch’essa duramente da Epifani, da sola rischia di non avere il radicamento necessario per un conflitto così impegnativo. Se l’intera Fiom si sommasse a quest’area allora le cose potrebbero cambiare significativamente.
Non si deve attendere che la trattativa sulle pensioni e sulla contrattazione nazionale precipiti in nuove controriforme per iniziare questo scontro, già molti sono stati gli accordi a perdere recentemente firmati o in procinto di essere tali. Il contratto dei chimici di questa estate prevede ulteriori peggioramenti sul precariato, l’aumento dell’orario di lavoro e nuove e più restrittive imposizioni sulle modalità per convocare scioperi. Nel commercio (vedi articolo a pag. 15) ancora una volta si cede su diritti e domeniche lavorative, per non parlare della vicenda dei Call center dove, nel direttivo nazionale in questione, è stato ratificato con il sostegno dell’area Lavoro Società lo scandaloso accordo sottoscritto dai sindacati con la controparte che permette alle aziende di continuare a fare quello che vogliono sulla pelle dei lavoratori.
Il problema è che non basta denunciare i cedimenti del vertice sindacale, bisogna anche dare una prospettiva alla lotta che si dice di voler portare avanti.
È stato giusto non accettare diktat dal vertice sulla partecipazione o meno a manifestazioni come quella del 4 novembre, è da sostenere in pieno la posizione che ha espresso Rinaldini che se dalla trattativa sulle pensioni usciranno dei peggioramenti si dovrà scioperare, è corretto rivendicare la consultazione con un referendum su tutte le piattaforme e gli accordi che il sindacato decide di firmare, ma bisogna andare oltre organizzando una opposizione più incisiva: dalle vertenze aziendali ai contratti nazionali, arrivando se necessario a proporre piattaforme alternative che coinvolgano delegati e lavoratori nella gestione delle vertenze.
Il modo migliore per dare continuità alla riuscitissima manifestazione contro il precariato del 4 novembre è aprire una battaglia a 360 gradi perché in tutte le piattaforme contrattuali si rivendichi la riduzione se non addirittura l’abolizione dei contratti precari. Qual è il modo più efficace per organizzare i lavoratori a difesa delle pensioni pubbliche se non quello di rivendicare un sistema previdenziale dignitoso per tutti e l’abolizione della riforma Amato del ’92, della Dini del ’95 e di tutti i provvedimenti successivi?
Rinaldini deve abbandonare gli indugi e passare alla controffensiva. Il primo passo dovrebbe essere la convocazione di un’assemblea nazionale di delegati per discutere una piattaforma e un percorso di lotta su pensioni, Tfr, precarietà e modello contrattuale, facendo appello ai lavoratori e delegati di tutte le categorie. Solo così si può attingere dalla voglia di partecipazione e disponibilità alla lotta diffusa che esiste nei luoghi di lavoro. L’obbiettivo non è la democrazia fine a se stessa. La democrazia serve ai lavoratori, ai delegati, agli attivisti per fermare l’attacco a pensioni, Tfr, stato sociale e per lottare contro la precarietà dilagante.
Questa è l’unica via per non uscire dal ring come un pugile suonato e soprattutto perché ad essere “suonati” non siano sempre i soliti e cioè milioni di lavoratori costretti a campare con 900-1.000 euro al mese.
18/12/2006
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