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L’assemblea nazionale dei delegati autoconvocati Stampa E-mail
Scritto da La Redazione   

Il primo dicembre si è svolta a Milano l’assemblea nazionale autoconvocata dei delegati Rsu contro l’esproprio del Tfr e il un protocollo d’intesa (“memorandum”) firmato da Cgil, Cisl e Uil col governo in ottobre, che impegna le parti a iniziare a gennaio la discussione per una nuova controriforma delle pensioni.

L’assemblea, lanciata a ottobre a Bologna da una prima riunione di delegati autoconvocati dell’Emilia Romagna ha visto l’adesione di oltre 200 tra Rsu e delegati, e la partecipazione di circa 150 lavoratori.

Il dibattito è stato molto partecipato e ha fatto emergere chiaramente come la partita che ci troveremo ad affrontare all’inizio del prossimo anno sarà decisiva per le sorti del movimento operaio. Si vuole portare avanti un nuovo attacco per peggiorare le già tanto bistrattate pensioni pubbliche e contemporaneamente peggiorare i contratti nazionali.

Quello che Confindustria vuole è arcinoto: alzare l’età pensionabile riducendo i coefficenti di calcolo delle pensioni, avere nei contratti nazionali mano libera in termini di orari e condizioni di lavoro, modificare la legge 30 mantenendo gli strumenti di maggior precarizzazione attualmente utilizzati.

Quello che invece vogliono i vertici sindacali, e in particolare la Cgil, non si conosce ancora ma lo si può intuire: concedere tutto o buona parte di quanto chiesto dai padroni in cambio del definitivo riconoscimento da parte di Confindustria di una nuova stagione concertativa che metta alle spalle gli anni del muro contro muro contrassegnati dal governo Berlusconi.

Proprio perché la stagione in arrivo ci dovrà vedere protagonisti in una battaglia impegnativa è indispensabile definire gli strumenti più adeguati. Su questo l’assemblea ha mostrato grossi limiti.

In primo luogo non basta denunciare quanto è in preparazione o il furto delle liquidazioni, bisogna anche dire cosa proponiamo in alternativa ai vertici sindacali. Su questo punto ci si è limitati a rivendicare una discussione preventiva e la consultazione referendaria dei lavoratori, rivendicazioni giuste ma insufficienti. A questo proposito va registrato che l’intervento di Paolo Brini, che ha posto il problema e ha rivendicato il ritorno al sistema previdenziale a prima delle riforme Amato del ’92 e Dini del ’95, col sistema retributivo dopo 35 anni di lavoro, suscitando molto interesse e venendo più volte citato.

Il dispositivo finale, condivisibile in molti punti, propone di dar vita a un Comitato nazionale per la difesa delle pensioni pubbliche, ma non ha esplicitato come dovrà essere formato questo comitato (tranne dire che l’assemblea si dovrà riconvocare a inizio anno per decidere). L’assemblea a vissuto nel finale un momento di tensione quando si è acceso un dibattito sulla proposta (poi respinta) di mettere nel documento la rivendicazione dello sciopero generale autoconvocato. Se da un lato sarebbe stato giusto inserire nel documento l’obbiettivo di lavorare per arrivare anche a uno sciopero generale, dall’altro va registrato come tra molte organizzazioni extraconfederali ci sia un utilizzo superficiale di questa parola d’ordine. Il problema dello sciopero generale non è proclamarlo, ma renderlo realmente tale. L’assemblea del 1 dicembre, pur con tutti i suoi aspetti positivi, ha dimostrato come la strada da fare sia ancora lunga per porci all’altezza di questa sfida.

 

18/12/2006 


 
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