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Arrivati da 12 paesi, in 691 delegati ci siamo riuniti a Joinville,
Santa Caterina, Brasile, con l’appoggio delle centrali sindacali CUT
(Brasile), COB (Bolivia), UNT (Venezuela) e PIT-CNT (Uruguay), per
scambiare esperienze e articolare le nostre lotte in difesa dei diritti
fondamentali della classe lavoratrice e di tutti gli sfruttati e
oppressi. E’ stato un dibattito ricchissimo e una esperienza memorabile!
Il nostro incontro e’ stato aperto dalla firma dell’accordo collettivo di lavoro tra i lavoratori della CIPLA, la CUT (BRASILE) e la confederazione dei chimici (CNQ/CUT), che introduce la giornata lavorativa di 30 ore settimanali (senza alcuna riduzione di salario). Sarà nostro impegno portare questa conquista a conoscenza dei lavoratpri di tutte le fabbriche e luoghi di lavoro, sindacati e organizzazioni.
Quello che ci ha unito è la formidabile resistenza della classe lavoratrice in tutto il mondo. Resistenza che in America si è trasformata in un vento rivoluzionario che mobilita i popoli e spazza via i governi antipopolari, sottomessi all’imperialismo. Gli oppressi e gli sfruttati sono stanchi dell’oppressione e dello sfruttamento imperialista. E’ per questo che siamo tanto solidali quanto entusiasti con la rivoluzione venezuelana e con le lotte eroiche dei minatori salariati e del popolo lavoratore boliviano.
Tutti gli interventi testimoniano la furia distruttrice delle azioni dell’imperialismo in ogni paese del mondo. Ma altresì gli straordinari esempi di lotta, di spirito di sacrificio dei lavoratori delle campagne e delle città, nella difesa dei propri interessi immediati e storici. Siamo tutti, in tutti i paesi, fratelli di classe uniti nella lotta contro il medesimo flagello, lo sfruttamento capitalista, che trasforma in dolore e sofferenza la vita di miliardi di esseri umani.
L’imperialismo e i suoi strumenti, come l’FMI, la Banca Mondiale, la politica del pagamento del debito estero dei paesi oppressi, i diversi trattati di libero commercio, cospirano tutti contro i popoli per aumentare lo sfruttamento su uomini e donne già sottomessi a terribili condizioni di vita e di lavoro. Tentano di liquidare le nostre conquiste e i nostri diritti nei modi più fraudolenti. Tentano di corrompere le organizzazioni dei lavoratori e trasformarle in un loro strumento. Per questo molte volte si appoggiano su coloro che, nella classe lavoratrice, sono stati resi mentalmente schiavi e ci dicono che non c’e’ via d’uscita dal capitalismo, e che il nostro destino è quello di dare un volto umano al mostro imperialista. Ma se non riescono ad ingannare, dividere e disorganizzare la classe lavoratrice, allora utilizzano la repressione più brutale.
Questa politica promossa e controllata dalle banche, dalle multinazionali, dai latifondisti, e applicata da diversi governi schiavi del capitale, causa la messa in liquidazione delle industrie, la concentrazione delle terre, i licenziamenti di massa, lo smantellamento dell’educazione, della sanità, dei servizi pubblici, le privatizzazioni.
E quando tutto questo non pare loro sufficiente allora organizzano la depredazione ed il saccheggio del pianeta tramite le guerre e le occupazioni. Noi, che siamo per la pace e la integrazione fraterna tra i popoli, che difendiamo l’autodeterminazione dei popoli ed il loro diritto alla libertà non accettiamo l’occupazione dell’Iraq, dell’Afghanistan, di Haiti o della Palestina.
La nostra resistenza contro la distruzione capitalista ha assunto in diversi paesi, forme diverse. La libera discussione tra i lavoratori in merito alla direzione ed alle prospettive di questa resistenza, in special modo l’occupazione delle fabbriche, permetterà di chiarire ed avanzare verso il nostro obbiettivo che è difendere le nostre conquiste, i nostri posti di lavoro e liberare l’umanità dalla schiavitù capitalista ove milioni soffrono per la felicità indecente di un pugno di privilegiati.
Una cosa è certa: non sono i lavoratori i responsabili della crisi e della miseria. I responsabili sono i capitalisti e i governi al suo servizio. Noi li riteniamo colpevoli e diciamo che la responsabilita’ e’ solo loro.
Per questo i lavoratori hanno ragione di reagire, organizzarsi e occupare le fabbriche e le terre. Ha ragione il presidente Chavez quando ha dichiarato al primo incontro latino americano delle fabbriche recuperate dai lavoratori, che “Fabbrica chiusa deve essere fabbrica occupata dai lavoratori”. Ed in quello stesso momento annunciò la nazionalizzazione di altre due fabbriche occupate dai lavoratori. Salutiamo questa decisione e assumiamo questo orientamento come un compito pratico da realizzare ( tenendo conto dei diversi momenti e delle diverse situazioni), nei nostri paesi in difesa dei nostri posti di lavoro, dei nostri diritti, della riforma agraria e dell’industria. Cercheremo l’appoggio delle organizzazioni dei lavoratori delle campagne e delle città così come dei loro rappresentanti e parlamentari per diffondere i nostri obbiettivi. Per questo appoggiamo la realizzazione, nel Venezuela rivoluzionario, del secondo incontro latino americano delle fabbriche recuperate dai lavoratori nel 2007. E del quale già da ora ci consideriamo parte integrante.
Per questo abbiamo costruito in questo incontro Pan-Americano in difesa dell’occupazione, dei diritti, della riforma agraria, e dell’industria, un Comitato Internazionale di Coordinamento. I nostri obbiettivi sono: garantire la circolazione delle nostre risoluzioni, la continuità dello scambio delle nostre esperienze attraverso un bollettino o altri mezzi, articolare la difesa internazionale dei nostri movimenti e appogiare le sue iniziative, dando continuità al nostro sforzo di lotta contro ogni sfruttamento e oppressione, per la fine del regime della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e per la costruzione del socialismo.
Dicembre 2006
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