Vale a dire che non solo il volume di circa 35 miliardi di euro rimarrà tale, ma che i punti qualificanti, a partire dalla gran mole di trasferimenti alle imprese, vengono considerati intangibili. Sui ticket sanitari si approva una leggera modifica, qualche spicciolo per la ricerca e l’università forse si troverà, e questo è tutto. Resteranno i tagli alla scuola, alla sanità, agli enti locali, i fondi alle scuole private, gli aumenti delle tasse locali (sono già stati approvati l’aumento dell’addizionale Irpef e l’introduzione della tassa di soggiorno); rimane lo scippo del Tfr, confiscato per finanziare le grandi opere, rimane l’aumento delle spese militari, rimane l’aumento dei contributi a carico dei lavoratori… Possiamo forse stupirci se arriva puntuale il plauso del Fondo monetario internazionale?
A prescindere dal polverone di emendamenti, dichiarazioni, smentite e correzioni di rotta che rendono quasi impossibile capire cosa realmente il governo si appresti a porre al voto, rimane il fatto che con questa legge Prodi sta riuscendo a scontentare tutti, sia nel suo schieramento politico che nella società. Lavoratori, pensionati, studenti, precari pagheranno gran parte degli effetti della manovra, anche se molto di questo sarà evidente soprattutto successivamente. Il paradosso è che neppure i padroni sono soddisfatti, e non solo perché sono avidi e insaziabili.
Il problema di Montezemolo e soci è che vogliono l’affondo, non basta loro incassare i miliardi del cuneo fiscale, vorrebbero vedere il governo affondare la lama su quelli che chiamano “problemi strutturali dell’economia italiana” e che noi chiamiamo quei – pochi – diritti che ancora ci restano. Vogliono che la pensione pubblica diventi poco più di un assegno di povertà, vogliono smantellare quel che resta della proprietà pubblica nei servizi e nell’industria, vogliono riscrivere le relazioni sindacali per demolire i contratti nazionali e i diritti collettivi…
Rutelli si fa portatore di questa spinta e lancia un piano di liberalizzazioni, leggasi privatizzazioni, che immediatamente Montezemolo definisce “ottimo”. Il famigerato disegno di legge Lanzillotta, che aprirebbe la strada alla privatizzazione integrale dei servizi pubblici gestiti dagli enti locali, potrebbe persino diventare un allegato della stessa finanziaria. Di fronte a questo attacco gravissimo, che getterebbe nelle mani dei privati (con gli stessi esiti che abbiamo visto nelle telecomunicazioni) servizi essenziali quali trasporto pubblico locale, nidi, scuole materne, mense, ecc. l’organo di Rifondazione Liberazione fa gli equilibrismi e gioca a nascondino discettando sulle “diverse filosofie” delle liberalizzazioni… Su questo, come su tutti gli altri terreni, le proteste (per la verità assai contenute) dei rappresentanti del Prc e delle altre forze di sinistra cadono semplicemente nel vuoto. Sono colpi a salve, esattamente come il voto contrario del compagno Ferrero in consiglio dei ministri riguardo lo scippo del Tfr. La realtà è che la capacità di resistenza del Prc di fronte alle pretese del settore centrista che domina il governo sono ridotte al lumicino. Nel migliore dei casi si ottiene qualche rinvio, come è accaduto sulle pensioni, che sono state tolte dalla finanziaria guadagnando “ben” tre mesi di dilazione per poi aprire, a gennaio, l’ennesimo negoziato a perdere (si veda l’articolo di Paolo Grassi).
Su questa strada il destino di questo governo è già segnato e, cosa per noi ben più importante, è segnato il destino di Rifondazione e di tutte le forze della sinistra che ne sono parte integrante. Delusione e disincanto colpiranno innanzitutto proprio il Prc e la sinistra, poiché sono le forze sulle quali si erano appuntate le maggiori speranze di cambiamento quando Berlusconi è stato sconfitto nelle elezioni. Il partito è preso in una trappola: se continuamo a ingoiare, sia pure con qualche protesta, la politica di questo governo finiremo con l’essere colpiti dal generale discredito nel quale inevitabilmente finirà con l’affondare; viceversa, se dopo esserci incatenati a Prodi, giungendo persino a dichiarare che siamo le sue “guardie del corpo”, cominciassimo a puntare i piedi e a mettere il governo di fronte all’alternativa di cambiare rotta o perdere il nostro sostegno, finiremmo con l’essere accusati di voler riaprire la strada alla destra e accelereremmo quello sbocco “centrista” che Confindustria, Banca d’Italia, Vaticano e finanza internazionale hanno cominciato a invocare un minuto dopo che erano stati resi noti i risultati elettorali del 21 aprile.
La via d’uscita da questa trappola è una sola: invertire la rotta del partito, smettere di pensare che tirando Prodi per la giacchetta si possa ottenere un qualche risultato significativo, e aprire una discussione, innanzitutto all’interno del nostro partito e contemporaneamente in tutti gli ambiti nei quali siamo presenti, particolarmente nella Cgil, che ruoti attorno a un solo concetto: vincere le elezioni contro Berlusconi non è stato sufficiente a produrre un reale cambiamento. È necessario che si riprenda il filo delle mobilitazioni, che si elabori una piattaforma generale che riunisca le principali rivendicazioni che hanno animato gli anni delle lotte contro il governo di destra, che si prepari il terreno con una campagna capillare, di massa, per una nuova stagione di lotte che ridia la voce a quei milioni di persone che con le loro mobilitazioni sono stati i veri protagonisti della sconfitta di Berlusconi. Su questo terreno sarebbe possibile fare esplodere le contraddizioni del governo in modo che non ricadano su di noi, ma che emerga con chiarezza agli occhi di milioni di persone come, una volta sconfitto Berlusconi, l’ostacolo principale si trovi oggi all’interno dello stesso centrosinistra.
La manifestazione del 4 novembre ha mostrato le potenzialità esistenti e ha anche mostrato come non appena vi sia una ripresa del movimento immediatamente emergano con maggiore chiarezza le divisioni del governo. Bisogna proseguire su quella strada, non lasciare che rimanga una data in più in un lungo calendario di manifestazioni, ma usarla come un trampolino che ci permetta di allargare a una cerchia sempre più ampia la consapevolezza che solo prendendo nelle nostre mani la lotta per la difesa dei nostri interessi potremo ottenere dei risultati.
Solo su questa strada sarà possibile liberare il Prc dall’epidemia di governismo che dilaga in particolare nei suoi gruppi dirigenti, e dare una prospettiva alla sinistra.
14 novembre 2006
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