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Dall’Iraq alle elezioni di Medio termine
“L’Iraq come il Vietnam?” chiede l’intervistatore “Potrebbe avere ragione” risponde George W. Bush. Per la prima volta il presidente degli Usa ammette il paragone tanto temuto. L’intervista è stata rilasciata poche settimane prima delle elezioni di medio termine, mentre due terzi degli americani pensano che la guerra in Iraq sia stata “un grave errore” e le perdite americane nel solo mese di ottobre sono state di 105 soldati, uno dei mesi peggiori dall’inizio dell’occupazione: dal gennaio 2005 l’esercito Usa non contava tanti morti.
L’ammissione di Bush rivela tutta la disperazione per la situazione che si delinea davanti ai propri occhi: l’imperialismo sta perdendo la guerra in Iraq
A cinque anni dall’inizio della “guerra al terrore”, “l’impero” è molto più indebolito. In Iraq, come in Afghanistan, la situazione è totalmente fuori controllo. Alla faccia di chi pensava, anche a sinistra, che non ci fosse limite alla potenza degli Stati Uniti e che non si potesse nemmeno osare mettere in discussione il dominio americano sul mondo.
“l’Iraq come il Vietnam”
Le difficoltà della classe dominante statunitense sono ben evidenziate dalle affermazioni dei suoi stessi componenti. “Exit strategy” non è più una parola d’ordine riservata a pochi oppositori, ma l’ossessione di tanti esponenti dell’entourage del presidente e dei vertici delle forze armate. È stato infatti il portavoce del contingente americano in Iraq, William Caldwell, che ha apertamente parlato di “guerra civile” e poi ha affermato che “prima ce ne andiamo e meglio è”, aggiungendo che “gli Usa devono rivedere i piani” (il Manifesto, 20 ottobre). Molti generali tuttora in servizio hanno chiesto le dimissioni del ministro della difesa Rumsfeld. “È ormai chiaro che Rumsfeld ha perso il sostegno e il rispetto della dirigenza delle forze armate”, scrive l’editoriale di Army Times Publications, organo ufficiale delle quattro armi dell’Esercito Usa. Le dimissioni sono poi arrivate sulla scia della sconfitta elettorale dei repubblicani.
Gli stessi guru neoconservatori che progettarono l’invasione dell’Iraq, ora si dicono contrari. È il caso di Richard Perle, che ammette: “Se avessi saputo che andava così, non avrei mai sostenuto l’invasione dell’Iraq e il rovesciamento di Saddam.”
Se per questi borghesi è facile parlare di strategie errate comodamente seduti sul divano, l’invasione dell’Iraq ha avuto conseguenze tragiche per le popolazione di quel paese. La rivista scientifica Lancet ha recentemente pubblicato uno studio secondo cui, dal marzo 2003, 655mila decessi in Iraq hanno avuto come causa diretta od indiretta l’invasione delle truppe imperialiste.
Non sappiamo se queste cifre corrispondano effettivamente alle realtà, ma è sotto gli occhi di tutti che quello che un tempo era un paese prospero oggi è ridotto ad un cumulo di macerie. Ciò ha contribuito a rafforzare la resistenza, nonostante la feroce repressione imperialista. Ormai gli Usa non controllano più l’ovest dell’Iraq e la stessa capitale, Baghdad. Nel corso del mese del Ramadan da poco conclusosi, gli attacchi da parte della resistenza sono aumentati del 22 per cento rispetto al mese precedente, nella sola capitale. La resistenza sta cercando di coordinarsi. Si è recentemente costituito infatti un coordinamento della resistenza di ispirazione “nazionalistica” e “patriottica” composto da 25 gruppi della guerriglia e dove sono stati esclusi i gruppi vicini ad Al Qaeda, sempre più isolati. Secondo il manifesto “il programma politico è incentrato sulla totale liberazione dell’Iraq e un fermo no a qualsiasi negoziato, tregua o riconciliazione con gli occupanti prima che questi abbiano annunciato il loro ritiro” (31 ottobre).
Questo sentimento unitario e nazionalista è chiaramente il primo passo nella presa di coscienza delle masse irachene e delle loro avanguardie. Si pone nettamente contro i piani del governo di Al Maliki e del parlamento filoimperialista, il quale ha approvato lo scorso 12 ottobre la divisione dell’Iraq in tre parti: una curda al nord, una sunnita al centro ed una sciita al nord, di cui la prima e la terza sarebbero le regioni ricche di petrolio.
Diversi esponenti conservatori americani stanno suggerendo all’amministrazione americana di seguire questo piano senza altri indugi. Fra questi James Baker, ex segretario di Stato ai tempi di Bush padre, nominato a capo di una commissione del parlamento Usa nata per trovare una soluzione al problema della guerra in Iraq. Baker sostiene l’ipotesi di un Iraq federale, e invita Siria ed Iran a dare il loro contributo alla stabilizzazione del paese. Della serie: la situazione è così ingovernabile che è meglio un intervento di quei regimi piuttosto che il caos ed una guerriglia che conquisti il potere.
Si tratta di un cinico tentativo di Washington di soffiare sul fuoco della guerra civile per conservare un’influenza nelle zone ricche di petrolio. Le conseguenze sarebbero tuttavia opposte a quelle immaginate da Baker: l’aumento dell’instabilità della regione sarebbe esponenziale: ogni potenza regionale (Turchia, Iran, Siria) si lancerebbe sull’Iraq smembrato in cerca di prestigio e nuove aree d’influenza.
Se l’imperialismo in Iraq piange, in Afghanistan non ride di certo. Gli stessi analisti occidentali ammettono che la metà del paese è nelle mani di forze antigovernative, dove i talebani non sono che una delle tante fazioni. L’arroganza degli Usa è riuscita a riunificare le forze di vari gruppi nazionalisti, comunisti, talebani e delle tribù pashtoon. Gli Usa stanno cercando di delegare ad altre truppe Nato la gestione dell’intervento in Afghanistan, ma con scarsi risultati. Una sconfitta delle forze Nato potrebbe essere veramente dietro l’angolo.
In Iraq come in Afghanistan, un ritiro da parte dell’imperialismo non necessariamente porterebbe all’ascesa al potere dei fondamentalisti religiosi. La lotta per l’unità nazionale è il primo passo per respingere la barbarie. Ma fondamentalismo ed imperialismo occidentale non sono che due facce dello stesso sistema capitalista. Ecco perché una vera lotta per la liberazione nazionale deve avere un contenuto anticapitalista per vincere, in tutto il Medioriente come in Asia centrale.
Le elezioni di medio termine
Come ai tempi del Vietnam, le difficoltà all’estero stanno producendo importanti ripercussioni negli Stati Uniti. Con una differenza importante: negli anni sessanta eravamo in pieno boom economico, mentre oggi sul fronte interno la borghesia americana non ha molto da offrire. La ripresa economica, che pure c’è stata in questi ultimi anni, non ha risolto molti problemi. Nel 2000 ad esempio era occupata il 64,7% della popolazione, mentre oggi è il 63,3%: 3,3 milioni di persone in più sono oggi senza lavoro.
Oggi l’economia Usa sta rallentando e la bolla speculativa del mercato immobiliare si sta sgonfiando: niente di buono per i repubblicani, che infatti sono stati chiaramente sconfitti alle elezioni di medio termine.
Pare che sia servito a poco il viaggio di John Negroponte, direttore dei servizi segreti Usa, precipitatosi a Baghdad 48 ore prima della sentenza, al fine di sollecitare una condanna nei confronti di Saddam giusto a ridosso delle elezioni.
Mentre scriviamo i risultati non sono ancora definitivi, ma i repubblicani perdono il controllo della Camera, che detenevano dal 1994, mentre al Senato, è molto probabile un pareggio, con i due indipendenti eletti più vicini ai democratici.
Il voto del 7 novembre è stato un voto contro la politica di Bush, sia interna che estera, tuttavia i democratici non sono affatto una reale alternativa. È un altro partito borghese, nonostante venga spacciato come più “progressista” di quello repubblicano da tanti intellettuali di sinistra. Non si è opposto, salvo eccezioni individuali, all’invasione dell’Iraq. Oggi molti dei suoi principali esponenti, come Hillary Clinton, ritengono che la guerra debba “essere condotta meglio”, altro che terminata! Ricevono finanziamenti dalle grandi multinazionali né più ne meno che i repubblicani. Certo, hanno ottenuto 40 milioni di dollari anche dall’Afl-Cio (la confederazione sindacale) in occasione delle presidenziali del 2004, ma questi soldi si sarebbero potuti spendere nella costruzione di un partito che sia portavoce diretto degli interessi dei lavoratori.
Che tanti negli Usa non si sentano rappresentati dal sistema basato sui due partiti è evidenziato dall’affluenza a queste ultime elezioni. Sembra non abbia votato più del 50% degli aventi diritto, nonostante il voto fosse stato caricato di grande importanza, come un referendum pro o contro Bush.
I lavoratori ed i giovani negli Stati Uniti non vedono un punto di riferimento nel sistema politico americano, malgrado molti stiano cercando un’alternativa. Una dimostrazione è la crescente opposizione alla guerra e soprattutto le lotte degli ultimi mesi, come quella dei lavoratori immigrati clandestini.
La dipartita di Bush dalla scena politica aprirà grandi spazi per le possibilità di cambiamento nel paese. Davanti al fallimento inevitabile dei democratici e al vento di rivoluzione che soffia nel continente latinoamericano, il bisogno di una posizione di classe, di difesa degli interessi della classe lavoratrice diventerà un’esigenza irrinunciabile agli occhi delle classi oppresse.
15/11/2006
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