Bertolaso succede a Catenacci, dimessosi in seguito alla nuova esplosione dell’emergenza, sostenendo essere impossibile, a suo dire, cambiare le cose a causa dei troppi vincoli e delle troppe proteste contro cui si è scontrato in questi anni. Per sostituirlo si è optato per l’ex presidente della protezione civile, persona abituata ad avere il controllo totale delle situazioni in cui viene coinvolto, a ricorrere a qualunque strumento, ad agire al di sopra della legge per ottenere i suoi scopi. Una scelta coerente con quella che è stata la travagliata gestione del ciclo dei rifiuti in Campania negli ultimi anni.
Dodici anni fa veniva istituito il commissariato straordinario con l’obiettivo di risolvere due problemi: le periodiche crisi nello smaltimento dei rifiuti e il completamento del piano dei rifiuti regionale disegnato da Rastrelli nel 1993 e, successivamente, fatto proprio da Bassolino.
Il primo problema non è mai stato risolto in maniera definitiva, tanto che nel mese di ottobre si è ripresentata puntuale l’ennesima emergenza, il secondo problema dovrebbe avere una prima conclusione nei prossimi mesi, forse ad aprile, quando verrà inaugurato l’inceneritore di Acerra, il più grande d’Europa, ma anche in questo caso c’è poco da essere allegri. Al contrario di quello che hanno detto giornali e televisioni nazionali circa l’emergenza rifiuti in Campania per anni, quella dell’inceneritore ad Acerra è una finta soluzione, oltre a essere quella più dannosa per la salute di centinaia di migliaia di cittadini che abitano nel raggio di cinquanta chilometri dallo stabilimento.
In realtà il problema non sta nella difficoltà di realizzare il piano rifiuti, ma nel modo in cui è stato concepito e portato avanti in questi anni, nonché nelle finalità economiche che questo si era posto, a discapito della salute dei cittadini campani. Dallo scoppio del caso rifiuti in Campania, dodici anni fa, il giro di soldi è stato impressionante, se si considera che fino a due anni fa la stima era di una spesa in un decennio di 8500 miliardi di lire, a cui vanno aggiunti gli ottanta milioni di euro guadagnati negli ultimi dieci mesi dalla Fibe, azienda di Romiti che svolge il ruolo di consulenza tecnica dell’emergenza, i 4,5 miliardi di euro stanziati per il completamento dell’inceneritore ad Acerra, i 30 milioni di euro per rilanciare la raccolta differenziata in regione e via discorrendo. Cifre da capogiro a cui non corrisponde affatto una gestione lineare e trasparente dei rifiuti, ed il problema è tutto qui.
In Campania si è perso il conto delle discariche aperte negli ultimi anni in tutte le provincie, discariche che sono andate ad aggiungersi a quelle illegali della camorra in cui venivano sversati rifiuti tossici da tutta Europa a prezzi estremamente convenienti. Buona parte di queste discariche, appaltate ad aziende private o a consorzi misti, si sono rivelate in moltissimi casi non a norma, portando ad inquinare in modo drammatico ampie zone di territorio, spesso zone agricole. Sono stati costruiti nel 2003 sette impianti di cdr (combustibile derivato da rifiuti) con una spesa di 260 milioni di euro, che avrebbero dovuto alimentare l’inceneritore, ma che negli anni sono stati ridotti a semplici luoghi di imballaggio della spazzatura, spesso fermi per i guasti determinati dal loro utilizzo errato. Inoltre si parla già di dismettere questi impianti, data la loro antieconomicità e la loro incompatibilità con l’inceneritore. Quest’ultimo, infine, è un vecchio relitto dall’impatto ambientale devastante, l’opposto di una soluzione moderna e rispettosa del diritto alla salute. In sintesi il piano per i rifiuti in Campania non si è dimostrato valido in nessuno dei suoi presupposti e, cosa che ha scatenato le ire della popolazione ogni volta che si doveva collocare in zona uno delle suddette strutture, tutto è stato fatto in barba ai criteri minimi di rispetto per il territorio, raggirando le popolazioni con promesse di bonifica del territorio che non si sono mai concretizzate. Questo ha scatenato la rabbia dei cittadini campani, che vedevano valanghe di soldi girare sulle loro teste mentre a loro restavano i disastri lasciati dagli amministratori e dai padroni di turno, Romiti e la Fibe su tutti.
La giunta regionale ha sostenuto il commissariato in ogni sua mossa, ha appoggiato i metodi brutali usati per reprimere le proteste, non si è levato un solo grido di protesta contro le scempiaggini fatte dalla Fibe finchè, a furor di popolo, non è stata costretta a rescindere il contratto con l’azienda, anche se poi è stata scelta nuovamente dalla regione come consulente tecnico dell’emergenza, ovvero come azienda destinata a sovrintendere tutti i lavori del commissariato, aggiungendo al danno anche la beffa. Ancora più grave è stato il silenzio di Rifondazione comunista, che si è limitata a sporadiche lamentele, del tutto formali, mentre invitava i cittadini a pazientare nell’attesa di una soluzione dall’alto che non si è mai vista, tutto allo scopo di sedare le mobilitazioni per poter restare qualche altro anno al governo regionale senza troppi disturbi. Il senatore Tommaso Sodano, presidente della commissione ambiente del Senato, eletto in Campania, ha proposto il commissariamento dei comuni che non rispettano la legge Ronchi, che prevede che almeno il 35 per cento dei rifiuti sia riciclato. Se tale proposta venisse approvata, in Campania dovrebbero essere commissariati 481 comuni su 551, in molti dei quali, peraltro, Rifondazione è in giunta, motivo per cui tale proposta è stata irrisa da un ampio schieramento bipartisan.
L’aumento della percentuale di rifiuti riciclati con un trattamento adeguato del 20 per cento non riciclabile è l’unica soluzione reale del problema rifiuti in Campania, a cui aggiungere un piano di bonifica di tutti i territori devastati dalle discariche abusive. Ma per perseguire questo obiettivo non è sufficiente proporre una legge shock che verrà rifiutata in parlamento, ma bisogna condurre una lotta intransigente contro il commissariato straordinario e la giunta Bassolino, chiedere la rescissione del contratto con la Fibe in forma definitiva, uscire dalle giunte dei comuni in cui il riciclaggio non divenga una priorità, chiedere, per portare avanti tale piano, l’assunzione dei 2300 lavoratori necessari e riportare sotto controllo pubblico l’intero ciclo dei rifiuto avviando un piano di recupero del territorio sotto il controllo diretto delle popolazioni interessate. Ogni altra via che è stata tentata per risolvere il problema, in primo luogo quella istituzionale e del dialogo, è stata fallimentare, riproporle è un modo di temporeggiare che non risolverà il problema, per questo è necessario che il diritto alla salute venga difeso con la lotta!
15/11/2006