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La corsa a ostacoli del Partito democratico Stampa E-mail
Scritto da Alessandro Giardiello   

Molti nella sinistra radicale considerano il Partito democratico l’approdo naturale della svolta impressa da Occhetto alla Bolognina. Non è questa la nostra posizione. Abbiamo sempre considerato il Partito democratico un’operazione difficile da realizzarsi anche se fortemente voluta dalla classe dominante, che punta a liquidare ciò che resta del principale partito della sinistra italiana.

Anche se i dirigenti diessini sono al 90 % gli stessi uomini (e donne) del vecchio Pci, la natura di quell’apparato è chiaramente cambiata… e di molto.

Dopo la sconfitta alle politiche del ’94 e la destituzione di Occhetto si aprì uno scontro nel partito che vedeva fronteggiarsi Veltroni, rappresentante dell’ala “democratica”, e D’Alema, nel quale si riconosceva il grosso dell’apparato che voleva tenere i piedi ben piantati nel socialismo europeo.

Una classica sfida tra un’ala liberale e un’ala socialdemocratica che era però destinata a stemperarsi. Infatti in un epoca di crisi del capitalismo la socialdemocrazia non è più quella forza che pur difendendo l’ordine costituito si batte per politiche redistributive. La camicia di forza di Maastricht e il pesante debito dello Stato spinsero la direzione diessina (sotto la guida dello stesso D’Alema) a condurre gli attacchi più duri alle condizioni di vita delle classi subalterne. Le differenze con Veltroni fondamentalmente svanivano perché quella burocrazia, che per decenni era stata emarginata dal potere, era alla ricerca disperata di una definitiva legittimazione da parte della classe dominante per poter governare.

Questo ha reso i dirigenti diessini particolarmente disponibili a fare concessioni al padronato a livelli di ben lunga superiori rispetto ai socialisti spagnoli, francesi o tedeschi. Il caso più clamoroso è forse la privatizzazione di Telecom, iniziata dal governo Prodi, ma gestita da D’Alema, con il pazzesco regalo di migliaia di miliardi di fondi pubblici a Colaninno e Gnutti.

È evidente che il giorno in cui D’Alema ha varcato l’uscio di Palazzo Chigi, la sua funzione di rappresentante dell’apparato diessino è venuta meno.

Ha smesso i panni del rappresentante italiano del socialismo europeo e ha indossato quelli dello “statista” che elemosinava crediti bussando alle porte di Confindustria.

Nella misura in cui le richieste erano tante ma i crediti scarseggiavano, D’Alema ha pensato la cosa più sciocca che poteva passargli per la mente: creare una borghesia a propria immagine e somiglianza, la “borghesia progressista e produttiva”, eterno sogno incompiuto di ogni riformista che si rispetti.

Ha così fatto da apripista in Telecom ai cosiddetti “capitani coraggiosi”, e “incoraggiato” le cooperative rosse ad allearsi con i furbetti del quarterino per scalare l’Unipol e persino il Corriere della Sera.

Operazioni finite molto male come dimostrano le recenti condanne della magistratura per Consorte e compagni.

L’operazione Unipol ha mostrato l’atteggiamento che da sempre ha caratterizzato il gotha della borghesia italiana; il messaggio arrivato alle cooperative rosse da parte di Montezemolo è stato molto chiaro: state al vostro posto, le scalate finanziarie e i facili guadagni con la speculazione sono cosa nostra. Non fa per voi, occupatevi di altro.

Nei confronti dei dirigenti diessini c’è stata invece una raffica di critiche sui principali giornali, a partire ovviamente dal Corriere della Sera.

La borghesia ha fatto capire a D’Alema, Fassino e compagni che il loro ruolo nella società è un altro: governare quando sono chiamati a farlo secondo le leggi del profitto e gli interessi del capitale, facendo ingoiare la minestra rancida ai lavoratori. Un lavoro che i dirigenti diessini obiettivamente hanno dimostrato di saper fare molto bene in tutti questi anni.


Ma la base che dice?


Il problema che hanno i Ds è che la maggior parte dei loro iscritti, oltre mezzo milione, sono lavoratori e pensionati. Gente che mediamente vive con mille euro al mese. Molti di loro sono stati comunisti, non si considerano più tali nella stragrande maggioranza dei casi, ma si aspettano dal proprio partito che almeno provi a fare qualche riforma nel loro interesse.

Inoltre attraverso il proprio radicamento tradizionale i Ds sono legati ad organizzazioni che hanno una base sociale ancora più vasta come l’Arci e la Cgil.

Per tutte queste ragioni non sono esattamente ciò che si chiama un partito liberale.

A ciascuno di noi nel posto di lavoro o nel sindacato sarà capitato di imbattersi con i lavoratori diessini, che saranno anche “moderati” ma a tutti gli effetti parte integrante del movimento sindacale.

Ovviamente c’è un abisso tra questi lavoratori e i loro dirigenti, ma questo scarto in determinate condizioni sociali può ridursi notevolmente fino al punto che la burocrazia o parte di essa, sottoposta a forti pressioni sociali, decide di chiamare alla mobilitazione.

È quanto abbiamo visto recentemente quando Cofferati, tra il 2001 e il 2003 guidava alla lotta masse sterminate di lavoratori. Oggi lo stesso Cofferati, dopo aver tradito le aspettative di coloro che hanno lottato in difesa dell’articolo 18, è diventato lo sceriffo di Bologna. Questo dimostra semplicemente che il processo può muoversi in entrambe le direzioni e che lo stesso dirigente, una volta slegato dall’apparato della Cgil, può ritrovarsi tranquillamente qualche anno dopo a far concorrenza al sindaco Giuliani di New York sul terreno della lotta agli immigrati, senza disdegnare un attacco qua e là alla sinistra radicale e a chiunque manifesti per difendere i propri diritti.

Cofferati era riuscito in pochissimo tempo a portare la sinistra Ds, che viveva in uno stato comatoso fino ad allora, al 34% dei consensi nel congresso del 2003. La sua uscita di scena ha provocato invece una nuova crisi del “correntone” e la sua rottura in tre tendenze (Mussi, Salvi, Bandoli) che assieme hanno nel partito un consenso vicino al 25%. Una forza ridotta ma comunque non trascurabile.


Cosa accade ora?


Di fronte alla accelerazione che Prodi ha impresso a Orvieto per la formazione del Partito democratico, si è registrata per la prima volta una reazione significativa della base diessina che tendenzialmente è scettica se non frontalmente contraria. L’unico che sembra veramente convinto è Piero Fassino, che attorno alla riuscita del partito democratico sta costruendo la propria posizione di segretario nei Ds.

L’obiettivo di Prodi è evidente: mettersi a capo di un partito che raccoglie oltre il 30% dei consensi (visto che ora è relegato a leader di una corrente di minoranza nella Margherita) e allo stesso tempo ingabbiare le forze militanti dei Ds e magari anche del sindacato in un partito clintoniano, collocato al di fuori del socialismo europeo, date le forti resistenze di settori importanti della Margherita e in particolare dei popolari su questo punto.

Come era prevedibile la sinistra Ds ha dichiarato che se questo avvenisse loro darebbero vita a un nuovo partito socialista. Si sono così rifiutati di partecipare al convegno di Orvieto, nonostante le forti pressioni di Fassino.

In parecchie realtà locali (Brescia, Genova, Umbria, Milano e persino in Emilia) si sono tenute e continueranno a tenersi riunioni di militanti e dirigenti, che pur appartenendo alla maggioranza dei Ds, si oppongono alla formazione del partito democratico. Questa pressione ha spinto un settore della maggioranza, guidato da Gavino Angius, ad annunciare la presentazione di un documento alternativo al prossimo congresso dei Ds. Si è spaccata così la maggioranza che sosteneva Fassino.

La posizione di Angius è quella di non andare oltre la federazione, che era poi la linea che sostanzialmente era emersa nell’ultimo congresso del partito.

Ciò che è evidente è che i successi o gli insuccessi del Partito democratico sono legati all’andamento del governo. Questa operazione che viene vista da Prodi anche come un modo per cementare la propria maggioranza potrebbe convertirsi nel suo opposto, rischiando di aggravare l’instabilità del governo. Qualcuno anche nella borghesia comincia a capirlo e sta raffreddando gli entusiasmi.

Inizia ad essere evidente che una parte dell’apparato della Cgil difficilmente può riconoscersi nel nuovo partito. Mussi avrebbe a quel punto delle serie possibilità di riuscire nella costruzione di un nuovo soggetto politico che andrebbe inevitabilmente per ingrossare le fila della cosiddetta sinistra alternativa con Rifondazione, Pdci e Verdi. Dall’altra parte esistono serie possibilità che la Margherita possa lasciare dei pezzi per strada. Il risultato sarebbe quello classico di fondere due partiti… in tre e forse anche più. Gli effetti per la “stabilità del paese” che tanto auspica il grande capitale sarebbero facili da immaginare.

Sradicare un partito come i Ds dalle proprie tradizioni e dal proprio insediamento storico non è cosa da poco. Si tratta in ogni caso di un’operazione che qualsiasi comunista, pur non appartenendo a quel partito, dovrebbe vedere negativamente.

Non possiamo guardare con indifferenza al fatto che centinaia di migliaia di lavoratori che si considerano di sinistra finiscano inglobati in un partito guidato da Prodi e dalla borghesia. È nostra responsabilità di comunisti non rintanarci in posizioni speculative ma lavorare alla rottura con Prodi e il centro borghese, rottura che non deve riguardare solo i comunisti ma tutte le forze che appartengono alla sinistra di questo paese per quanto possano essere oggi su posizioni moderate.

15/11/2006

 
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