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Pochi anniversari sono stati contrassegnati da una campagna di disinformazione così massiccia e organizzata come quello della rivoluzione ungherese del 1956. Le falsità della stampa borghese sono state accompagnate dalla confusione seminata dai dirigenti dei Ds e del Prc. Già all'inizio di questo mese avevamo provato a gettare un po' di luce sugli avvenimenti. Ci ritorniamo offrendo ai nostri lettori un articolo del grande storico marxista Pierre Broué.
In una cronaca appassionante degli
eventi, scritta a poche settimane di distanza dal loro tragico epilogo, Broué
descrive i fatti d'Ungheria per quello che sono stati: una rivoluzione
proletaria ed antistalinista, il cui esempio deve essere fonte d'ispirazione e
monito per tutti i giovani e lavoratori che lottano, oggi, per il comunismo.
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La rivoluzione ungherese dei
consigli operai
I. Rivoluzione a Budapest
Il 20 e 21 ottobre 1956 i lavoratori
polacchi, mobilitati all’interno delle loro fabbriche, si preparano a resistere
alla minaccia militare russa. La sera del 21 Radio-Varsavia proclama la
vittoria della “Primavera d’ottobre”. Mosca ha ceduto. Il suo sgherro
Rokossowsky è stato eliminato dal Politburo e diventa segretario il veterano
Gomulka, gettato in prigione da Stalin. I lavoratori polacchi festeggiano in un
clima di gioia la loro vittoria.
I lavoratori e la gioventù ungherese
vengono a conoscenza di questa grande notizia. Lottano già da mesi. Gli
intellettuali hanno preso la parola per primi: hanno rivendicato libertà
nell’arte e, di fronte all’impatto entusiasmante che si è prodotto, hanno
parlato di libertà tout court. La gioventù li ha acclamati. “Non sono stato io
ad aver spinto la gioventù verso la libertà”, dichiarerà lo scrittore comunista
Gyula Hay, “ma è stata lei a spingermi… Io criticavo gli eccessi della
burocrazia, i privilegi, le distorsioni, e più andavo avanti più sentivo di
essere assecondato da un’ondata di sentimenti e di affetto… Si orientava verso
di noi, scrittori, un desiderio irrefrenabile di libertà. [1] Gli scrittori
comunisti hanno formulato le rivendicazioni dei giovani. “E’ ora di finirla con
questo regime di gendarmi e di burocrati”, ha proclamato Tibor Déry. [2] Gyula
Hajdu, militante comunista, 74 anni, 50 anni di militanza, ha messo a nudo i
burocrati: “Come potrebbero mai sapere quello che succede i dirigenti
comunisti? Non vivono mai tra i lavoratori e la gente del popolo, non li
incontrano sull’autobus perché tutti posseggono la loro auto, non li incontrano
nei negozi o al mercato perché usufruiscono di propri magazzini speciali, non
li incontrano all’ospedale perché dispongono di sanatori particolari[3]. La
giovane giornalista Judith Mariassy risponde con fierezza ai burocrati che
l’hanno redarguita: “La vergogna non sta nel
parlare di questi magazzini di lusso e di queste case circondate dal
filo spinato. La vergogna è che questi negozi e queste case esistano. Abolite i
privilegi e non ne parleremo più”[4].
Al circolo Petofi, tribuna di
discussione creata alla fine del 1955 dall’organizzazione della gioventù
(DISZ), alcuni grandi dibattiti hanno permesso di porre pubblicamente i
problemi politici che toccano tutti gli ungheresi e specialmente la gioventù,
utilizzando i risultati del XX° congresso del PCUS in cui Krusciov, il 23
febbraio 1956, ha esposto il noto “rapporto segreto”: si inizia con un
dibattito sull’economia marxista in marzo, sulla scienza storica e la filosofia
marxista a maggio e a giugno, un incontro dei giovani coi vecchi militanti
comunisti dell’illegalità usciti in buona parte dalle prigioni di Stalin e
Rakosi, il 18 giugno, dibattiti sulla stampa e l’informazione il 28 giugno …
dove sono stati coinvolti migliaia di partecipanti. In molti dibattiti il
semplice contatto tra militanti di origini sociali, generazione ed esperienza
differenti è sufficiente per far emergere la realtà sociale, il castello di
menzogne del presunto socialismo staliniano. Il 18 giugno la signora Rajk,
vedova del dirigente comunista assassinato nel 1949 come “titista” e “agente
dell’imperialismo” dopo un processo costruito da Rakosi per ordine di Stalin,
indicando i burocrati che siedono alla tribuna esclama: “Non soltanto avete
ucciso mio marito, ma avete anche ucciso il senso della decenza in questo
paese. Avete distrutto da cima a fondo la vita politica, economica e morale
dell’Ungheria. Non si possono riabilitare gli assassini: bisogna punirli!”.
Dopo l’intervento di Gyula Hajdu decine di migliaia di giovani iniziano a dire:
“I dirigenti devono andarsene”. Agli occhi degli intellettuali e dei comunisti
che animano il circolo Petofi un uomo incarna il cambiamento di politica, la
“riforma” del partito: Imre Nagy, veterano del partito, per lungo tempo in URSS
ma legato alla tendenza “bukhariniana” e che, dopo il suo breve periodo al
potere nel 1953, consolida nel partito e nei circoli di simpatizzanti le
speranze degli avversari di Rakosi. Secondo il filosofo Gyorgy Lukacs, per gli
animatori del movimento chiamato “comunista liberale” o del “comunismo
nazionale”, per i comunisti imprigionati con l’accusa di titismo ai tempi di
Stalin e da poco riabilitati, gli Janos Kadar e i Geza Losonczy, ed anche per i
giovani che danno loro fiducia, si tratta di cambiare la direzione del partito,
sostituendo il gruppo Rakosi-Gero con quello attorno a Nagy: sarà allora
possibile mettersi in marcia verso il socialismo autentico, liberato dalle
scorie dello stalinismo.
La “destalinizzazione” ha
decuplicato le speranze. Ha creato le condizioni perché potessero esprimersi
alla luce del giorno. I risultati sono però asfittici. Certo Rakosi è stato
allontanato, ma Gero è rimasto segretario generale del partito. Gero, l’uomo
della GPU[5]. Rajk è stato riabilitato ma dai suoi assassini, i quali hanno
pure portato la sua bara sulle spalle. Déry e Tardos sono stati espulsi dal
partito il 30 giugno 1956, ben dopo il rapporto Krusciov. Il tetro Farkas e suo
figlio, “il torturatore”, sono liberi. Gero è andato a Belgrado per chiedere a
Tito un certificato di “destalinizzazione”. Il “titoista” Kadar lo ha
accompagnato. Non è una destalinizzazione di tal genere quella che cercano i
giovani ed i loro portavoce, gli scrittori comunisti. Vogliono una
destalinizzazione autentica, vogliono finirla con gendarmi e burocrati, vogliono
un socialismo veramente democratico. Sanno anche, da qualche tempo, di avere al
proprio fianco i lavoratori, più lenti a mettersi in movimento ma che andranno
fino in fondo. Nella sede di Irodalmi Ujsag, il giornale dell’Unione degli
Scrittori, il tornitore Laszlo Pal dichiara, in nome dei 40mila operai di
Csepel, Csepel-la-rossa:“Finora siamo rimasti in silenzio. Durante questi tempi
tragici abbiamo imparato ad essere silenziosi e ad andare avanti con molta
cautela. In passato bastava una piccola osservazione perché l’operaio fosse
punito e perdesse il suo pane quotidiano… Dopo il XX° congresso le porte si
sono aperte. Tuttavia, finora, parliamo solo di responsabili minori. Ci
chiediamo se non sia giunta l’ora di gettare piena luce sui primi e veri colpevoli.
Vogliamo sapere la verità. Non siamo assetati di sangue ma di verità. Siate
sicuri, parleremo anche noi”[6].
Così gli operai uniscono la loro
forza tranquilla al movimento degli intellettuali. Csepel ha appena dato la sua
cauzione a Irodalmi Ujzag, proprio come a Varsavia la fabbrica di Zeran l’ha
portata alla redazione di Po Prostu. In Polonia questa congiunzione ha deciso
la vittoria. Ma a Budapest c’è Gero e dietro di lui la polizia politica, l’AVH.
I burocrati del Cremino tirano le somme. Hanno appena subito una sconfitta e
sono, come sempre, pronti ad ogni tipo di crimine per evitare una seconda
vittoria rivoluzionaria che lascerebbe alla burocrazia i giorni contati.
21 e 22 ottobre
Il 21 gli studenti del Politecnico
di Budapest organizzano un’assemblea. Come a Varsavia gli studenti delle classi
superiori dell’insegnamento tecnico sono l’avanguardia del movimento
rivoluzionario. Chiedono la libertà di stampa, l’abolizione della pena di
morte, l’abolizione dei corsi obbligatori di “marxismo”, un processo pubblico
per Farkas. Come i loro compagni di Szeged, che, in più, hanno richiesto la
riduzione degli alti salari, quelli dei burocrati, minacciano di sostenere il
proprio programma con manifestazioni di piazza se le loro domande non verranno
soddisfatte[7].
Nella città industriale di Gyor si
tiene un’assemblea pubblica che il giornale locale del PC ungherese descrive
come “il primo dibattito pubblico del tutto libero”. Gyula Hay cita gli esempi
cinese e jugoslavo, reclama la “chiusura delle basi sovietiche in Ungheria”
come parte integrante di una politica di indipendenza nazionale, afferma che la
stampa è diretta “in maniera inetta” e dipinge l’espulsione di Déry e Tardos
come un atto intimidatorio destinato a preparare il terreno a nuove misure
contro lo stesso Ime Nagy. 2mila persone lo acclamano[8].
Il 22 all’università Lorand Eotvos
di Budapest c’è un’assemblea degli studenti del Politecnico. Alcuni giorni
prima, i meeting all’università politecnica di Varsavia sono stati il cuore
della rivoluzione. E’ là che sono intervenuti i rivoluzionari di Zeran. E’ là
che la gioventù rivoluzionaria di Varsavia ha dato il suo appoggio a Gomulka. I
giovani ungheresi riuniti al Politecnico di Budapest sono ansiosi di giocare lo
stesso ruolo. La riunione è turbolenta. Gli oratori, tra cui si nota uno
studente anziano, Joszef Szilagy, un vecchio comunista amico di Imre Nagy,
reclamano il ritorno al potere di Nagy. Anche la gioventù ungherese cerca il
suo Gomulka. L’obiettivo della gioventù ungherese è una “società socialista
veramente indipendente”; essa pensa di arrivarci attraverso il cambiamento
della direzione del partito che richiede a gran voce. Gli obiettivi immediati
sono fissati in una risoluzione programmatica di 16 punti – i 16 punti della
gioventù – che prova a toccare tutte le rivendicazioni immediate della nazione
ungherese.
“ 1) Esigiamo il ritiro immediato
dall’Ungheria di tutte le truppe sovietiche, in conformità col trattato di pace
siglato nel 1947 tra URSS e Ungheria.
2) Esigiamo l’elezione a scrutinio
segreto di tutti i dirigenti del partito, ad ogni livello, dal basso verso
l’alto, affinché questi convochino appena possibile un congresso del partito
che eleggerà una nuova direzione centrale.
3) Esigiamo la formazione di un
governo presieduto dal compagno I. Nagy e che siano sostituiti tutti i
dirigenti criminali dell’epoca stalino-rakosista.
4) Esigiamo dibattiti pubblici sul
caso Farkas, Mihaly e banda, ed anche il loro rientro nel nostro paese ed un
giudizio davanti al tribunale del popolo per Matyas Rakosi, principale
responsabile del fallimento del paese e dei crimini commessi nell’ultimo
periodo.
5) Esigiamo l’elezione a scrutinio
segreto ed uguale, con la partecipazione di più partiti, di una nuova Assemblea
nazionale. Esigiamo che sia garantito il diritto di sciopero per i lavoratori.
6) Esigiamo un nuovo accordo e la
revisione delle relazioni culturali, economiche e politiche jugoslavo-ungheresi
e sovietico-ungheresi, sulla base del principio di non intervento reciproco
nelle questioni interne e di una piena uguaglianza economica e politica.
7) Esigiamo la riorganizzazione di
tutta la vita economica ungherese con la partecipazione dei nostri specialisti.
Esigiamo la riorganizzazione di tutto il sistema economico sulla base del
piano, in modo da utilizzare le risorse nazionali per gli interessi vitali del
nostro popolo.
8) Esigiamo che siano resi pubblici
i trattati riguardanti il commercio con l’estero e i dati reali sull’entità dei
danni di guerra. Esigiamo una informazione pubblica e completa sulle
concessioni proposte ai russi, sullo sfruttamento e lo stoccaggio dell’uranio
del nostro paese. Esigiamo che l’Ungheria possa fissare liberamente, in moneta
forte, il prezzo di vendita del suo uranio sulla base del prezzo vigente sul
mercato mondiale.
9) Esigiamo la revisione completa
delle norme sui ritmi di lavoro nell’industria, come anche il soddisfacimento
delle rivendicazioni salariali dei lavoratori manuali e intellettuali. I
lavoratori pretendono che sia fissato un minimo vitale.
10) Esigiamo una nuova
organizzazione del sistema delle consegne obbligatorie e l’utilizzo razionale
dei prodotti agricoli. Esigiamo un trattamento paritario per i piccoli
contadini lavoratori.
11) Esigiamo la revisione davanti a
Tribunali, realmente indipendenti, di tutti i processi economici e politici e
la riabilitazione di tutti gli innocenti condannati. Esigiamo il trasferimento
immediato in Ungheria di tutti i cittadini e i prigionieri trasferiti
coattivamente in URSS, compresi i condannati.
12) Esigiamo una radio libera, la
completa libertà di stampa, di parola e di opinione e l’uscita di un nuovo
quotidiano a grande tiratura, organo della MEFESZ (l’organizzazione
indipendente degli studenti che si era appena costituita).
13) Esigiamo che la statua di
Stalin, simbolo dell’oppressione politica e della dittatura stalinista, sia
abbattuta al più presto e che al suo posto sia eretto un monumento ai martiri e
agli eroi della lotta per la libertà del 1848-1849.
14) Al posto di simboli del tutto
estranei al popolo ungherese, esigiamo il ritorno alle vecchie insegne di
Kossuth. Esigiamo una nuova uniforme degna delle tradizioni nazionali della
Honved (esercito ungherese, NdT). Esigiamo che il 5 maggio, anniversario della
proclamazione dell’indipendenza nel 1848 sia festa nazionale e giorno festivo e
che il 6 ottobre, giorno dei funerali solenni di Rajk, sia giorno di lutto e
congedo scolastico.
15) La gioventù delle università
politecniche di Budapest proclama con entusiasmo unanime la sua solidarietà
completa con la classe operaia e la gioventù di Varsavia e della Polonia nella
sua relazione col movimento polacco per l’indipendenza.
16) Gli studenti dell’università
politecnica delle costruzioni costruiscono da subito le organizzazioni locali
della MEFESZ ed hanno altresì deciso di convocare a Budapest per sabato 27
ottobre un Parlamento della Gioventù in cui tutti i giovani del paese saranno
rappresentati da propri delegati.”.
La risoluzione è inviata al partito
ed al governo. Gli studenti ne chiedono la pubblicazione sulla stampa e la
lettura alla radio. In seguito manifestano la “loro simpatia fraterna ai
compagni polacchi in lotta per la sovranità e la liberazione”[9]. Come a Varsavia, dove l’assemblea del
Politecnico del 19 ottobre ha parlato a nome di tutta la gioventù
rivoluzionaria, gli studenti ungheresi con questo gesto sottolineano la carica
di internazionalismo proletario che anima questi giovani. Professori ed allievi
dell’Accademia militare “Miklos Zrinyi”, scuola di formazione per ufficiali,
adottano i 16 punti. Col medesimo spirito di simpatia militante verso la
rivoluzione polacca, il circolo Petofi lancia per l’indomani, 23 ottobre, la
parola d’ordine di una manifestazione pubblica in solidarietà con la Polonia.
Il circolo vota una risoluzione in cui chiede la convocazione urgente di un
comitato centrale, l’esclusione di Rakosi dal CC e dall’Assemblea nazionale, un
processo pubblico per Farkas, l’appello a Imre Nagy, reintegrato il 14 ottobre
nel partito, perché diriga il paese ed un cambiamento complessivo della
politica governativa per mezzo di una informazione completa e di un dibattito
pubblico.
La manifestazione pacifica del 23 ottobre
L’indomani l’appello del circolo
Petofi è riprodotto sulla stampa. Il fatto contribuisce al tempo stesso alla
mobilitazione ed all’ottimismo, dimostrando che il cambiamento è possibile. Nel
frattempo Imre Nagy, rientrato in fretta e furia dalle rive del lago Balaton
dove si stava riposando, apprende dai suoi amici il corso degli avvenimenti:
pressato da Miklos Gimes perché prenda la testa della manifestazione onde
evitare il peggio, si tira indietro con ostinazione invocando i rischi di una
provocazione organizzata contro di lui da Gero. Alle 13 il ministro degli
Interni annuncia che la manifestazione è vietata. Il suo portavoce si fa
fischiare dagli studenti. Alle 14.30 il divieto è annullato quando si viene a
sapere della decisione della Gioventù Comunista di aderire alla manifestazione
in solidarietà con i lavoratori polacchi. Il divieto non ha indebolito la
manifestazione: in ogni caso, i giovani erano decisi a sfidare il divieto. Il
comitato centrale della Gioventù comunista (DISZ) l’ha affermato con nettezza:
“Chi chiede che la nostra gioventù esprima il suo punto di vista con prudenza e
cautela ignora lo sviluppo storico e l’autentica posizione della gioventù
ungherese.”[10].
La manifestazione inizia alle 15. Il
suo iniziale divieto, più volte ripetuto alla radio, e poi la decisione
improvvisa di autorizzarla, hanno prodotto uno choc. Tutta la popolazione ha
sentito l’esitazione dei dirigenti e considera la decisione finale delle
autorità come un cedimento davanti alla forza del movimento. Tutta Budapest è
in piazza. In testa, alcuni giovani portano immensi ritratti di Lenin[11]. Ci
sono molte bandiere ungheresi ed una sola bandiera rossa, quella degli allievi
dell’Istituto Lenin che scandiscono gli stessi slogan dei loro compagni: “Nagy
al potere”, “Via i russi”, “Processo per Rakosi”. Gli studenti hanno prodotto
striscioni enormi: “Non ci fermiamo a metà strada: liquidiamo lo stalinismo”,
“Vogliamo nuovi dirigenti: abbiamo fiducia in Nagy”, “Indipendenza e libertà”
e, ovviamente” “Viva i polacchi”. Si canta la Marsigliese, per gli ungheresi
canto rivoluzionario, e viene scandito
il poema di Sandor Petofi “La libertà o la morte”. A piedi o dalle piattaforme
degli autobus, gli studenti diffondono i volantini ciclostilati
clandestinamente che riproducono la
risoluzione del giorno prima. Ai piedi della statua a Petofi si declama un suo
poema, si legge la risoluzione dell’università dopodiché un giovane,
solennemente, scrive la data 23 ottobre 1956 sul basamento della statua Ai
piedi della statua dedicata al generale Bem, eroe polacco dell’indipendenza
ungherese, tiene un discorso Peter Veres, presidente dell’Unione degli
Scrittori. Si canta. Sono le 17.45 ed i manifestanti iniziano a defluire. Si
potrebbe pensare che sia tutto finito. In realtà, tutto comincia. Uffici e
fabbriche si svuotano. Impiegati ed operai si uniscono agli studenti. “Martedì
noi abbiamo lavorato”, racconta un giovane elettricista di Ujpest, “ma mentre
lavoravamo parlavamo. Abbiamo parlato di salari e dei risultati della riunione
degli scrittori. Avevamo delle copie della loro dichiarazione e sapevamo quello
che intendevano dire quando affermavano che non poteva continuare così. Non
riuscivamo più a vivere del nostro lavoro. Finito il lavoro abbiamo visto gli
studenti che manifestavano e li abbiamo raggiunti”[12].
Allora operai, impiegati e studenti
riempiono le strade. Gli autobus si fermano. Tutta Budapest è in strada. Tutta
Budapest dice che la misura è colma. Ci vuole un cambiamento. Si formano dei
gruppi, si mettono in piedi piccoli cortei. Ci si sparpaglia ovunque. Non c’è
una direzione ma una volontà comune di manifestare, una unanimità contro i
dirigenti stalinisti ed i loro padroni della burocrazia russa. Alla fine, la
massa si dirige verso il Parlamento scandendo ripetutamente “Nagy! Nagy!”.
Davanti al Parlamento, la folla è impaziente, sempre più numerosa, scalpita
fremente e si irrita. Dopo un po’ viene annunciato che Gero è rientrato da
Belgrado e parlerà alla popolazione dalla radio. E’ il momento tanto atteso dalla
maggioranza dei manifestanti. Per tutta la giornata si sono visti in mezzo a
loro reporter e fotografi. Non ci sono stati incidenti con la polizia. Gero
parlerà. Gero cederà, annunciando una riunione del comitato centrale che
designerà Nagy alla testa del governo. I lavoratori di Budapest aspettano che
Gero sancisca la loro vittoria chinandosi davanti alla loro volontà. Le
manifestazioni di piazza avranno imposto il cambiamento nella direzione del PC:
i comunisti liberali prenderanno in mano la situazione.
Così, alle 20, Gero parla: parla da
burocrate quale egli è, servile verso i suoi padroni, arrogante coi lavoratori.
Certo riconosce che il partito ed il governo hanno forse compiuto alcuni
errori. Convoca certo il comitato centrale ma per il 31 ottobre, otto giorni
dopo: tanta acqua scorrerà sotto i ponti del Danubio. Però, più grave ancora,
non si accontenta di temporeggiare ma minaccia e insulta: “Chi pretende che i
nostri rapporti economici e politici non sono basati sull’uguaglianza mente
spudoratamente”. Il vecchio torturatore dei rivoluzionari di Barcellona afferma
senza indugi che non vuole “mescolarsi alle questioni interne polacche”. Parla
di “canaglie”, di “manifestazioni nazionaliste”. Domanda:” “Volete aprire la
porta ai capitalisti?”. Conclude affermando che le manifestazioni di piazza
“non fermeranno il partito ed il governo nel perseguimento degli sforzi che
porteranno alla democrazia socialista”[13]. Ha parlato il burocrate, l’uomo di
Mosca: la “destalinizzazione” sarà guidata dagli stalinisti; se i lavoratori
non sono contenti, è che sono controrivoluzionari e gli si risponderà come
conviene. Gli sgherri dell’AVH[14] avrebbero ben presto mostrato concretamente
la natura della sanguinosa risposta di Gero.
L’AVH spara: è l’inizio dell’insurrezione
Tutta Budapest aveva ascoltato Gero.
Tutta Budapest si sentì insultata dal suo discorso. I lavoratori e gli
studenti, decine di migliaia di giovani e di adulti avevano appena manifestato
con chiarezza la loro volontà, e Gero li aveva insultati. Hanno però il
controllo della strada, lo avvertono e sono intenzionati a mostrarlo e ad
approfittarne. Nagy, di fronte al Parlamento, cerca di pronunciare parole di
pacificazione, promette che agirà per avvicinare la riunione del CC. Uno
studente dà una personale interpretazione della sua tattica: “Non è che un
privato cittadino e ha paura di pronunciarsi sulle nostre rivendicazioni a
causa di Gero”[15]. Una parte dei giovani si erano già recati presso la sede
della radio per esigere la diffusione della risoluzione approvata in
Università. Una delegazione esigeva la lettura dei “sedici punti” e un
“microfono in mezzo alla manifestazione” per consentire al popolo di esprimere
le sue idee. Migliaia di manifestanti si erano diretti alla piazza dove si
ergeva la statua gigantesca di Stalin ed iniziavano ad applicare il loro
programma buttandola giù. Siccome la delegazione – accompagnata da Peter Erdos
del circolo Petofi - tarda ad uscire dal palazzo della Radio l’ansia si
impadronisce dei loro compagni fermi davanti alla porta: forse i delegati sono
stati arrestati?
Il discorso di Gero produce
l’effetto dell’olio gettato sul fuoco, confermando le paure dei più pessimisti.
I giovani manifestanti iniziano a sfondare le porte per liberare i loro
compagni. Nella confusione che si genera partono i primi spari. Gli uomini
dell’AVH appostati nelle vicinanze del palazzo sparano: ci sono tre morti … E’
un giovane architetto a parlare, era tra i manifestanti: “Fu il colpo finale.
Nella massa alcuni avevano delle carabine precedentemente prese ad alcuni
ufficiali della MOHOSZ (“Federazione ungherese dei volontari della difesa”,
un’organizzazione sportiva para-militare sostenuta dal partito). Risposero al
fuoco dell’AVH come meglio poterono. E’ allora che molti camion e carri armati
si mossero da Buda ma né gli ufficiali né i soldati spararono sul popolo. Non
fu diramato nessun ordine e i militari restarono sui camion. Cominciarono a far
scivolare le loro armi nelle mani che si protraevano verso di loro”. Più tardi,
nella serata, mentre i combattimenti continuano, due ufficiali dell’esercito
ungherese smontano da un carro e, nell’intenzione chiara di interporsi,
avanzano disarmati verso l’immobile della Radio. Sono abbattuti dall’AVH.
Le fucilate della Radio sono la
scintilla della battaglia generale. I lavoratori si armano: le carabine della
MOHOSZ e le armi prelevate dalle armerie servono come capitale di partenza. Si
dirigono davanti alle caserme. Come a Barcellona nel 1936, soldati aprono le
porte degli arsenali e dei magazzini oppure lanciano fucili e mitragliatrici
dalle finestre. Altri portano in strada camion pieni di armi e munizioni e le
distribuiscono. Altrove, come alla caserma Hadik, i gruppi di operai che
vogliono armarsi trovano una resistenza soltanto formale. Si spara dappertutto
nelle strade di Budapest e compaiono le prime barricate. Finora l’esercito è
rimasto neutrale ma ora il governo gli dà l’ordine di intervenire contro gli
insorti. Il racconto che segue, ripreso da un testimone inglese, descrive il
momento altamente drammatico in cui un’unità dell’esercito passa nelle file
della rivoluzione: “Le truppe della Honvédség[16]. Una donna che canta, uno
sconosciuto che alza una bandiera, un esercito che si squaglia sotto il fuoco
della rivoluzione, operai e contadini in divisa si uniscono ai loro fratelli di
classe … avevano preso posizione in un punto strategico, un incrocio. Una massa
d’insorti si era fermata a circa 60 metri da quel punto e un dialogo si aprì
tra loro ed un ufficiale – scambio di idee che non era fatto di insulti ma di
argomentazioni politiche. L’ufficiale, assicurando loro che le rivendicazioni
avrebbero ottenuto soddisfazione, li invitava ripetutamente a tornare nelle
loro case. Era evidente che avrebbe fatto tutto per evitare l’uso della forza.
Nel lungo silenzio durante la discussione si udì la voce di una donna che
intonava l’inno nazionale di Kossuth. L’effetto fu fulmineo. Tutta la massa,
operai, tassisti, studenti e ragazzi si tolsero il cappello e si misero in
ginocchio: da un istante all’altro tutti si erano messi a cantare l’inno con la
donna. I soldati erano anch’essi commossi e terribilmente tesi. Qualcuno alzò
la bandiera tricolore ungherese da cui era stata strappata la stella rossa. I
soldati abbandonarono i ranghi e corsero ad unirsi ai manifestanti.”
Mentre i combattimenti si
inaspriscono in tutta la città, i delegati studenteschi, incontratisi dopo il
discorso di Gero, decidono di costituirsi in organismo permanente. Si forma il
Comitato rivoluzionario degli studenti presieduto da un militante comunista,
Ferenc Merey, professore di psicologia. Il comitato installa il suo quartier
generale alla facoltà di lettere ed inizia a funzionare, centralizzando le
informazioni, l’attività dei gruppi armati, l’azione dei gruppi che contattano
i soldati, diffondendo i volantini, facendo appello al popolo perché si unisca
alla rivoluzione ed alla lotta armata contro i poliziotti dell’AVH di Gero.
Infatti, contro i giovani ed i lavoratori di Budapest, sono rimasti solo i
detestati poliziotti dell’AVH. Verso le 11 Szabad Nep, organo del partito, fa
uscire un volantino per annunciare la riunione del CC e dichiara: “La redazione
di Szabad Nep assicura al partito e al popolo che essa non sosterrà mai quelli
che vogliono rispondere con le fucilate ed il terrore alla voce ed alle
richieste del popolo”[17]. Il comitato centrale delibera. Tutta Budapest si
batte.
II. Combattenti per la libertà e
consigli operai
Nella notte tra il 23 ed il 24,
mentre i rivoluzionari armati attaccano gli Avos dappertutto, il comitato
centrale del PC delibera. Non sappiamo nulla di preciso sui suoi dibattiti,
all’infuori del fatto che vi si sono opposte due tendenze in merito al modo più
efficace per far tornare l’ordine: attraverso la repressione brutale o per
mezzo di alcune concessioni. Conosciamo soltanto le decisioni adottate, segnate
dalla politica di Gero e dei suoi padroni moscoviti. Poco importa che siano
state o meno il frutto di una telefonata con Krusciov. E’certo invece che,
comportando la decisione dell’entrata in scena delle truppe russe per
schiacciare l’insurrezione, esse non possono essere state prese senza l’accordo
di Mosca.
L’astuzia della GPU: Nagy sostiene
l’intervento russo
Mentre i militanti comunisti di
Budapest sparano contro gli Avos, quando solo gli Avos si battono per difendere
dalla gioventù rivoluzionaria il detestato regime di Gero e dei suoi burattinai
del Cremino, il comitato centrale del partito continua ad essere lo strumento
fidato della GPU. Quando le masse, armate, si sollevano contro il regime dei
gendarmi e dei burocrati, l’azione dell’organismo “dirigente” del partito
mostra quante illusioni nutrissero nei suoi confronti quei comunisti fiduciosi
che una sua convocazione anticipata avrebbe portato un “cambiamento di
linea” e un “cambiamento di direzione”.
In seguito alla defezione
dell’esercito e della polizia, la grande decisione presa in nottata è l’appello
alle truppe russe per “mantenere l’ordine” e proclamare la legge marziale. I
burocrati del Cremino ed i loro agenti dell’apparato ungherese sono decisi a
conservare ad ogni costo il controllo della situazione e ad affogare nel sangue
la rivoluzione nascente. Dalle 4,30 di mattina i blindati sovietici si dirigono
verso Budapest di cui bloccano le uscite. I soldati russi sono stati informati
di dover andare a combattere una “controrivoluzione fascista appoggiata dalle
truppe occidentali”[18]. Gli Avos ricevono rinforzi considerevoli: blindati,
artiglieria e fanteria si riversano nella capitale insorta.
Qualche ora prima il comitato
centrale ha deciso di fare appello a Imre Nagy per formare un nuovo governo:
Geza Losonczy, Ferenc Donath, Gyorgy Lukacs, Zoltan Szanto, tutti seguaci di
Nagy, entrano nel CC. Donath, Nagy, Szanto diventano membri del nuovo Politburo
di 11 membri da cui sono stati allontanati alcuni stalinisti più noti. Ma nulla
di fondamentale è cambiato. Gero mantiene la carica di segretario generale del
partito nonché il controllo dell’apparato. I comunisti oppositori sono semplici
ostaggi in seno alla nuova direzione. Nagy è la copertura all’ombra della quale
Gero, padrone dell’apparato, continua a portare avanti la politica dei
burocrati del Cremino. Ma c’è di più: il decreto che istituisce la legge
marziale e l’appello alle truppe russe sono decisioni che si suppone siano
state prese dal governo Nagy. Nagy ha le mani legate, legate nel sangue dei
lavoratori. E’ in suo nome che russi ed Avos si apprestano a mitragliare gli
insorti che hanno chiesto e domandano ancora la sua ascesa al potere. La
parabola dei sostenitori della “riforma” del partito si precisa: la burocrazia
si serve della loro popolarità per disorientare e disarmare i rivoluzionari;
ostaggi dell’apparato, portano assieme ad esso la responsabilità dei suoi
crimini.
Nagy parla
Imre Nagy, che aveva rifiutato di
prendere la parola alla manifestazione della mattina del 23, che aveva
rifiutato di parlare - malgrado l’intervento insistente del suo amico Geza
Losonczy - la sera del 23 per lanciare un appello alla calma, questa volta è
invitato a parlare dagli stessi dirigenti, dal comitato centrale. Su richiesta
del Politburo, in tarda serata, ha cercato di arringare i manifestanti che
stazionavano davanti al Parlamento, in piazza Kossuth, prima di recasi al
palazzo del comitato centrale dove è informato della decisione presa nel
frattempo a suo proposito. Quel palazzo, circondato di carri armati russi, Nagy
non lo abbandonerà per diversi giorni, isolato materialmente non solo dalla
realtà, di fronte al movimento rivoluzionario che deborda, della repressione
che lo colpisce in suo nome, ma anche dai suoi amici che riusciranno a
riprendere contatto con lui solo alcuni giorni dopo, mescolandosi alle
delegazioni operaie che Nagy sarà autorizzato a ricevere.
Eppure, nel corso della notte, all’indomani
della sua “nomina”, sulle onde di Radio-Kossuth-Budapest egli si rivolge al
popolo ungherese: “Su ordine del comitato centrale, sono stato nominato
presidente del Consiglio. Ungheresi, amici e compagni, vi parlo in un’ora
grave… posso garantirvi che ho la possibilità di realizzare il mio programma
politico basato sul popolo ungherese guidato dal partito comunista… Sono
presidente del Consiglio ed avremo presto la possibilità di realizzare la
democrazia in tutto il paese. Prego tutti gli uomini e le donne ed ogni giovane
di non perdere la testa”[19]. La battaglia continua e si estende senza tregua.
La radio lancia appelli impauriti agli operai, agli studenti, ai giovani. Ai
microfoni di Radio-Kossuth passano rappresentanti della Chiesa, dei vecchi
partiti - il “piccolo proprietario” Zoltan Tildy, il socialdemocratico
Szakasits -, dei sindacati. I dirigenti del circolo Petofi dichiarano di non
aver voluto il “bagno di sangue” e chiedono ai giovani di gettare le armi. Il
governo promette un’amnistia completa a chi abbandonerà le armi prima delle ore
14. Poi vengono concesse nuove scadenze e si alternano promesse e minacce. La
radio diffonde gli appelli delle madri ai figli combattenti, invita ad aprire
le finestre perché gli insorti possano ascoltare dalla strada le promesse che
il governo fa alla radio. Nessuna manovra modifica alcunché. Tutta Budapest si
batte.
Quelli che si battono: gli operai
Le trasmissioni di Budapest su
Radio-Kossuth e Radio Petofi sono significative: il grosso dei combattimenti si
svolge attorno alle fabbriche. I loro nomi tornano in tutti gli appelli ed i
comunicati governativi: Csepel, Csepel-la-Rossa, le fabbriche di Ganz, Lang, le
fabbriche “Klement Gottwald”, “Jacques Duclos”, i quartieri di Ujpest,
Angyafold. I quartieri proletari sono i bastioni dell’insurrezione. Come
dichiara ad un corrispondente dell’Observer un “combattente della libertà”
rifugiato in Austria: “Gli studenti hanno cominciato la lotta ma, quando si è
sviluppata, non avevano né il numero né la capacità di battersi così duramente
come i giovani operai”[20]. Lasciamo la parola a uno di loro, 21 anni, che
racconta le vicende di mercoledì vissute nella sua fabbrica di Ujpest:
“Mercoledì mattina (24 ottobre) è iniziata la rivolta nella nostra fabbrica. Era
spontanea e non organizzata. Se fosse stata organizzata, l’AVH avrebbe saputo e
l’avrebbe schiacciata prima che esplodesse. I giovani operai hanno rotto il
ghiaccio e gli altri li hanno seguiti… Di solito iniziamo il turno di lavoro
alle sette. Chi di noi viene in treno dai quartieri periferici aspetta l’arrivo
degli altri operai in fabbrica. Appena prima delle sette, un camion carico di
giovani operai armati è arrivato davanti alla porta. Quando uno di loro ha
iniziato a sparare contro la stella rossa al di sopra della fabbrica un membro
dell’amministrazione ha dato l’ordine di chiudere le porte. Eravamo divisi in
due gruppi, quelli all’interno e quelli all’esterno. Noi che eravamo dentro
abbiamo sfondato le porte del locale della Mohosz e preso le carabine. Una
responsabile comunista, una donna, ha cercato di fermarci piazzando una guardia
davanti alle armi. Non poteva funzionare perché tutti – compresi i capireparto
– erano uniti. Siamo usciti dalla fabbrica coi fucili ed abbiamo marciato verso
la città. Quando abbiamo iniziato la nostra azione non avevamo contatti con
nessuno. Non avevamo collegamenti con nessuna fabbrica. Però, mentre
avanzavamo, eravamo raggiunti da altri operai, sempre più numerosi, alcuni in
armi. All’angolo di via Rakoczih, uno studente universitario ha cominciato ad
organizzarci in piccoli gruppi ed a spiegarci le parole d’ordine che bisognava
lanciare”[21].
Si forgiava così, nelle strade, la fusione dei giovani
combattenti rivoluzionari. Contemporaneamente, il Comitato rivoluzionario degli
studenti, diventato “Comitato rivoluzionario degli studenti in armi”, si
allargava. Un postino del comitato racconta: “All’inizio era formato da
studenti delle scuole di eccellenza e dell’università ma in seguito vi
entrarono soldati e giovani operai. Penso che tutti fossero eletti da comitati
di base, a loro volta espressione di singole organizzazioni di studenti, operai
e soldati”[22]. Pare che nelle prime ore della mattinata l’Accademia Kossuth,
scuola militare con 800 allievi, si sia unita all’insurrezione, coi suoi quadri
tecnici e le sue armi.
Le fucilate davanti al Parlamento
Le fucilate in piazza del Parlamento
sono state giovedì. Questo episodio dimostrava ai lavoratori di Budapest ancora
esitanti, con chiarezza e in modo definitivo, che per ottenere la realizzazione
delle loro rivendicazioni non c’era alternativa alla lotta rivoluzionaria
armata, e che deporre le armi sarebbe stato un suicidio a favore di Gero.
Migliaia di operai e studenti disarmati si recarono al Parlamento per esigere
la deposizione di Gero, la liberazione dei loro dirigenti arrestati a partire
dal 23 ed un incontro immediato con Imre Nagy. In piazza i giovani
accerchiavano i carri armati russi fraternizzando coi soldati. Gli Avos,
nascosti sui tetti del palazzo del ministero degli Interni, in faccia al
Parlamento, aprirono il fuoco. Anche i blindati iniziarono a sparare; così, i
manifestanti si trovarono presi tra due fuochi e trecento cadaveri restarono
sul terreno. Proprio in quel momento alla radio, il capo del futuro governo -
Nagy senza potere, Nagy ostaggio dell’apparato, Nagy prigioniero - moltiplicava
gli appelli alla calma ed alla resa …
Portando sulle spalle i cadaveri dei loro compagni, brandendo bandiere
impregnate del loro sangue, chi riuscì a sfuggire si sparse in tutta la città
al grido di “uccidono gli operai”[23]. Non era più possibile dubitare, ormai:
agli occhi dei giovani rivoluzionari di Budapest era chiaro che Nagy era senza
potere, fosse o meno prigioniero, ed altresì che Gero deteneva il potere reale
e, dietro di lui, i Russi, e, non ultimo, che ci si doveva battere, qualsiasi
cosa Nagy affermasse, contro gli Avos ed i Russi. Niente sintetizza meglio
questo stato d’animo che il volantino diffuso nel pomeriggio, dopo il massacro,
firmato “Gli studenti e gli operai rivoluzionari”: “Facciamo appello a tutti
gli ungheresi allo sciopero generale. Finché il governo non soddisfa le nostre
rivendicazioni, finché gli assassini non sono chiamati a rendere conto,
risponderemo al governo con lo sciopero generale. Viva il nuovo governo sotto
la direzione di Imre Nagy!”[24]. Nello stesso frangente, in nome del governo,
Radio-Kossuth proclamava che lo sciopero sarebbe stato un atto
controrivoluzionario…
In nome del Comitato rivoluzionario
degli studenti sono stampati e diffusi ai soldati sovietici 100mila volantini
in lingua russa. Questi volantini dicono ai soldati dell’Armata Rossa che sono
stati chiamati ad intervenire contro i lavoratori, i giovani ed i soldati
ungheresi, i quali non sono né reazionari né controrivoluzionari né fascisti ma
combattono per il socialismo democratico.
“Non sparate contro di noi, non
sparate sui vostri fratelli di classe!” concludeva il volantino.
Nuove concessioni
Di fronte alla nuova fiammata di
collera scatenata dal massacro della piazza del Parlamento, di fronte allo
sciopero generale insurrezionale esteso a tutto il paese, l’apparato decide di
orientarsi a nuove concessioni. La decisione peraltro non è presa in autonomia
ma in seguito a discussioni serrate con due emissari del governo di Mosca,
Michail Suslov e Ananstase Mikoyan, precipitatisi in Ungheria per cercare di
salvare una situazione ai loro occhi compromessa dagli errori di Gero.
Quest’ultimo, esonerato dal suo incaricato di segretario generale del partito,
conserva ancora per settimane il suo ufficio … Janos Kadar è nominato al suo
posto. Kadar è popolare: vecchio militante operaio, ha lottato in Ungheria
durante la guerra, nella clandestinità, mentre Rakosi e Gero erano a Mosca.
Beninteso, Rajk è stato torturato e assassinato mentre egli era ministro degli
Interni, ma poi Kadar è stato a sua volta arrestato e torturato con ferocia in
base all’accusa di “titismo”. Riabilitato in tempi recenti, si è battuto per la
“riforma” del partito ripartendo in un quartiere operaio di Budapest dove è
stato nominato segretario locale. Eppure ha accettato di partecipare al governo
Hegedus, dopo il crollo di Rakosi, ed ha accompagnato Gero a Belgrado. Kadar
parla alla radio giovedì 25 ottobre: “Sono stato nominato in un momento reso
molto difficile da un’accozzaglia di soggetti che hanno lavorato contro di noi.
Il governo ed il partito hanno deciso che dobbiamo sconfiggere
quest’accozzaglia con ogni mezzo a nostra disposizione … Facciamo appello agli
operai ed ai giovani perché sostengano il nostro punto di vista.”[25]. Non è
convincente. Parlando ancora alla vigilia di “controrivoluzionari” in lotta
contro il “potere della classe operaia”, minacciando “i provocatori che
lavorano nell’ombra”, salutando “gli alleati e fratelli sovietici”, e
sottolineando quel giorno in cui “la direzione del partito ha preso posizione
all’unanimità riguardo alla necessità di usare ogni mezzo per stroncare
l’aggressione armata contro il potere della nostra repubblica popolare”, senza
neppure menzionare le rivendicazioni degli insorti, presenta a chi lo ascolta
un discorso appena diluito rispetto alle minacce di Gero che hanno suscitato il
sollevamento. Imre Nagy, invece, sembra aver compreso meglio la situazione
quando interviene a sua volta alla radio: “il suo discorso del 25 ottobre
mostra che pare capire la determinazione dei combattenti e la necessità di fare
concessioni politiche per ottenere la fine dei combattimenti: “Dichiaro che il
governo ungherese intraprenderà tra poco dei negoziati con l’Unione Sovietica
per:
ottenere il ritiro delle truppe
sovietiche dall’Ungheria;
fondare l’amicizia
sovietico-ungherese sulla base dei principi di uguaglianza e di indipendenza
nazionale.
[…] Promettiamo di trattare con
magnanimità coloro che – giovani, civili e membri dell’esercito – cesseranno da
subito di combattere… La legge colpirà soltanto chi continuerà…”[26].
Quelli che si battono: gli studenti
Oggi sappiamo in che modo si sono
battuti i giovani ungheresi contro i blindati russi. E’ importante chiarire
l’atteggiamento dei giovani “Combattenti per la libertà” – nome che si sono
dati essi stessi, mutuandolo dalla rivoluzione democratica e dalla guerra
d’indipendenza del 1848. A quell’epoca i “Combattenti per la libertà”
costituirono l’esercito di Kossuth, la Honvédség, “esercito dei difensori della
patria”, per contrastare l’invasione delle armate di Jelachich, degli eserciti
imperiale e zarista. Due giovani, con la loro mitraglietta - la “chitarra” - in
mano, due studenti, Ferko e Pista, hanno risposto durante i combattimenti di
Budapest alle domande di un giornalista britannico che conosceva l’ungherese:
“I Combattenti della libertà, dicono loro, hanno arrestato tutti gli Avos che
sono riusciti a scovare. In questa operazione molti membri della polizia
politica sono stati uccisi, ma ben pochi a titolo di rappresaglia: la maggior
parte sono stati uccisi in azione. L’apparato del partito è stato completamente
disintegrato sin dal primo giorno dell’insurrezione ma non c’è stato alcun massacro
dei quadri del partito. Abbiamo invaso i locali del partito, sequestrato le
armi e detto a tutti di tornare a casa. Ne abbiamo catturati alcuni. Molti si
sono uniti a noi.”[27].
Giovedì il “Comitato rivoluzionario
degli studenti in armi”, rappresentato dal suo presidente Ferenc Merey, si
incontra con Nagy[28]. Si mantiene il programma presentato dagli studenti alla
vigilia della rivoluzione aggiungendo alcune condizioni necessarie per deporre
le armi: “Governo provvisorio comprendente tutti i propri dirigenti”, “ritiro
immediato delle truppe russe”, “processo pubblico per i responsabili dei
massacri”, “libertà per tutti i prigionieri politici”, “scioglimento
dell’AVH”[29]. Inoltre Merey precisa: “Non siamo insorti per cambiare la base
della società ungherese, ma vogliamo un socialismo ed un comunismo che
corrispondano a ciò che veramente vuole l’Ungheria. Su questo punto siamo tutti
d’accordo.”[30].
Quelli che si battono: l’esercito
Dalla sera del 24 non si trova più
nessuna unità militare ungherese che obbedisca al governo. Non se ne trova
neanche una che combatta contro gli insorti al fianco degli Avos e dei Russi.
Il 25 ottobre molte accademie militari, dopo aver costituito comitati
rivoluzionari di ufficiali e soldati, si battono con gli insorti contro gli
Avos. Una di esse strappa alla polizia politica il palazzo della stamperia del
giornale dell’esercito. Nella serata del 25
camionette militari diffondono il seguente volantino:
“Giuriamo davanti ai cadaveri dei
nostri martiri che in queste ore critiche conquisteremo la libertà per il
nostro paese. I dirigenti del partito e del governo si sono preoccupati
soltanto di conservare il loro potere. Che direzione politica è quella che
prende misure timide soltanto sotto la pressione delle masse?
I loro atti arbitrari ci sono
costati troppi sacrifici in questi ultimi dieci anni. Ora hanno chiamato
l’esercito sovietico con l’obiettivo di reprimere il popolo ungherese.
Cittadini, noi chiediamo:
Un nuovo esercito rivoluzionario
provvisorio e un nuovo governo nazionale rivoluzionario provvisorio, in cui
siano inclusi i dirigenti della gioventù insorta.
L’abolizione immediata della legge
marziale.
L’annullamento immediato del Patto
di Varsavia ed il ritiro immediato e pacifico delle truppe sovietiche dalla
nostra patria.
La testa dei veri responsabili del
bagno di sangue, la liberazione dei prigionieri politici e un’amnistia
generalizzata.
Una base autenticamente democratica
per il socialismo ungherese; nel frattempo l’esercito ungherese porterà la
responsabilità per il mantenimento dell’ordine ed il disarmo della polizia
politica, l’AVH.”
Lo stesso volantino prosegue
affermando che “i compagni Imre Nagy e Janos Kadar sono membri del nuovo
governo rivoluzionario dell’esercito”[31], confermando ancora una volta la
volontà dei rivoluzionari di dissociare Nagy dall’apparato.
La provincia: sciopero generale e
nascita dei consigli operai
A Budapest le organizzazioni
studentesche erano il motore dell’agitazione politica. E’ al loro comitato rivoluzionario
che si sono unite le delegazioni operaie che si lanciavano nella battaglia. In
provincia la rivoluzione è iniziata con uno sciopero generale insurrezionale
scatenato dall’intervento russo. La rivoluzione ha immediatamente preso la
forma di consigli operai che hanno preso il potere. Così, per la prima volta
dopo alcuni decenni, i lavoratori ungheresi, in lotta contro la burocrazia,
ritrovavano spontaneamente le forme di organizzazione e di potere proletarie.
Ritrovavano la tradizione dei soviet (la parola russa che significa consiglio)
del 1905 e del 1917 ed anche della prima Repubblica ungherese dei consigli
(marzo 1919). I consigli, eletti dal basso, con delegati revocabili in ogni
momento e responsabili davanti alla propria base, sono la realizzazione
autentica e concreta della democrazia proletaria e del potere degli operai
armati. Per descrivere i consigli ungheresi possiamo riprendere un passaggio di
Trotsky sul soviet di Pietrogrado del 1905:
“Il soviet è il potere organizzato
della stessa massa, al di sopra di tutte le sue frazioni. E’ la democrazia
autentica e non falsificata, senza le due Camere, senza burocrazia di mestiere
ma che garantisce agli elettori di sostituire, quando lo decidono, i deputati da
loro eletti. Il soviet, per mezzo dei suoi membri, attraverso i deputati che
gli operai hanno eletto, presiede direttamente a tutte le attività sociali del
proletariato nel suo insieme o nei suoi gruppi, organizza la sua azione, gli dà
una parola d’ordine ed una bandiera.”
Il Consiglio di Miskolc
Situata nella regione
nord-occidentale dell’Ungheria, nella zona industriale di Borsod, vicina alle
miniere di carbone ed alle acciaierie, nel cuore dell’industria siderurgica e
metalmeccanica, Miskolc, città di 100mila abitanti, è la prima in cui si
annuncia la costituzione di un consiglio operaio. Nella notte tra il 24 ed il
25 ottobre gli insorti, padroni della radio, annunciano che hanno preso il
potere ed esigono un “nuovo governo nello spirito di Bela Kun e Laszlo
Rajk”[32]. Il riferimento a questi due dirigenti comunisti, entrambi
assassinati da Stalin – Kun presidente nel 1919 della Repubblica dei consigli
assassinato durante i processi di Mosca, Rajk impiccato in quanto “titista” nel
1949 – è significativa dell’orientamento politico del movimento. Il 25 ottobre
i Comitati operai delle fabbriche hanno eletto un Consiglio operaio della
città, il cui programma è diffuso dalla radio locale: “Noi chiediamo che ai
posti di maggior responsabilità del partito e dello Stato siano messi dei
comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario, che siano
innanzi tutto ungheresi e rispettino le nostre tradizioni nazionali ed il
nostro passato millenario. Chiediamo l’apertura di un’inchiesta sull’istituzione
che garantisce la sicurezza dello Stato (l’AVH) e l’eliminazione di tutti
quelli che, dirigenti o funzionari, siano in qualche misura compromessi.
Chiediamo che i crimini di Farkas e dei suoi sgherri siano esaminati in un
processo pubblico davanti ad un tribunale indipendente, anche qualora si
dovessero chiamare in causa alti dirigenti. Chiediamo che i responsabili della
cattiva direzione ed amministrazione del piano economico siano subito
sostituiti. Chiediamo un aumento dei salari reali. Vogliamo ottenere la
garanzia che il Parlamento non resti ancora a lungo una camera di registrazione
coi parlamentari ridotti a mero pezzo di quell’ingranaggio.”[33]. Il 25 il
consiglio operaio ed il “Parlamento studentesco” prendono il potere
nell’agglomerazione urbana di Miskolc e dall’indomani l’autorità del consiglio
operaio è riconosciuta in tutta la provincia di Borsod.
Il 26 Rudolf Foldvari, segretario
regionale del PC, membro del consiglio operaio, dichiara su Radio-Miskolc che
il governo Nagy ha accettato le rivendicazioni del Consiglio. Miskolc fa un
appello ai lavoratori della regione per eleggere consigli in tutte le fabbriche
senza considerare l’affiliazione politica dei candidati[34]. Lo stesso giorno
si forma, attraverso la federazione dei consigli locali, il consiglio operaio
della provincia di Borsod. Il consiglio operaio controlla la regione. La sua
delegazione a Budapest reclama da Nagy: aumento immediato dei salari, delle
pensioni e degli assegni familiari, la fine del rialzo dei prezzi, l’abolizione
della tassa sulle famiglie senza bambini, il processo a Farkas e un Parlamento
che non sia una assemblea di yes man, il ritiro delle truppe sovietiche e la
pubblicazione del Trattato di commercio sovietico-ungherese, la correzione
degli “errori” del piano economico[35]. La mattina del 28 la radio annuncia che
i consigli operai hanno sciolto tutte le organizzazioni comuniste della regione
di Borsod. Nelle campagne i contadini, sottomessi ad una collettivizzazione
forzata, hanno cacciato i responsabili dei kolchoz ed hanno proceduto alla
distribuzione delle terre. I consigli operai approvano la loro azione[36].
Primo a costituirsi, il Consiglio operaio di Miskolc è consapevole delle
proprie responsabilità. Cerca di estendere a tutto il paese ciò che ha stabilito
nella regione di Borsod, il potere dei consigli. Il 28 Radio Miskolc “chiede ai
consigli operai delle città della provincia di coordinare i propri sforzi
nell’obiettivo di forgiare un solo e potente movimento”[37]. Il programma
seguente è proposto come base comune:
“Edificazione di un’Ungheria libera,
sovrana, indipendente, democratica e socialista.
Una legge che istituisca elezioni
libere a suffragio universale.
Partenza immediata delle truppe
sovietiche.
Elaborazione di una Costituzione.
Soppressione dell’AVH, il governo
dovrà appoggiarsi su due forze in armi: l’esercito nazionale e la polizia.
Amnistia completa per chi ha
imbracciato le armi e processo per Gero e i suoi complici.
Elezioni libere entro due mesi con
la partecipazione di più partiti.”[38].
I Consigli di Gyor e di Transdanelia
sono i primi a rispondere all’appello.
Il Consiglio di Gyor
Gyor è una città di 100mila
abitanti. E’ la città della gigantesca fabbrica di vagoni e locomotive
“Wilhelm-Pieck (Gyori-Mavag)”. L’insurrezione ha avuto inizio con uno sciopero
generale. La guarnigione russa ha accettato di buon grado di ritirarsi senza
combattere. Un Comitato nazionale rivoluzionario, eletto nelle fabbriche,
dirige la regione assieme ad un Comitato militare ai suoi ordini. Il Comitato
comprende 20 membri di differente provenienza politica. Il presidente è un
metalmeccanico, in passato responsabile del partito socialdemocratico, Gyorgy
Szabo, ma la personalità più in vista è Attila Szigeti, un vecchio dirigente
del Partito nazionale contadino[39], deputato e amico di Imre Nagy. Nel
Comitato si sviluppa anche un’opposizione, diretta dal vecchio sindaco della
città, Ludwig Pocsa, eletto nella fabbrica in cui lavora[40]. Sulle
rivendicazioni immediate, però, il Comitato è compatto: esige che sia fissata
una data per elezioni libere entro 2-3 mesi ed il ritiro delle truppe russe
dall’Ungheria[41]. I delegati dei minatori chiedono “la garanzia che l’esercito
sovietico abbandoni immediatamente il paese, come pure l’assicurazione che
vengano autorizzate elezioni libere con la partecipazione di tutti i
partiti”[42]. Radio-Gyor dichiara solennemente il 28:
“Agli insorti si sono mescolati
elementi bacati con tendenze fasciste e controrivoluzionarie. Noi non vogliamo
che ritorni il vecchio sistema capitalista; vogliamo un’Ungheria libera e
indipendente.”[43].
Il Consiglio di Sopron
Nella cittadina industriale di
Sopron, Ungheria occidentale, il consiglio operaio è stato eletto a scrutinio
segreto nelle imprese e nella scuola forestale. Il socialista austriaco Peter
Strasser ha assistito alle riunioni e assicura: “Sono decisamente opposti alla
restaurazione del vecchio regime di Horthy (dittatore del paese fra le due
guerre mondiali, ndt).”[44]. Il consiglio ha organizzato il controllo
dell’ordine pubblico mediante la formazione di pattuglie miste composte da un
operaio, un soldato e uno studente[45]. Il consiglio ha inviato in Austria due
delegazioni di giovani comunisti per sviluppare una campagna di solidarietà
orientata verso il movimento operaio internazionale[46].
Il Consiglio di Magyarovar
Il Consiglio di Magyarovar è stato
anch’esso eletto a scrutinio segreto. Comprende 26 membri, tra cui 4 comunisti,
dei senza partito e alcuni rappresentanti dei vecchi partiti riformisti - socialdemocratici,
nazional-contadini e piccoli proprietari. Il suo presidente è un operaio
comunista, Gera, il quale dichiara: “Ci sono sostanzialmente due grandi
problemi: i Russi devono andarsene e si devono tenere elezioni democratiche.”
Al giornalista americano, stupito, precisa: “I comunisti che sono nel Consiglio
sono brave persone. Non opprimono nessuno ed il popolo ungherese lo sa.”[47].
Il programma del Consiglio di Magyarovar chiede elezioni libere e democratiche
sotto il controllo dell’ONU, la libertà dei partiti democratici, la libertà di
stampa e di riunione, l’indipendenza dei sindacati, la liberazione dei
carcerati, lo scioglimento dell’AVH, la partenza dei Russi, lo scioglimento
delle aziende agricole collettive imposte con l’uso della forza, la
soppressione delle differenze di classe[48].
Il programma dei consigli
Non è possibile continuare l’elenco.
In ogni città industriale dell’Ungheria si sono formati consigli operai: a
Dunapentele, la vecchia Sztalinvaros, perla dell’industrializzazione del
periodo Rakosi, a Szolnok, nodo ferroviario del paese, a Pecs, nelle miniere
del sud-ovest, a Debreczen e a Szeged. Entro il 1° novembre si sono formati in
tutto il paese, in ogni località, consigli che assumono il compito di salvaguardare
le conquiste socialiste e assicurare il rifornimento della capitale in lotta.
Tutti hanno le stesse caratteristiche: eletti dai lavoratori nel fuoco dello
sciopero generale insurrezionale, essi garantiscono il mantenimento dell’ordine
e la lotta contro i Russi e gli Avos con milizie composte di operai e studenti
armati; hanno sciolto gli organismi del PC ed epurato le amministrazioni ora
sottoposte alla loro autorità. Sono l’espressione del potere degli operai in
armi. Ecco uno dei tanti esempi possibili dello spirito della popolazione di
cui esprimono la volontà. Il 29 ottobre alle 10.20 radio Gyor-libera annuncia:
“Comunichiamo il messaggio delle
donne del villaggio Gyirmot alla radio di Gyor libera:
‘Le contadine di Gyirmot fanno
appello alle donne dell’area di Gyor. Ieri abbiamo saputo, da una di noi che
tornava dal mercato di Gyor, un fatto vergognoso che ci ha disgustate. Eccolo:
alcune contadine presenti al mercato, davanti alla domanda smisurata, hanno
venduto il latte destinato alla distribuzione ordinaria a 6 fiorini al litro
invece di 3. Dunque, non soltanto esse non hanno adempiuto ai loro doveri, e ci
sarà meno latte per gli operai di Gyor, ma in più ne hanno approfittato per
fare profitto. Analogamente siamo scandalizzate per l’aumento del prezzo
dell’anatra, venduta da una contadina a 30 fiorini al chilo… Una donna siffatta
non è un’ungherese!
Donne, non permettete che cose del
genere possano accadere di nuovo! Non dimenticate che chi compra è il
combattente in lotta per il nostro futuro!”.
Il programma dei consigli, malgrado
alcune formulazioni differenti, è straordinariamente coerente: tutti esigono la
partenza immediata dei Russi, la dissoluzione dell’AVH, la promessa di elezioni
libere, la libertà per i partiti democratici, l’indipendenza dei sindacati ed
il diritto di sciopero, la libertà di stampa e di riunione, la revisione del
piano e l’aumento dei salari, la libertà in campo artistico e culturale. Tutti,
per la loro stessa esistenza, rivendicano il diritto dell’operaio ungherese di
prendere in mano la sua vita. Tutti esigono un governo rivoluzionario che
includa i rappresentanti degli insorti. Col loro esempio, con la loro azione,
sono un pericolo mortale per la burocrazia come per l’imperialismo.
Nell’immediato sono i primi responsabili delle rivolte antiburocratiche che si
verificano nell’esercito russo.
L’esercito russo si squaglia al
fuoco della rivoluzione
I soldati russi intervenuti contro
la rivoluzione ungherese, come abbiamo ricordato, erano stati precedentemente
informati che avrebbero combattuto una “controrivoluzione fascista appoggiata
da truppe occidentali”. Però, di stanza nel paese da mesi, si sono velocemente
resi conto del lavoro che veniva loro richiesto. Non hanno visto eserciti
occidentali, non hanno visto fascisti o controrivoluzionari ma un intero popolo
insorto: operai, studenti, soldati. Dal secondo giorno dell’insurrezione un
corrispondente britannico sottolinea che alcuni equipaggi dei carri armati
hanno tolto dalla loro bandiera lo stemma sovietico e si battono, così, a
fianco dei rivoluzionari ungheresi sotto la “bandiera rossa del comunismo”[49].
Un testimone dichiara di aver visto carri russi unirsi agli insorti: “Di solito
l’equipaggio di un carro prendeva una decisione collettiva. I soldati abbassavano
la bandiera sovietica ed issavano al suo posto la bandiera ungherese. Gli
ungheresi li coprivano di fiori.”[50]. Il 28 ottobre il giornale dei sindacati
ungheresi, Nepszava, esigeva il diritto di asilo per i soldati russi passati
nelle file dei rivoluzionari. In altre zone molte unità rimasero neutrali;
abbiamo visto che la guarnigione di Gyor si ritirò… Un testimone britannico ha
visto nella periferia di Budapest insorti che portavano latte negli
accampamenti russi: “Latte per i bambini russi”, spiegavano. “Hanno stipulato
un accordo. Ogni giorno i patrioti portano 50 litri di latte per i bambini
russi.”[51]. Il fatto è che i rivoluzionari ungheresi ogni volta che possono
circondano i soldati russi, gli mostrano le loro mani callose di operai: “Guarda
le mie mani, compagno… Sono le mani di un operaio. Mi sono battuto contro i
vostri carri. Ho mani da fascista?”[52].
In tali condizioni, davanti alla
resistenza determinata dei rivoluzionari ungheresi, l’utilizzo dell’esercito
russo per fini repressivi diventava sempre più pericoloso. La repressione aveva
bisogno di truppe fresche e sicure. Ciò basta a spiegare la svolta del 28
ottobre, quando chiaramente Imre Nagy ha riconquistato la sua libertà d’azione
e ha smesso di essere un ostaggio in mano ai Russi. E’ nei giorni seguenti che
si concluderà la chiarificazione politica, mentre sarà confermato
dall’entourage stesso di Nagy che dal suo arrivo al “potere” egli era stato un
ostaggio dei Russi.
Il 27, in effetti, Imre Nagy riceve
una delegazione degli operai di Angyafold a cui si sono uniti molti dei suoi
amici politici, tra cui Miklos Gimes e Jozsef Szilagyi, a cui egli garantisce
di non aver fatto appello alle truppe russe anche se Gero – dopo la sua
sostituzione del 25 – ha cercato di fargli firmare un documento in questo
senso. Nagy inoltre promette loro che il giorno seguente, il 28, farà una
dichiarazione sul significato della rivoluzione, “democratico-nazionale e non
controrivoluzione”, sul ritiro delle truppe russe da Budapest e su altre importanti
misure.
III. I giorni dell’indipendenza
Il secondo governo Nagy
Il 27 Nagy annuncia la formazione di
un nuovo governo destinato a soddisfare le rivendicazioni degli insorti. I
socialisti hanno rifiutato di parteciparvi, ma alcuni noti stalinisti sono
stati messi da parte: Istvan Bata, della Difesa Nazionale, Hegedus, Darvas… Il
filosofo Lukacs e Geza Losonczy sono riconosciuti invece come oppositori
comunisti. Il generale Karoly Janza, militare di professione, sembra sul punto
di unirsi ai quadri dirigenti dell’esercito. Da Bela Kovacs e da Zoltan Tildy,
leader dei piccoli proprietari, Nagy senz’altro spera che otterranno l’appoggio
dei contadini al suo governo.
Ma sono speranze vane. Da parte
degli insorti, l’accoglienza è molto fredda. Il 27 ottobre Radio-Miskolc
dichiara: “Imre Nagy gode oggi della fiducia del popolo. E’ sufficiente? […]
Imre Nagy dovrebbe avere il coraggio di sbarazzarsi dei politicanti i quali non
possono che appoggiarsi sulle armi, che utilizzano per opprimere il popolo”.
L’indomani, sulla stessa frequenza, il consiglio operaio di Borsod argomenta
così: “Imre Nagy ha dichiarato che, durante i combattimenti, si era formato un
governo di unità nazionale democratico, per l’indipendenza ed il socialismo,
espressione dell’autentica volontà popolare. I lavoratori di Borsod ritengono
sia davvero l’ora che il governo Nagy esprima appena possibile la volontà del
popolo con atti concreti. Il governo promette di basarsi sulla forza ed il
controllo del popolo, e spera di conquistare la fiducia del popolo. La forza
popolare sosterrà Nagy se il suo governo passa da subito alla realizzazione
delle legittime rivendicazioni del popolo, senza alcuna ulteriore
esitazione.”[53]. Szigeti, in nome del consiglio di Gyor, dichiara di
considerare Nagy un patriota ma che alcuni membri del suo governo sono
inaccettabili[54]. Il portavoce del consiglio di Magyarovar dichiara: “Siamo
disponibili ad appoggiare il nuovo governo, ma esso ci deve prima di tutto
dimostrare il suo spirito perché noi gli diamo piena fiducia…”[55]. I Consigli
di Debrecen e Dunapentele sostengono il governo Nagy ma quello di Szeged
richiede a gran voce l’eliminazione dello stalinista Antal Apro dalla
compagine; i ferrovieri di Pecs non accettano Bebrics come ministro delle
Comunicazioni ed il Consiglio Rivoluzionario dell’Università esige che sia
cacciato dal governo Ferenc Munnich, ministro degli Interni, considerato un
agente del Cremino.
Le decisioni del 28 ottobre
Nella notte tra il 27 ed il 28 Imre
Nagy ha ripreso contatto coi rappresentanti del “Comitato rivoluzionario degli
studenti in armi”, i quali mantengono tutte le loro rivendicazioni iniziali.
Adesso Nagy le accetta, proprio come il giorno prima aveva accettato quelle di
Miskolc. Si fissa una tregua. Il quotidiano del PC Szabad Nep afferma: “Il
popolo vuole ordine e, in primis, la partenza delle truppe sovietiche… Noi
vogliamo una democrazia ungherese, economicamente, socialmente e politicamente
indipendente… Era un giusto movimento nazionale.” Nagy annuncia direttamente
alla radio le ultime novità. Egli dichiara che il governo sovietico accetta di
evacuare Budapest e che ci sono negoziati per la partenza delle truppe russe
dall’Ungheria. Nagy riconosce i consigli operai a cui chiede collaborazione.
L’AVH è sciolta. Nasce una nuova forza armata, con un Esecutivo Nazionale: è
una sorta di milizia o guardia nazionale dove entreranno, a fianco del vecchio
esercito e della vecchia polizia, i rivoluzionari armati, operai e studenti.
Nagy annuncia anche il ristabilimento della bandiera nazionale e che il governo
farà tutto il possibile per soddisfare le rivendicazioni dei rivoluzionari.
I consigli rispondono: quello di
Gyor domanda ai consigli della regione di nominare chi parteciperà alla nuova
milizia[56]. Joszef Kiss, presidente del consiglio operaio di Borsod, proclama
a Miskolc: “L’insurrezione nazionale è vittoriosa, il governo soddisferà le
nostre richieste, non sparate né contro le truppe sovietiche né contro quelle
governative.”[57]. Radio-Miskolc chiama gli insorti ad arruolarsi nella nuova
milizia nazionale. Ma nessuno di questi consigli vuole riconoscere il governo
Nagy prima di aver acquisito la certezza che esso cerchi veramente di ottenere
la partenza dei Russi. Tutti dichiarano che non consegneranno le armi prima
dell’evacuazione completa del paese.
Nel contempo, da tutte le regioni del
paese delegazioni dei consigli partono per Budapest e fanno sapere a Nagy le
condizioni poste dai lavoratori per riconoscere il suo governo. Sono questi
incontri che produrranno, nei giorni seguenti, le ferme prese di posizione da
parte di Nagy. Davanti alla scelta tra le esigenze dei Russi e quelle degli
operai rivoluzionari, Nagy si ricorda della lezione della settimana appena
trascorsa e sceglie la rivoluzione, contro la burocrazia e l’apparato.
Il problema della partenza dei Russi
La tregua precaria conclusa il 26
rischia di fallire. Il comando militare russo, prima di ritirarsi da Budapest,
esigeva la consegna delle armi da parte degli insorti. Al rifiuto opposto da
questi ultimi i combattimenti ripresero nella notte tra il 29 ed il 30.
Così il 29, alle 20.50,
Radio-Gyor-libera proclama:
“Contrariamente all’informazione
fornita da Radio-Kossuth, il popolo di Budapest continua la sua lotta armata
per la liberazione. Noi, consigli operai dei minatori di Pecs, Dorog, Tokod,
Tatabanya, Tata, Miskolc abbiamo preso le decisioni seguenti: non potremo
strappare la nostra rivendicazione – il ritiro dei Russi dal nostro paese – che
con l’arma dello sciopero!
“ I consigli operai si sono
impegnati, parlando a nome del popolo, a sospendere la produzione di carbone
finché resteranno soldati Russi in Ungheria! La gioventù di Gyor non riprenderà
il lavoro prima che l’ultima unità russa abbia abbandonato il nostro paese…
Avanti verso lo sciopero per una
Ungheria libera ed indipendente!”
Infine, i Russi cedettero e
cominciarono il ritiro mentre gli insorti, sotto assedio dall’inizio della
rivoluzione, uscivano con le loro armi. Fu così che, in particolare, Budapest e
l’Ungheria conobbero il nome del colonnello Maleter, ufficiale comunista che aveva
diretto per 6 giorni i 1200 insorti, operai studenti e soldati, assediati dai
Russi nella caserma Kilian. Questo ufficiale, là inviato per reprimerli, era
passato assieme ai suoi soldati dalla parte degli insorti.
Allo stesso tempo un comunicato governativo
toglieva dalle spalle di Nagy la responsabilità per i decreti istitutivi della
legge marziale e di appello alle truppe russe:
“Radio-Kossuth, 30 ottobre, ore
18.30, comunicato molto importante: “Ungheresi, la nostra tristezza, la nostra
vergogna, il surriscaldarsi degli animi erano provocati da due decreti che
hanno fatto versare il sangue di centinaia di persone: il primo, l’appello per
l’intervento a Budapest dell’esercito sovietico, l’altro, la legge marziale
contro i combattenti della libertà.
Assumiamo la responsabilità di
dichiarare davanti alla storia che Imre Nagy, presidente del consiglio dei
Ministri, non sapeva nulla di queste due decisioni. La sua firma non figura a
suggello di questi due decreti. La responsabilità per questi due decreti è
portata da Erno Gero e Andrai Hegedus.”[58].
Nagy riprende tutto ciò in un grande
discorso pronunciato il giorno seguente, 31 ottobre, davanti ad una folla in
delirio. Dichiara: “La rivoluzione ha vinto… La banda (Rakosi-Gero) ha cercato
di insudiciarmi affermando che avevo richiesto l’intervento sovietico. E’
falso. Al contrario, esigevo la partenza immediata dell’esercito sovietico”, ed
aggiunge, “oggi inizia la conferenza per l’abrogazione del Patto di Varsavia ed
il ritiro dei Russi dal nostro paese.” Ed è del 1° novembre, davanti ai
movimenti di truppe russe che violano formalmente le dichiarazioni del loro
governo, la risonante dichiarazione del ritiro dell’Ungheria dal Patto di
Varsavia e la proclamazione della sua neutralità: “Operai di Ungheria,
proteggete il nostro paese, la nostra Ungheria libera, indipendente e
democratica.”[59].
Il problema del partito stalinista
Imre Nagy, in questi giorni
decisivi, inchinandosi alla volontà dei lavoratori ungheresi, ha smesso di
parlare come un uomo d’apparato. Szabad Nep, rispondendo in termini vivaci alle
accuse della Pravda, tiene un linguaggio del tutto diverso da quello della
stampa stalinista di tutto il mondo. Il fatto sostanziale è che, sotto la pressione
delle masse, Nagy e i suoi compagni hanno rotto con l’apparato stalinista.
Abbiamo visto come quelli che
chiamavamo i “comunisti liberali” si fossero battuti, nel quadro del partito,
per la reintegrazione degli esclusi ed il cambiamento della direzione, in una
parola per la riforma ed il cambiamento di corso del partito. Ma questa
posizione, dopo alcuni giorni di lotta armata, si è rivelata impraticabile.
Il 28 ottobre i consigli operai
hanno intrapreso in tutto il paese lo scioglimento delle organizzazioni di
partito. Chi poteva ancora credere in un cambiamento del partito da realizzarsi
sotto la direzione del CC che ha mantenuto e coperto Gero, cooptando Nagy ed i
suoi seguaci soltanto per comprometterli col sangue degli insorti in una repressione
ordinata da Mosca? Il comitato centrale si autoscioglie e nomina una direzione
provvisoria incaricata della preparazione del prossimo congresso. Il Presidium
che ne risulta ha nelle sue fila solo militanti imprigionati o perseguitati
sotto Stalin-Rakosi. In suo nome, Kadar dichiara: “Potranno essere membri del
partito rinnovato solo coloro che non hanno alcuna responsabilità nei crimini
passati.”[60]. Nessuno può più parlare di “riforma” davanti ad un rinnovamento
così radicale. Due giorni dopo, Kadar fa appello ai militanti perché si
uniscano ai Combattenti per la libertà[61].
Il 1° novembre anche l’ipotesi del
partito “rinnovato” si dimostra impraticabile. Non c’è più un partito
comunista. L’apparato si è battuto dalla parte dei Russi assieme agli Avos. La
gran parte dei militanti si è battuta coi rivoluzionari. Nessuno si sogna di
unirsi ad un partito stalinista, per quanto “rinnovato”. Ansiosi di “rompere
per sempre col passato”, Nagy, Kadar, Lukacs, Szanto formano un nuovo partito
che rompe con l’organizzazione ufficiale e che essi chiamano partito socialista
operaio ungherese. Hanno così riconosciuto il loro fallimento, l’impossibilità
di riformare un partito stalinista? Almeno all’apparenza, si inchinano al
verdetto delle masse ungheresi: comunisti e antistalinisti fondano un partito
sulla base del leninismo. Ma non è ancor più significativo che un militante
come Miklos Gimes abbia rifiutato di unirsi ad una formazione politica che non
considerava avesse rotto realmente con lo stalinismo?
Il potere dei consigli
Sin dal 28, annunciando il cessate
il fuoco, Nagy aveva riconosciuto i consigli e promesso la vittoria per le loro
rivendicazioni. Andando oltre, “propone ai consigli operai e ai comitati
rivoluzionari di coordinare le loro attività e di formare gli Stati generali
dell’insurrezione.”[62]. Nascerebbe così un’autentica repubblica dei consigli,
una reale rappresentanza dei lavoratori in armi per mezzo di un Parlamento
operaio. Non si poteva andare oltre sulla via rivoluzionaria e, su questo punto,
Nagy si collegava al consiglio di Miskolc che aveva rivolto una proposta simile
a tutti i consigli di provincia.
Nell’esercito si sono formati
Comitati rivoluzionari dei soldati. La riunione dei loro delegati del 30
ottobre al ministero della Difesa costituisce in via definitiva il Comitato
rivoluzionario dell’esercito[63]. Viene subito lanciato un manifesto dove si
dichiara che l’esercito è al fianco del popolo per difendere le conquiste della
rivoluzione, dopo aver eliminato un certo numero di ufficiali reazionari e
mentre si accinge al disarmo degli Avos.
Lo stesso giorno si apprende che il
Comitato rivoluzionario dei giuristi ungheresi ha appena costretto alle
dimissioni il procuratore generale Gyorgy Non in seguito ad un esame del
dossier riguardante la sua attività[64].
Si forma un Comitato rivoluzionario
al ministero degli Esteri. Fa proposte concrete al governo per la
riorganizzazione della rappresentanza ungherese all’estero e richiama la
delegazione all’ONU perché non ha sostenuto il punto di vista dei
rivoluzionari.
I ferrovieri hanno ottenuto la
revoca del ministro delle Comunicazioni, Lajos Bebrics, ed il Consiglio
rivoluzionario dell’Università invoca quella di Munnich. A tutti i livelli, in
ogni località, in ogni amministrazione, i consigli operai ed i comitati
rivoluzionari prendono in mano la gestione delle cose. Si crea una nuova
democrazia socialista, la democrazia operaia autentica dei consigli, identica a
quella dei soviet russi del 1917.
Il programma dei sindacati
Il 27 ottobre su Nepszava ed il 3
novembre su Nepakarat, i sindacati ungheresi, epurati per opera dei lavoratori
della loro direzione stalinista, hanno presentato un programma che riflette la
volontà della classe lavoratrice e la tendenza della rivoluzione ungherese in
questa settimana decisiva: fine dei combattimenti attraverso negoziati coi capi
della gioventù insorta, costituzione di una Guardia Nazionale con operai e
giovani per rinforzare l’esercito e la polizia, negoziati per il ritiro delle
truppe sovietiche[65]. I sindacati, inoltre, richiedono la costituzione di consigli
operai in tutte le fabbriche, con diritto di opinione sulla pianificazione e la
fissazione delle norme lavorative[66]. Questi consigli consentiranno di
instaurare una autentica “direzione operaia” dell’economia, e di conseguenza
una “trasformazione radicale del sistema di pianificazione e di direzione
dell’economia”. Coscienti del ruolo parassitario della burocrazia installata
nelle imprese, i sindacati chiedono, assieme all’aumento immediato dei salari
inferiori a 1500 fiorini, lo stabilimento di un tetto massimo di 3.500 fiorini
per tutti i salari. Questa rivendicazione, analoga a quella avanzata dagli
studenti di Szeged prima dell’inizio dell’insurrezione, dimostra quanto i
lavoratori avessero preso coscienza del ruolo giocato nella divisione dei lavoratori
dalla differenziazione salariale, una delle chiavi di volta del sistema
burocratico stalinista. I sindacati esigevano anche il diritto di sciopero e la
denuncia delle norme di lavoro vigenti. Proclamavano, il 3 novembre, la loro
indipendenza rispetto ad ogni partito politico ed ogni governo, al pari della
loro volontà di partecipare alla direzione degli organismi rivoluzionari ed
alle future elezioni generali. Decidevano, infine, di rompere con la
Federazione Sindacale Mondiale – controllata dagli stalinisti - che, per bocca
di Saillant, suo presidente, li aveva insultati, mantenendo contatti con tutte
le altre organizzazioni sindacali internazionali[67].
Il programma degli intellettuali
Il programma adottato dal Comitato
rivoluzionario degli intellettuali, “costituito il 28 ottobre nell’edificio
centrale dell’Università Lorand Eotvos di Budapest”, che riuniva “tutte le
organizzazioni di intellettuali, scrittori, artisti, eruditi e studenti”, non è
meno indicativa della volontà dei rivoluzionari ungheresi di costruire
un’autentica democrazia socialista che delle possibilità che si offrivano di
far emergere una direzione ed un programma chiari per tutti i rivoluzionari:
“1) Regolamento immediato delle
nostre relazioni con l’Unione Sovietica. Ritiro delle truppe sovietiche dal
territorio ungherese.
2) Annullamento immediato di tutti
gli accordi commerciali conclusi con paesi stranieri che portino danno alla
nostra economia nazionale. Il paese deve essere informato sulla natura di tali
accordi commerciali, inclusi quelli relativi alle esportazioni di uranio e
bauxite.
Elezioni generali a scrutinio
segreto. I candidati devono essere nominati dal popolo.
Le miniere e le fabbriche devono
realmente appartenere agli operai. Le miniere e le terre devono rimanere
proprietà del popolo e niente deve essere restituito ai capitalisti ed ai
vecchi grandi proprietari. Le fabbriche devono essere dirette da Consigli operai
liberamente eletti. Il governo deve proteggere il diritto di esercizio di
artigiani e piccoli commercianti
Abolizione del vecchio sistema pieno
di abusi odiosi. I salari troppo bassi e le pensioni devono essere aumentati in
base alle possibilità della nostra economia.
I sindacati devono difendere
realmente gli interessi della classe operaia e i loro dirigenti devono essere
eletti liberamente. I contadini potranno creare i loro sindacati.
Il governo deve assicurare la
libertà della produzione agricola e aiutare i piccoli contadini e le
cooperative formate su base volontaria. Bisogna abolire l’odioso sistema delle
consegne obbligatorie.
Bisogna rendere giustizia ai
contadini che hanno subito la collettivizzazione forzata ed indennizzarli.
Il governo deve assicurare una
completa libertà di stampa e di riunione.
Il 23 ottobre, giorno
dell’insurrezione del nostro popolo per la sua liberazione, deve essere
proclamato festa nazionale.”[68].
La caccia agli Avos
La partenza dei Russi aveva lasciato a Budapest gli Avos isolati di fronte agli
insorti. I conti con loro furono presto regolati. Vogliosa di fatti eclatanti,
la stampa borghese a grande tiratura ha raccontato tutti i dettagli della
caccia agli Avos in cui si lanciarono i “Combattenti della libertà” nei giorni
della loro effimera vittoria. E’ inutile descriverla nuovamente. Sono tutt’al
più necessarie alcune spiegazioni.
Diciamo innanzitutto che gli insorti
hanno dato la caccia agli Avos perché li odiavano. Il corrispondente a Budapest
del Daily Worker, Charlie Coutts, ha intitolato uno dei suoi articoli “Perché
si odiava l’AVH”[69]. Spie e torturatori, arroganti ed onnipotenti, per dieci
anni gli Avos avevano concentrato su di loro l’odio di un intero popolo. La
loro condotta sin dall’inizio dell’insurrezione, la sparatoria alla Radio e
quella al Parlamento, le esecuzioni sommarie, tutto ciò ha fatto tracimare
l’odio nei loro confronti durante le giornate rivoluzionarie.
Inoltre, gli Avos dovevano essere
cacciati perché costituivano un pericolo reale. Finché le truppe russe
stazionavano in Ungheria, finché Budapest restava alla portata dei loro
cannoni, finché il loro ritorno era possibile, la presenza di un Avos
rappresentava un pericolo mortale per ogni rivoluzionario ungherese. Nella
Budapest libera gli Avos erano la Quinta Colonna: gli insorti si sono voluti
garantire al tempo stesso la loro sicurezza e la loro retrovia.
Senz’altro, non tutti i
rivoluzionari hanno approvato i metodi sbrigativi con cui Budapest è stata
ripulita dagli Avos. Sappiamo che la sera del 31 una delegazione degli Avos
supplicò l’Unione degli Scrittori di intervenire presso i Combattenti della
Libertà per siglare un accordo che gli salvasse la pelle. Ma l’intervento
dell’Unione degli Scrittori – tra cui molti, e dei migliori, erano stati
torturati dagli Avos – non produsse alcun effetto. Ugualmente il 3 novembre
Bela Kiraly, capo delle forze militari rivoluzionarie di Budapest, confermava
che gli ordini del governo e dei comitati erano di non uccidere nessuno sul
posto ma di deferire tutti gli Avos arrestati davanti ai tribunali[70].
Concretamente, la caccia ai poliziotti dell’AVH si ferma soltanto il 2
novembre, ormai in assenza di preda[71].
La stampa dei partiti stalinisti ha
utilizzato questi fatti ed ha cercato di trarne vantaggio per descrivere una
controrivoluzione bianca che dava la caccia ai militanti comunisti nelle strade
di Budapest. Ma i medesimi fatti da essa citati smentiscono tale tesi:
scrivendo infatti che “un militante della Federazione, il compagno Kelemen, è
stato tolto dalla forca dalla folla che l’ha riconosciuto”[72], André Stil, su
L’Humanité, confessa in questo modo che la folla non uccideva chi non conosceva
come Avos, quando scopriva che si trattava invece di un comunista. La morte,
dovuta ad una tragica sottovalutazione, del veterano comunista Imre Mezo,
segretario del partito a Budapest, già nelle Brigate Internazionali in Spagna e
nei partigiani FTP-MOI in Francia, coraggioso avversario di Rakosi, non
smentisce questa interpretazione. Fu ucciso proprio mentre difendeva la sede
del partito, dove stava ricevendo delegazioni di rivoluzionari ma dove giunsero
degli Avos a cui si dava la caccia, per aver resistito all’ira delle masse con
le armi alla mano, trascinando alla morte gli altri occupanti della sede.
Fino ad oggi massacri, esecuzioni
sommarie e linciaggi, hanno accompagnato ogni rivoluzione. Dobbiamo ricordare i
massacri di settembre durante la rivoluzione francese, le esecuzioni di ostaggi
effettuati dalla Comune di Parigi ed i fatti analoghi avvenuti durante la
rivoluzione russa, la rivoluzione spagnola o, in tutta Europa, durante la
Liberazione? La vendetta delle masse è tanto più terribile quanto più i
controrivoluzionari che hanno scatenato la loro collera erano stati crudeli e
brutali. Gli Avos hanno raccolto ciò che avevano seminato: sono stati bruciati
dall’incendio acceso da quella burocrazia di cui erano stati i fedeli
servitori.
Tendenze controrivoluzionarie: gli
emigrati
Sin dall’annuncio dell’insurrezione
ungherese numerosi emigrati hanno cercato di rientrare nel loro paese; si
trattava di elementi democratico borghesi, socialdemocratici, fascisti. E’ nota
la tesi de L’Humanité, secondo la quale queste tendenze hanno fornito i quadri
al movimento controrivoluzionario, che avrebbe così trionfato sotto il bastone
protettore di Nagy non fosse stato per il provvidenziale intervento russo.
Un certo numero di fatti contraddice
questa tesi. Innanzitutto un memorandum del governo austriaco, datato 3 novembre,
dichiara: “Il governo austriaco ha ordinato di istituire una zona vietata lungo
la frontiera austro-ungherese… Il Ministro della Difesa ha visitato questa zona
assieme ai delegati militari delle quattro grandi potenze, compresi quelli
dell’URSS. I delegati militari hanno così potuto assicurarsi delle misure prese
per proteggere la frontiera e garantire la neutralità austriaca. Tutte le
precauzioni possibili sono così state adottate alla frontiera occidentale per
impedire l’infiltrazione di emigrati… Le autorità austriache hanno pregato il
vecchio Presidente del Consiglio, Ferenc Nagy (del Partito dei Piccoli
Proprietari), arrivato rapidamente a Vienna, di abbandonare il territorio
austriaco. Di ciò sono a conoscenza anche le autorità sovietiche. Il permesso
per rimanere in Austria è rifiutato ai dirigenti politici dell’emigrazione.
L’ambasciatore austriaco a Mosca ha informato di questi fatti il Ministero
degli Esteri dell’URSS”. Nonostante la campagna della stampa stalinista, il
governo russo non ha mai contestato ufficialmente questi fatti presso il
governo austriaco[73].
Allo stesso modo il vecchio
segretario della gioventù socialista ungherese, Ferenc Eross, linotipista a
Bruxelles, non ha potuto varcare la frontiera ungherese, essendo stato respinto
proprio dagli insorti, che egli tra l’altro approva per questa misura
cautelare[74].
Il principe Eszterhazy
L’Humanité ha fatto molto chiasso
anche sulla liberazione del principe Eszterhazy, il maggior proprietario
terriero dell’Ungheria anteguerra, la cui liberazione indicherebbe, secondo il
quotidiano del PCF, il carattere “horthysta” del movimento. In verità, liberato
come ogni prigioniero politico, liberato come tutte le vittime di Rakosi, il
principe si è ben guardato dal restare in questa terra dove brucia la fiamma
rivoluzionaria. E’ partito in fretta e furia e con discrezione per l’Austria,
godendovi senza turbamenti l’immensa fortuna conservata. Ha provato ad agire
pubblicamente inviando, dall’Austria, soccorsi e vestiti ai contadini dei suoi
antichi possedimenti in Ungheria. Tutto gli è stato rispedito senza nemmeno
essere stato toccato[75]. Immaginiamo dei contadini che versano il loro sangue
per restituire al principe i suoi possedimenti, battersi per subire nuovamente
il secolare giogo di servitù?
Il cardinale Mindszenty
Il cardinale Mindszenty ha fornito
molto materiale per le dichiarazioni più sensazionaliste di chi, borghesi o
stalinisti, voleva accreditare l’idea di una controrivoluzione bianca in
Ungheria. Radio-Praga, il 1° novembre , dà l’annuncio di un governo presieduto
dal primate: l’informazione, rilanciata da AFP, farà le delizie della stampa
reazionaria e de L’Humanité, ben felice di utilizzare le invenzioni di Radio
Free Europe per le necessità della sua propaganda.
Mindszenty, cardinale e primate
d’Ungheria, è un reazionario senza scrupoli, un nemico inconciliabile della
rivoluzione. E’ stato però liberato, come Eszterhazy, da una rivoluzione che,
generosa come ogni rivoluzione, apriva le porte delle prigioni. Gli stessi
uomini avevano torturato anche Rajk. Come Rajk anche Mindszenty aveva
confessato. Riabilitato Rajk si doveva liberarlo…
Si sono attribuite al cardinale ogni
sorta di intenzioni e propositi. In particolar modo la sua intervista su Radio-Budapest
avrebbe preoccupato i Russi spingendoli all’intervento. Il giornalista
britannico Mervyn Jones ha cercato il resoconto stenografico del suo discorso
pronunciato alla radio il 3 novembre. Il cardinale ha parlato della “lotta per
la libertà” che si sviluppava in Ungheria e affermato che essa segnalava la
volontà di un popolo di stabilire “una coesistenza pacifica fondata sulla
giustizia”. Ha chiesto la messa sotto accusa dei rakosisti davanti a “tribunali
imparziali e indipendenti” e si è pronunciato contro lo spirito di vendetta.
Ecco il suo programma: “Noi vogliamo una società senza classi ed uno Stato in
cui prevalga la legge, un paese che sviluppi le sue conquiste democratiche,
fondata sul diritto alla proprietà privata ristretto giustamente dagli
interessi della società e della giustizia”. Non chiede la restituzione dei beni
confiscati alla Chiesa ma libertà di insegnamento religioso e libertà di stampa
e di organizzazione per i cattolici. Equivale forse ciò ad una conversione del
cardinale ad una forma cristiana di democrazia socialista? Certo che no, ma,
come pensa Jones, “a causa del fatto che il dominio delle forze democratiche
era così schiacciante e le prospettive per la controrivoluzione così scarse”,
il cardinale non poteva che assumere quel linguaggio[76]. Il giornalista
jugoslavo Vlado Tesic, in una nota d’agenzia in cui insiste sul pericolo di
“una evoluzione verso destra” soprattutto a causa della liberazione di
Mindszenty, fornisce un’informazione preziosa: gruppi di destra distribuiscono
volantini dal titolo: “Non abbiamo nulla a che vedere coi Consigli operai: i
comunisti hanno il naso là dentro”. Pubblicamente, però, su questa questione i
vari Mindszenty tacciono. Un altro corrispondente jugoslavo, Djuka Julius, ha
notato un gruppo di giovani attacchinare volantini scritti a mano in cui si
rivendica l’eliminazione dei comunisti e la formazione di un governo
Mindszenty; “parole d’ordine moderatamente fasciste”, dice il giornalista.
L’indomani, in seguito ad un incontro coi delegati della siderurgia di Csepel
assieme al loro presidente Elek Nagy, conclude che l’appello dei fascisti a
liquidare “le conquiste del socialismo” non trova alcun impatto significativo
tra la popolazione. Durante la sua conferenza stampa del 3 novembre, Mindszenty,
le cui prospettive sono chiaramente di patrocinare la ricostruzione di un
partito democratico cristiano, si rifiuta di rispondere alla domanda di un
giornalista ungherese su una sua eventuale candidatura a primo ministro,
abbandonando la sala.
Joszef Dudas
L’Humanité, ancora grazie alla penna
di André Stil, ha designato Joszef Dudas, presidente del Comitato
Rivoluzionario di Budapest, come uno dei dirigenti della controrivoluzione
“fascista”[77].
Chi era veramente Dudas? “Un
giornalista fascista”, come scrive Stil? “Un ingegnere”, come scrive il suo
compare sul Daily Worker? Lui stesso si è presentato ai giornalisti come un
vecchio militante comunista, membro del PC durante l’occupazione nazista,
passato nel 1947 al Partito dei Piccoli Proprietari, arrestato poco dopo,
liberato nel 1956 e riabilitato pochi giorni prima dell’inizio della
rivoluzione, ancora durante il regno di Gero. Né L’Humanité né The Daily Worker
negano che per un periodo egli si sia “infilato” nelle fila del PC.
Dunque, è possibile affermare che,
nella misura in cui Dudas si è espresso pubblicamente durante le giornate
rivoluzionarie, nessuna delle sue apparizioni spettacolari consente di
appioppargli l’etichetta di fascista. Nel suo giornale, Fuggetlentség
(Indipendenza), ha pubblicato quattro articoli i cui temi erano, secondo Anna
Kethly, “che non si metta mano alle riforme economiche del 1945, ritiro delle
truppe sovietiche, libertà di stampa e di associazione, libere elezioni”[78].
Ma sappiamo anche che la testata del suo giornale del 30 ottobre aveva scritto
“Non riconosciamo l’attuale governo” e che l’indomani è stato ricevuto da Nagy
a cui avrebbe richiesto il portafoglio del ministero degli Esteri[79]. Ricevuto
un rifiuto, assieme ai suoi seguaci si è impadronito del ministero per qualche
ora e, per questo, è stato arrestato su ordine del governo Nagy[80].
Si trattava di un avventuriero che
cercava di trarre vantaggio dalla rivoluzione? Il suo comportamento può indurre
a pensarlo. E’ comunque l’ipotesi che si impone dopo la lettura della nota del
comunista polacco Woroszylski, basata sul racconto della sua intervista con
Dudas, e dell’analisi che abbozza in quel frangente. Ma questo prova che per
ottenere risultati un avventuriero ambizioso doveva guardarsi bene dall’utilizzare
un linguaggio fascista. Ciò prova pure che il 3 novembre il governo Nagy era
sufficientemente solido ed in sella da poter fare arrestare un uomo che
ostentava funzioni rivoluzionarie importanti come quelle di Dudas. Stil,
raccontando la parabola di Dudas, alla sua maniera, conclude repentinamente:
“E’ a quel punto che fu arrestato”[81]. Non dice però da chi, et pour cause: se
Dudas fosse stato, come L’Humanité afferma, un autentico fascista e
controrivoluzionario, come spiegare poi che Nagy, secondo Stil artefice della
controrivoluzione, l’abbia fatto arrestare? Queste menzogne sono così
grossolane che basta sfiorarle perché si sbriciolino.
Prospettive per la rivoluzione
ungherese dopo il 4 novembre
I fatti sono chiari. E’ certo che si
siano espresse tendenze controrivoluzionarie. Non è meno chiaro, come scrive il
comunista Peter Fryer, corrispondente del Daily Worker, nella sua lettera di
dimissioni dal PC, che “il popolo in armi era del tutto consapevole del
pericolo della controrivoluzione ma anche assolutamente in grado di
schiacciarla lui stesso”[82]. Dopo le dure battaglie della prima settimana,
l’Ungheria ha sperimentato un’autentica esplosione di libertà, tradottasi in
una fraternità fra tutte le classi che si erano opposte ai Russi e in una certa
confusione: niente è più tipico dell’apparire dei giornali più diversi, da
quelli “ufficiali”, stampati, a quelli ciclostilati, dattiloscritti o persino
scritti a mano e poi attaccati ai muri. In questa atmosfera alcuni reazionari
hanno potuto infiltrarsi e “ficcare il naso” nel movimento. Niente più di
questo. E’ comparso un solo giornale reazionario: Virradat (l’Aurora). Ne è
uscito un solo numero perché il giorno seguente gli operai hanno rifiutato di
stamparlo[83]. Ciò non ha trattenuto la stampa borghese occidentale dal parlare
di esplosione di giornali anticomunisti. A noi invece basta ricordare il
giornale Igazsag (La Verità), organo del Partito della gioventù rivoluzionaria,
diretto dal giovane intellettuale comunista Obersovszky, assieme ai giovani
redattori di Szabad Ibjusag, giornale della Gioventù Comunista, ed avremo
un’idea più chiara di che cos’era quel preteso “anticomunismo”.
Non menzioneremo che en passant la
tesi per cui la rivoluzione ungherese si indirizzava verso una “democrazia
all’occidentale”. Tutto lo smentisce, tutto l’ha smentito sin dall’inizio: la
resistenza operaia, l’azione dei Consigli, la repressione dei Russi contro i
settori operai della rivoluzione. Questa tesi, in ultima analisi, ha avuto un’unica
funzione: fornire agli stalinisti argomenti per giustificare la loro
repressione.
L’orientamento della rivoluzione
ungherese era così travolgente che nessuno in Ungheria è potuto sfuggire alla
sua influenza, nessuno ha agito senza tenerlo in considerazione. Sotto questo
aspetto, le basi su cui in Ungheria si sono ricostituiti i partiti piccolo
borghesi e riformisti sono assai significative. Non è per questo decisiva la
presenza di dirigenti riformisti come Bela Kovacs per giudicare correttamente il
significato politico del III governo Nagy: è utile invece studiare il loro
linguaggio ed il programma comune a base dell’accordo. Di fronte al potere
nascente dei Consigli operai, la restaurazione governativa non poteva procedere
che utilizzando un linguaggio il quale trovasse consenso tra le masse insorte.
Il terzo governo Nagy
L’Ufficio Politico del PCF ha
parlato di “quelli che furono gli alleati di Hitler, i rappresentanti della
reazione e del Vaticano, rimessi al governo dal traditore Nagy”[84]. La stampa
reazionaria francese è rimasta esemplarmente silenziosa sulla costituzione di
questo governo formato, come l’avevano richiesto i consigli, da rappresentanti
di tutti i partiti democratici e dai
capi degli insorti. A fianco dei comunisti nagysti – Nagy, Kadar, Losonczy –
accedevano in effetti al governo dirigenti dei partiti riformisti socialisti e
contadini che sotto Rakosi avevano avuto un’esistenza legale, sebbene soltanto
teorica, e gli eroi militari dell’insurrezione di Budapest, tra cui Maleter,
considerato come il rappresentante dei “Combattenti della libertà”.
I socialisti
Anna Kethly ha lungamente esposto il
punto di vista del suo partito, sin dalla sua partenza dall’Ungheria. E’
importante sottolineare che il 1° novembre, nel giornale di partito,
Nepszava[85], dichiarava: “Vigiliamo sulle nostre fabbriche e sulle nostre
miniere, ed anche sulla terra che deve restare nelle mani dei contadini”[86].
Gyula Kelemen, segretario del
partito, utilizzava lo stesso linguaggio. Ricevendo una delegazione di
giornalisti jugoslavi, diceva che il partito socialista “lotterà con la più
grande determinazione per mantenere le conquiste della classe operaia e
sosterrà i consigli operai”[87].
I dirigenti dei partiti contadini
Il 21 ottobre a Pecs, nell’assemblea
di ricostituzione del Partito dei piccoli proprietari, Bela Kovacs
esclamava:“La questione è sapere se il partito, rinato, proclamerà di nuovo le
vecchie idee. Nessuno può pensare di tornare indietro al mondo dei conti, dei
banchieri e dei capitalisti; questo vecchio mondo è morto, una volta per tutte.
Un autentico membro del Partito dei piccoli proprietari non può pensare oggi
nella maniera in cui pensava nel 1939 o nel 1945”[88].
Ferenc Farkas, segretario del
partito nazional-contadino, rinominatosi Partito Petofi, il 3 novembre
sottolineava che “il governo manterrà delle realizzazioni socialiste tutto ciò
che può e deve essere utilizzato in un paese libero, democratico e
socialista”[89].
Pal Maleter, eroe dell’insurrezione
Infine, c’è Maleter, questo
ufficiale dell’esercito passato con gli insorti sin dalle prime ore. Il
difensore, con 1500 giovani operai, studenti e soldati, della caserma Kilian;
Maleter, eroe dei Combattenti della libertà. Chi è? Secondo Stil si tratta di
“un vecchio ufficiale horthysta che ha finto di aggregarsi al potere
popolare”.[90] In realtà è un vecchio comunista convinto al comunismo durante
la prigionia, già allievo delle Accademie Militari russe, paracadutato in
Ungheria durante la guerra quando fu capo di bande partigiane. L’inviato
speciale del Daily Herald, il laburista Basil Davidson, è andato ad
intervistarlo. Racconta: “Portava ancora la sua piccola stella di partigiano
del 1944 (ed un’altra stella rossa ottenuta per l’estrazione di carbone
effettuata dal suo reggimento a Tatabanya), in momenti nei quali tutti gli
ufficiali toglievano le mostrine di tipo sovietico”. Davidson gli domanda le
prospettive per la rivoluzione ungherese. “Se noi ci libereremo dei Russi”,
dice, “non crediate che torneremo indietro, al passato. E se ci sono delle
persone che pensano di tornare indietro, allora faremo i conti – e mise la mano
sulla sua rivoltella”[91].
Il governo della rivoluzione
L’atteggiamento del giovane capo
comunista dell’esercito ungherese era chiaro. Rifletteva l’immagine del governo
di cui era membro e che aveva appena accettato il programma e le istituzioni
della rivoluzione. In suo nome, il comunista Geza Losonczy dichiarava che non
si sarebbe rimessa in discussione “la nazionalizzazione delle fabbriche, la
riforma agraria e le conquiste sociali”. Si dichiarava pronto a battersi per
“l’indipendenza nazionale, l’eguaglianza dei diritti e la costruzione del
socialismo non attraverso la dittatura ma sulla base della democrazia”[92].
La rivoluzione dei consigli operai
aveva appena portato a termine con successo la prima tappa. Ovunque regnava
l’ordine dei consigli e degli operai in armi. Gli ungheresi, nonostante gli
orrori e le distruzioni, si preparavano a costruire ‘il sol dell’avvenire’.
Mikoyan e Suslov, ritornati, erano ripartiti per Mosca garantendo a Imre Nagy
il loro appoggio. Era il 3 novembre. Quella stessa sera i Russi catturavano a
tradimento Maleter ed il suo capo di stato maggiore mentre negoziavano il loro
ritiro. Il 4 lanciarono contro la rivoluzione i loro obici, i loro cannoni ed i
loro autoblindo, mentre la stampa stalinista di tutto il mondo assecondava i
passi degli assassini e suonava la marcia funebre ai rivoluzionari d’Ungheria.
Il dualismo di potere
La rivoluzione polacca aveva
scatenato la rivoluzione ungherese. La vittoria dei consigli operai, sulla base
del loro programma rivoluzionario, è considerata dalla burocrazia dell’URSS
alla stregua di un pericolo mortale. L’8 novembre, Krusciov, in un discorso ai
giovani comunisti di Mosca, ha parlato della gioventù ungherese sollevatasi
contro il regime concludendo sulla necessità, anche in URSS, di “aumentare
senza sosta la vigilanza e attribuire sempre più attenzione all’educazione
della gioventù”. L’effervescenza che caratterizza in quel momento (dicembre
1956 – gennaio 1957) l’ambiente universitario di Mosca lo prova: la diagnosi
era corretta. Il programma della gioventù rivoluzionaria polacca e di quella
ungherese è lo stesso di quello della gioventù tedesca sollevatasi il 17 giugno
1953 a Berlino Est, lo stesso dei giovani cecoslovacchi, rumeni e russi. Nel
1940 Stalin ha assassinato Trotsky ma non ha potuto assassinare il trotskismo,
le cui idee trionfano oggi nei grandiosi sommovimenti rivoluzionari della nostra
epoca. I successori di Stalin hanno svolto il loro compito assassinando decine
di migliaia di militanti rivoluzionari ungheresi e deportandone in URSS altre
decine di migliaia. Ma la rivoluzione continua.
La lotta militare
Malgrado una schiacciante
superiorità numerica, malgrado una schiacciante superiorità nell’armamento
pesante, i Russi hanno impiegato più di una settimana per fare cessare ogni
forma di resistenza militare organizzata. “I maggiori centri di resistenza furono
i quartieri operai. Gli obiettivi che i Sovietici attaccarono con una rabbia ed
una furia superiori furono le fabbriche metalmeccaniche della “periferia rossa”
di Budapest, i quartieri operai e le industrie dove i comunisti ungheresi
avevano i loro bastioni e i loro militanti più attivi”, annota un
testimone[93], ed in un altro punto: “Sono soprattutto gli operai, i comunisti,
i giovani sotto i vent’anni che si batterono dappertutto a Budapest con vecchi
fucili, mitragliatrici o bottiglie molotov, contro gli autoblindo russi. Fu la
fabbrica di Csepel, con le sue migliaia di operai, avanguardie dei militanti
proletari del PC ungherese, che offrì la maggior resistenza ai carri
russi”[94]. Gli operai di Csepel hanno deposto le armi soltanto dopo 10 giorni di
combattimenti accaniti e, il giorno stesso, hanno deciso di proseguire la lotta
per le loro rivendicazioni, quelle della rivoluzione operaia. I lavoratori di
Dunapentele, la vecchia Sztalinvaros, si sono battuti “per il socialismo” con
la direzione dei loro consigli, fino a quando sono stati travolti dagli
autoblindo e sommersi dalle bombe. I minatori di Pecs hanno resistito nelle
loro miniere ed alcuni vi hanno trovato volontariamente la morte facendosi
saltare in aria con esse. Deportazioni massicce di giovani ungheresi rivelano
l’impotenza dei Russi davanti alla volontà indomabile della gioventù
rivoluzionaria.
L’internazionalismo proletario
A partire dal 4 novembre la
burocrazia del Cremlino ha deciso di far intervenire truppe provenienti
dall’Asia sovietica, nella speranza che la barriera linguistica impedisca la
fraternizzazione tra gli operai ed i contadini sovietici in divisa e la
gioventù rivoluzionaria ungherese. Allo stesso tempo i burocrati facevano credere a queste truppe di
essere inviate a difendere il canale di Suez, nazionalizzato da Nasser, contro
la spedizione degli imperialisti anglo-francesi del 4 novembre; ed ai
Combattenti ungheresi toccava di spiegare che il Danubio non era il canale di
Suez …
Combattenti della libertà, convinti
della loro causa, continuarono i loro appelli all’internazionalismo proletario
dei soldati dell’URSS. Il 7 novembre i lavoratori di Dunapentele indirizzarono
un appello alle truppe sovietiche in occasione del 39° anniversario della
rivoluzione russa: “Soldati! Il Vostro Stato è stato creato al prezzo di una
lotta sanguinosa perché voi abbiate la vostra libertà. Perché voler schiacciare
la nostra libertà? Potete constatare coi vostri occhi che a prendere le armi
contro di voi non sono stati i padroni delle fabbriche, i proprietari terrieri,
i borghesi ma il popolo ungherese che combatte per gli stessi diritti per i
quali voi avete lottato nel 1917. Soldati sovietici! Avete dimostrato a
Stalingrado come eravate in grado di difendere il vostro paese. Soldati non vi
servite delle vostre armi contro la nazione ungherese.”[95]. La risposta è
arrivata: a Budapest il comandante di un’unità di carri armati russi si è
arreso ai Combattenti della libertà. Aveva dovuto sparare contro tre bambini
che cercavano di incendiare il suo carro con una bottiglia di benzina e capì
allora che aveva a che fare con una rivoluzione operaia[96]. Migliaia di
soldati russi disarmati sono riportati in URSS e sistemati in campi. Alcuni si
sono dati alla macchia ed altri nel Nord-Ovest del paese hanno liberato un
treno carico di deportati ungheresi[97]. La rivoluzione ungherese e
l’intervento armato russo diventano così un potente fattore di radicalizzazione
delle masse russe e della volontà rivoluzionaria della gioventù.
Il governo di Janos Kadar
Quando l’esercito russo attaccava la
rivoluzione ungherese, si disegnava una manovra destinata ad ingannare i
lavoratori ed a fornire una copertura all’opera controrivoluzionaria della
burocrazia. Poco ore dopo l’ingresso sulla scena dei blindati, Radio-Budapest,
controllata dai Russi, annunciava la formazione di un “governo rivoluzionario
operaio e contadino” presieduto da Janos Kadar. La personalità di Kadar, la
popolarità derivatagli dalle persecuzioni e dalle torture subite nell’era
Rakosi-Gero ne avevano fatto un leader dei comunisti oppositori prima della
rivoluzione ed un luogotenente di Nagy durante il processo rivoluzionario.
Ancora il 1° novembre aveva dichiarato all’ambasciatore sovietico Yuri Andropov
che, se necessario, avrebbe combattuto “a mani nude”[98]. Quel medesimo giorno
aveva parlato alla radio in nome del governo Nagy di cui era membro. Benché
come ministro degli Interni avesse comunque preso parte al processo contro il
suo compagno Rajk, benché si fosse tenuto estraneo alle attività del circolo
Petofi ed avesse accompagnato Gero a Belgrado, nel corso dei giorni decisivi
sembrava essersi staccato dall’apparato stalinista con la stessa nettezza di
Nagy e Losonczy. Cosa può spiegare una virata così brusca? Cosa è veramente
successo? Kadar, spezzato dalle torture, è diventato forse un corpo privo di
pensiero, uno strumento nelle mani dei poliziotti stalinisti?[99] Ha invece
semplicemente agito come uomo d’apparato cedendo alle pressioni della
burocrazia? Non è possibile stabilire con certezza la questione. E’ sicuro
invece che un governo con la presenza dirigente di Kadar e formato dal nucleo
duro degli stalinisti - i vari Munnich, Apro e Marosan di cui i consigli
avevano richiesto l’eliminazione - serviva alla burocrazia del Cremino per
creare confusione tra i lavoratori.
Un passo indietro di fronte ai
consigli
Nei primi giorni di combattimento
seguenti al 4 novembre, sembra che l’iniziativa sia stata nelle mani degli
elementi più controrivoluzionari del campo stalinista. In questi termini
infatti il comandante ungherese di Szombathely, unitosi ai Russi, annunciava
trionfalmente alla Radio: “I lavoratori hanno colpito. Nelle fabbriche i
consigli operai ed i fascisti sono stati liquidati.”[100]. L’8 novembre lo
stalinista Ferenc Munnich, ministro degli Interni e delle Forze Armate del
governo Kadar, esprimeva pubblicamente la volontà del Cremino di annientare il
potere dei Consigli operai dissolvendo i Comitati rivoluzionari dell’esercito,
esigendo l’eliminazione di quelli che battezzava i “controrivoluzionari” dei
consigli. I consigli erano riconosciuti ma il governo toglieva loro ogni
rilevanza decretando che non avevano alcun potere per nominare o licenziare
chiunque all’interno dell’amministrazione, proibendo loro di prendere una
qualsiasi decisione senza l’approvazione di un “commissario politico” che era
ormai il loro tutore[101].
Ma in realtà, man mano che gli
operai erano costretti a cessare i combattimenti, appariva con chiarezza che,
nonostante le esecuzioni, gli arresti e le deportazioni, i consigli erano
rimasti in piedi ovunque, rinnovatisi per riempire i vuoti che si creavano,
portati avanti e sostenuti da quei lavoratori i quali non riconoscevano altra
autorità ed altro programma eccetto il loro. Sette giorni di combattimento non
avevano fatto indietreggiare la volontà rivoluzionaria delle masse. Bisognava
cambiare tattica. Janos Kadar cominciò a giocare il ruolo che gli era stato
affidato.
Kadar cerca di conquistare i
consigli
L’11 novembre Kadar ha dichiarato
alla radio che il governo avrebbe negoziato il ritiro dei Russi. I membri del
precedente governo Nagy, a suo dire, “concordano pienamente col suo programma
rivoluzionario” ed hanno altresì manifestato la volontà di collaborare
strettamente con lui. Kadar dice che molti partiti politici potranno
partecipare alla vita pubblica. Mentre condanna il regime instaurato sotto
Rakosi e Gero, si lascia sfuggire che “in Ungheria ci sono persone le quali
temono che questo governo reintroduca i metodi del vecchio partito comunista ed
il suo sistema di direzione. Non c’è un solo uomo in posizione dirigente che
immagini di agire in tal senso perché, anche qualora lo desiderasse, sa che
sarebbe spazzato via dalle masse”[102]. Il 12 novembre il quotidiano del PC
britannico è autorizzato ad annunciare che “il signor Kadar ha avuto un
colloquio con Nagy”[103]. Il 14 novembre il dirigente dei sindacati ungheresi,
Sandor Gaspar, afferma che il governo ha riconosciuto i consigli i quali
avranno il diritto, all’interno delle fabbriche, di prendere le decisioni che i
direttori dovranno eseguire. Aggiunge che i consigli dovranno però essere
confermati coi loro nuovi poteri da nuove elezioni[104].
Il 14 novembre a Budapest si era
costituito il Consiglio centrale degli operai di Budapest, eletto dalla
totalità dei consigli operai della capitale. I componenti del Consiglio
centrale sono molto giovani: la metà ha tra i 23 ed i 28 anni. Alcuni “anziani”
hanno conosciuto la repressione del regime fascista di Horthy prima ancora di
quella di Rakosi, alcuni sono stati militanti socialdemocratici prima di
aderire al partito “comunista”: è il caso di Sandor Bali, delegato alla
fabbrica Belojannis di Budapest, molto ascoltato all’interno del Consiglio
centrale. Questo fabbro, assieme al fabbro diventato ingegnere, Karsai, è la
testa politica che ispira la maggioranza del Consiglio centrale dopo
l’eliminazione, iniziata il 15 novembre, dell’ala pro-Kadar diretta da Arpad
Balasz. Gli altri militanti che diventano dirigenti sono il giovane attrezzista
Sandor Racz, anch’egli delegato della fabbrica Belojannis, l’ingegnere ottico
Miklos Sebestyen, il fabbro Ferenc Toke, il delegato della raffineria di Csepel
Gyorgy Kamocsai, il rappresentante dei ferrovieri Endre Mester, tutti
rappresentanti della generazione operaia a cui il nuovo regime ha dato
istruzione e qualifica privandola al tempo stesso di ogni diritto democratico.
Dopo la repressione seguita al 4 novembre, il Consiglio centrale è la sola
autorità realmente riconosciuta a Budapest. Incarna la rivoluzione operaia ed è
in contatto costante coi Comitati rivoluzionari degli studenti e degli
intellettuali. E’ al Consiglio centrale che Kadar – senz’altro potere che i
blindati russi impotenti di fronte allo sciopero - lancia un appello per
trattare la ripresa del lavoro. Come avrebbe dichiarato in seguito: “Il governo
ha trattato più volte col Consiglio di Budapest valutando che esso avrebbe
aiutato i consigli di fabbrica nella realizzazione dei loro compiti e scopi”[105].
Fin dal 14 novembre il Consiglio
centrale degli operai di Budapest rende pubbliche le condizioni che pone per la
ripresa del lavoro. Sono le rivendicazioni della rivoluzione: riconoscimento
del diritto di sciopero, ritorno al potere di Imre Nagy, ritiro dei Russi,
elezioni libere ed oneste a suffragio universale, abolizione del partito unico
e libertà per i partiti che accettano il regime economico vigente, indipendenza
completa dall’URSS, neutralità dell’Ungheria rispetto ai patti militari
internazionali. Le risposte di Kadar, evasive o positive, tali quali sono state
rese pubbliche l’indomani, testimoniano innanzitutto del suo desiderio di
convincere i delegati dei consigli della purezza delle sue intenzioni, ma anche
dei suoi limiti … Sottolinea le conseguenze economicamente disastrose del
prolungamento dello sciopero, dichiara che “non si pone neppure la questione
del ritorno al potere di Imre Nagy finché si troverà in territorio straniero”
(cioè l’ambasciata jugoslava). Kadar si dice d’accordo, in linea di principio,
col ritiro dei Russi: “quando sia sconfitto il pericolo reazionario, le truppe
sovietiche abbandoneranno l’Ungheria”. Kadar promette la costruzione di un
“sistema politico pluripartitico”, “a condizione che tutti i partiti
riconoscano il regime socialista”; domanda inoltre ai Consigli di essere
prudenti sulla questione di elezioni libere, “punto delicato”, perché “il
nostro partito potrebbe essere sconfitto”. Non fa nessuna promessa rispetto
all’uranio ungherese che, così dice, “non potremmo comunque sfruttare da soli”
ma in compenso si impegna a rendere pubblici tutti i futuri accordi economici
con l’URSS. L’idea di neutralità, infine, viene categoricamente rifiutata. Al
Consiglio in rivolta contro le deportazioni dichiara: “Abbiamo raggiunto un
accordo col Comando sovietico sulla base del quale nessuno deve essere
deportato dall’Ungheria”[106].
Appena viene resa nota, la risposta
di Kadar è discussa dai consigli operai. La sera di quella stessa giornata, il
15 novembre, i delegati del Consiglio centrale di Budapest registrano la
volontà operaia di non porre fine allo sciopero prima di aver ottenuto il
soddisfacimento delle rivendicazioni essenziali. In riunione nella sede della
Compagnia dei trasporti di Budapest, i delegati votano la continuazione dello
sciopero generale. L’ottenimento di due rivendicazioni centrali potrebbe,
secondo loro, motivare un cambiamento della loro linea: il ritorno al potere di
Imre Nagy e l’allontanamento da Budapest e a breve termine da tutto il paese
delle truppe, elemento chiave “nell’interesse del mantenimento di una relazione
fraterna con l’Unione Sovietica”[107]. Vale ricordare che il Consiglio centrale
non abbandona le rivendicazioni presentate il giorno prima. Ma il ritorno al
potere di Imre Nagy, di cui Kadar ha lasciato intravedere la possibilità, e la
partenza dei Russi sarebbero la garanzia che i Russi sono pronti ormai a
consentire che la vita politica ungherese si sviluppi senza interventi esterni.
Realista, il Consiglio ipotizza una ritirata graduale. Diffidenti, i suoi
delegati avvertono Kadar che si riservano il diritto di ricorrere nuovamente
allo sciopero, se lo ritenessero necessario, al fine di ottenere le altre
rivendicazioni. E’ chiaro che in quel momento i componenti del Consiglio di
Budapest pensano che continuando lo sciopero sia possibile che Kadar ed i Russi
cedano sui due punti fondamentali. Per parte sua Kadar vuole mantenere questi
“interlocutori credibili”. In piena riunione del Consiglio, la sala è invasa
dai soldati russi appoggiati da due carri e tre autoblindi[108]. Kadar,
raggiunto telefonicamente, si scusa coi delegati operai ed intercede presso il
Comando russo perché vengano ritirate le truppe. Questo episodio induce
senz’altro alcuni membri del Consiglio a pensare che Kadar sia il difensore dei
consigli presso i Russi e persegua una politica del male minore conveniente da
cavalcare. In verità il ‘gioco’ di Kadar, il seguito lo avrebbe dimostrato, non
consisteva nell’imporre ai Russi il punto di vista dei consigli ma al contrario
ad imporre ai consigli la volontà dei Russi.
Primi frutti dell’azione di Kadar
La fame ed il freddo stavano
diventando gli alleati più preziosi di Kadar. Le sofferenze sopportate durante
e dopo i combattimenti, la stanchezza e le privazioni non avrebbe potuto, esse
sole, demoralizzare i lavoratori. Ma, aggiungendosi alle promesse di Kadar che
lasciava intravedere una possibile via d’uscita pacifica, esse hanno
contribuito ad alimentare la demoralizzazione nella classe operaia. Sembra che
proprio questi due elementi siano stati decisivi per spingere gli operai di
Csepel alla ripresa del lavoro.
I metalmeccanici di Csepel erano
stati l’ariete della rivoluzione. Si erano battuti fin dal 23 ottobre. La
mattina del 4 novembre resistevano all’attacco portato dai Russi contro la loro
fabbrica. Nel corso di quella battaglia accanita gli operai della
“Billancourt”[109] ungherese hanno perso molti dei migliori combattenti
rivoluzionari. Nonostante ciò, il giorno in cui consegnano delle armi votano
pure la continuazione dello sciopero. I contadini li riforniscono[110]. Il
governo vieta allora ogni scambio di alimenti al di fuori del controllo dei
suoi organismi. Kadar moltiplica promesse e pressioni, facendo intravedere la
possibilità di un accordo: molti lavoratori di Csepel, che hanno subito più di
altri, vorrebbero curare le loro ferite. E’ questa la prima vittoria di Kadar,
parziale soltanto ma che sfrutterà sino in fondo. I dirigenti operai del
Consiglio di Csepel pensano di poter riprendere il lavoro senza rinunciare alle
proprie rivendicazioni operaie: “Vogliamo certamente riprendere il lavoro nelle
fabbriche di Csepel”, dichiara il loro manifesto uscito la sera del 15
novembre, “ma alla sola condizione che proseguano le trattative tra governo e
operai e che le nostre rivendicazioni siano accettate. Continueremo la lotta
per la realizzazione completa delle idee della nostra rivoluzione, poiché ci
sentiamo abbastanza forti per eseguire il testamento dei nostri eroi caduti
nella lotta di liberazione… Niente al mondo può privarci di quest’arma
invincibile che è lo sciopero, qualora i negoziati col governo
fallissero.”[111].
Il peso degli operai di Csepel nel
proletariato di Budapest ed il peso dei suoi delegati nel Consiglio centrale
sembrano avervi fatto pendere la bilancia a favore dei “conciliatori”. Kadar fa
pressione sui delegati in nome delle necessità materiali. Ripete che la
continuazione dello sciopero è un “suicidio nazionale”. Ripete che la ripresa
del lavoro, il “ristabilimento dell’ordine”, sono la precondizione di un
qualsiasi successivo passo in avanti. Senz’altro alcuni conciliatori pensano
che si debba “aiutare” Kadar, il quale, ottenuta la fine dello sciopero,
sarebbe in una posizione di maggior forza per strappare alcune concessioni ai
Russi. Dopo una lunga notte di discussione sono i conciliatori a riportare la
vittoria, con una maggioranza risicata.
La mattina del 16 novembre il
Consiglio centrale degli operai di Budapest lancia un appello per la ripresa
del lavoro:
“Consapevoli della responsabilità
verso la nostra patria ed il nostro popolo, che hanno tanto sofferto, dobbiamo
dire che nell’interesse dell’economia nazionale, per ragioni sociali ed
umanitarie, ed in seguito a determinate circostanze, si rende assolutamente
necessaria la ripresa del lavoro produttivo.
“In questa tragica situazione, il
vostro buon senso, la vostra consapevolezza ed il vostro spirito operaio vi
ordinano categoricamente di riprendere il lavoro, mantenendo i vostri diritti,
per sabato 17 novembre.
“Proclamiamo con solennità che tale
decisione non significa in nessun modo che noi abbiamo abbandonato, fosse pure
una virgola, gli obiettivi e le conquiste della nostra insurrezione nazionale.
“I negoziati continuano e siamo
convinti che, grazie agli sforzi reciproci, le questioni in sospeso saranno
risolte per il meglio.
“Chiediamo la vostra fiducia ed il
vostro unanime aiuto”[112].
E’ evidente che tale posizione è
lungi dall’essere condivisa da tutti gli operai. Quel giorno stesso alcuni
delegati sono revocati dalla base che gli rimprovera di non aver rispettato le
decisioni prese la vigilia dopo le discussioni tra gli operai. Molti consigli
protestano ricordando le condizioni poste dallo stesso Consiglio centrale per
la ripresa del lavoro: ritorno al potere di Imre Nagy e ritiro dei Russi da
Budapest[113]. L’opposizione si esprime pubblicamente: un volantino diffuso il
17 rivela che Kadar ha minacciato di deportare i membri del Consiglio nel caso
in cui il lavoro non fosse ripreso. Il 18 una delegazione operaia chiede al
Consiglio centrale di fare un appello a tutti i consigli di provincia perché
eleggano un Consiglio nazionale, un Parlamento operaio che, eletto dall’insieme
dei lavoratori ungheresi, sarebbe l’unico organismo col potere di trattare in
nome di tutti.
Le tendenze politiche all’interno
dei consigli
Il Consiglio centrale di Budapest,
sommerso da un’ondata di proteste e constatando che il suo appello alla ripresa
del lavoro non è stato seguito, fa sua la proposta ed inizia a preparare la
riunione del Consiglio nazionale per la quale solleciterà tra l’altro
un’autorizzazione ufficiale che verrà negata[114]. La situazione di Budapest
sembra analoga a quella di Csepel dove, il 19 novembre, il 30% degli operai
entra in fabbrica ma nessuno lavora. Un portavoce dichiara: “Riteniamo che sia
la sola cosa ragionevole che possiamo fare in questo momento. Siamo qui in
fabbrica perché abbiamo bisogno del nostro salario ed anche perché la presenza
in fabbrica aiuta a raggrupparci. Se continuavamo a resistere nelle nostre
case, i cancelli delle fabbriche sarebbero stati chiusi, rendendo più facile al
governo il compito di occuparsi di noi individualmente a casa nostra piuttosto
che di farlo nelle fabbriche dove siamo riuniti”[115].
Ma la provincia si rivelerà molto
meno propensa alla conciliazione che la maggioranza – ristretta, è vero – dei
componenti del Consiglio centrale di Budapest Il fatto non ha nulla di
straordinario. A Budapest i consigli operai sono nati quando l’insurrezione era
già iniziata. I primi combattenti operai hanno raggiunto i distaccamenti
formati dal Comitato rivoluzionario degli studenti. Lo sciopero generale ha
fatto seguito all’insurrezione provocata dall’attacco dell’AVH contro le
manifestazioni del 23 ottobre. Durante l’insurrezione i consigli operai,
isolati gli uni dagli altri, non hanno avuto modo di centralizzarsi. I
lavoratori in lotta con gli insorti si sono messi sotto gli ordini di vari
organismi: il Comitato degli studenti, il Comitato nazionale rivoluzionario di
Dudas, il Comitato dell’esercito. Molti operai mescolati agli altri Combattenti
della libertà seguivano Maleter, altri ancora il governo Nagy. La forza
organizzata della classe operaia, coi suoi consigli eletti nelle aziende, le
sue posizioni in fabbrica - in altri termini i suoi bastioni industriali - è
apparsa soltanto quando la repressione, abbattendo gli organismi nati
dall’insurrezione e i comitati locali, ha attaccato direttamente gli embrioni di
un nuovo potere. I militanti dirigenti dei consigli operai hanno costituito il
Consiglio centrale, su proposta del consiglio di Ujpest, perché erano coscienti
che solo l’organizzazione su base di classe dei consigli poteva dare alla
classe operaia la forza per difendere le conquiste dell’Ottobre per conto
dell’intera popolazione. A proposito del Consiglio centrale, è utile osservare
che se è diventato l’organismo più rappresentativo della resistenza operaia
organizzata, a Budapest si è scontrato con una concentrazione sproporzionata di
forze armate russe ed all’apparato amministrativo, ridotto ma reale, formato da
ex Avos che spalleggiavano il governo Kadar. In provincia, inversamente,
l’insurrezione è scaturita dallo sciopero generale e i consigli operai, dopo
averlo diretto, hanno assunto direttamente il potere. Hanno spazzato via
l’amministrazione stalinista, dato ordini alle forze armate, ed il governo Nagy
ha tratto la propria forza dal loro appoggio. Durante il periodo
dell’“indipendenza” hanno realmente esercitato il potere. Dopo l’attacco del 4
novembre sono rimasti nei fatti la sola autorità davanti ai Comandi russi, una
volta squagliatisi l’apparato del partito e dello Stato. In alcune città il
Comando russo ha trattato con loro. Così a Miskolc la radio continua a
trasmettere liberamente e i russi si rifiutano di intervenire per far
riconoscere il governo Kadar, a patto che i suoi soldati non vengano attaccati.
I consigli operai di provincia sono così molto meno inclini al compromesso
rispetto al Consiglio centrale, sottoposto ad una maggiore pressione. Questi
consigli hanno il potere e l’esigeranno per tutti i consigli.
Lo scontro coi burocrati è
inevitabile. Un portavoce dei sindacati, seguace di Kadar, dichiara in effetti
il 19, secondo quanto riporta Stil: “Ci sono ancora in Ungheria compagni i
quali non credono che la formazione di consigli sia positiva e non vedono che i
pericoli della loro azione… Finora tali consigli, allontanandosi dal loro ruolo
di organismo economico locale, limitato alla singola impresa, pretendendo di
assumere una funzione di potere politico o di sostituirsi ai sindacati, o di
organizzarsi in comitati cittadini, regionali o nazionali, hanno portato
soltanto verso una situazione di caos anarchico”[116]. La situazione è chiara.
All’interno della burocrazia un’ala è tenacemente opposta all’esistenza stessa
dei consigli, un’altra è pronta a tollerarli qualora si limitino a “funzioni di
organizzazione economica locale”. Una parte dei Consigli, di contro, è decisa a
“giocare il ruolo di organismo del potere politico”. Avendo il Consiglio di
Budapest ceduto alle pressioni dei burocrati, i lavoratori fanno appello al
Consiglio nazionale rispetto alla decisone di porre fine allo sciopero.
Il consiglio nazionale operaio
La riunione del consiglio nazionale
operaio, una sorta di Parlamento operaio, doveva iniziare alle ore 9 del 21
novembre presso il Palazzo dello Sport di Budapest. Quando i delegati si
presentarono trovarono i lati della sala bloccati dalla polizia e
dall’esercito, rinforzati dai carri russi. Decisero allora di riunirsi al
locale del Consiglio centrale, alla sede della Compagnia dei trasporti. Nessun
giornalista ha potuto assistere a quella riunione, durata cinque ore,
nell’edificio accerchiato dalla polizia che la tollerava come sessione
“allargata” del Consiglio di Budapest.
La prima decisione del Consiglio
nazionale fu di accantonare l’ordine di ripresa del lavoro lanciato dal
Consiglio centrale di Budapest, seguito da non più di un quarto dei lavoratori.
Il Consiglio nazionale fa appello alla ripresa dello sciopero per 48 ore, in
segno di opposizione alle misure prese contro la sua riunione ed ai tentativi governativi
di impedirla. L’ordine di sciopero è valido per tutta l’industria, salvo quella
alimentare. Al termine delle 48 ore, la condizione per la ripresa del lavoro è
il riconoscimento da parte del governo Kadar del Consiglio nazionale operaio
eletto democraticamente come la sola rappresentanza autentica dei lavoratori
ungheresi. Se questa domanda è accettata, il lavoro riprenderà il 24 novembre
contemporaneamente ai negoziati tra il governo e i delegati del consiglio
nazionale operaio. Questi avranno come oggetto le rivendicazioni della classe
operaia, le stesse avanzate il 15 novembre dal Consiglio centrale: ritorno al
potere di Imre Nagy, liberazione dei prigionieri tra cui figura Maleter, ritiro
dei Russi ed abbandono del paese, elezioni libere con tutti i partiti, libertà
di stampa e di riunione, indipendenza dell’Ungheria. Le discussioni tra il
governo ed il Consiglio dovranno essere pubblicate con esattezza sulla stampa.
Il governo dovrà manifestare “la sua buona fede liberando immediatamente i civili
ed i militari fermati, arrestati e deportati”[117], “deferendo davanti ai
tribunali ungheresi per giudizi pubblici coloro che sono incolpati per delitti
comuni”[118]. La risposta della classe operaia ungherese era netta. Prima di
consegnare le armi esigeva garanzie serie. E’ ancor più significativa la
rivendicazione del Consiglio nazionale di essere riconosciuto unica autorità in
grado di rappresentare autenticamente i lavoratori ungheresi. Con la formazione
del Consiglio nazionale operaio prendeva forma quel movimento “unito e potente”
reclamato sin dal 28 ottobre da parte del consiglio operaio di Miskolc, questi
“stati generali dei consigli operai” che Nagy voleva realizzare. Si era davanti
alla rivendicazione sostenuta dalla classe operaia di esercitare il potere per
mezzo delle sue organizzazioni autonome di classe, dei suoi soviet, i consigli
locali e regionali, del suo Consiglio nazionale. Il braccio di ferro era
inevitabile tra la classe operaia e i burocrati, determinati per loro conto a
soffocare o a svuotare di sostanza i consigli. Però, nello scontro tra un
governo che aveva una strategia nei confronti dei lavoratori e preparava
scrupolosamente i suoi colpi, da una parte, e una direzione operaia priva di
esperienza, senza quadri politici rivoluzionari formati, dall’altra, tra la
burocrazia dotata di politicanti capaci di manovrare ed i consigli operai cui
mancava il sostegno e l’organizzazione di un partito rivoluzionario come il
partito bolscevico del 1917, ci fu bisogno di tempo e di numerose esitazioni
della giovane direzione perché la situazione diventasse chiara.
Il governo Kadar manovra e
temporeggia
I burocrati capivano che era troppo
presto per puntare ad una prova di forza. I comitati rivoluzionari formatisi ad
ogni livello dell’amministrazione e dello Stato costituivano un ostacolo
piuttosto ingombrante per l’azione della burocrazia. Dal 22 il governo decide
di passare all’attacco nei ministeri, alla rivoluzione riuscitasi ad installare
nel cuore dello Stato. “I Comitati rivoluzionari dei ministeri vogliono
prendere decisioni che superano la loro competenza e non favoriscono né la
ripresa del lavoro né il ristabilimento dell’ordine”, dichiara Radio-Budapest
che aggiunge: “Il governo ha dato l’ordine ai direttori dei ministeri di
ridurre l’attività di questi comitati e di accettare i loro suggerimenti solo
se sono realmente costruttivi”[119].
Quello stesso giorno il Consiglio
operaio di Csepel, fedele alla linea condensata nella sua risoluzione del 16,
si dichiarava contrario allo sciopero di 48 ore deciso dal Consiglio nazionale
e condiviso dal Consiglio operaio centrale di Budapest. Dopo aver protestato
contro la decisione governativa di mettere al bando il Consiglio nazionale,
dopo aver chiesto di “porre termine alle misure contro gli operai ed i loro
rappresentanti”, il Consiglio di Csepel considerava “un grave errore” la
consegna dello sciopero, poiché “ciò rende la situazione economica ancora più
difficile”. Si chiedeva inoltre al Consiglio di Budapest di “ammettere che il
periodo dell’irruenza e del libero sfogo delle passioni è da archiviare” e che
l’arma dello sciopero deve essere utilizzata “in maniera più ragionevole”[120].
La presa di posizione dei lavoratori
di Csepel sembra essere stata, ancora una volta, decisiva. La mattina del 23
Radio Budapest annuncia che la notte precedente è stato firmato un accordo per
la ripresa del lavoro tra Kadar ed il Consiglio operaio centrale di Budapest.
Viene riconosciuta l’autorità dei Consigli dentro la fabbrica, compresa la
facoltà di nomina dei direttori. Riprendono le trattative tra governo e
consigli, ma il Consiglio si riserva di ricorrere nuovamente all’arma dello
sciopero[121]. Senza dubbio gli elementi conciliatori potevano vantare di
essere riconosciuti dal loro proprio consiglio, come implicava l’annuncio alla
radio di un accordo concluso tra essi ed il governo Kadar. Tuttavia, sembra
proprio che la dichiarazione del 23 novembre, quello stesso giorno, da parte
dell’Unione degli Scrittori, indichi una posizione più ferma di fronte al governo,
poiché dopo aver approvato l’operato dei Consigli “in difesa delle conquiste
sociali”, l’Unione degli Scrittori “consiglia la ricerca di un accordo per la
ripresa del lavoro senza fare concessioni sulle rivendicazioni
fondamentali”[122]. Ancor più della presa di posizione degli scrittori, in cui
ritroviamo l’influenza di Tibor Dery[123], l’opposizione operaia è netta. Un
giornalista, dopo aver discusso coi dirigenti del Consiglio centrale di
Budapest il 23, riferisce quanto segue: “Il Consiglio riconosce che l’ordine di
ripresa non è stato seguito; aggiunge di aver ricevuto centinaia di telefonate
che reclamavano la continuazione dello sciopero contro il rapimento di Imre
Nagy”[124].
Il rapimento di Imre Nagy
In effetti, il 4 novembre Nagy aveva
richiesto asilo presso l’ambasciata yugoslava a Budapest. Con lui c’erano i
suoi amici Geza Losonczy, Ferenc Donath, Janos Szilagyi, veterani comunisti, la
vedova di Rajk, Gabor Tanczos, il segretario del circolo Petofi, in totale una
trentina di persone. Tra loro figuravano anche Lukacs, il filosofo, Zoltan
Szanto, ex ambasciatore a Parigi e il vecchio comunista Zoltan Vas. Questi
ultimi tre avevano lasciato l’ambasciata senza più ricomparire in pubblico. Il
21 novembre, però, era stato firmato un accordo tra i governi ungherese e
yugoslavo per garantire a Nagy ed ai suoi compagni la possibilità di rientrare
liberamente al proprio domicilio.
Avevamo già osservato che il
giornale comunista inglese annunciava che Kadar si era trovato con Nagy. Già il
14 novembre, spazzando via le calunnie a proposito del “traditore Nagy”, Kadar
aveva dichiarato pubblicamente: “Non credo che Nagy abbia coscientemente
aiutato la controrivoluzione. Né il governo né i Russi desiderano limitare la
sua libertà”[125].
Davanti ai Consigli operai Kadar
aveva parlato di “negoziati” con Nagy appena egli fosse rientrato in territorio
ungherese. L’accordo realizzato tra il governo yugoslavo e Kadar, rivelato da
fonte ufficiale yugoslava il 23 novembre, andava in direzione delle promesse di
Kadar. La liberazione di Nagy non poteva che significare la ripresa delle
trattative con lui e la soddisfazione almeno parziale della richiesta degli
operai i quali esigevano il suo ritorno al potere. Nagy, uscito
dall’ambasciata, ha realmente discusso con Kadar alla sede del Parlamento?
Entrambi, come ritiene il corrispondente della Reuter, studiavano l’ipotesi di
un governo di coalizione. Un governo Nagy-Kadar? Il ruolo di Kadar e le sue
intenzioni reali sono poco chiare. Non è comunque l’elemento decisivo. I fatti
sono indiscutibili, che Kadar abbia agito coscientemente oppure no, che abbia
ingannato Nagy e gli yugoslavi o che sia servito da esca per attirare Nagy
fuori dal suo rifugio e permettere così ai Russi di catturarlo. E’ infatti sulla
base della promessa di Kadar che Nagy è uscito ed è grazie a questa promessa
subito violata che è stato arrestato dai Russi. Che sia stato o meno informato
dell’operazione, Kadar l’ha comunque coperta facendo annunciare la partenza
volontaria di Nagy per l’Ungheria. Fa poi di più e rinnega le proprie
dichiarazioni della vigilia sostenendo: “Quest’uomo è diventato il
fantoccio dei controrivoluzionari e
degli horthysti”[126].
Il Consiglio di Budapest ed il
rapimento di Nagy
Il rapimento di Nagy da parte dei
Russi ed il rinnegamento della parola data per parte di Kadar condannavano
senza appello la prospettiva dei conciliatori. Nelle parole di un portavoce del
Consiglio in seguito al discorso di Kadar su Nagy, “Kadar, il quale aveva detto
agli operai una settimana fa: “Riportate Nagy e sarò felice di cedergli il
posto”, si è ora allineato al punto di vista sovietico affermando che “la
questione Nagy è chiusa”. Lo stesso operaio constatava la falsità dell’opinione
diffusa tra i conciliatori che introduceva una distinzione tra Kadar ed i Russi
precisando: “Kadar ha ora un atteggiamento rigido ed utilizza argomenti fondati
sulla presenza di 5mila carri armati”. Nonostante ciò il Consiglio di Budapest
manteneva le sue rivendicazioni sul ritorno al potere di Nagy e sul ritiro dei
Russi: “Non cederemo ed il governo lo sa. Il ritorno al potere di Imre Nagy è
stato e resta la nostra rivendicazione centrale. Qualunque cosa accada, alla
fine vinceremo”[127]. L’appello tuttavia si chiudeva con una prova della volontà
di arrivare ad ogni costo ad una conciliazione, aggiungendo: “Nell’interesse
della popolazione chiediamo ciononostante ai Consigli di continuare la
produzione ed anche di intensificarla”[128].
Allora, mentre si poteva supporre
che il tradimento di Kadar verso Nagy avrebbe irrigidito la posizione dei
componenti del Consiglio di Budapest appena ingannati, si assiste invece a
continui cedimenti. Il 20 novembre un portavoce del Consiglio lascia intendere
che gli operai sono pronti a rinunciare al ritorno di Nagy se “questi
affermasse personalmente che rifiuta di guidare un nuovo governo”[129]. Secondo
il parere dei delegati che hanno discusso con Kadar, sarebbe al momento
preferibile tralasciare la questione del ritorno al potere di Imre Nagy[130]:
avvertono Kadar che “potrebbero scoppiare scioperi spontanei se agli operai
ungheresi non fosse detta la verità su quello che succede ad Imre Nagy”[131].
Ben presto, tuttavia, i burocrati distruggeranno tutte le illusioni sul loro
conto: ottenuto un passo indietro passano all’attacco cercando di demolire i
consigli. Spariscono così i conciliatori: davanti all’assenza di una
conciliazione…
Il problema dell’esistenza dei
consigli
Sam Russel, corrispondente del Daily
Worker, organo del partito comunista britannico, è stato per conto del suo
giornale a Csepel. Certamente sperava di trovare nelle conversazioni coi
dirigenti di quel consiglio la prova che gli operai di Csepel iniziavano a
sostenere il governo. Invece, suo malgrado, ha dovuto riportare esattamente il
contrario. I dirigenti degli operai di Csepel, infatti, si sono opposti allo
sciopero ma non per solidarietà con Kadar. Così Russell descrive la
“confusione” che si sta producendo ed annuncia una lotta diretta tra Kadar ed i
consigli: “Ho parlato col segretario del Consiglio operaio provvisorio, Bela
Szenetzy, col vice presidente Pal Kupa e con un altro membro del consiglio,
Jozsef Devenyi. Dalle conversazioni avute emerge chiaramente che c’è ancora
molta confusione rispetto al ruolo del consiglio operaio, divenuto ormai un
organismo permanente in virtù della nuova legge. E’ ancora viva l’idea che essi
potrebbero combinare assieme la funzione di datori di lavoro e di sindacato
assumendo una sorta di generica funzione politica”[132]. Da analisi come questa
troviamo la conferma che i consigli, compreso quello di Csepel, vogliono
giocare un ruolo politico, essere l’organo del potere operaio. Prestiamo
attenzione al giornalista comunista britannico mentre spiega le ragioni
avanzate dal Consiglio operaio di Budapest per giustificare la sua contrarietà
allo sciopero: “Continuare lo sciopero potrebbe fare più male che bene agli
operai. Era preferibile guadagnare un po’ di soldi per comprare di che mangiare
piuttosto che essere costretti dalla fame a tornare al lavoro”[133].
I dirigenti di alcuni consigli,
particolarmente quelli del Consiglio centrale di Budapest, sono convinti che lo
sciopero sarebbe dannoso. Mantengono però la loro idea rispetto al ruolo dei
consigli operai, il ruolo della classe operaia. E su quel punto non c’è alcuna
conciliazione che sia proponibile. In assenza di un’organizzazione
d’avanguardia che consenta di unificare esperienze e prese di posizione, c’è
tuttavia bisogno di tempo perché un organismo politico come il Consiglio
centrale raggiunga l’omogeneità politica traducendo quella della classe in
azione; il clima creato dai combattimenti di strada, e poi dalla repressione,
non favorisce per niente il prevalere della democrazia politica, condizione per
una chiarificazione. Già il 14 novembre il presidente del Consiglio operaio
centrale, Arpad Balasz, si era permesso di lanciare alla radio, in nome del
Consiglio centrale, un appello a favore della ripresa del lavoro. La
maggioranza del Consiglio operaio lo solleva allora dalle sue funzioni ritenendo
che giochi, coscientemente o no, a favore di Kadar, e vieta al tempo stesso che
i suoi membri facciano dichiarazioni su questioni non sottoposte
precedentemente ad una votazione. Il nuovo presidente del Consiglio centrale è
eletto tra i delegati di Csepel: si tratta di Jozsef Devenyi. Alcuni giorni
dopo, tuttavia, in seguito ad atteggiamenti temporeggiatori, anche Devenyi dà
le dimissioni dopo essere stato messo in minoranza e sotto accusa davanti al
Consiglio centrale. A quel punto, il giovane fabbro di Belojannis, Sandor Racz,
di 23 anni, sarà il presidente, affiancato dal suo compagno di fabbrica Bali e
da Karsai come vicepresidenti. Questi tre uomini saranno fino alla fine i
portavoce del Consiglio operaio centrale.
Tocca al vicepresidente, l’attrezzista
fabbro Sandor Bali, il 25 novembre, esprimere davanti al governo, per
convincerlo ad intavolare negoziati, una concezione del ruolo dei consigli
operai che è, in tutta evidenza, il frutto di un compromesso occasionale:
“E’ la classe operaia, dice, che ha
messo in piedi i consigli operai i quali, al momento, sono gli organismo
economici e politici che hanno dietro di sé la classe operaia […] Sappiamo bene
che i consigli operai non possono essere delle organizzazioni politiche. Sia
chiaro che ci rendiamo perfettamente conto della necessità di avere un partito
politico ed un sindacato. Ma, visto che ora non abbiamo la possibilità pratica
di costruire tali organizzazioni, siamo obbligati a concentrare le nostre forze
su un solo punto ed attendere il seguito degli avvenimenti. Non dobbiamo e non
possiamo parlare di sindacati prima che gli operai ungheresi abbiamo formato
dal basso i loro sindacati e gli sia stato ridato il diritto di sciopero”[134].
Tuttavia, i fatti spingono
inesorabilmente il Consiglio operaio centrale a svolgere un ruolo politico.
Nelle parole di uno dei suoi componenti, Ferenc Toke, Karsai fu portato a “dire
ai dirigenti che noi avevamo una missione economica da realizzare, che non
tenevamo per niente a svolgere un’attività politica, ma che la loro doppiezza
ci obbligava a farlo”[135]. Così il 26 novembre il Consiglio centrale informa
Kadar che, oltre alle sue rivendicazioni iniziali – ritorno di Nagy al potere,
partenza dei Russi, fine delle deportazioni – porta avanti la volontà degli
operai di organizzare una milizia operaia armata e di avere propri
giornali[136]. I Consigli hanno ben
compreso che il loro potere e la loro autorità non varranno nulla finché non
disporranno di una propria forza armata: tale forza non può essere altro che il
popolo in armi. Reclamano l’organizzazione di milizie operaie. Rifiutano il
monopolio sulla stampa stabilito a beneficio della burocrazia che autorizza
solo i suoi giornali di partito e sindacali. I Consigli vogliono i
loroloro posizioni, dare le loro parole
d’ordine, fare bilanci, discutere. Manifestano con chiarezza che hanno
l’intenzione di opporsi allo “Stato dei gendarmi e dei burocrati” denunciato da
Dery: gli si vogliono opporre, reclamano una propria forza armata ed una
propria stampa. Kadar dichiara a L’Humanité che sono “gli elementi
controrivoluzionari ad aver presentato richieste non realistiche”[137]. Dunque,
Kadar, dopo aver riconosciuto i consigli, ha fatto sapere, una volta lanciato
l’ordine di rientro al lavoro, che essi erano autorizzati a discutere i
“problemi del lavoro”…[138]. Il Consiglio operaio centrale prepara, sotto la
direzione di Sebestyen, la pubblicazione del suo giornale, Munkasujsag
(Gazzetta operaia): è confiscato in stamperia assieme ad un resoconto di una
discussione in cui Kadar aveva dichiarato: “Per me il vostro riconoscimento
conta poco. 200.000 soldati sovietici sono dietro di me. In Ungheria comando
io”[139]. Il Consiglio fa allora uscire un foglio ciclostilato: le autorità
russe perquisiscono e confiscano il ciclostile[140]. In reazione il Consiglio
centrale organizza una giornata di boicottaggio del giornale di partito
Nepszabadsag: i lavoratori lo comprano e poi in strada lo strappano senza
leggerlo. Ferenc Toke potrà scrivere: “Le persone camminavano con i fogli di
giornale che arrivavano alle caviglie”[141]. Il Consiglio centrale decide la
distribuzione di volantini talvolta dettati e ricopiati a mano per dare
informazione della propria azione ed invita tutti i consiglia ad imitarlo[142].
I delegati del Consiglio tornano a vedere Kadar. “Sarà una serata decisiva,
dichiara uno di loro alla stampa, se le trattative falliscono non c’è alcuna
garanzia che riusciremo ad impedire scioperi spontanei tra gli operai”[143]. Chiederanno la modifica della legge sui
consigli e l’autorizzazione ad istituire consigli non solo nelle fabbriche ma
in tutti le imprese statali, dalle ferrovie alle poste ecc. dove essi non sono
autorizzati. giornali per difendere le
Nepakarat, organo dei sindacati, è
incaricato di rispondere alle tre rivendicazioni fondamentali dei consigli:
valenza politica dei consigli operai, creazione di consigli regionali in ogni
provincia e pubblicazione di un giornale centrale. A parere dell’organo dei
sindacati si tratta di rivendicazioni “distruttive”: i consigli “non potrebbero
assumere un qualsiasi ruolo politico ma unicamente economico”; il giornale
centrale dei consigli non è assolutamente “necessario” e la creazione di
consigli regionali “non corrisponderebbe ai compiti dei consigli operai”.
Nepakarat[144]. La burocrazia è disposta ad accettare l’esistenza dei consigli
a patto che essi siano docili collaboratori nell’amministrazione della
fabbrica. La burocrazia intende conservare il monopolio della direzione dello
Stato, della vita politica e della stampa. O i consigli si inchineranno ai suoi
diktat o li distruggerà. Non c’è una via di mezzo che permetta una
conciliazione. Per Kadar ed i burocrati russi è necessario che la classe
operaia ed i suoi consigli rinuncino al potere. sintetizza quali sarebbero
invece questi compiti: fare il proprio dovere sul terreno economico
riorganizzando le fabbriche
L’offensiva dei burocrati
Il 4 dicembre il governo scaglia la
sua offensiva. Essa è diretta contro i comitati rivoluzionari. Fino a quel
momento i soli ad essere sciolti sono stati quelli dell’esercito. Secondo un
comunicato governativo i comitati “non tenevano in considerazione le
disposizioni governative che avevano regolamentato la loro attività, delimitato
il loro campo d’azione, fissato le loro attribuzioni”[145]. “L’esperienza
mostra che i comitati non svolgevano alcuna attività di interesse pubblico ma al contrario, quando c’erano, la loro
azione consisteva nell’ostacolare il lavoro delle autorità statali e la
realizzazione di compiti utili all’interesse pubblico”[146]. I comitati
rivoluzionari sono dunque sciolti da un decreto firmato da Ferenc Munnich, il
quale al contempo indica l’esistenza e la dissoluzione di un “Comitato
esecutivo centrale dei comitati rivoluzionari”[147]. Miklos Gimes, rifiutatosi
di emigrare, è arrestato il 5 dicembre.
A questo punto, pensando che
cederanno davanti alla minaccia ed all’intimidazione, il governo lancia la
polizia contro i dirigenti dei consigli operai. Nella notte del 6 dicembre ne
sono arrestati più di un centinaio. Il Consiglio centrale è “letteralmente
sommerso di proteste contro gli arresti di membri di consigli operai”[148]. Il
7 il Consiglio centrale lancia un appello. Agli operai, ai quali denuncia il
“fronte organizzato in tutto il paese contro i consigli operai”, dichiara: “Se
questo atteggiamento continua, perderemo la sola possibilità di costruire una
vita normale e restaurare l’ordine”[149]; avverte poi il governo: “se questo
atteggiamento continua, la fiducia degli operai sarà perduta e chi ci provoca
avrà definitivamente sollevato la classe operaia contro il governo”[150].
Scoppiano immediatamente scioperi spontanei. La metà dei lavoratori di Csepel
entra in sciopero. Chi ha creduto alla conciliazione dichiara allora con
asprezza: “Le nostre trattative col governo non sono sfociate nel risultato
sperato. Pare che Janos Kadar non abbia il potere di sbarazzarsi di alcune
persone del suo entourage”[151]. In seguito ad un’ultima e vana ricerca di Kadar,
il consiglio, sulla base del resoconto della delegazione capeggiata da Sandor
Racz, decreta 48 ore di sciopero generale. La delegazione deve denunciare “la
campagna condotta contro il popolo e contro gli operai dal governo Kadar,
appoggiato dall’URSS” e che “vuole ignorare tutta la popolazione ungherese ed i
suoi rappresentanti”[152].
Il Consiglio di Budapest, allargato
nell’occasione a delegati di consigli di provincia, si rivolge alla nazione. Ai
lavoratori del mondo intero chiede “scioperi di solidarietà con la loro lotta
per una vita senza paura e per la libertà individuale”[153].
Il governo Kadar contrattacca con
l’imposizione della legge marziale e la messa al bando dei consigli operai, a
partire da quello di Budapest. Il suo crimine: aver voluto “fare del Consiglio
centrale degli operai l’organismo del potere centrale esecutivo”[154],
“costruire un nuovo potere da opporre agli organi esecutivi dello Stato”[155].
La burocrazia dichiara guerra senza quartiere al potere dei consigli, al potere
operaio. E’ lanciata una nuova prova di forza. Questa volta nella più totale
chiarezza politica.
Sconfitta e vittoria
Lo sciopero generale dell’11 e 12
dicembre, sulla parola d’ordine del Consiglio centrale, ha confermato oltre
ogni previsione l’indistruttibile volontà rivoluzionaria dei lavoratori
ungheresi. Totale, malgrado il terrore poliziesco, lo sciopero esprime in forma
spettacolare l’avvenuta rottura degli ultimi legami sapientemente intessuti
dalle astuzie di Kadar, tra la burocrazia e gli elementi conciliatori della
classe operaia. Lo sciopero non è tuttavia riuscito a spazzare via il terrore
controrivoluzionario. Con esso si chiude la prima fase della rivoluzione
ungherese: uno dopo l’altro spariscono, sotto i colpi della repressione, i
consigli operai nati dalla Rivoluzione d’ottobre. La rivoluzione ungherese
indietreggia.
Il Consiglio centrale e lo sciopero
generale
Il governo Kadar aveva accusato il
Consiglio centrale di voler “fare del Consiglio centrale degli operai un
organismo di potere centrale esecutivo”[156]. In realtà, se tale era in effetti
la volontà degli operai ungheresi a volte espressa dal loro Consiglio centrale,
la sua posizione pubblica non ha quasi mai oltrepassato l’affermazione di
essere il rappresentante degli operai per negoziare col governo, senza parlare
di rovesciarlo e prenderne il posto. Analogamente, per un periodo in Russia i
soviet non avevano reclamato il potere, essendo i bolscevichi i soli, con Lenin,
ad avanzare la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet”. Il Consiglio
centrale non ha chiesto “tutto il potere
ai consigli”.
Certo, bisogna capire che la gran
maggioranza dei lavoratori ha a lungo conservato illusioni, sperando in un
cambiamento della politica russa, contando sull’appoggio dell’ex “nagysta”
Kadar al fine di riportare per mezzo di manovre governative quella vittoria
parziale che la loro compattezza faceva apparire verosimile. Altri, senz’altro,
hanno sperato di evitare nuovi combattimenti sanguinosi, desiderato di
riprendere fiato, senza capire che Kadar, strumento della burocrazia russa,
avrebbe utilizzato tale pausa solo per colpire meglio i lavoratori. E’ di tali
illusioni e di tali sofferenze mandate giù che si è alimentato il pensiero dei
“conciliatori”. La prolungata stasi delle masse ha portato ad uno sciopero che
era, nello spirito dei suoi dirigenti, meno una nuova offensiva che una difesa
disperata: una dimostrazione della propria volontà in cui però, sin
dall’inizio, essi accettavano la sconfitta se il governo si rifiutava di
cedere. In tali condizioni era inevitabile la sconfitta immediata: il governo
Kadar non poteva cedere ma soltanto colpire ancora più duro. E’ ciò che ha
fatto.
Il Consiglio centrale non fu per
nulla unanime sulla opportunità dello sciopero. Secondo Radio-Budapest quattro
dei suoi membri sarebbero andati a confidare a Kadar che a loro avviso la
decisione di scioperare “non era corretta”[157]. Azione spontanea? Ne possiamo
dubitare: tre giorni dopo la decisione … Balazs, già eliminato dalla presidenza
il 14 novembre, avrebbe dato le sue dimissioni nel corso della riunione
allargata ai delegati della provincia[158]. Ma se ci furono le dimissioni di
Balazs, cosa comunque non provata, ciò non implica un’adesione al governo Kadar
di cui né la stampa né la radio danno traccia. Al contrario il ferroviere Endre
Mester denuncia i “controrivoluzionari” del Consiglio centrale[159] tre giorni
dopo essere stato lui stesso denunciato da Kadar come il loro ispiratore[160].
Dichiarazione sospetta, nel caso sia autentica: queste “confessioni” tardive e
questa “conversione” improvvisa non si possono spiegare che con l’intervento di
una polizia capace di strappare confessioni e conversioni.
Il Consiglio centrale ha preso le
sue misure per far fronte alla repressione: una radio clandestina parlerà a suo
nome ed uno dei suoi componenti, Istvan Torok, è inviato all’estero per portare
documenti ad Anna Kethly. Il giorno 8 dicembre Sandor Racz aveva concordato con
un corrispondente italiano un’intervista da pubblicare nel caso fosse stato
arrestato: “Ho la coscienza tranquilla perché sono stato l’infelice interprete
della volontà dei lavoratori e di quelli che hanno lottato con l’ideale di una
Ungheria libera, indipendente e neutrale
e per uno Stato socialista… Tutto ciò ci è stato negato. Il governo sa di non
avere il paese con lui e, consapevole che oggi l’unica forza organizzata che ha
fatto veramente la rivoluzione è la classe operaia, vuole smantellare il fronte
dei lavoratori. Posso però affermarlo: non si riuscirà mai a spezzare la
volontà degli ungheresi che sono pronti a dare la vita”[161]. L’appello
lanciato dalla radio clandestina è ancora più profondamente impregnato di
pessimismo sull’esito immediato dei combattimenti: “Il governo ha mostrato che
non accorda e non accorderà mai alcuna attenzione al nostro lavoro. Operai e
contadini devono restare uniti. L’altro campo desidera la lotta aperta.
Continueremo il combattimento malgrado la nostra posizione di debolezza… Noi,
operai, non siamo controrivoluzionari. Abbiamo lottato per conquistare la
libertà. Abbiamo creato dei consigli operai legali, responsabili di trattare
col governo centrale. Siamo però stati considerati dei fuorilegge. Tutti devono
sapere da quale parte si trova la ragione e saprà allora come siamo stati
ingannati”[162].
Lo sciopero generale
La consegna del Consiglio centrale
era di iniziare lo sciopero alla mezzanotte dell’11 dicembre. Nella giornata
del 10 si tengono assemblee in tutte le fabbriche di Budapest e della
provincia: ancora una volta gli operai discutono democraticamente l’azione che
intraprenderanno[163]. Il governo moltiplica gli arresti, le retate e le
perquisizioni. Dalle ore 18 del 10, ancor prima dell’inizio dello sciopero,
viene decretata la legge marziale.
Nonostante ciò, l’11 ed il 12 lo
sciopero è generale in tutto il paese. Radio-Budapest proclama che il Consiglio
di Csepel si è pronunciato contro lo sciopero ma nel complesso industriale lo
sciopero è generale, come conferma il comunista Sam Russel[164]. L’Humanité
cita a ripetizione il presidente del Consiglio operaio di Mavag, contrario allo
sciopero, ma lo sciopero è totale anche a Mavag… [165]. Nel primo pomeriggio
sono arrestati Sandor Racz, presidente del Consiglio centrale, ed il suo
compagno Sandor Bali, come lui membro del consiglio e operaio nella fabbrica di
apparecchi elettrici Belojannis. La prefettura della polizia di Kadar annuncia:
“Queste due persone hanno giocato un ruolo di primo piano nella trasformazione
del Consiglio centrale di Budapest in uno strumento della controrivoluzione…
Hanno comandato un’organizzazione illegale, promosso scioperi provocatori; con
le minacce hanno cercato di intimidire gli operai ed i tecnici onesti.
Recentemente, hanno organizzato una conferenza nazionale con la partecipazione
di elementi controrivoluzionari privi di alcun rapporto coi consigli operai. In
questa occasione hanno lanciato un appello per rovesciare il governo e, con
questa finalità, hanno imposto un provocatorio sciopero generale di 48 ore…”.
Lo stesso comunicato accusa Racz e Bali di aver “mantenuto relazioni strette
con Radio Free Europe e con corrispondenti della stampa occidentale”[166]. Lo
stesso giorno viene sciolto il Comitato rivoluzionario degli intellettuali. La
polizia perquisisce la sua sede e ne chiude i locali[167]. Queste misure
poliziesche non impressionano però i lavoratori e lo sciopero sarà così
generale entrambi i giorni. Addirittura, il 13 ed il 14 lo sciopero continuerà
sia alla Belojannis che a Csepel per protestare, in particolare, contro
l’arresto di Racz e Bali[168].
La classe operaia resiste ancora
E’ difficile descrivere con
precisione la situazione nelle fabbriche ungheresi all’indomani della
repressione scatenata contro i dirigenti dei consigli operai. La maggior parte
delle fabbriche sono ferme o lavorano al minimo. Il governo Kadar attribuisce
la responsabilità alla mancanza di carbone. Nella prima metà di dicembre,
alternando minacce e promesse come abitudine, il governo ha portato avanti una
campagna accanita per far riprendere il lavoro nelle miniere. I minatori hanno
risposto il 16 attraverso la radio clandestina del consiglio operaio. I
minatori ungheresi rifiutano di trattare con Kadar. Accetterebbero di trattare
con un eventuale successore se polizia ed esercito russo si ritirassero del
tutto e se tutti gli ungheresi arrestati dopo il 4 novembre fossero liberati…
In più chiedono l’aumento generalizzato dei salari e la proibizione del lavoro
forzato. Con senso dello humour, i minatori anticipano che se la polizia e
l’esercito russo si ritirassero, loro riprenderebbero il lavoro assicurando il
25% della produzione normale. Se i prigionieri politici fossero liberati
arriverebbero al 33%. Comunque, non riprenderebbero il lavoro al 100% prima di
aver visto soddisfatte tutte le proprie rivendicazioni. L’appello finisce con
l’affermazione di una indomita volontà rivoluzionaria: “Se il governo non
accetta queste condizioni, nessuno lavorerà nelle miniere, anche se noi
minatori dovessimo ridurci a fare l’elemosina oppure ad emigrare all’estero”.
Il 10 gennaio hanno luogo
manifestazioni operaie a Csepel, durante le quali un metalmeccanico è ucciso
dalla polizia di Kadar. Quello stesso giorno si dimettono i Consigli di Csepel
e di Belojannis, il giornale di Kadar Nepszabadsag fa un appello alla lotta
“contro gli elementi ostili che si mascherano da marxisti e lanciano parole
d’ordine su democratizzazione e destalinizzazione”.
Il governo moltiplica le concessioni
ai contadini ricchi: è il “piccolo proprietario” Istvan Dobi che dirige il
“presidium” della Repubblica ungherese. Kadar tratta con Bela Kovacs, Istvan
Bibo e Zoltan Tildy, dirigenti del partito dei piccoli proprietari, e con
Ferenc Erdei, nazional-contadino. In seguito verranno altre concessioni la cui
linea è già tracciata: concessioni agli elementi procapitalisti ed alla
borghesia internazionale in cambio di “prestiti”. Non ci saranno però
concessioni alla classe operaia ungherese finché essa si organizzerà nei
consigli: tra i soviet e la burocrazia l’antagonismo è inconciliabile.
La direzione rivoluzionaria
Nella lotta che continua si
preparano le condizioni per la vittoria di domani. I lavoratori ungheresi si
sono lanciati nella rivoluzione senza direzione rivoluzionaria. Gli
intellettuali e i quadri del PC che hanno animato le prime manifestazioni
volevano una riforma del partito, un cambiamento nella sua direzione. La dimostrazione
che la presenza di Nagy alla testa del governo non cambiava nulla finché
esisteva lo Stato dei gendarmi e dei burocrati è stata fatta nei primi giorni
della rivoluzione. La trappola di Gero si è ritorta contro di lui ed i suoi
padroni perché, spontaneamente, i lavoratori hanno cominciato a costruire il
loro Stato, quello dei consigli operai. Per alcuni giorni la loro forza è stata
irresistibile: si trattava, come dice il comunista polacco Bielicki, della
sostituzione del caos con “l’ordine rivoluzionario”. Ma non era sufficiente. La
volontà, espressasi ovunque di costruire un governo dei consigli – a Miskolc,
Gyor, Sopron, nel Consiglio di Borsod o nel Comitato Transdanubiano – avrebbe
dovuto concretizzarsi immediatamente nella costituzione di un Parlamento
operaio, di un Consiglio operaio nazionale. Per realizzare ciò era necessaria
una direzione rivoluzionaria, con prospettive giuste, provvista di un’analisi
sulla potenza dell’avversario e sull’obiettivo da raggiungere, il potere
operaio, e che avrebbe dovuto essere in grado di organizzare il potere
nazionale dei consigli e dei comitati. E’ grottesco, come qualcuno ha fatto, e
pensiamo di averlo mostrato, affermare con presunzione che Nagy e i suoi erano
socialdemocratici e favorevoli alla restaurazione del capitalismo. E’ fuor di
dubbio che si sono uniti alla rivoluzione ed hanno, senza ambiguità, rotto con
la burocrazia ed il suo apparato. Sarebbe però erroneo pensare che abbiano
svolto il ruolo di direzione: scavalcati dagli eventi, in ritardo di molti
giorni sulle masse – nel fuoco di una rivoluzione in cui le ore sono giorni e i
giorni anni – sono stati al traino degli avvenimenti, schiacciati dal peso di
anni passati a pensare ed agire come uomini d’apparato.
E’ significativo che il nuovo partito
comunista che hanno voluto fondare non abbia raccolto l’avanguardia dei
combattenti rivoluzionari dell’Ottobre. I Miklos Gimes, Fekete Sandor e gli
altri oppositori comunisti che puntano a fondare nella clandestinità la “Lega
dei socialisti ungheresi” pubblicheranno 9 numeri clandestini di “23 Ottobre”
prima di essere colpiti dalla repressione. Anche in questo caso la burocrazia è
riuscita a colpire con rapidità: ha utilizzato la sua organizzazione, la sua
esperienza e la sua tecnica per reprimere ed al tempo stesso disorientare le
masse operaie prive di una direzione. I lavoratori di Dunapentele rivolgevano
un appello ai lavoratori russi per fraternizzare, quelli di Miskolc gridavano
ai lavoratori cecoslovacchi e rumeni che si stavano battendo anche per loro.
Invece Imre Nagy faceva appello all’aiuto dell’ONU … Ed infine, la manovra per
eccellenza della burocrazia, la sua ultima carta, cioè “l’oppositore” Kadar, il
quale ha potuto provvisoriamente giocare un ruolo che né i carri né i cannoni
avrebbero potuto svolgere. Anche in questo frangente nessuna direzione
rivoluzionaria ha potuto impedire che i lavoratori ungheresi cadessero in
questo tranello. Erano i più forti e si sono battuti alla grande. Eppure sono
stati sconfitti.
Un’ “opposizione” inconseguente
Una delle ragioni della sconfitta è
da cercare nel carattere dell’opposizione interna al partito ungherese. Come
abbiamo visto Imre Nagy si collegava, all’interno del movimento comunista, alla
tradizione della tendenza “di destra” incarnata negli anni Trenta da Bukharin.
Un compagno ungherese scrive al riguardo:
“Le tradizioni ‘bukhariniane’ si
sono organizzate attorno a tre principi:
NEP: mantenimento della piccola
proprietà per un periodo prolungato di transizione verso il socialismo;
Democrazia popolare: periodo di
transizione in cui si conservano le forme politiche della democrazia borghese
(parlamentarismo, sistema multipartitico);
Fronte popolare: sul piano della
politica interna ed internazionale, alleanza coi settori piccolo borghesi ed i
loro rappresentanti politici.”
Aggiunge inoltre che il limite
dell’ala nagysta “bukhariniana” era che essa “non possedeva l’esperienza
trotskista della critica allo stalinismo in quanto sistema burocratico”:
“Secondo l’ala nagysta, lo
stalinismo era una forma settaria di estremismo, cioè una marcia in avanti
troppo veloce su una strada però necessaria, lungo la quale però si erano
abbandonate le forme necessarie della transizione. Essa era così incapace di
criticare lo stalinismo in quanto sistema conseguente alla degenerazione del
socialismo e la sua posizione non era “più socialista” ma solamente “più
moderata””.
Al momento dello scontro frontale di
novembre, Nagy ha senz’altro avuto il merito di abbandonare la via del
temporeggiamento e del compromesso con la burocrazia stalinista, l’adattamento
che aveva seguito sino ad allora: tenendo testa ai suoi boia ed ai suoi giudici
Nagy ha scelto il suo campo di classe, quello dei lavoratori ungheresi caduti
sotto i carri e l’AVH, riportata per volontà del KGB e dei capi del Cremlino.
Non è meno vero che fino a quel momento si era astenuto dal prendere qualsiasi
iniziativa per organizzare gli oppositori in maniera indipendente
dall’apparato, in altre parole di rompere in modo decisivo con la burocrazia
controrivoluzionaria. Sin dal 1955 alcuni coraggiosi militanti, ad esempio
Miklos Gimes, ex giornalista di Szabad Nep, o quel giovane storico che in mezzo
ad una riunione di partito chiedeva l’espulsione di Rakosi, aprivano una via
che non fu seguita. Gli elementi più coscienti dell’opposizione comunista – e
Miklos Gimes era uno di loro – avevano iniziato ad analizzare la società russa
- talvolta appoggiandosi alla lettura dell’unico esemplare, in francese, della
‘Rivoluzione tradita’ portato da Parigi da Gimes - ed avevano scoperto l’esistenza della casta
burocratica, rotto nella loro testa con la “legalità” del partito e ipotizzato
la costruzione di un’organizzazione clandestina contro l’apparato. Tuttavia non
si dedicarono al raggiungimento di questo obiettivo, schiacciati innanzitutto
dall’ampiezza del compito storico ed anche dal ritmo rapidissimo ed allucinante
dello sviluppo rivoluzionario. Alcuni mesi dopo il soffocamento delle ultime
resistenze conclusioni analoghe erano formulate da un altro comunista
oppositore, Sandor Fekete, in un pamphlet a firma Hungaricus arrivato in
Occidente.
Eppure nel 1956 il programma
espresso da milioni di lavoratori manuali ed intellettuali di Ungheria nelle
risoluzioni dei loro consigli e comitati riprendeva quasi alla lettera,
paragrafo per paragrafo, il programma della rivoluzione politica tracciato
vent’anni prima nella ‘Rivoluzione tradita’ – e precisato nel ‘Programma di
transizione’ – all’ordine del giorno in URSS ed in seguito anche nei paesi
sottomessi alla burocrazia stalinista. Mancava a questo programma la sua punta
più avanzata, la necessità della costruzione di un partito rivoluzionario
collegato alla IV Internazionale. La responsabilità principale non sta sulle
spalle dei rivoluzionari dell’opposizione comunista ungherese, ma su quelle
degli uomini che all’epoca erano alla testa della IV Internazionale e tentavano
con Pablo e Mandel di difendere e riabilitare la prospettiva di una
“rigenerazione dell’apparato”, della “mutazione” dei partiti stalinisti … e
celebravano la ‘rivoluzione politica’ diretta da Gomulka!
Un apparato controrivoluzionario
conseguente
La burocrazia, invece, non ha
commesso errori. Anche se è stata costretta a gridare ai quattro venti che era
dovuta intervenire per reprimere l’assalto della “controrivoluzione horthysta”,
anche se ha denunciato a gran voce gli uomini dei “partiti borghesi” rientrati
a suo dire sotto l’ala protettrice di Nagy, essa non ha impiccato nessun
horthysta e nessun dirigente dei vecchi partiti schieratisi col governo Nagy.
Essa ha invece incarcerato tanti comunisti quanti Horthy. Ma soprattutto, la
burocrazia stalinista ha ucciso innanzitutto i comunisti, non soltanto a caldo,
nel corso della repressione e della riconquista delle città, ma anche più tardi
a freddo e segretamente. La burocrazia ha impiccato lo stesso Imre Nagy, Pal
Maleter, Miklos Gimes e Jozsef Szilagyi, condannato a pene pesantissime Sandor
Racz, Bali, Karsai ed altri dirigenti del Consiglio operaio centrale, Gabor
Tanczos, segretario del Circolo Petofi, Janos Varga, membro del Comitato
rivoluzionario degli studenti, militanti della Gioventù Comunista come Balint
Papp, difensore di Dunapentele, o Laszlo Bede di Debrecen … Migliaia di
militanti, combattenti della rivoluzione politica del 1956, sono stati
condannati ad anni di prigione, hanno perso il lavoro, sono stati costretti ad
una sorveglianza estenuante, isolati dai loro compagni, tenuti lontani dalle
giovani generazioni. Colpendo questi uomini, strappando dalla memoria
collettiva dei lavoratori ungheresi persino il ricordo della rivoluzione del
1956, la burocrazia ha mostrato alla luce del giorno la sua natura e la sua
coscienza controrivoluzionaria, il suo carattere di casta irriducibilmente
ostile alla classe operaia.
Il futuro
In questa sconfitta si trovano,
nonostante tutto, i germi delle prossime vittorie. La direzione politica
rivoluzionaria che è mancata ai lavoratori ungheresi per coordinare la loro
azione e renderla inarrestabile, per superare i tranelli della burocrazia
controrivoluzionaria del Cremino, si forgia oggi nella resistenza dei
lavoratori, nelle fabbriche come nei campi di concentramento e nelle prigioni
ed anche nella clandestinità. La futura direzione sarà rinforzata dagli
insegnamenti della lotta in questi mesi decisivi. La vittoria della rivoluzione
russa del 1917 è il frutto della sconfitta del 1905 e della costruzione del
partito bolscevico di Lenin. Combattenti comunisti di diverse generazioni
preparano oggi il loro Ottobre vittorioso in Ungheria come in Polonia, a Praga
come a Mosca.
Dicembre 1956
Pubblicato originariamente sotto lo
pseudonimo François Manuel. Il testo in italiano è tradotto da una successiva
versione del lavoro di Pierre Broué, edita nel 1976 nella serie Documents de
l’OCI. Rispetto alla versione originale manca un capitolo sulla relazione tra i
fatti d’Ungheria e la situazione politica francese ed internazionale dell’epoca.
Note
[1] Intervista citata da Bondy.
Demain, 8 novembre 1956.
[2] New York Times, 2 luglio 1956.
[3] New York Times, 1 luglio 1956.
[4] Irodalmi Ujzag, 18 agosto 1956.
[5] Ghepeu o GPU: polizia politica
russa, diventata poi NKVD e poi KGB.
[6]
Irodalmi Ujzag, 30 giugno 1956.
[7]
New York Times, 22 ottobre 1956.
[8]
Ibidem, 23 ottobre 1956.
[9]
New York Times, 22 ottobre 1956.
[10]
Szabad Nep, 23 ottobre 1956.
[11]
Sefton Delmer, in Daily Express, 24 ottobre 1956.
[12] Sherman, The Observer, 11
novembre 1956.
[13] Notizia della United Press, 24
ottobre 1956.
[14] AVH (o AVO): polizia politica
ungherese. Gli “Avos” sono i suoi membri.
[15] The Observer, 11 novembre 1956.
[16]
Anthony Rhodes, Daily Telegraph, 24 novembre 1956.
[17] Archivi privati.
[18] Daily Telegraph, 29 ottobre
1956.
[19] United Press, 24 ottobre 1956.
[20] Citato dal Demain, 1 novembre
1956.
[21] The Observer, 1 novembre.
[22] Ibidem.
[23]
Ibidem.
[24]
New York Times, 27 ottobre.
[25] Radio-Kossuth e Petofi, 25
ottobre, ore 15.18: “I compagni Janos Kadar e Imre Nagy al microfono”.
[26] Ibidem.
[27] United Press, 25 ottobre 1956.
[28] The Observer, 25 novembre 1956.
[29]
Coutts, su The Daily Worker, 26 novembre 1956.
[30]
New York Times, 28 ottobre 1956.
[31]
The Times, 27 ottobre 1956.
[32]
New York Herald Tribune, 27 ottobre 1956.
[33] United Press, 26 ottobre 1956.
[34] Ibidem.
[35] Times, 27 ottobre 1956.
[36] Le Monde, 29 ottobre 1956.
[37] Ibidem, 30 ottobre 1956.
[38] Franc Tireur, 29 ottobre 1956.
[39] Il Partito nazionale contadino
si è formato nel 1939 sotto la direzione di scrittori “populisti”; raggruppava
braccianti, contadini poveri, intellettuali, maestri di paese. Si dichiarò fin
dalla costituzione a favore di una riforma agraria. Partecipò al governo
provvisorio del dicembre ’44, a fianco del PC, del PSP e del partito dei
piccoli proprietari; prese l’iniziativa nella direzione di una radicale riforma
agraria. Era parte del governo di coalizione del 1945-1948 e venne sciolto dopo la “svolta” del 1948.
Rinasce il 31 ottobre 1956.
[40]
New York Times, 29 ottobre 1956.
[41]
Ibidem.
[42] Le Monde, 30 ottobre 1956.
[43] Le Franc-Tireur, 30 ottobre
1956.
[44] Demain, 1 novembre 1956.
[45] New York Times, 2 novembre
1956.
[46]
Demani, 1 novembre 1956.
[47]
New York Times, 31 ottobre 1956.
[48] Franc-Tireur, 30 ottobre 1956.
[49] Daily Mail, 26 ottobre 1956.
[50] Notizia Reuter, 27 ottobre
1956.
[51] Daily Telegraph, racconto di
Rhodes, 24 novembre 1956.
[52] Gordey, su France-Soir, 12
novembre 1956.
[53] Jpurnal du Dimanche, 27 ottobre
1956.
[54] Times, 29 ottobre 1956.
[55] Ibidem.
[56] Le Monde, 30 ottobre 1956.
[57] Ibidem.
[58] Comunicato a Radio-Kossuth, 30
ottobre 1956.
[59] Radio-Kossuth, 31 ottobre, ore
20.01.
[60] Le Monde, 1 novembre 1956.
[61] New York Times, 31 ottobre
1956.
[62]
France-Oservateur, 1° novembre 1956.
[63]
New York Times, 30 ottobre 1956.
[64] Ibidem.
[65] Le Monde, 28 ottobre 1956.
[66] United Press, 27 ottobre 1956.
[67] Le Monde, 14 novembre 1956.
[68] Citato da Pologne-Hongrie 1956,
EDI, pp. 196-197.
[69] The Daily Worker, 1° dicembre
1956.
[70]
New York Times, 4 novembre 1956.
[71]
France-Observateur, F. Fejto, 8 novembre 1956.
[72] L’Humanité, 17 novembre 1956.
[73] Tribune, 23 novembre 1956.
[74] Le Peuple, 14 novembre 1956.
Anna Kethly su Franc-Tireur, 30 novembre 1956.
[75] Anna Kethly su Franc-Tireur, 30
novembre 1956.
[76] Tribune, 30 novembre 1956.
[77] L’Humanité, 16 novembre 1956.
[78] Anna Kethly su Franc Tireur, 30
novembre 1956.
[79] Le Monde, 5 dicembre 1956.
[80]
Ibidem.
[81]
L’Humanité, 16 novembre 1956.
[82]
The Daily Worker, 16 novembre 1956.
[83] Demain, 29 novembre 1956.
[84] L’Humanité, 5 novembre 1956.
[85] Nepszava (Voce del popolo),
organo centrale del partito socialdemocratico ungherese dalla fine del XIX secolo, diventò l’organo centrale dei
sindacati dopo la ‘fusione’ tra questo partito ed il PC nel giugno 1948.
Ridiventato organo del partito socialdemocratico riorganizzatosi durante la
rivoluzione, oggi è nuovamente l’organo dei sindacati.
[86] Tribune, 23 novembre 1956.
[87] Ibidem.
[88] Ibidem.
[89] Ibidem.
[90] Ibidem.
[91] Ibidem.
[92] Le Parisien libéré, 5 novembre
1956.
[93] Michel Gordey, France-Soir, 12
novembre 1956.
[94]
Ibidem, 16 novembre.
[95]
New York Times, 8 novembre 1956.
[96]
Daily Telegraph, 10 novembre 1956.
[97]
New York Times, 25 novembre 1956.
[98] Tibor Meray, nel suo racconto “Imre
Nagy durante la rivoluzione” (in Imre Nagy, un communisme qui n’oublie pas
l’homme, Plon, Parigi, p. 249), riferisce in questi termini la conversazione
tenuta tra i ministri ungheresi venuti a protestare contro l’avanzata delle
colonne motorizzate che occupavano ormai punti strategici: “Intervenendo uno
dopo l’altro, i membri del governo appoggiano “il vecchio”. Il più virulento è
il suo successore, Janos Kadar. Poco importa quello che sarà di lui, dice prima
di iniziare a gridare, perché se si renderà necessario egli è disposto, come
ungherese, a combattere. “Se i vostri carri, grida Kadar all’ambasciatore
sovietico, entrano a Budapest scenderò in strada per battermi contro di voi,
anche a mani nude”.
[99] Franc-Tireur, 29 novembre 1956.
[100]
The Daily Worker, 5 novembre 1956.
[101]
Franc-Tireur, 5 novembre 1956.
[102]
Ibidem, 12 novembre 1956.
[103]
The Daily Worker, 12 novembre 1956.
[104] France-Soir, 15 novembre 1956.
[105] L’Humanité, 10 dicembre 1956.
[106] Franc-Tireur, 16 novembre
1956.
[107] Ibidem.
[108] Ibidem.
[109] Riferimento allo stabilimento
Renault di Billancourt, storico bastione della classe operaia francese [NdT].
Per importanza nella storia del movimento operaio si potrebbe paragonare allo
stabilimento Fiat di Mirafiori.
[110] Daily Telegraph, 11 novembre
1956.
[111] Tribune de Genève, 16 novembre
1956.
[112]
Ibidem
[113]
New York Times, Mc Cormac, 17 novembre 1956.
[114] Ibidem, 19 novembre 1956.
[115] Franc-Tireur, 20 novembre
1956.
[116] L’Humanité, 21 novembre 1956.
[117] Tribune de Genève, 22 novembre
1956.
[118] Franc-Tireur, 22 novembre
1956.
[119] Ibidem, 23 novembre 1956.
[120] Le Figaro, 23 novembre 1956.
[121] Franc-Tireur, 24 novembre
1956.
[122]
Ibidem.
[123]
L’Humanité, 23 novembre 1956.
[124]
New York Times, 25 novembre 1956.
[125] L’Humanité, 27 novembre 1956.
[126] L’Humanité, 27 novembre 1956.
[127] Franc-Tireur, 28 novembre
1956.
[128] Le Monde, 29 novembre 1956.
[129]
France-Soir, 1 dicembre 1956.
[130]
New York Times, 1 dicembre 1956.
[131] Combat, 1 dicembre 1956.
[132] The Daily Worker, 28 novembre
1956.
[133] Ibidem, 27 novembre 1956.
[134] Pologne-Hongrie, op. cit., p.
286.
[135] Ibidem, p. 260.
[136] Le Monde, 28 novembre 1956.
[137] L’Humanité, 28 novembre 1956.
[138] The Daily Worker, 24 novembre
1956.
[139] Pologne-Hongrie 1956, op.
cit., pp. 261-262.
[140] Ibidem, p. 262.
[141] Ibidem.
[142] Le Figaro, 1 dicembre 1956.
[143] Combat, 1 dicembre 1956.
[144] Le Figaro, 1 dicembre 1956.
[145] AFP, 4 dicembre 1956.
[146] New York Times, 5 dicembre
1956.
[147] Ibidem.
[148] Tribune de Genève, 8 dicembre
1956.
[149] Daily Telegraph, 8 dicembre
1956.
[150] Le Figaro, 8 dicembre 1956.
[151] Le Monde, 8 dicembre 1956.
[152] Daily Telegraph, 10 dicembre
1956.
[153] Daily Mail, 10 dicembre 1956.
[154] L’Humanité, 10 dicembre 1956.
[155] Le Monde, 11 dicembre 1956.
[156] L’Humanité, 10 dicembre 1956.
[157] Tribune de Genève, 12 dicembre
1956.
[158] The Daily Worker, 12 dicembre
1956.
[159] Ibidem.
[160] L’Humanité, 10 dicembre 1956.
[161] Il Giorno, 14 dicembre 1956.
[162]
Tribune de Genève, 13 dicembre 1956.
[163]
New York Times, 11 dicembre 1956.
[164]
The Daily Worker, 12 dicembre 1956.
[165] Ibidem.
[166] Tribune de Genève, 13 dicembre
1956.
[167] France-Soir, 15 dicembre 1956.
[168] Daily Telegraph, 14 dicembre
1956.
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