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La rivoluzione ungherese dei consigli operai Stampa E-mail
Scritto da Pierre Broué   

Pochi anniversari sono stati contrassegnati da una campagna di disinformazione così massiccia e organizzata come quello della rivoluzione ungherese del 1956. Le falsità della stampa borghese sono state accompagnate dalla confusione seminata dai dirigenti dei Ds e del Prc. Già all'inizio di questo mese avevamo provato a gettare un po' di luce sugli avvenimenti. Ci ritorniamo offrendo ai nostri lettori un articolo del grande storico marxista Pierre Broué. 

In una cronaca appassionante degli eventi, scritta a poche settimane di distanza dal loro tragico epilogo, Broué descrive i fatti d'Ungheria per quello che sono stati: una rivoluzione proletaria ed antistalinista, il cui esempio deve essere fonte d'ispirazione e monito per tutti i giovani e lavoratori che lottano, oggi, per il comunismo.

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La rivoluzione ungherese dei consigli operai

 

I. Rivoluzione a Budapest

Il 20 e 21 ottobre 1956 i lavoratori polacchi, mobilitati all’interno delle loro fabbriche, si preparano a resistere alla minaccia militare russa. La sera del 21 Radio-Varsavia proclama la vittoria della “Primavera d’ottobre”. Mosca ha ceduto. Il suo sgherro Rokossowsky è stato eliminato dal Politburo e diventa segretario il veterano Gomulka, gettato in prigione da Stalin. I lavoratori polacchi festeggiano in un clima di gioia la loro vittoria.

I lavoratori e la gioventù ungherese vengono a conoscenza di questa grande notizia. Lottano già da mesi. Gli intellettuali hanno preso la parola per primi: hanno rivendicato libertà nell’arte e, di fronte all’impatto entusiasmante che si è prodotto, hanno parlato di libertà tout court. La gioventù li ha acclamati. “Non sono stato io ad aver spinto la gioventù verso la libertà”, dichiarerà lo scrittore comunista Gyula Hay, “ma è stata lei a spingermi… Io criticavo gli eccessi della burocrazia, i privilegi, le distorsioni, e più andavo avanti più sentivo di essere assecondato da un’ondata di sentimenti e di affetto… Si orientava verso di noi, scrittori, un desiderio irrefrenabile di libertà. [1] Gli scrittori comunisti hanno formulato le rivendicazioni dei giovani. “E’ ora di finirla con questo regime di gendarmi e di burocrati”, ha proclamato Tibor Déry. [2] Gyula Hajdu, militante comunista, 74 anni, 50 anni di militanza, ha messo a nudo i burocrati: “Come potrebbero mai sapere quello che succede i dirigenti comunisti? Non vivono mai tra i lavoratori e la gente del popolo, non li incontrano sull’autobus perché tutti posseggono la loro auto, non li incontrano nei negozi o al mercato perché usufruiscono di propri magazzini speciali, non li incontrano all’ospedale perché dispongono di sanatori particolari[3]. La giovane giornalista Judith Mariassy risponde con fierezza ai burocrati che l’hanno redarguita: “La vergogna non sta nel  parlare di questi magazzini di lusso e di queste case circondate dal filo spinato. La vergogna è che questi negozi e queste case esistano. Abolite i privilegi e non ne parleremo più”[4].

Al circolo Petofi, tribuna di discussione creata alla fine del 1955 dall’organizzazione della gioventù (DISZ), alcuni grandi dibattiti hanno permesso di porre pubblicamente i problemi politici che toccano tutti gli ungheresi e specialmente la gioventù, utilizzando i risultati del XX° congresso del PCUS in cui Krusciov, il 23 febbraio 1956, ha esposto il noto “rapporto segreto”: si inizia con un dibattito sull’economia marxista in marzo, sulla scienza storica e la filosofia marxista a maggio e a giugno, un incontro dei giovani coi vecchi militanti comunisti dell’illegalità usciti in buona parte dalle prigioni di Stalin e Rakosi, il 18 giugno, dibattiti sulla stampa e l’informazione il 28 giugno … dove sono stati coinvolti migliaia di partecipanti. In molti dibattiti il semplice contatto tra militanti di origini sociali, generazione ed esperienza differenti è sufficiente per far emergere la realtà sociale, il castello di menzogne del presunto socialismo staliniano. Il 18 giugno la signora Rajk, vedova del dirigente comunista assassinato nel 1949 come “titista” e “agente dell’imperialismo” dopo un processo costruito da Rakosi per ordine di Stalin, indicando i burocrati che siedono alla tribuna esclama: “Non soltanto avete ucciso mio marito, ma avete anche ucciso il senso della decenza in questo paese. Avete distrutto da cima a fondo la vita politica, economica e morale dell’Ungheria. Non si possono riabilitare gli assassini: bisogna punirli!”. Dopo l’intervento di Gyula Hajdu decine di migliaia di giovani iniziano a dire: “I dirigenti devono andarsene”. Agli occhi degli intellettuali e dei comunisti che animano il circolo Petofi un uomo incarna il cambiamento di politica, la “riforma” del partito: Imre Nagy, veterano del partito, per lungo tempo in URSS ma legato alla tendenza “bukhariniana” e che, dopo il suo breve periodo al potere nel 1953, consolida nel partito e nei circoli di simpatizzanti le speranze degli avversari di Rakosi. Secondo il filosofo Gyorgy Lukacs, per gli animatori del movimento chiamato “comunista liberale” o del “comunismo nazionale”, per i comunisti imprigionati con l’accusa di titismo ai tempi di Stalin e da poco riabilitati, gli Janos Kadar e i Geza Losonczy, ed anche per i giovani che danno loro fiducia, si tratta di cambiare la direzione del partito, sostituendo il gruppo Rakosi-Gero con quello attorno a Nagy: sarà allora possibile mettersi in marcia verso il socialismo autentico, liberato dalle scorie dello stalinismo.

La “destalinizzazione” ha decuplicato le speranze. Ha creato le condizioni perché potessero esprimersi alla luce del giorno. I risultati sono però asfittici. Certo Rakosi è stato allontanato, ma Gero è rimasto segretario generale del partito. Gero, l’uomo della GPU[5]. Rajk è stato riabilitato ma dai suoi assassini, i quali hanno pure portato la sua bara sulle spalle. Déry e Tardos sono stati espulsi dal partito il 30 giugno 1956, ben dopo il rapporto Krusciov. Il tetro Farkas e suo figlio, “il torturatore”, sono liberi. Gero è andato a Belgrado per chiedere a Tito un certificato di “destalinizzazione”. Il “titoista” Kadar lo ha accompagnato. Non è una destalinizzazione di tal genere quella che cercano i giovani ed i loro portavoce, gli scrittori comunisti. Vogliono una destalinizzazione autentica, vogliono finirla con gendarmi e burocrati, vogliono un socialismo veramente democratico. Sanno anche, da qualche tempo, di avere al proprio fianco i lavoratori, più lenti a mettersi in movimento ma che andranno fino in fondo. Nella sede di Irodalmi Ujsag, il giornale dell’Unione degli Scrittori, il tornitore Laszlo Pal dichiara, in nome dei 40mila operai di Csepel, Csepel-la-rossa:“Finora siamo rimasti in silenzio. Durante questi tempi tragici abbiamo imparato ad essere silenziosi e ad andare avanti con molta cautela. In passato bastava una piccola osservazione perché l’operaio fosse punito e perdesse il suo pane quotidiano… Dopo il XX° congresso le porte si sono aperte. Tuttavia, finora, parliamo solo di responsabili minori. Ci chiediamo se non sia giunta l’ora di gettare piena luce sui primi e veri colpevoli. Vogliamo sapere la verità. Non siamo assetati di sangue ma di verità. Siate sicuri, parleremo anche noi”[6].

Così gli operai uniscono la loro forza tranquilla al movimento degli intellettuali. Csepel ha appena dato la sua cauzione a Irodalmi Ujzag, proprio come a Varsavia la fabbrica di Zeran l’ha portata alla redazione di Po Prostu. In Polonia questa congiunzione ha deciso la vittoria. Ma a Budapest c’è Gero e dietro di lui la polizia politica, l’AVH. I burocrati del Cremino tirano le somme. Hanno appena subito una sconfitta e sono, come sempre, pronti ad ogni tipo di crimine per evitare una seconda vittoria rivoluzionaria che lascerebbe alla burocrazia i giorni contati.

21 e 22 ottobre

Il 21 gli studenti del Politecnico di Budapest organizzano un’assemblea. Come a Varsavia gli studenti delle classi superiori dell’insegnamento tecnico sono l’avanguardia del movimento rivoluzionario. Chiedono la libertà di stampa, l’abolizione della pena di morte, l’abolizione dei corsi obbligatori di “marxismo”, un processo pubblico per Farkas. Come i loro compagni di Szeged, che, in più, hanno richiesto la riduzione degli alti salari, quelli dei burocrati, minacciano di sostenere il proprio programma con manifestazioni di piazza se le loro domande non verranno soddisfatte[7].

Nella città industriale di Gyor si tiene un’assemblea pubblica che il giornale locale del PC ungherese descrive come “il primo dibattito pubblico del tutto libero”. Gyula Hay cita gli esempi cinese e jugoslavo, reclama la “chiusura delle basi sovietiche in Ungheria” come parte integrante di una politica di indipendenza nazionale, afferma che la stampa è diretta “in maniera inetta” e dipinge l’espulsione di Déry e Tardos come un atto intimidatorio destinato a preparare il terreno a nuove misure contro lo stesso Ime Nagy. 2mila persone lo acclamano[8].

Il 22 all’università Lorand Eotvos di Budapest c’è un’assemblea degli studenti del Politecnico. Alcuni giorni prima, i meeting all’università politecnica di Varsavia sono stati il cuore della rivoluzione. E’ là che sono intervenuti i rivoluzionari di Zeran. E’ là che la gioventù rivoluzionaria di Varsavia ha dato il suo appoggio a Gomulka. I giovani ungheresi riuniti al Politecnico di Budapest sono ansiosi di giocare lo stesso ruolo. La riunione è turbolenta. Gli oratori, tra cui si nota uno studente anziano, Joszef Szilagy, un vecchio comunista amico di Imre Nagy, reclamano il ritorno al potere di Nagy. Anche la gioventù ungherese cerca il suo Gomulka. L’obiettivo della gioventù ungherese è una “società socialista veramente indipendente”; essa pensa di arrivarci attraverso il cambiamento della direzione del partito che richiede a gran voce. Gli obiettivi immediati sono fissati in una risoluzione programmatica di 16 punti – i 16 punti della gioventù – che prova a toccare tutte le rivendicazioni immediate della nazione ungherese.

“ 1) Esigiamo il ritiro immediato dall’Ungheria di tutte le truppe sovietiche, in conformità col trattato di pace siglato nel 1947 tra URSS e Ungheria.

2) Esigiamo l’elezione a scrutinio segreto di tutti i dirigenti del partito, ad ogni livello, dal basso verso l’alto, affinché questi convochino appena possibile un congresso del partito che eleggerà una nuova direzione centrale.

3) Esigiamo la formazione di un governo presieduto dal compagno I. Nagy e che siano sostituiti tutti i dirigenti criminali dell’epoca stalino-rakosista.

4) Esigiamo dibattiti pubblici sul caso Farkas, Mihaly e banda, ed anche il loro rientro nel nostro paese ed un giudizio davanti al tribunale del popolo per Matyas Rakosi, principale responsabile del fallimento del paese e dei crimini commessi nell’ultimo periodo.

5) Esigiamo l’elezione a scrutinio segreto ed uguale, con la partecipazione di più partiti, di una nuova Assemblea nazionale. Esigiamo che sia garantito il diritto di sciopero per i lavoratori.

6) Esigiamo un nuovo accordo e la revisione delle relazioni culturali, economiche e politiche jugoslavo-ungheresi e sovietico-ungheresi, sulla base del principio di non intervento reciproco nelle questioni interne e di una piena uguaglianza economica e politica.

7) Esigiamo la riorganizzazione di tutta la vita economica ungherese con la partecipazione dei nostri specialisti. Esigiamo la riorganizzazione di tutto il sistema economico sulla base del piano, in modo da utilizzare le risorse nazionali per gli interessi vitali del nostro popolo.

8) Esigiamo che siano resi pubblici i trattati riguardanti il commercio con l’estero e i dati reali sull’entità dei danni di guerra. Esigiamo una informazione pubblica e completa sulle concessioni proposte ai russi, sullo sfruttamento e lo stoccaggio dell’uranio del nostro paese. Esigiamo che l’Ungheria possa fissare liberamente, in moneta forte, il prezzo di vendita del suo uranio sulla base del prezzo vigente sul mercato mondiale.

9) Esigiamo la revisione completa delle norme sui ritmi di lavoro nell’industria, come anche il soddisfacimento delle rivendicazioni salariali dei lavoratori manuali e intellettuali. I lavoratori pretendono che sia fissato un minimo vitale.

10) Esigiamo una nuova organizzazione del sistema delle consegne obbligatorie e l’utilizzo razionale dei prodotti agricoli. Esigiamo un trattamento paritario per i piccoli contadini lavoratori.

11) Esigiamo la revisione davanti a Tribunali, realmente indipendenti, di tutti i processi economici e politici e la riabilitazione di tutti gli innocenti condannati. Esigiamo il trasferimento immediato in Ungheria di tutti i cittadini e i prigionieri trasferiti coattivamente in URSS, compresi i condannati.

12) Esigiamo una radio libera, la completa libertà di stampa, di parola e di opinione e l’uscita di un nuovo quotidiano a grande tiratura, organo della MEFESZ (l’organizzazione indipendente degli studenti che si era appena costituita).

13) Esigiamo che la statua di Stalin, simbolo dell’oppressione politica e della dittatura stalinista, sia abbattuta al più presto e che al suo posto sia eretto un monumento ai martiri e agli eroi della lotta per la libertà del 1848-1849.

14) Al posto di simboli del tutto estranei al popolo ungherese, esigiamo il ritorno alle vecchie insegne di Kossuth. Esigiamo una nuova uniforme degna delle tradizioni nazionali della Honved (esercito ungherese, NdT). Esigiamo che il 5 maggio, anniversario della proclamazione dell’indipendenza nel 1848 sia festa nazionale e giorno festivo e che il 6 ottobre, giorno dei funerali solenni di Rajk, sia giorno di lutto e congedo scolastico.

15) La gioventù delle università politecniche di Budapest proclama con entusiasmo unanime la sua solidarietà completa con la classe operaia e la gioventù di Varsavia e della Polonia nella sua relazione col movimento polacco per l’indipendenza.

16) Gli studenti dell’università politecnica delle costruzioni costruiscono da subito le organizzazioni locali della MEFESZ ed hanno altresì deciso di convocare a Budapest per sabato 27 ottobre un Parlamento della Gioventù in cui tutti i giovani del paese saranno rappresentati da propri delegati.”.

La risoluzione è inviata al partito ed al governo. Gli studenti ne chiedono la pubblicazione sulla stampa e la lettura alla radio. In seguito manifestano la “loro simpatia fraterna ai compagni polacchi in lotta per la sovranità e la liberazione”[9].  Come a Varsavia, dove l’assemblea del Politecnico del 19 ottobre ha parlato a nome di tutta la gioventù rivoluzionaria, gli studenti ungheresi con questo gesto sottolineano la carica di internazionalismo proletario che anima questi giovani. Professori ed allievi dell’Accademia militare “Miklos Zrinyi”, scuola di formazione per ufficiali, adottano i 16 punti. Col medesimo spirito di simpatia militante verso la rivoluzione polacca, il circolo Petofi lancia per l’indomani, 23 ottobre, la parola d’ordine di una manifestazione pubblica in solidarietà con la Polonia. Il circolo vota una risoluzione in cui chiede la convocazione urgente di un comitato centrale, l’esclusione di Rakosi dal CC e dall’Assemblea nazionale, un processo pubblico per Farkas, l’appello a Imre Nagy, reintegrato il 14 ottobre nel partito, perché diriga il paese ed un cambiamento complessivo della politica governativa per mezzo di una informazione completa e di un dibattito pubblico.

La manifestazione pacifica del 23 ottobre

L’indomani l’appello del circolo Petofi è riprodotto sulla stampa. Il fatto contribuisce al tempo stesso alla mobilitazione ed all’ottimismo, dimostrando che il cambiamento è possibile. Nel frattempo Imre Nagy, rientrato in fretta e furia dalle rive del lago Balaton dove si stava riposando, apprende dai suoi amici il corso degli avvenimenti: pressato da Miklos Gimes perché prenda la testa della manifestazione onde evitare il peggio, si tira indietro con ostinazione invocando i rischi di una provocazione organizzata contro di lui da Gero. Alle 13 il ministro degli Interni annuncia che la manifestazione è vietata. Il suo portavoce si fa fischiare dagli studenti. Alle 14.30 il divieto è annullato quando si viene a sapere della decisione della Gioventù Comunista di aderire alla manifestazione in solidarietà con i lavoratori polacchi. Il divieto non ha indebolito la manifestazione: in ogni caso, i giovani erano decisi a sfidare il divieto. Il comitato centrale della Gioventù comunista (DISZ) l’ha affermato con nettezza: “Chi chiede che la nostra gioventù esprima il suo punto di vista con prudenza e cautela ignora lo sviluppo storico e l’autentica posizione della gioventù ungherese.”[10].

La manifestazione inizia alle 15. Il suo iniziale divieto, più volte ripetuto alla radio, e poi la decisione improvvisa di autorizzarla, hanno prodotto uno choc. Tutta la popolazione ha sentito l’esitazione dei dirigenti e considera la decisione finale delle autorità come un cedimento davanti alla forza del movimento. Tutta Budapest è in piazza. In testa, alcuni giovani portano immensi ritratti di Lenin[11]. Ci sono molte bandiere ungheresi ed una sola bandiera rossa, quella degli allievi dell’Istituto Lenin che scandiscono gli stessi slogan dei loro compagni: “Nagy al potere”, “Via i russi”, “Processo per Rakosi”. Gli studenti hanno prodotto striscioni enormi: “Non ci fermiamo a metà strada: liquidiamo lo stalinismo”, “Vogliamo nuovi dirigenti: abbiamo fiducia in Nagy”, “Indipendenza e libertà” e, ovviamente” “Viva i polacchi”. Si canta la Marsigliese, per gli ungheresi canto rivoluzionario,  e viene scandito il poema di Sandor Petofi “La libertà o la morte”. A piedi o dalle piattaforme degli autobus, gli studenti diffondono i volantini ciclostilati clandestinamente  che riproducono la risoluzione del giorno prima. Ai piedi della statua a Petofi si declama un suo poema, si legge la risoluzione dell’università dopodiché un giovane, solennemente, scrive la data 23 ottobre 1956 sul basamento della statua Ai piedi della statua dedicata al generale Bem, eroe polacco dell’indipendenza ungherese, tiene un discorso Peter Veres, presidente dell’Unione degli Scrittori. Si canta. Sono le 17.45 ed i manifestanti iniziano a defluire. Si potrebbe pensare che sia tutto finito. In realtà, tutto comincia. Uffici e fabbriche si svuotano. Impiegati ed operai si uniscono agli studenti. “Martedì noi abbiamo lavorato”, racconta un giovane elettricista di Ujpest, “ma mentre lavoravamo parlavamo. Abbiamo parlato di salari e dei risultati della riunione degli scrittori. Avevamo delle copie della loro dichiarazione e sapevamo quello che intendevano dire quando affermavano che non poteva continuare così. Non riuscivamo più a vivere del nostro lavoro. Finito il lavoro abbiamo visto gli studenti che manifestavano e li abbiamo raggiunti”[12].

Allora operai, impiegati e studenti riempiono le strade. Gli autobus si fermano. Tutta Budapest è in strada. Tutta Budapest dice che la misura è colma. Ci vuole un cambiamento. Si formano dei gruppi, si mettono in piedi piccoli cortei. Ci si sparpaglia ovunque. Non c’è una direzione ma una volontà comune di manifestare, una unanimità contro i dirigenti stalinisti ed i loro padroni della burocrazia russa. Alla fine, la massa si dirige verso il Parlamento scandendo ripetutamente “Nagy! Nagy!”. Davanti al Parlamento, la folla è impaziente, sempre più numerosa, scalpita fremente e si irrita. Dopo un po’ viene annunciato che Gero è rientrato da Belgrado e parlerà alla popolazione dalla radio. E’ il momento tanto atteso dalla maggioranza dei manifestanti. Per tutta la giornata si sono visti in mezzo a loro reporter e fotografi. Non ci sono stati incidenti con la polizia. Gero parlerà. Gero cederà, annunciando una riunione del comitato centrale che designerà Nagy alla testa del governo. I lavoratori di Budapest aspettano che Gero sancisca la loro vittoria chinandosi davanti alla loro volontà. Le manifestazioni di piazza avranno imposto il cambiamento nella direzione del PC: i comunisti liberali prenderanno in mano la situazione.

Così, alle 20, Gero parla: parla da burocrate quale egli è, servile verso i suoi padroni, arrogante coi lavoratori. Certo riconosce che il partito ed il governo hanno forse compiuto alcuni errori. Convoca certo il comitato centrale ma per il 31 ottobre, otto giorni dopo: tanta acqua scorrerà sotto i ponti del Danubio. Però, più grave ancora, non si accontenta di temporeggiare ma minaccia e insulta: “Chi pretende che i nostri rapporti economici e politici non sono basati sull’uguaglianza mente spudoratamente”. Il vecchio torturatore dei rivoluzionari di Barcellona afferma senza indugi che non vuole “mescolarsi alle questioni interne polacche”. Parla di “canaglie”, di “manifestazioni nazionaliste”. Domanda:” “Volete aprire la porta ai capitalisti?”. Conclude affermando che le manifestazioni di piazza “non fermeranno il partito ed il governo nel perseguimento degli sforzi che porteranno alla democrazia socialista”[13]. Ha parlato il burocrate, l’uomo di Mosca: la “destalinizzazione” sarà guidata dagli stalinisti; se i lavoratori non sono contenti, è che sono controrivoluzionari e gli si risponderà come conviene. Gli sgherri dell’AVH[14] avrebbero ben presto mostrato concretamente la natura della sanguinosa risposta di Gero.

L’AVH spara: è l’inizio dell’insurrezione

Tutta Budapest aveva ascoltato Gero. Tutta Budapest si sentì insultata dal suo discorso. I lavoratori e gli studenti, decine di migliaia di giovani e di adulti avevano appena manifestato con chiarezza la loro volontà, e Gero li aveva insultati. Hanno però il controllo della strada, lo avvertono e sono intenzionati a mostrarlo e ad approfittarne. Nagy, di fronte al Parlamento, cerca di pronunciare parole di pacificazione, promette che agirà per avvicinare la riunione del CC. Uno studente dà una personale interpretazione della sua tattica: “Non è che un privato cittadino e ha paura di pronunciarsi sulle nostre rivendicazioni a causa di Gero”[15]. Una parte dei giovani si erano già recati presso la sede della radio per esigere la diffusione della risoluzione approvata in Università. Una delegazione esigeva la lettura dei “sedici punti” e un “microfono in mezzo alla manifestazione” per consentire al popolo di esprimere le sue idee. Migliaia di manifestanti si erano diretti alla piazza dove si ergeva la statua gigantesca di Stalin ed iniziavano ad applicare il loro programma buttandola giù. Siccome la delegazione – accompagnata da Peter Erdos del circolo Petofi - tarda ad uscire dal palazzo della Radio l’ansia si impadronisce dei loro compagni fermi davanti alla porta: forse i delegati sono stati arrestati?

Il discorso di Gero produce l’effetto dell’olio gettato sul fuoco, confermando le paure dei più pessimisti. I giovani manifestanti iniziano a sfondare le porte per liberare i loro compagni. Nella confusione che si genera partono i primi spari. Gli uomini dell’AVH appostati nelle vicinanze del palazzo sparano: ci sono tre morti … E’ un giovane architetto a parlare, era tra i manifestanti: “Fu il colpo finale. Nella massa alcuni avevano delle carabine precedentemente prese ad alcuni ufficiali della MOHOSZ (“Federazione ungherese dei volontari della difesa”, un’organizzazione sportiva para-militare sostenuta dal partito). Risposero al fuoco dell’AVH come meglio poterono. E’ allora che molti camion e carri armati si mossero da Buda ma né gli ufficiali né i soldati spararono sul popolo. Non fu diramato nessun ordine e i militari restarono sui camion. Cominciarono a far scivolare le loro armi nelle mani che si protraevano verso di loro”. Più tardi, nella serata, mentre i combattimenti continuano, due ufficiali dell’esercito ungherese smontano da un carro e, nell’intenzione chiara di interporsi, avanzano disarmati verso l’immobile della Radio. Sono abbattuti dall’AVH.

Le fucilate della Radio sono la scintilla della battaglia generale. I lavoratori si armano: le carabine della MOHOSZ e le armi prelevate dalle armerie servono come capitale di partenza. Si dirigono davanti alle caserme. Come a Barcellona nel 1936, soldati aprono le porte degli arsenali e dei magazzini oppure lanciano fucili e mitragliatrici dalle finestre. Altri portano in strada camion pieni di armi e munizioni e le distribuiscono. Altrove, come alla caserma Hadik, i gruppi di operai che vogliono armarsi trovano una resistenza soltanto formale. Si spara dappertutto nelle strade di Budapest e compaiono le prime barricate. Finora l’esercito è rimasto neutrale ma ora il governo gli dà l’ordine di intervenire contro gli insorti. Il racconto che segue, ripreso da un testimone inglese, descrive il momento altamente drammatico in cui un’unità dell’esercito passa nelle file della rivoluzione: “Le truppe della Honvédség[16]. Una donna che canta, uno sconosciuto che alza una bandiera, un esercito che si squaglia sotto il fuoco della rivoluzione, operai e contadini in divisa si uniscono ai loro fratelli di classe … avevano preso posizione in un punto strategico, un incrocio. Una massa d’insorti si era fermata a circa 60 metri da quel punto e un dialogo si aprì tra loro ed un ufficiale – scambio di idee che non era fatto di insulti ma di argomentazioni politiche. L’ufficiale, assicurando loro che le rivendicazioni avrebbero ottenuto soddisfazione, li invitava ripetutamente a tornare nelle loro case. Era evidente che avrebbe fatto tutto per evitare l’uso della forza. Nel lungo silenzio durante la discussione si udì la voce di una donna che intonava l’inno nazionale di Kossuth. L’effetto fu fulmineo. Tutta la massa, operai, tassisti, studenti e ragazzi si tolsero il cappello e si misero in ginocchio: da un istante all’altro tutti si erano messi a cantare l’inno con la donna. I soldati erano anch’essi commossi e terribilmente tesi. Qualcuno alzò la bandiera tricolore ungherese da cui era stata strappata la stella rossa. I soldati abbandonarono i ranghi e corsero ad unirsi ai manifestanti.”

Mentre i combattimenti si inaspriscono in tutta la città, i delegati studenteschi, incontratisi dopo il discorso di Gero, decidono di costituirsi in organismo permanente. Si forma il Comitato rivoluzionario degli studenti presieduto da un militante comunista, Ferenc Merey, professore di psicologia. Il comitato installa il suo quartier generale alla facoltà di lettere ed inizia a funzionare, centralizzando le informazioni, l’attività dei gruppi armati, l’azione dei gruppi che contattano i soldati, diffondendo i volantini, facendo appello al popolo perché si unisca alla rivoluzione ed alla lotta armata contro i poliziotti dell’AVH di Gero. Infatti, contro i giovani ed i lavoratori di Budapest, sono rimasti solo i detestati poliziotti dell’AVH. Verso le 11 Szabad Nep, organo del partito, fa uscire un volantino per annunciare la riunione del CC e dichiara: “La redazione di Szabad Nep assicura al partito e al popolo che essa non sosterrà mai quelli che vogliono rispondere con le fucilate ed il terrore alla voce ed alle richieste del popolo”[17]. Il comitato centrale delibera. Tutta Budapest si batte.

 

II. Combattenti per la libertà e consigli operai

 

Nella notte tra il 23 ed il 24, mentre i rivoluzionari armati attaccano gli Avos dappertutto, il comitato centrale del PC delibera. Non sappiamo nulla di preciso sui suoi dibattiti, all’infuori del fatto che vi si sono opposte due tendenze in merito al modo più efficace per far tornare l’ordine: attraverso la repressione brutale o per mezzo di alcune concessioni. Conosciamo soltanto le decisioni adottate, segnate dalla politica di Gero e dei suoi padroni moscoviti. Poco importa che siano state o meno il frutto di una telefonata con Krusciov. E’certo invece che, comportando la decisione dell’entrata in scena delle truppe russe per schiacciare l’insurrezione, esse non possono essere state prese senza l’accordo di Mosca.

L’astuzia della GPU: Nagy sostiene l’intervento russo

Mentre i militanti comunisti di Budapest sparano contro gli Avos, quando solo gli Avos si battono per difendere dalla gioventù rivoluzionaria il detestato regime di Gero e dei suoi burattinai del Cremino, il comitato centrale del partito continua ad essere lo strumento fidato della GPU. Quando le masse, armate, si sollevano contro il regime dei gendarmi e dei burocrati, l’azione dell’organismo “dirigente” del partito mostra quante illusioni nutrissero nei suoi confronti quei comunisti fiduciosi che una sua convocazione anticipata avrebbe portato un “cambiamento di linea”  e un “cambiamento di direzione”.

In seguito alla defezione dell’esercito e della polizia, la grande decisione presa in nottata è l’appello alle truppe russe per “mantenere l’ordine” e proclamare la legge marziale. I burocrati del Cremino ed i loro agenti dell’apparato ungherese sono decisi a conservare ad ogni costo il controllo della situazione e ad affogare nel sangue la rivoluzione nascente. Dalle 4,30 di mattina i blindati sovietici si dirigono verso Budapest di cui bloccano le uscite. I soldati russi sono stati informati di dover andare a combattere una “controrivoluzione fascista appoggiata dalle truppe occidentali”[18]. Gli Avos ricevono rinforzi considerevoli: blindati, artiglieria e fanteria si riversano nella capitale insorta.

Qualche ora prima il comitato centrale ha deciso di fare appello a Imre Nagy per formare un nuovo governo: Geza Losonczy, Ferenc Donath, Gyorgy Lukacs, Zoltan Szanto, tutti seguaci di Nagy, entrano nel CC. Donath, Nagy, Szanto diventano membri del nuovo Politburo di 11 membri da cui sono stati allontanati alcuni stalinisti più noti. Ma nulla di fondamentale è cambiato. Gero mantiene la carica di segretario generale del partito nonché il controllo dell’apparato. I comunisti oppositori sono semplici ostaggi in seno alla nuova direzione. Nagy è la copertura all’ombra della quale Gero, padrone dell’apparato, continua a portare avanti la politica dei burocrati del Cremino. Ma c’è di più: il decreto che istituisce la legge marziale e l’appello alle truppe russe sono decisioni che si suppone siano state prese dal governo Nagy. Nagy ha le mani legate, legate nel sangue dei lavoratori. E’ in suo nome che russi ed Avos si apprestano a mitragliare gli insorti che hanno chiesto e domandano ancora la sua ascesa al potere. La parabola dei sostenitori della “riforma” del partito si precisa: la burocrazia si serve della loro popolarità per disorientare e disarmare i rivoluzionari; ostaggi dell’apparato, portano assieme ad esso la responsabilità dei suoi crimini.

Nagy parla

Imre Nagy, che aveva rifiutato di prendere la parola alla manifestazione della mattina del 23, che aveva rifiutato di parlare - malgrado l’intervento insistente del suo amico Geza Losonczy - la sera del 23 per lanciare un appello alla calma, questa volta è invitato a parlare dagli stessi dirigenti, dal comitato centrale. Su richiesta del Politburo, in tarda serata, ha cercato di arringare i manifestanti che stazionavano davanti al Parlamento, in piazza Kossuth, prima di recasi al palazzo del comitato centrale dove è informato della decisione presa nel frattempo a suo proposito. Quel palazzo, circondato di carri armati russi, Nagy non lo abbandonerà per diversi giorni, isolato materialmente non solo dalla realtà, di fronte al movimento rivoluzionario che deborda, della repressione che lo colpisce in suo nome, ma anche dai suoi amici che riusciranno a riprendere contatto con lui solo alcuni giorni dopo, mescolandosi alle delegazioni operaie che Nagy sarà autorizzato a ricevere.

Eppure, nel corso della notte, all’indomani della sua “nomina”, sulle onde di Radio-Kossuth-Budapest egli si rivolge al popolo ungherese: “Su ordine del comitato centrale, sono stato nominato presidente del Consiglio. Ungheresi, amici e compagni, vi parlo in un’ora grave… posso garantirvi che ho la possibilità di realizzare il mio programma politico basato sul popolo ungherese guidato dal partito comunista… Sono presidente del Consiglio ed avremo presto la possibilità di realizzare la democrazia in tutto il paese. Prego tutti gli uomini e le donne ed ogni giovane di non perdere la testa”[19]. La battaglia continua e si estende senza tregua. La radio lancia appelli impauriti agli operai, agli studenti, ai giovani. Ai microfoni di Radio-Kossuth passano rappresentanti della Chiesa, dei vecchi partiti - il “piccolo proprietario” Zoltan Tildy, il socialdemocratico Szakasits -, dei sindacati. I dirigenti del circolo Petofi dichiarano di non aver voluto il “bagno di sangue” e chiedono ai giovani di gettare le armi. Il governo promette un’amnistia completa a chi abbandonerà le armi prima delle ore 14. Poi vengono concesse nuove scadenze e si alternano promesse e minacce. La radio diffonde gli appelli delle madri ai figli combattenti, invita ad aprire le finestre perché gli insorti possano ascoltare dalla strada le promesse che il governo fa alla radio. Nessuna manovra modifica alcunché. Tutta Budapest si batte.

Quelli che si battono: gli operai

Le trasmissioni di Budapest su Radio-Kossuth e Radio Petofi sono significative: il grosso dei combattimenti si svolge attorno alle fabbriche. I loro nomi tornano in tutti gli appelli ed i comunicati governativi: Csepel, Csepel-la-Rossa, le fabbriche di Ganz, Lang, le fabbriche “Klement Gottwald”, “Jacques Duclos”, i quartieri di Ujpest, Angyafold. I quartieri proletari sono i bastioni dell’insurrezione. Come dichiara ad un corrispondente dell’Observer un “combattente della libertà” rifugiato in Austria: “Gli studenti hanno cominciato la lotta ma, quando si è sviluppata, non avevano né il numero né la capacità di battersi così duramente come i giovani operai”[20]. Lasciamo la parola a uno di loro, 21 anni, che racconta le vicende di mercoledì vissute nella sua fabbrica di Ujpest: “Mercoledì mattina (24 ottobre) è iniziata la rivolta nella nostra fabbrica. Era spontanea e non organizzata. Se fosse stata organizzata, l’AVH avrebbe saputo e l’avrebbe schiacciata prima che esplodesse. I giovani operai hanno rotto il ghiaccio e gli altri li hanno seguiti… Di solito iniziamo il turno di lavoro alle sette. Chi di noi viene in treno dai quartieri periferici aspetta l’arrivo degli altri operai in fabbrica. Appena prima delle sette, un camion carico di giovani operai armati è arrivato davanti alla porta. Quando uno di loro ha iniziato a sparare contro la stella rossa al di sopra della fabbrica un membro dell’amministrazione ha dato l’ordine di chiudere le porte. Eravamo divisi in due gruppi, quelli all’interno e quelli all’esterno. Noi che eravamo dentro abbiamo sfondato le porte del locale della Mohosz e preso le carabine. Una responsabile comunista, una donna, ha cercato di fermarci piazzando una guardia davanti alle armi. Non poteva funzionare perché tutti – compresi i capireparto – erano uniti. Siamo usciti dalla fabbrica coi fucili ed abbiamo marciato verso la città. Quando abbiamo iniziato la nostra azione non avevamo contatti con nessuno. Non avevamo collegamenti con nessuna fabbrica. Però, mentre avanzavamo, eravamo raggiunti da altri operai, sempre più numerosi, alcuni in armi. All’angolo di via Rakoczih, uno studente universitario ha cominciato ad organizzarci in piccoli gruppi ed a spiegarci le parole d’ordine che bisognava lanciare”[21].

Si forgiava così, nelle strade, la fusione dei giovani combattenti rivoluzionari. Contemporaneamente, il Comitato rivoluzionario degli studenti, diventato “Comitato rivoluzionario degli studenti in armi”, si allargava. Un postino del comitato racconta: “All’inizio era formato da studenti delle scuole di eccellenza e dell’università ma in seguito vi entrarono soldati e giovani operai. Penso che tutti fossero eletti da comitati di base, a loro volta espressione di singole organizzazioni di studenti, operai e soldati”[22]. Pare che nelle prime ore della mattinata l’Accademia Kossuth, scuola militare con 800 allievi, si sia unita all’insurrezione, coi suoi quadri tecnici e le sue armi.

Le fucilate davanti al Parlamento

Le fucilate in piazza del Parlamento sono state giovedì. Questo episodio dimostrava ai lavoratori di Budapest ancora esitanti, con chiarezza e in modo definitivo, che per ottenere la realizzazione delle loro rivendicazioni non c’era alternativa alla lotta rivoluzionaria armata, e che deporre le armi sarebbe stato un suicidio a favore di Gero. Migliaia di operai e studenti disarmati si recarono al Parlamento per esigere la deposizione di Gero, la liberazione dei loro dirigenti arrestati a partire dal 23 ed un incontro immediato con Imre Nagy. In piazza i giovani accerchiavano i carri armati russi fraternizzando coi soldati. Gli Avos, nascosti sui tetti del palazzo del ministero degli Interni, in faccia al Parlamento, aprirono il fuoco. Anche i blindati iniziarono a sparare; così, i manifestanti si trovarono presi tra due fuochi e trecento cadaveri restarono sul terreno. Proprio in quel momento alla radio, il capo del futuro governo - Nagy senza potere, Nagy ostaggio dell’apparato, Nagy prigioniero - moltiplicava gli appelli alla calma ed alla resa …  Portando sulle spalle i cadaveri dei loro compagni, brandendo bandiere impregnate del loro sangue, chi riuscì a sfuggire si sparse in tutta la città al grido di “uccidono gli operai”[23]. Non era più possibile dubitare, ormai: agli occhi dei giovani rivoluzionari di Budapest era chiaro che Nagy era senza potere, fosse o meno prigioniero, ed altresì che Gero deteneva il potere reale e, dietro di lui, i Russi, e, non ultimo, che ci si doveva battere, qualsiasi cosa Nagy affermasse, contro gli Avos ed i Russi. Niente sintetizza meglio questo stato d’animo che il volantino diffuso nel pomeriggio, dopo il massacro, firmato “Gli studenti e gli operai rivoluzionari”: “Facciamo appello a tutti gli ungheresi allo sciopero generale. Finché il governo non soddisfa le nostre rivendicazioni, finché gli assassini non sono chiamati a rendere conto, risponderemo al governo con lo sciopero generale. Viva il nuovo governo sotto la direzione di Imre Nagy!”[24]. Nello stesso frangente, in nome del governo, Radio-Kossuth proclamava che lo sciopero sarebbe stato un atto controrivoluzionario…

In nome del Comitato rivoluzionario degli studenti sono stampati e diffusi ai soldati sovietici 100mila volantini in lingua russa. Questi volantini dicono ai soldati dell’Armata Rossa che sono stati chiamati ad intervenire contro i lavoratori, i giovani ed i soldati ungheresi, i quali non sono né reazionari né controrivoluzionari né fascisti ma combattono per il socialismo democratico.

“Non sparate contro di noi, non sparate sui vostri fratelli di classe!” concludeva il volantino.

Nuove concessioni

Di fronte alla nuova fiammata di collera scatenata dal massacro della piazza del Parlamento, di fronte allo sciopero generale insurrezionale esteso a tutto il paese, l’apparato decide di orientarsi a nuove concessioni. La decisione peraltro non è presa in autonomia ma in seguito a discussioni serrate con due emissari del governo di Mosca, Michail Suslov e Ananstase Mikoyan, precipitatisi in Ungheria per cercare di salvare una situazione ai loro occhi compromessa dagli errori di Gero. Quest’ultimo, esonerato dal suo incaricato di segretario generale del partito, conserva ancora per settimane il suo ufficio … Janos Kadar è nominato al suo posto. Kadar è popolare: vecchio militante operaio, ha lottato in Ungheria durante la guerra, nella clandestinità, mentre Rakosi e Gero erano a Mosca. Beninteso, Rajk è stato torturato e assassinato mentre egli era ministro degli Interni, ma poi Kadar è stato a sua volta arrestato e torturato con ferocia in base all’accusa di “titismo”. Riabilitato in tempi recenti, si è battuto per la “riforma” del partito ripartendo in un quartiere operaio di Budapest dove è stato nominato segretario locale. Eppure ha accettato di partecipare al governo Hegedus, dopo il crollo di Rakosi, ed ha accompagnato Gero a Belgrado. Kadar parla alla radio giovedì 25 ottobre: “Sono stato nominato in un momento reso molto difficile da un’accozzaglia di soggetti che hanno lavorato contro di noi. Il governo ed il partito hanno deciso che dobbiamo sconfiggere quest’accozzaglia con ogni mezzo a nostra disposizione … Facciamo appello agli operai ed ai giovani perché sostengano il nostro punto di vista.”[25]. Non è convincente. Parlando ancora alla vigilia di “controrivoluzionari” in lotta contro il “potere della classe operaia”, minacciando “i provocatori che lavorano nell’ombra”, salutando “gli alleati e fratelli sovietici”, e sottolineando quel giorno in cui “la direzione del partito ha preso posizione all’unanimità riguardo alla necessità di usare ogni mezzo per stroncare l’aggressione armata contro il potere della nostra repubblica popolare”, senza neppure menzionare le rivendicazioni degli insorti, presenta a chi lo ascolta un discorso appena diluito rispetto alle minacce di Gero che hanno suscitato il sollevamento. Imre Nagy, invece, sembra aver compreso meglio la situazione quando interviene a sua volta alla radio: “il suo discorso del 25 ottobre mostra che pare capire la determinazione dei combattenti e la necessità di fare concessioni politiche per ottenere la fine dei combattimenti: “Dichiaro che il governo ungherese intraprenderà tra poco dei negoziati con l’Unione Sovietica per:

ottenere il ritiro delle truppe sovietiche dall’Ungheria;

fondare l’amicizia sovietico-ungherese sulla base dei principi di uguaglianza e di indipendenza nazionale.

[…] Promettiamo di trattare con magnanimità coloro che – giovani, civili e membri dell’esercito – cesseranno da subito di combattere… La legge colpirà soltanto chi continuerà…”[26].

Quelli che si battono: gli studenti

Oggi sappiamo in che modo si sono battuti i giovani ungheresi contro i blindati russi. E’ importante chiarire l’atteggiamento dei giovani “Combattenti per la libertà” – nome che si sono dati essi stessi, mutuandolo dalla rivoluzione democratica e dalla guerra d’indipendenza del 1848. A quell’epoca i “Combattenti per la libertà” costituirono l’esercito di Kossuth, la Honvédség, “esercito dei difensori della patria”, per contrastare l’invasione delle armate di Jelachich, degli eserciti imperiale e zarista. Due giovani, con la loro mitraglietta - la “chitarra” - in mano, due studenti, Ferko e Pista, hanno risposto durante i combattimenti di Budapest alle domande di un giornalista britannico che conosceva l’ungherese: “I Combattenti della libertà, dicono loro, hanno arrestato tutti gli Avos che sono riusciti a scovare. In questa operazione molti membri della polizia politica sono stati uccisi, ma ben pochi a titolo di rappresaglia: la maggior parte sono stati uccisi in azione. L’apparato del partito è stato completamente disintegrato sin dal primo giorno dell’insurrezione ma non c’è stato alcun massacro dei quadri del partito. Abbiamo invaso i locali del partito, sequestrato le armi e detto a tutti di tornare a casa. Ne abbiamo catturati alcuni. Molti si sono uniti a noi.”[27].

Giovedì il “Comitato rivoluzionario degli studenti in armi”, rappresentato dal suo presidente Ferenc Merey, si incontra con Nagy[28]. Si mantiene il programma presentato dagli studenti alla vigilia della rivoluzione aggiungendo alcune condizioni necessarie per deporre le armi: “Governo provvisorio comprendente tutti i propri dirigenti”, “ritiro immediato delle truppe russe”, “processo pubblico per i responsabili dei massacri”, “libertà per tutti i prigionieri politici”, “scioglimento dell’AVH”[29]. Inoltre Merey precisa: “Non siamo insorti per cambiare la base della società ungherese, ma vogliamo un socialismo ed un comunismo che corrispondano a ciò che veramente vuole l’Ungheria. Su questo punto siamo tutti d’accordo.”[30].

Quelli che si battono: l’esercito

Dalla sera del 24 non si trova più nessuna unità militare ungherese che obbedisca al governo. Non se ne trova neanche una che combatta contro gli insorti al fianco degli Avos e dei Russi. Il 25 ottobre molte accademie militari, dopo aver costituito comitati rivoluzionari di ufficiali e soldati, si battono con gli insorti contro gli Avos. Una di esse strappa alla polizia politica il palazzo della stamperia del giornale dell’esercito. Nella serata del 25  camionette militari diffondono il seguente volantino:

“Giuriamo davanti ai cadaveri dei nostri martiri che in queste ore critiche conquisteremo la libertà per il nostro paese. I dirigenti del partito e del governo si sono preoccupati soltanto di conservare il loro potere. Che direzione politica è quella che prende misure timide soltanto sotto la pressione delle masse?

I loro atti arbitrari ci sono costati troppi sacrifici in questi ultimi dieci anni. Ora hanno chiamato l’esercito sovietico con l’obiettivo di reprimere il popolo ungherese.

Cittadini, noi chiediamo:

Un nuovo esercito rivoluzionario provvisorio e un nuovo governo nazionale rivoluzionario provvisorio, in cui siano inclusi i dirigenti della gioventù insorta.

L’abolizione immediata della legge marziale.

L’annullamento immediato del Patto di Varsavia ed il ritiro immediato e pacifico delle truppe sovietiche dalla nostra patria.

La testa dei veri responsabili del bagno di sangue, la liberazione dei prigionieri politici e un’amnistia generalizzata.

Una base autenticamente democratica per il socialismo ungherese; nel frattempo l’esercito ungherese porterà la responsabilità per il mantenimento dell’ordine ed il disarmo della polizia politica, l’AVH.”

Lo stesso volantino prosegue affermando che “i compagni Imre Nagy e Janos Kadar sono membri del nuovo governo rivoluzionario dell’esercito”[31], confermando ancora una volta la volontà dei rivoluzionari di dissociare Nagy dall’apparato.

La provincia: sciopero generale e nascita dei consigli operai

A Budapest le organizzazioni studentesche erano il motore dell’agitazione politica. E’ al loro comitato rivoluzionario che si sono unite le delegazioni operaie che si lanciavano nella battaglia. In provincia la rivoluzione è iniziata con uno sciopero generale insurrezionale scatenato dall’intervento russo. La rivoluzione ha immediatamente preso la forma di consigli operai che hanno preso il potere. Così, per la prima volta dopo alcuni decenni, i lavoratori ungheresi, in lotta contro la burocrazia, ritrovavano spontaneamente le forme di organizzazione e di potere proletarie. Ritrovavano la tradizione dei soviet (la parola russa che significa consiglio) del 1905 e del 1917 ed anche della prima Repubblica ungherese dei consigli (marzo 1919). I consigli, eletti dal basso, con delegati revocabili in ogni momento e responsabili davanti alla propria base, sono la realizzazione autentica e concreta della democrazia proletaria e del potere degli operai armati. Per descrivere i consigli ungheresi possiamo riprendere un passaggio di Trotsky sul soviet di Pietrogrado del 1905:

“Il soviet è il potere organizzato della stessa massa, al di sopra di tutte le sue frazioni. E’ la democrazia autentica e non falsificata, senza le due Camere, senza burocrazia di mestiere ma che garantisce agli elettori di sostituire, quando lo decidono, i deputati da loro eletti. Il soviet, per mezzo dei suoi membri, attraverso i deputati che gli operai hanno eletto, presiede direttamente a tutte le attività sociali del proletariato nel suo insieme o nei suoi gruppi, organizza la sua azione, gli dà una parola d’ordine ed una bandiera.”

Il Consiglio di Miskolc

Situata nella regione nord-occidentale dell’Ungheria, nella zona industriale di Borsod, vicina alle miniere di carbone ed alle acciaierie, nel cuore dell’industria siderurgica e metalmeccanica, Miskolc, città di 100mila abitanti, è la prima in cui si annuncia la costituzione di un consiglio operaio. Nella notte tra il 24 ed il 25 ottobre gli insorti, padroni della radio, annunciano che hanno preso il potere ed esigono un “nuovo governo nello spirito di Bela Kun e Laszlo Rajk”[32]. Il riferimento a questi due dirigenti comunisti, entrambi assassinati da Stalin – Kun presidente nel 1919 della Repubblica dei consigli assassinato durante i processi di Mosca, Rajk impiccato in quanto “titista” nel 1949 – è significativa dell’orientamento politico del movimento. Il 25 ottobre i Comitati operai delle fabbriche hanno eletto un Consiglio operaio della città, il cui programma è diffuso dalla radio locale: “Noi chiediamo che ai posti di maggior responsabilità del partito e dello Stato siano messi dei comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario, che siano innanzi tutto ungheresi e rispettino le nostre tradizioni nazionali ed il nostro passato millenario. Chiediamo l’apertura di un’inchiesta sull’istituzione che garantisce la sicurezza dello Stato (l’AVH) e l’eliminazione di tutti quelli che, dirigenti o funzionari, siano in qualche misura compromessi. Chiediamo che i crimini di Farkas e dei suoi sgherri siano esaminati in un processo pubblico davanti ad un tribunale indipendente, anche qualora si dovessero chiamare in causa alti dirigenti. Chiediamo che i responsabili della cattiva direzione ed amministrazione del piano economico siano subito sostituiti. Chiediamo un aumento dei salari reali. Vogliamo ottenere la garanzia che il Parlamento non resti ancora a lungo una camera di registrazione coi parlamentari ridotti a mero pezzo di quell’ingranaggio.”[33]. Il 25 il consiglio operaio ed il “Parlamento studentesco” prendono il potere nell’agglomerazione urbana di Miskolc e dall’indomani l’autorità del consiglio operaio è riconosciuta in tutta la provincia di Borsod.

Il 26 Rudolf Foldvari, segretario regionale del PC, membro del consiglio operaio, dichiara su Radio-Miskolc che il governo Nagy ha accettato le rivendicazioni del Consiglio. Miskolc fa un appello ai lavoratori della regione per eleggere consigli in tutte le fabbriche senza considerare l’affiliazione politica dei candidati[34]. Lo stesso giorno si forma, attraverso la federazione dei consigli locali, il consiglio operaio della provincia di Borsod. Il consiglio operaio controlla la regione. La sua delegazione a Budapest reclama da Nagy: aumento immediato dei salari, delle pensioni e degli assegni familiari, la fine del rialzo dei prezzi, l’abolizione della tassa sulle famiglie senza bambini, il processo a Farkas e un Parlamento che non sia una assemblea di yes man, il ritiro delle truppe sovietiche e la pubblicazione del Trattato di commercio sovietico-ungherese, la correzione degli “errori” del piano economico[35]. La mattina del 28 la radio annuncia che i consigli operai hanno sciolto tutte le organizzazioni comuniste della regione di Borsod. Nelle campagne i contadini, sottomessi ad una collettivizzazione forzata, hanno cacciato i responsabili dei kolchoz ed hanno proceduto alla distribuzione delle terre. I consigli operai approvano la loro azione[36]. Primo a costituirsi, il Consiglio operaio di Miskolc è consapevole delle proprie responsabilità. Cerca di estendere a tutto il paese ciò che ha stabilito nella regione di Borsod, il potere dei consigli. Il 28 Radio Miskolc “chiede ai consigli operai delle città della provincia di coordinare i propri sforzi nell’obiettivo di forgiare un solo e potente movimento”[37]. Il programma seguente è proposto come base comune:

“Edificazione di un’Ungheria libera, sovrana, indipendente, democratica e socialista.

Una legge che istituisca elezioni libere a suffragio universale.

Partenza immediata delle truppe sovietiche.

Elaborazione di una Costituzione.

Soppressione dell’AVH, il governo dovrà appoggiarsi su due forze in armi: l’esercito nazionale e la polizia.

Amnistia completa per chi ha imbracciato le armi e processo per Gero e i suoi complici.

Elezioni libere entro due mesi con la partecipazione di più partiti.”[38].

I Consigli di Gyor e di Transdanelia sono i primi a rispondere all’appello.

Il Consiglio di Gyor

Gyor è una città di 100mila abitanti. E’ la città della gigantesca fabbrica di vagoni e locomotive “Wilhelm-Pieck (Gyori-Mavag)”. L’insurrezione ha avuto inizio con uno sciopero generale. La guarnigione russa ha accettato di buon grado di ritirarsi senza combattere. Un Comitato nazionale rivoluzionario, eletto nelle fabbriche, dirige la regione assieme ad un Comitato militare ai suoi ordini. Il Comitato comprende 20 membri di differente provenienza politica. Il presidente è un metalmeccanico, in passato responsabile del partito socialdemocratico, Gyorgy Szabo, ma la personalità più in vista è Attila Szigeti, un vecchio dirigente del Partito nazionale contadino[39], deputato e amico di Imre Nagy. Nel Comitato si sviluppa anche un’opposizione, diretta dal vecchio sindaco della città, Ludwig Pocsa, eletto nella fabbrica in cui lavora[40]. Sulle rivendicazioni immediate, però, il Comitato è compatto: esige che sia fissata una data per elezioni libere entro 2-3 mesi ed il ritiro delle truppe russe dall’Ungheria[41]. I delegati dei minatori chiedono “la garanzia che l’esercito sovietico abbandoni immediatamente il paese, come pure l’assicurazione che vengano autorizzate elezioni libere con la partecipazione di tutti i partiti”[42]. Radio-Gyor dichiara solennemente il 28:

“Agli insorti si sono mescolati elementi bacati con tendenze fasciste e controrivoluzionarie. Noi non vogliamo che ritorni il vecchio sistema capitalista; vogliamo un’Ungheria libera e indipendente.”[43].

Il Consiglio di Sopron

Nella cittadina industriale di Sopron, Ungheria occidentale, il consiglio operaio è stato eletto a scrutinio segreto nelle imprese e nella scuola forestale. Il socialista austriaco Peter Strasser ha assistito alle riunioni e assicura: “Sono decisamente opposti alla restaurazione del vecchio regime di Horthy (dittatore del paese fra le due guerre mondiali, ndt).”[44]. Il consiglio ha organizzato il controllo dell’ordine pubblico mediante la formazione di pattuglie miste composte da un operaio, un soldato e uno studente[45]. Il consiglio ha inviato in Austria due delegazioni di giovani comunisti per sviluppare una campagna di solidarietà orientata verso il movimento operaio internazionale[46].

Il Consiglio di Magyarovar

Il Consiglio di Magyarovar è stato anch’esso eletto a scrutinio segreto. Comprende 26 membri, tra cui 4 comunisti, dei senza partito e alcuni rappresentanti dei vecchi partiti riformisti - socialdemocratici, nazional-contadini e piccoli proprietari. Il suo presidente è un operaio comunista, Gera, il quale dichiara: “Ci sono sostanzialmente due grandi problemi: i Russi devono andarsene e si devono tenere elezioni democratiche.” Al giornalista americano, stupito, precisa: “I comunisti che sono nel Consiglio sono brave persone. Non opprimono nessuno ed il popolo ungherese lo sa.”[47]. Il programma del Consiglio di Magyarovar chiede elezioni libere e democratiche sotto il controllo dell’ONU, la libertà dei partiti democratici, la libertà di stampa e di riunione, l’indipendenza dei sindacati, la liberazione dei carcerati, lo scioglimento dell’AVH, la partenza dei Russi, lo scioglimento delle aziende agricole collettive imposte con l’uso della forza, la soppressione delle differenze di classe[48].

Il programma dei consigli

Non è possibile continuare l’elenco. In ogni città industriale dell’Ungheria si sono formati consigli operai: a Dunapentele, la vecchia Sztalinvaros, perla dell’industrializzazione del periodo Rakosi, a Szolnok, nodo ferroviario del paese, a Pecs, nelle miniere del sud-ovest, a Debreczen e a Szeged. Entro il 1° novembre si sono formati in tutto il paese, in ogni località, consigli che assumono il compito di salvaguardare le conquiste socialiste e assicurare il rifornimento della capitale in lotta. Tutti hanno le stesse caratteristiche: eletti dai lavoratori nel fuoco dello sciopero generale insurrezionale, essi garantiscono il mantenimento dell’ordine e la lotta contro i Russi e gli Avos con milizie composte di operai e studenti armati; hanno sciolto gli organismi del PC ed epurato le amministrazioni ora sottoposte alla loro autorità. Sono l’espressione del potere degli operai in armi. Ecco uno dei tanti esempi possibili dello spirito della popolazione di cui esprimono la volontà. Il 29 ottobre alle 10.20 radio Gyor-libera annuncia:

“Comunichiamo il messaggio delle donne del villaggio Gyirmot alla radio di Gyor libera:

‘Le contadine di Gyirmot fanno appello alle donne dell’area di Gyor. Ieri abbiamo saputo, da una di noi che tornava dal mercato di Gyor, un fatto vergognoso che ci ha disgustate. Eccolo: alcune contadine presenti al mercato, davanti alla domanda smisurata, hanno venduto il latte destinato alla distribuzione ordinaria a 6 fiorini al litro invece di 3. Dunque, non soltanto esse non hanno adempiuto ai loro doveri, e ci sarà meno latte per gli operai di Gyor, ma in più ne hanno approfittato per fare profitto. Analogamente siamo scandalizzate per l’aumento del prezzo dell’anatra, venduta da una contadina a 30 fiorini al chilo… Una donna siffatta non è un’ungherese!

Donne, non permettete che cose del genere possano accadere di nuovo! Non dimenticate che chi compra è il combattente in lotta per il nostro futuro!”.

Il programma dei consigli, malgrado alcune formulazioni differenti, è straordinariamente coerente: tutti esigono la partenza immediata dei Russi, la dissoluzione dell’AVH, la promessa di elezioni libere, la libertà per i partiti democratici, l’indipendenza dei sindacati ed il diritto di sciopero, la libertà di stampa e di riunione, la revisione del piano e l’aumento dei salari, la libertà in campo artistico e culturale. Tutti, per la loro stessa esistenza, rivendicano il diritto dell’operaio ungherese di prendere in mano la sua vita. Tutti esigono un governo rivoluzionario che includa i rappresentanti degli insorti. Col loro esempio, con la loro azione, sono un pericolo mortale per la burocrazia come per l’imperialismo. Nell’immediato sono i primi responsabili delle rivolte antiburocratiche che si verificano nell’esercito russo.

L’esercito russo si squaglia al fuoco della rivoluzione

I soldati russi intervenuti contro la rivoluzione ungherese, come abbiamo ricordato, erano stati precedentemente informati che avrebbero combattuto una “controrivoluzione fascista appoggiata da truppe occidentali”. Però, di stanza nel paese da mesi, si sono velocemente resi conto del lavoro che veniva loro richiesto. Non hanno visto eserciti occidentali, non hanno visto fascisti o controrivoluzionari ma un intero popolo insorto: operai, studenti, soldati. Dal secondo giorno dell’insurrezione un corrispondente britannico sottolinea che alcuni equipaggi dei carri armati hanno tolto dalla loro bandiera lo stemma sovietico e si battono, così, a fianco dei rivoluzionari ungheresi sotto la “bandiera rossa del comunismo”[49]. Un testimone dichiara di aver visto carri russi unirsi agli insorti: “Di solito l’equipaggio di un carro prendeva una decisione collettiva. I soldati abbassavano la bandiera sovietica ed issavano al suo posto la bandiera ungherese. Gli ungheresi li coprivano di fiori.”[50]. Il 28 ottobre il giornale dei sindacati ungheresi, Nepszava, esigeva il diritto di asilo per i soldati russi passati nelle file dei rivoluzionari. In altre zone molte unità rimasero neutrali; abbiamo visto che la guarnigione di Gyor si ritirò… Un testimone britannico ha visto nella periferia di Budapest insorti che portavano latte negli accampamenti russi: “Latte per i bambini russi”, spiegavano. “Hanno stipulato un accordo. Ogni giorno i patrioti portano 50 litri di latte per i bambini russi.”[51]. Il fatto è che i rivoluzionari ungheresi ogni volta che possono circondano i soldati russi, gli mostrano le loro mani callose di operai: “Guarda le mie mani, compagno… Sono le mani di un operaio. Mi sono battuto contro i vostri carri. Ho mani da fascista?”[52].

In tali condizioni, davanti alla resistenza determinata dei rivoluzionari ungheresi, l’utilizzo dell’esercito russo per fini repressivi diventava sempre più pericoloso. La repressione aveva bisogno di truppe fresche e sicure. Ciò basta a spiegare la svolta del 28 ottobre, quando chiaramente Imre Nagy ha riconquistato la sua libertà d’azione e ha smesso di essere un ostaggio in mano ai Russi. E’ nei giorni seguenti che si concluderà la chiarificazione politica, mentre sarà confermato dall’entourage stesso di Nagy che dal suo arrivo al “potere” egli era stato un ostaggio dei Russi.

Il 27, in effetti, Imre Nagy riceve una delegazione degli operai di Angyafold a cui si sono uniti molti dei suoi amici politici, tra cui Miklos Gimes e Jozsef Szilagyi, a cui egli garantisce di non aver fatto appello alle truppe russe anche se Gero – dopo la sua sostituzione del 25 – ha cercato di fargli firmare un documento in questo senso. Nagy inoltre promette loro che il giorno seguente, il 28, farà una dichiarazione sul significato della rivoluzione, “democratico-nazionale e non controrivoluzione”, sul ritiro delle truppe russe da Budapest e su altre importanti misure.

 

III. I giorni dell’indipendenza

 

Il secondo governo Nagy

Il 27 Nagy annuncia la formazione di un nuovo governo destinato a soddisfare le rivendicazioni degli insorti. I socialisti hanno rifiutato di parteciparvi, ma alcuni noti stalinisti sono stati messi da parte: Istvan Bata, della Difesa Nazionale, Hegedus, Darvas… Il filosofo Lukacs e Geza Losonczy sono riconosciuti invece come oppositori comunisti. Il generale Karoly Janza, militare di professione, sembra sul punto di unirsi ai quadri dirigenti dell’esercito. Da Bela Kovacs e da Zoltan Tildy, leader dei piccoli proprietari, Nagy senz’altro spera che otterranno l’appoggio dei contadini al suo governo.

Ma sono speranze vane. Da parte degli insorti, l’accoglienza è molto fredda. Il 27 ottobre Radio-Miskolc dichiara: “Imre Nagy gode oggi della fiducia del popolo. E’ sufficiente? […] Imre Nagy dovrebbe avere il coraggio di sbarazzarsi dei politicanti i quali non possono che appoggiarsi sulle armi, che utilizzano per opprimere il popolo”. L’indomani, sulla stessa frequenza, il consiglio operaio di Borsod argomenta così: “Imre Nagy ha dichiarato che, durante i combattimenti, si era formato un governo di unità nazionale democratico, per l’indipendenza ed il socialismo, espressione dell’autentica volontà popolare. I lavoratori di Borsod ritengono sia davvero l’ora che il governo Nagy esprima appena possibile la volontà del popolo con atti concreti. Il governo promette di basarsi sulla forza ed il controllo del popolo, e spera di conquistare la fiducia del popolo. La forza popolare sosterrà Nagy se il suo governo passa da subito alla realizzazione delle legittime rivendicazioni del popolo, senza alcuna ulteriore esitazione.”[53]. Szigeti, in nome del consiglio di Gyor, dichiara di considerare Nagy un patriota ma che alcuni membri del suo governo sono inaccettabili[54]. Il portavoce del consiglio di Magyarovar dichiara: “Siamo disponibili ad appoggiare il nuovo governo, ma esso ci deve prima di tutto dimostrare il suo spirito perché noi gli diamo piena fiducia…”[55]. I Consigli di Debrecen e Dunapentele sostengono il governo Nagy ma quello di Szeged richiede a gran voce l’eliminazione dello stalinista Antal Apro dalla compagine; i ferrovieri di Pecs non accettano Bebrics come ministro delle Comunicazioni ed il Consiglio Rivoluzionario dell’Università esige che sia cacciato dal governo Ferenc Munnich, ministro degli Interni, considerato un agente del Cremino.

Le decisioni del 28 ottobre

Nella notte tra il 27 ed il 28 Imre Nagy ha ripreso contatto coi rappresentanti del “Comitato rivoluzionario degli studenti in armi”, i quali mantengono tutte le loro rivendicazioni iniziali. Adesso Nagy le accetta, proprio come il giorno prima aveva accettato quelle di Miskolc. Si fissa una tregua. Il quotidiano del PC Szabad Nep afferma: “Il popolo vuole ordine e, in primis, la partenza delle truppe sovietiche… Noi vogliamo una democrazia ungherese, economicamente, socialmente e politicamente indipendente… Era un giusto movimento nazionale.” Nagy annuncia direttamente alla radio le ultime novità. Egli dichiara che il governo sovietico accetta di evacuare Budapest e che ci sono negoziati per la partenza delle truppe russe dall’Ungheria. Nagy riconosce i consigli operai a cui chiede collaborazione. L’AVH è sciolta. Nasce una nuova forza armata, con un Esecutivo Nazionale: è una sorta di milizia o guardia nazionale dove entreranno, a fianco del vecchio esercito e della vecchia polizia, i rivoluzionari armati, operai e studenti. Nagy annuncia anche il ristabilimento della bandiera nazionale e che il governo farà tutto il possibile per soddisfare le rivendicazioni dei rivoluzionari.

I consigli rispondono: quello di Gyor domanda ai consigli della regione di nominare chi parteciperà alla nuova milizia[56]. Joszef Kiss, presidente del consiglio operaio di Borsod, proclama a Miskolc: “L’insurrezione nazionale è vittoriosa, il governo soddisferà le nostre richieste, non sparate né contro le truppe sovietiche né contro quelle governative.”[57]. Radio-Miskolc chiama gli insorti ad arruolarsi nella nuova milizia nazionale. Ma nessuno di questi consigli vuole riconoscere il governo Nagy prima di aver acquisito la certezza che esso cerchi veramente di ottenere la partenza dei Russi. Tutti dichiarano che non consegneranno le armi prima dell’evacuazione completa del paese.

Nel contempo, da tutte le regioni del paese delegazioni dei consigli partono per Budapest e fanno sapere a Nagy le condizioni poste dai lavoratori per riconoscere il suo governo. Sono questi incontri che produrranno, nei giorni seguenti, le ferme prese di posizione da parte di Nagy. Davanti alla scelta tra le esigenze dei Russi e quelle degli operai rivoluzionari, Nagy si ricorda della lezione della settimana appena trascorsa e sceglie la rivoluzione, contro la burocrazia e l’apparato.

Il problema della partenza dei Russi

La tregua precaria conclusa il 26 rischia di fallire. Il comando militare russo, prima di ritirarsi da Budapest, esigeva la consegna delle armi da parte degli insorti. Al rifiuto opposto da questi ultimi i combattimenti ripresero nella notte tra il 29 ed il 30.

Così il 29, alle 20.50, Radio-Gyor-libera proclama:

“Contrariamente all’informazione fornita da Radio-Kossuth, il popolo di Budapest continua la sua lotta armata per la liberazione. Noi, consigli operai dei minatori di Pecs, Dorog, Tokod, Tatabanya, Tata, Miskolc abbiamo preso le decisioni seguenti: non potremo strappare la nostra rivendicazione – il ritiro dei Russi dal nostro paese – che con l’arma dello sciopero!

“ I consigli operai si sono impegnati, parlando a nome del popolo, a sospendere la produzione di carbone finché resteranno soldati Russi in Ungheria! La gioventù di Gyor non riprenderà il lavoro prima che l’ultima unità russa abbia abbandonato il nostro paese…

Avanti verso lo sciopero per una Ungheria libera ed indipendente!”

Infine, i Russi cedettero e cominciarono il ritiro mentre gli insorti, sotto assedio dall’inizio della rivoluzione, uscivano con le loro armi. Fu così che, in particolare, Budapest e l’Ungheria conobbero il nome del colonnello Maleter, ufficiale comunista che aveva diretto per 6 giorni i 1200 insorti, operai studenti e soldati, assediati dai Russi nella caserma Kilian. Questo ufficiale, là inviato per reprimerli, era passato assieme ai suoi soldati dalla parte degli insorti.

Allo stesso tempo un comunicato governativo toglieva dalle spalle di Nagy la responsabilità per i decreti istitutivi della legge marziale e di appello alle truppe russe:

“Radio-Kossuth, 30 ottobre, ore 18.30, comunicato molto importante: “Ungheresi, la nostra tristezza, la nostra vergogna, il surriscaldarsi degli animi erano provocati da due decreti che hanno fatto versare il sangue di centinaia di persone: il primo, l’appello per l’intervento a Budapest dell’esercito sovietico, l’altro, la legge marziale contro i combattenti della libertà.

Assumiamo la responsabilità di dichiarare davanti alla storia che Imre Nagy, presidente del consiglio dei Ministri, non sapeva nulla di queste due decisioni. La sua firma non figura a suggello di questi due decreti. La responsabilità per questi due decreti è portata da Erno Gero e Andrai Hegedus.”[58].

Nagy riprende tutto ciò in un grande discorso pronunciato il giorno seguente, 31 ottobre, davanti ad una folla in delirio. Dichiara: “La rivoluzione ha vinto… La banda (Rakosi-Gero) ha cercato di insudiciarmi affermando che avevo richiesto l’intervento sovietico. E’ falso. Al contrario, esigevo la partenza immediata dell’esercito sovietico”, ed aggiunge, “oggi inizia la conferenza per l’abrogazione del Patto di Varsavia ed il ritiro dei Russi dal nostro paese.” Ed è del 1° novembre, davanti ai movimenti di truppe russe che violano formalmente le dichiarazioni del loro governo, la risonante dichiarazione del ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia e la proclamazione della sua neutralità: “Operai di Ungheria, proteggete il nostro paese, la nostra Ungheria libera, indipendente e democratica.”[59].

Il problema del partito stalinista

Imre Nagy, in questi giorni decisivi, inchinandosi alla volontà dei lavoratori ungheresi, ha smesso di parlare come un uomo d’apparato. Szabad Nep, rispondendo in termini vivaci alle accuse della Pravda, tiene un linguaggio del tutto diverso da quello della stampa stalinista di tutto il mondo. Il fatto sostanziale è che, sotto la pressione delle masse, Nagy e i suoi compagni hanno rotto con l’apparato stalinista.

Abbiamo visto come quelli che chiamavamo i “comunisti liberali” si fossero battuti, nel quadro del partito, per la reintegrazione degli esclusi ed il cambiamento della direzione, in una parola per la riforma ed il cambiamento di corso del partito. Ma questa posizione, dopo alcuni giorni di lotta armata, si è rivelata impraticabile.

Il 28 ottobre i consigli operai hanno intrapreso in tutto il paese lo scioglimento delle organizzazioni di partito. Chi poteva ancora credere in un cambiamento del partito da realizzarsi sotto la direzione del CC che ha mantenuto e coperto Gero, cooptando Nagy ed i suoi seguaci soltanto per comprometterli col sangue degli insorti in una repressione ordinata da Mosca? Il comitato centrale si autoscioglie e nomina una direzione provvisoria incaricata della preparazione del prossimo congresso. Il Presidium che ne risulta ha nelle sue fila solo militanti imprigionati o perseguitati sotto Stalin-Rakosi. In suo nome, Kadar dichiara: “Potranno essere membri del partito rinnovato solo coloro che non hanno alcuna responsabilità nei crimini passati.”[60]. Nessuno può più parlare di “riforma” davanti ad un rinnovamento così radicale. Due giorni dopo, Kadar fa appello ai militanti perché si uniscano ai Combattenti per la libertà[61].

Il 1° novembre anche l’ipotesi del partito “rinnovato” si dimostra impraticabile. Non c’è più un partito comunista. L’apparato si è battuto dalla parte dei Russi assieme agli Avos. La gran parte dei militanti si è battuta coi rivoluzionari. Nessuno si sogna di unirsi ad un partito stalinista, per quanto “rinnovato”. Ansiosi di “rompere per sempre col passato”, Nagy, Kadar, Lukacs, Szanto formano un nuovo partito che rompe con l’organizzazione ufficiale e che essi chiamano partito socialista operaio ungherese. Hanno così riconosciuto il loro fallimento, l’impossibilità di riformare un partito stalinista? Almeno all’apparenza, si inchinano al verdetto delle masse ungheresi: comunisti e antistalinisti fondano un partito sulla base del leninismo. Ma non è ancor più significativo che un militante come Miklos Gimes abbia rifiutato di unirsi ad una formazione politica che non considerava avesse rotto realmente con lo stalinismo?

Il potere dei consigli

Sin dal 28, annunciando il cessate il fuoco, Nagy aveva riconosciuto i consigli e promesso la vittoria per le loro rivendicazioni. Andando oltre, “propone ai consigli operai e ai comitati rivoluzionari di coordinare le loro attività e di formare gli Stati generali dell’insurrezione.”[62]. Nascerebbe così un’autentica repubblica dei consigli, una reale rappresentanza dei lavoratori in armi per mezzo di un Parlamento operaio. Non si poteva andare oltre sulla via rivoluzionaria e, su questo punto, Nagy si collegava al consiglio di Miskolc che aveva rivolto una proposta simile a tutti i consigli di provincia.

Nell’esercito si sono formati Comitati rivoluzionari dei soldati. La riunione dei loro delegati del 30 ottobre al ministero della Difesa costituisce in via definitiva il Comitato rivoluzionario dell’esercito[63]. Viene subito lanciato un manifesto dove si dichiara che l’esercito è al fianco del popolo per difendere le conquiste della rivoluzione, dopo aver eliminato un certo numero di ufficiali reazionari e mentre si accinge al disarmo degli Avos.

Lo stesso giorno si apprende che il Comitato rivoluzionario dei giuristi ungheresi ha appena costretto alle dimissioni il procuratore generale Gyorgy Non in seguito ad un esame del dossier riguardante la sua attività[64].

Si forma un Comitato rivoluzionario al ministero degli Esteri. Fa proposte concrete al governo per la riorganizzazione della rappresentanza ungherese all’estero e richiama la delegazione all’ONU perché non ha sostenuto il punto di vista dei rivoluzionari.

I ferrovieri hanno ottenuto la revoca del ministro delle Comunicazioni, Lajos Bebrics, ed il Consiglio rivoluzionario dell’Università invoca quella di Munnich. A tutti i livelli, in ogni località, in ogni amministrazione, i consigli operai ed i comitati rivoluzionari prendono in mano la gestione delle cose. Si crea una nuova democrazia socialista, la democrazia operaia autentica dei consigli, identica a quella dei soviet russi del 1917.

Il programma dei sindacati

Il 27 ottobre su Nepszava ed il 3 novembre su Nepakarat, i sindacati ungheresi, epurati per opera dei lavoratori della loro direzione stalinista, hanno presentato un programma che riflette la volontà della classe lavoratrice e la tendenza della rivoluzione ungherese in questa settimana decisiva: fine dei combattimenti attraverso negoziati coi capi della gioventù insorta, costituzione di una Guardia Nazionale con operai e giovani per rinforzare l’esercito e la polizia, negoziati per il ritiro delle truppe sovietiche[65]. I sindacati, inoltre, richiedono la costituzione di consigli operai in tutte le fabbriche, con diritto di opinione sulla pianificazione e la fissazione delle norme lavorative[66]. Questi consigli consentiranno di instaurare una autentica “direzione operaia” dell’economia, e di conseguenza una “trasformazione radicale del sistema di pianificazione e di direzione dell’economia”. Coscienti del ruolo parassitario della burocrazia installata nelle imprese, i sindacati chiedono, assieme all’aumento immediato dei salari inferiori a 1500 fiorini, lo stabilimento di un tetto massimo di 3.500 fiorini per tutti i salari. Questa rivendicazione, analoga a quella avanzata dagli studenti di Szeged prima dell’inizio dell’insurrezione, dimostra quanto i lavoratori avessero preso coscienza del ruolo giocato nella divisione dei lavoratori dalla differenziazione salariale, una delle chiavi di volta del sistema burocratico stalinista. I sindacati esigevano anche il diritto di sciopero e la denuncia delle norme di lavoro vigenti. Proclamavano, il 3 novembre, la loro indipendenza rispetto ad ogni partito politico ed ogni governo, al pari della loro volontà di partecipare alla direzione degli organismi rivoluzionari ed alle future elezioni generali. Decidevano, infine, di rompere con la Federazione Sindacale Mondiale – controllata dagli stalinisti - che, per bocca di Saillant, suo presidente, li aveva insultati, mantenendo contatti con tutte le altre organizzazioni sindacali internazionali[67].

Il programma degli intellettuali

Il programma adottato dal Comitato rivoluzionario degli intellettuali, “costituito il 28 ottobre nell’edificio centrale dell’Università Lorand Eotvos di Budapest”, che riuniva “tutte le organizzazioni di intellettuali, scrittori, artisti, eruditi e studenti”, non è meno indicativa della volontà dei rivoluzionari ungheresi di costruire un’autentica democrazia socialista che delle possibilità che si offrivano di far emergere una direzione ed un programma chiari per tutti i rivoluzionari:

“1) Regolamento immediato delle nostre relazioni con l’Unione Sovietica. Ritiro delle truppe sovietiche dal territorio ungherese.

2) Annullamento immediato di tutti gli accordi commerciali conclusi con paesi stranieri che portino danno alla nostra economia nazionale. Il paese deve essere informato sulla natura di tali accordi commerciali, inclusi quelli relativi alle esportazioni di uranio e bauxite.

Elezioni generali a scrutinio segreto. I candidati devono essere nominati dal popolo.

Le miniere e le fabbriche devono realmente appartenere agli operai. Le miniere e le terre devono rimanere proprietà del popolo e niente deve essere restituito ai capitalisti ed ai vecchi grandi proprietari. Le fabbriche devono essere dirette da Consigli operai liberamente eletti. Il governo deve proteggere il diritto di esercizio di artigiani e piccoli commercianti

Abolizione del vecchio sistema pieno di abusi odiosi. I salari troppo bassi e le pensioni devono essere aumentati in base alle possibilità della nostra economia.

I sindacati devono difendere realmente gli interessi della classe operaia e i loro dirigenti devono essere eletti liberamente. I contadini potranno creare i loro sindacati.

Il governo deve assicurare la libertà della produzione agricola e aiutare i piccoli contadini e le cooperative formate su base volontaria. Bisogna abolire l’odioso sistema delle consegne obbligatorie.

Bisogna rendere giustizia ai contadini che hanno subito la collettivizzazione forzata ed indennizzarli.

Il governo deve assicurare una completa libertà di stampa e di riunione.

Il 23 ottobre, giorno dell’insurrezione del nostro popolo per la sua liberazione, deve essere proclamato festa nazionale.”[68].

La caccia agli Avos

La partenza dei Russi aveva lasciato  a Budapest gli Avos isolati di fronte agli insorti. I conti con loro furono presto regolati. Vogliosa di fatti eclatanti, la stampa borghese a grande tiratura ha raccontato tutti i dettagli della caccia agli Avos in cui si lanciarono i “Combattenti della libertà” nei giorni della loro effimera vittoria. E’ inutile descriverla nuovamente. Sono tutt’al più necessarie alcune spiegazioni.

Diciamo innanzitutto che gli insorti hanno dato la caccia agli Avos perché li odiavano. Il corrispondente a Budapest del Daily Worker, Charlie Coutts, ha intitolato uno dei suoi articoli “Perché si odiava l’AVH”[69]. Spie e torturatori, arroganti ed onnipotenti, per dieci anni gli Avos avevano concentrato su di loro l’odio di un intero popolo. La loro condotta sin dall’inizio dell’insurrezione, la sparatoria alla Radio e quella al Parlamento, le esecuzioni sommarie, tutto ciò ha fatto tracimare l’odio nei loro confronti durante le giornate rivoluzionarie.

Inoltre, gli Avos dovevano essere cacciati perché costituivano un pericolo reale. Finché le truppe russe stazionavano in Ungheria, finché Budapest restava alla portata dei loro cannoni, finché il loro ritorno era possibile, la presenza di un Avos rappresentava un pericolo mortale per ogni rivoluzionario ungherese. Nella Budapest libera gli Avos erano la Quinta Colonna: gli insorti si sono voluti garantire al tempo stesso la loro sicurezza e la loro retrovia.

Senz’altro, non tutti i rivoluzionari hanno approvato i metodi sbrigativi con cui Budapest è stata ripulita dagli Avos. Sappiamo che la sera del 31 una delegazione degli Avos supplicò l’Unione degli Scrittori di intervenire presso i Combattenti della Libertà per siglare un accordo che gli salvasse la pelle. Ma l’intervento dell’Unione degli Scrittori – tra cui molti, e dei migliori, erano stati torturati dagli Avos – non produsse alcun effetto. Ugualmente il 3 novembre Bela Kiraly, capo delle forze militari rivoluzionarie di Budapest, confermava che gli ordini del governo e dei comitati erano di non uccidere nessuno sul posto ma di deferire tutti gli Avos arrestati davanti ai tribunali[70]. Concretamente, la caccia ai poliziotti dell’AVH si ferma soltanto il 2 novembre, ormai in assenza di preda[71].

La stampa dei partiti stalinisti ha utilizzato questi fatti ed ha cercato di trarne vantaggio per descrivere una controrivoluzione bianca che dava la caccia ai militanti comunisti nelle strade di Budapest. Ma i medesimi fatti da essa citati smentiscono tale tesi: scrivendo infatti che “un militante della Federazione, il compagno Kelemen, è stato tolto dalla forca dalla folla che l’ha riconosciuto”[72], André Stil, su L’Humanité, confessa in questo modo che la folla non uccideva chi non conosceva come Avos, quando scopriva che si trattava invece di un comunista. La morte, dovuta ad una tragica sottovalutazione, del veterano comunista Imre Mezo, segretario del partito a Budapest, già nelle Brigate Internazionali in Spagna e nei partigiani FTP-MOI in Francia, coraggioso avversario di Rakosi, non smentisce questa interpretazione. Fu ucciso proprio mentre difendeva la sede del partito, dove stava ricevendo delegazioni di rivoluzionari ma dove giunsero degli Avos a cui si dava la caccia, per aver resistito all’ira delle masse con le armi alla mano, trascinando alla morte gli altri occupanti della sede.

Fino ad oggi massacri, esecuzioni sommarie e linciaggi, hanno accompagnato ogni rivoluzione. Dobbiamo ricordare i massacri di settembre durante la rivoluzione francese, le esecuzioni di ostaggi effettuati dalla Comune di Parigi ed i fatti analoghi avvenuti durante la rivoluzione russa, la rivoluzione spagnola o, in tutta Europa, durante la Liberazione? La vendetta delle masse è tanto più terribile quanto più i controrivoluzionari che hanno scatenato la loro collera erano stati crudeli e brutali. Gli Avos hanno raccolto ciò che avevano seminato: sono stati bruciati dall’incendio acceso da quella burocrazia di cui erano stati i fedeli servitori.

Tendenze controrivoluzionarie: gli emigrati

Sin dall’annuncio dell’insurrezione ungherese numerosi emigrati hanno cercato di rientrare nel loro paese; si trattava di elementi democratico borghesi, socialdemocratici, fascisti. E’ nota la tesi de L’Humanité, secondo la quale queste tendenze hanno fornito i quadri al movimento controrivoluzionario, che avrebbe così trionfato sotto il bastone protettore di Nagy non fosse stato per il provvidenziale intervento russo.

Un certo numero di fatti contraddice questa tesi. Innanzitutto un memorandum del governo austriaco, datato 3 novembre, dichiara: “Il governo austriaco ha ordinato di istituire una zona vietata lungo la frontiera austro-ungherese… Il Ministro della Difesa ha visitato questa zona assieme ai delegati militari delle quattro grandi potenze, compresi quelli dell’URSS. I delegati militari hanno così potuto assicurarsi delle misure prese per proteggere la frontiera e garantire la neutralità austriaca. Tutte le precauzioni possibili sono così state adottate alla frontiera occidentale per impedire l’infiltrazione di emigrati… Le autorità austriache hanno pregato il vecchio Presidente del Consiglio, Ferenc Nagy (del Partito dei Piccoli Proprietari), arrivato rapidamente a Vienna, di abbandonare il territorio austriaco. Di ciò sono a conoscenza anche le autorità sovietiche. Il permesso per rimanere in Austria è rifiutato ai dirigenti politici dell’emigrazione. L’ambasciatore austriaco a Mosca ha informato di questi fatti il Ministero degli Esteri dell’URSS”. Nonostante la campagna della stampa stalinista, il governo russo non ha mai contestato ufficialmente questi fatti presso il governo austriaco[73].

Allo stesso modo il vecchio segretario della gioventù socialista ungherese, Ferenc Eross, linotipista a Bruxelles, non ha potuto varcare la frontiera ungherese, essendo stato respinto proprio dagli insorti, che egli tra l’altro approva per questa misura cautelare[74].

Il principe Eszterhazy

L’Humanité ha fatto molto chiasso anche sulla liberazione del principe Eszterhazy, il maggior proprietario terriero dell’Ungheria anteguerra, la cui liberazione indicherebbe, secondo il quotidiano del PCF, il carattere “horthysta” del movimento. In verità, liberato come ogni prigioniero politico, liberato come tutte le vittime di Rakosi, il principe si è ben guardato dal restare in questa terra dove brucia la fiamma rivoluzionaria. E’ partito in fretta e furia e con discrezione per l’Austria, godendovi senza turbamenti l’immensa fortuna conservata. Ha provato ad agire pubblicamente inviando, dall’Austria, soccorsi e vestiti ai contadini dei suoi antichi possedimenti in Ungheria. Tutto gli è stato rispedito senza nemmeno essere stato toccato[75]. Immaginiamo dei contadini che versano il loro sangue per restituire al principe i suoi possedimenti, battersi per subire nuovamente il secolare giogo di servitù?

Il cardinale Mindszenty

Il cardinale Mindszenty ha fornito molto materiale per le dichiarazioni più sensazionaliste di chi, borghesi o stalinisti, voleva accreditare l’idea di una controrivoluzione bianca in Ungheria. Radio-Praga, il 1° novembre , dà l’annuncio di un governo presieduto dal primate: l’informazione, rilanciata da AFP, farà le delizie della stampa reazionaria e de L’Humanité, ben felice di utilizzare le invenzioni di Radio Free Europe per le necessità della sua propaganda.

Mindszenty, cardinale e primate d’Ungheria, è un reazionario senza scrupoli, un nemico inconciliabile della rivoluzione. E’ stato però liberato, come Eszterhazy, da una rivoluzione che, generosa come ogni rivoluzione, apriva le porte delle prigioni. Gli stessi uomini avevano torturato anche Rajk. Come Rajk anche Mindszenty aveva confessato. Riabilitato Rajk si doveva liberarlo…

Si sono attribuite al cardinale ogni sorta di intenzioni e propositi. In particolar modo la sua intervista su Radio-Budapest avrebbe preoccupato i Russi spingendoli all’intervento. Il giornalista britannico Mervyn Jones ha cercato il resoconto stenografico del suo discorso pronunciato alla radio il 3 novembre. Il cardinale ha parlato della “lotta per la libertà” che si sviluppava in Ungheria e affermato che essa segnalava la volontà di un popolo di stabilire “una coesistenza pacifica fondata sulla giustizia”. Ha chiesto la messa sotto accusa dei rakosisti davanti a “tribunali imparziali e indipendenti” e si è pronunciato contro lo spirito di vendetta. Ecco il suo programma: “Noi vogliamo una società senza classi ed uno Stato in cui prevalga la legge, un paese che sviluppi le sue conquiste democratiche, fondata sul diritto alla proprietà privata ristretto giustamente dagli interessi della società e della giustizia”. Non chiede la restituzione dei beni confiscati alla Chiesa ma libertà di insegnamento religioso e libertà di stampa e di organizzazione per i cattolici. Equivale forse ciò ad una conversione del cardinale ad una forma cristiana di democrazia socialista? Certo che no, ma, come pensa Jones, “a causa del fatto che il dominio delle forze democratiche era così schiacciante e le prospettive per la controrivoluzione così scarse”, il cardinale non poteva che assumere quel linguaggio[76]. Il giornalista jugoslavo Vlado Tesic, in una nota d’agenzia in cui insiste sul pericolo di “una evoluzione verso destra” soprattutto a causa della liberazione di Mindszenty, fornisce un’informazione preziosa: gruppi di destra distribuiscono volantini dal titolo: “Non abbiamo nulla a che vedere coi Consigli operai: i comunisti hanno il naso là dentro”. Pubblicamente, però, su questa questione i vari Mindszenty tacciono. Un altro corrispondente jugoslavo, Djuka Julius, ha notato un gruppo di giovani attacchinare volantini scritti a mano in cui si rivendica l’eliminazione dei comunisti e la formazione di un governo Mindszenty; “parole d’ordine moderatamente fasciste”, dice il giornalista. L’indomani, in seguito ad un incontro coi delegati della siderurgia di Csepel assieme al loro presidente Elek Nagy, conclude che l’appello dei fascisti a liquidare “le conquiste del socialismo” non trova alcun impatto significativo tra la popolazione. Durante la sua conferenza stampa del 3 novembre, Mindszenty, le cui prospettive sono chiaramente di patrocinare la ricostruzione di un partito democratico cristiano, si rifiuta di rispondere alla domanda di un giornalista ungherese su una sua eventuale candidatura a primo ministro, abbandonando la sala.

Joszef Dudas

L’Humanité, ancora grazie alla penna di André Stil, ha designato Joszef Dudas, presidente del Comitato Rivoluzionario di Budapest, come uno dei dirigenti della controrivoluzione “fascista”[77].

Chi era veramente Dudas? “Un giornalista fascista”, come scrive Stil? “Un ingegnere”, come scrive il suo compare sul Daily Worker? Lui stesso si è presentato ai giornalisti come un vecchio militante comunista, membro del PC durante l’occupazione nazista, passato nel 1947 al Partito dei Piccoli Proprietari, arrestato poco dopo, liberato nel 1956 e riabilitato pochi giorni prima dell’inizio della rivoluzione, ancora durante il regno di Gero. Né L’Humanité né The Daily Worker negano che per un periodo egli si sia “infilato” nelle fila del PC.

Dunque, è possibile affermare che, nella misura in cui Dudas si è espresso pubblicamente durante le giornate rivoluzionarie, nessuna delle sue apparizioni spettacolari consente di appioppargli l’etichetta di fascista. Nel suo giornale, Fuggetlentség (Indipendenza), ha pubblicato quattro articoli i cui temi erano, secondo Anna Kethly, “che non si metta mano alle riforme economiche del 1945, ritiro delle truppe sovietiche, libertà di stampa e di associazione, libere elezioni”[78]. Ma sappiamo anche che la testata del suo giornale del 30 ottobre aveva scritto “Non riconosciamo l’attuale governo” e che l’indomani è stato ricevuto da Nagy a cui avrebbe richiesto il portafoglio del ministero degli Esteri[79]. Ricevuto un rifiuto, assieme ai suoi seguaci si è impadronito del ministero per qualche ora e, per questo, è stato arrestato su ordine del governo Nagy[80].

Si trattava di un avventuriero che cercava di trarre vantaggio dalla rivoluzione? Il suo comportamento può indurre a pensarlo. E’ comunque l’ipotesi che si impone dopo la lettura della nota del comunista polacco Woroszylski, basata sul racconto della sua intervista con Dudas, e dell’analisi che abbozza in quel frangente. Ma questo prova che per ottenere risultati un avventuriero ambizioso doveva guardarsi bene dall’utilizzare un linguaggio fascista. Ciò prova pure che il 3 novembre il governo Nagy era sufficientemente solido ed in sella da poter fare arrestare un uomo che ostentava funzioni rivoluzionarie importanti come quelle di Dudas. Stil, raccontando la parabola di Dudas, alla sua maniera, conclude repentinamente: “E’ a quel punto che fu arrestato”[81]. Non dice però da chi, et pour cause: se Dudas fosse stato, come L’Humanité afferma, un autentico fascista e controrivoluzionario, come spiegare poi che Nagy, secondo Stil artefice della controrivoluzione, l’abbia fatto arrestare? Queste menzogne sono così grossolane che basta sfiorarle perché si sbriciolino.

Prospettive per la rivoluzione ungherese dopo il 4 novembre

I fatti sono chiari. E’ certo che si siano espresse tendenze controrivoluzionarie. Non è meno chiaro, come scrive il comunista Peter Fryer, corrispondente del Daily Worker, nella sua lettera di dimissioni dal PC, che “il popolo in armi era del tutto consapevole del pericolo della controrivoluzione ma anche assolutamente in grado di schiacciarla lui stesso”[82]. Dopo le dure battaglie della prima settimana, l’Ungheria ha sperimentato un’autentica esplosione di libertà, tradottasi in una fraternità fra tutte le classi che si erano opposte ai Russi e in una certa confusione: niente è più tipico dell’apparire dei giornali più diversi, da quelli “ufficiali”, stampati, a quelli ciclostilati, dattiloscritti o persino scritti a mano e poi attaccati ai muri. In questa atmosfera alcuni reazionari hanno potuto infiltrarsi e “ficcare il naso” nel movimento. Niente più di questo. E’ comparso un solo giornale reazionario: Virradat (l’Aurora). Ne è uscito un solo numero perché il giorno seguente gli operai hanno rifiutato di stamparlo[83]. Ciò non ha trattenuto la stampa borghese occidentale dal parlare di esplosione di giornali anticomunisti. A noi invece basta ricordare il giornale Igazsag (La Verità), organo del Partito della gioventù rivoluzionaria, diretto dal giovane intellettuale comunista Obersovszky, assieme ai giovani redattori di Szabad Ibjusag, giornale della Gioventù Comunista, ed avremo un’idea più chiara di che cos’era quel preteso “anticomunismo”.

Non menzioneremo che en passant la tesi per cui la rivoluzione ungherese si indirizzava verso una “democrazia all’occidentale”. Tutto lo smentisce, tutto l’ha smentito sin dall’inizio: la resistenza operaia, l’azione dei Consigli, la repressione dei Russi contro i settori operai della rivoluzione. Questa tesi, in ultima analisi, ha avuto un’unica funzione: fornire agli stalinisti argomenti per giustificare la loro repressione.

L’orientamento della rivoluzione ungherese era così travolgente che nessuno in Ungheria è potuto sfuggire alla sua influenza, nessuno ha agito senza tenerlo in considerazione. Sotto questo aspetto, le basi su cui in Ungheria si sono ricostituiti i partiti piccolo borghesi e riformisti sono assai significative. Non è per questo decisiva la presenza di dirigenti riformisti come Bela Kovacs per giudicare correttamente il significato politico del III governo Nagy: è utile invece studiare il loro linguaggio ed il programma comune a base dell’accordo. Di fronte al potere nascente dei Consigli operai, la restaurazione governativa non poteva procedere che utilizzando un linguaggio il quale trovasse consenso tra le masse insorte.

Il terzo governo Nagy

L’Ufficio Politico del PCF ha parlato di “quelli che furono gli alleati di Hitler, i rappresentanti della reazione e del Vaticano, rimessi al governo dal traditore Nagy”[84]. La stampa reazionaria francese è rimasta esemplarmente silenziosa sulla costituzione di questo governo formato, come l’avevano richiesto i consigli, da rappresentanti di tutti  i partiti democratici e dai capi degli insorti. A fianco dei comunisti nagysti – Nagy, Kadar, Losonczy – accedevano in effetti al governo dirigenti dei partiti riformisti socialisti e contadini che sotto Rakosi avevano avuto un’esistenza legale, sebbene soltanto teorica, e gli eroi militari dell’insurrezione di Budapest, tra cui Maleter, considerato come il rappresentante dei “Combattenti della libertà”.

I socialisti

Anna Kethly ha lungamente esposto il punto di vista del suo partito, sin dalla sua partenza dall’Ungheria. E’ importante sottolineare che il 1° novembre, nel giornale di partito, Nepszava[85], dichiarava: “Vigiliamo sulle nostre fabbriche e sulle nostre miniere, ed anche sulla terra che deve restare nelle mani dei contadini”[86].

Gyula Kelemen, segretario del partito, utilizzava lo stesso linguaggio. Ricevendo una delegazione di giornalisti jugoslavi, diceva che il partito socialista “lotterà con la più grande determinazione per mantenere le conquiste della classe operaia e sosterrà i consigli operai”[87].

I dirigenti dei partiti contadini

Il 21 ottobre a Pecs, nell’assemblea di ricostituzione del Partito dei piccoli proprietari, Bela Kovacs esclamava:“La questione è sapere se il partito, rinato, proclamerà di nuovo le vecchie idee. Nessuno può pensare di tornare indietro al mondo dei conti, dei banchieri e dei capitalisti; questo vecchio mondo è morto, una volta per tutte. Un autentico membro del Partito dei piccoli proprietari non può pensare oggi nella maniera in cui pensava nel 1939 o nel 1945”[88].

Ferenc Farkas, segretario del partito nazional-contadino, rinominatosi Partito Petofi, il 3 novembre sottolineava che “il governo manterrà delle realizzazioni socialiste tutto ciò che può e deve essere utilizzato in un paese libero, democratico e socialista”[89].

Pal Maleter, eroe dell’insurrezione

Infine, c’è Maleter, questo ufficiale dell’esercito passato con gli insorti sin dalle prime ore. Il difensore, con 1500 giovani operai, studenti e soldati, della caserma Kilian; Maleter, eroe dei Combattenti della libertà. Chi è? Secondo Stil si tratta di “un vecchio ufficiale horthysta che ha finto di aggregarsi al potere popolare”.[90] In realtà è un vecchio comunista convinto al comunismo durante la prigionia, già allievo delle Accademie Militari russe, paracadutato in Ungheria durante la guerra quando fu capo di bande partigiane. L’inviato speciale del Daily Herald, il laburista Basil Davidson, è andato ad intervistarlo. Racconta: “Portava ancora la sua piccola stella di partigiano del 1944 (ed un’altra stella rossa ottenuta per l’estrazione di carbone effettuata dal suo reggimento a Tatabanya), in momenti nei quali tutti gli ufficiali toglievano le mostrine di tipo sovietico”. Davidson gli domanda le prospettive per la rivoluzione ungherese. “Se noi ci libereremo