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Pochi anniversari sono stati contrassegnati da una campagna di disinformazione così massiccia e organizzata come quello della rivoluzione ungherese del 1956. Le falsità della stampa borghese sono state accompagnate dalla confusione seminata dai dirigenti dei Ds e del Prc. Già all'inizio di questo mese avevamo provato a gettare un po' di luce sugli avvenimenti. Ci ritorniamo offrendo ai nostri lettori un articolo del grande storico marxista Pierre Broué.
In una cronaca appassionante degli
eventi, scritta a poche settimane di distanza dal loro tragico epilogo, Broué
descrive i fatti d'Ungheria per quello che sono stati: una rivoluzione
proletaria ed antistalinista, il cui esempio deve essere fonte d'ispirazione e
monito per tutti i giovani e lavoratori che lottano, oggi, per il comunismo.
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La rivoluzione ungherese dei
consigli operai
I. Rivoluzione a Budapest
Il 20 e 21 ottobre 1956 i lavoratori
polacchi, mobilitati all’interno delle loro fabbriche, si preparano a resistere
alla minaccia militare russa. La sera del 21 Radio-Varsavia proclama la
vittoria della “Primavera d’ottobre”. Mosca ha ceduto. Il suo sgherro
Rokossowsky è stato eliminato dal Politburo e diventa segretario il veterano
Gomulka, gettato in prigione da Stalin. I lavoratori polacchi festeggiano in un
clima di gioia la loro vittoria.
I lavoratori e la gioventù ungherese
vengono a conoscenza di questa grande notizia. Lottano già da mesi. Gli
intellettuali hanno preso la parola per primi: hanno rivendicato libertà
nell’arte e, di fronte all’impatto entusiasmante che si è prodotto, hanno
parlato di libertà tout court. La gioventù li ha acclamati. “Non sono stato io
ad aver spinto la gioventù verso la libertà”, dichiarerà lo scrittore comunista
Gyula Hay, “ma è stata lei a spingermi… Io criticavo gli eccessi della
burocrazia, i privilegi, le distorsioni, e più andavo avanti più sentivo di
essere assecondato da un’ondata di sentimenti e di affetto… Si orientava verso
di noi, scrittori, un desiderio irrefrenabile di libertà. [1] Gli scrittori
comunisti hanno formulato le rivendicazioni dei giovani. “E’ ora di finirla con
questo regime di gendarmi e di burocrati”, ha proclamato Tibor Déry. [2] Gyula
Hajdu, militante comunista, 74 anni, 50 anni di militanza, ha messo a nudo i
burocrati: “Come potrebbero mai sapere quello che succede i dirigenti
comunisti? Non vivono mai tra i lavoratori e la gente del popolo, non li
incontrano sull’autobus perché tutti posseggono la loro auto, non li incontrano
nei negozi o al mercato perché usufruiscono di propri magazzini speciali, non
li incontrano all’ospedale perché dispongono di sanatori particolari[3]. La
giovane giornalista Judith Mariassy risponde con fierezza ai burocrati che
l’hanno redarguita: “La vergogna non sta nel
parlare di questi magazzini di lusso e di queste case circondate dal
filo spinato. La vergogna è che questi negozi e queste case esistano. Abolite i
privilegi e non ne parleremo più”[4].
Al circolo Petofi, tribuna di
discussione creata alla fine del 1955 dall’organizzazione della gioventù
(DISZ), alcuni grandi dibattiti hanno permesso di porre pubblicamente i
problemi politici che toccano tutti gli ungheresi e specialmente la gioventù,
utilizzando i risultati del XX° congresso del PCUS in cui Krusciov, il 23
febbraio 1956, ha esposto il noto “rapporto segreto”: si inizia con un
dibattito sull’economia marxista in marzo, sulla scienza storica e la filosofia
marxista a maggio e a giugno, un incontro dei giovani coi vecchi militanti
comunisti dell’illegalità usciti in buona parte dalle prigioni di Stalin e
Rakosi, il 18 giugno, dibattiti sulla stampa e l’informazione il 28 giugno …
dove sono stati coinvolti migliaia di partecipanti. In molti dibattiti il
semplice contatto tra militanti di origini sociali, generazione ed esperienza
differenti è sufficiente per far emergere la realtà sociale, il castello di
menzogne del presunto socialismo staliniano. Il 18 giugno la signora Rajk,
vedova del dirigente comunista assassinato nel 1949 come “titista” e “agente
dell’imperialismo” dopo un processo costruito da Rakosi per ordine di Stalin,
indicando i burocrati che siedono alla tribuna esclama: “Non soltanto avete
ucciso mio marito, ma avete anche ucciso il senso della decenza in questo
paese. Avete distrutto da cima a fondo la vita politica, economica e morale
dell’Ungheria. Non si possono riabilitare gli assassini: bisogna punirli!”.
Dopo l’intervento di Gyula Hajdu decine di migliaia di giovani iniziano a dire:
“I dirigenti devono andarsene”. Agli occhi degli intellettuali e dei comunisti
che animano il circolo Petofi un uomo incarna il cambiamento di politica, la
“riforma” del partito: Imre Nagy, veterano del partito, per lungo tempo in URSS
ma legato alla tendenza “bukhariniana” e che, dopo il suo breve periodo al
potere nel 1953, consolida nel partito e nei circoli di simpatizzanti le
speranze degli avversari di Rakosi. Secondo il filosofo Gyorgy Lukacs, per gli
animatori del movimento chiamato “comunista liberale” o del “comunismo
nazionale”, per i comunisti imprigionati con l’accusa di titismo ai tempi di
Stalin e da poco riabilitati, gli Janos Kadar e i Geza Losonczy, ed anche per i
giovani che danno loro fiducia, si tratta di cambiare la direzione del partito,
sostituendo il gruppo Rakosi-Gero con quello attorno a Nagy: sarà allora
possibile mettersi in marcia verso il socialismo autentico, liberato dalle
scorie dello stalinismo.
La “destalinizzazione” ha
decuplicato le speranze. Ha creato le condizioni perché potessero esprimersi
alla luce del giorno. I risultati sono però asfittici. Certo Rakosi è stato
allontanato, ma Gero è rimasto segretario generale del partito. Gero, l’uomo
della GPU[5]. Rajk è stato riabilitato ma dai suoi assassini, i quali hanno
pure portato la sua bara sulle spalle. Déry e Tardos sono stati espulsi dal
partito il 30 giugno 1956, ben dopo il rapporto Krusciov. Il tetro Farkas e suo
figlio, “il torturatore”, sono liberi. Gero è andato a Belgrado per chiedere a
Tito un certificato di “destalinizzazione”. Il “titoista” Kadar lo ha
accompagnato. Non è una destalinizzazione di tal genere quella che cercano i
giovani ed i loro portavoce, gli scrittori comunisti. Vogliono una
destalinizzazione autentica, vogliono finirla con gendarmi e burocrati, vogliono
un socialismo veramente democratico. Sanno anche, da qualche tempo, di avere al
proprio fianco i lavoratori, più lenti a mettersi in movimento ma che andranno
fino in fondo. Nella sede di Irodalmi Ujsag, il giornale dell’Unione degli
Scrittori, il tornitore Laszlo Pal dichiara, in nome dei 40mila operai di
Csepel, Csepel-la-rossa:“Finora siamo rimasti in silenzio. Durante questi tempi
tragici abbiamo imparato ad essere silenziosi e ad andare avanti con molta
cautela. In passato bastava una piccola osservazione perché l’operaio fosse
punito e perdesse il suo pane quotidiano… Dopo il XX° congresso le porte si
sono aperte. Tuttavia, finora, parliamo solo di responsabili minori. Ci
chiediamo se non sia giunta l’ora di gettare piena luce sui primi e veri colpevoli.
Vogliamo sapere la verità. Non siamo assetati di sangue ma di verità. Siate
sicuri, parleremo anche noi”[6].
Così gli operai uniscono la loro
forza tranquilla al movimento degli intellettuali. Csepel ha appena dato la sua
cauzione a Irodalmi Ujzag, proprio come a Varsavia la fabbrica di Zeran l’ha
portata alla redazione di Po Prostu. In Polonia questa congiunzione ha deciso
la vittoria. Ma a Budapest c’è Gero e dietro di lui la polizia politica, l’AVH.
I burocrati del Cremino tirano le somme. Hanno appena subito una sconfitta e
sono, come sempre, pronti ad ogni tipo di crimine per evitare una seconda
vittoria rivoluzionaria che lascerebbe alla burocrazia i giorni contati.
21 e 22 ottobre
Il 21 gli studenti del Politecnico
di Budapest organizzano un’assemblea. Come a Varsavia gli studenti delle classi
superiori dell’insegnamento tecnico sono l’avanguardia del movimento
rivoluzionario. Chiedono la libertà di stampa, l’abolizione della pena di
morte, l’abolizione dei corsi obbligatori di “marxismo”, un processo pubblico
per Farkas. Come i loro compagni di Szeged, che, in più, hanno richiesto la
riduzione degli alti salari, quelli dei burocrati, minacciano di sostenere il
proprio programma con manifestazioni di piazza se le loro domande non verranno
soddisfatte[7].
Nella città industriale di Gyor si
tiene un’assemblea pubblica che il giornale locale del PC ungherese descrive
come “il primo dibattito pubblico del tutto libero”. Gyula Hay cita gli esempi
cinese e jugoslavo, reclama la “chiusura delle basi sovietiche in Ungheria”
come parte integrante di una politica di indipendenza nazionale, afferma che la
stampa è diretta “in maniera inetta” e dipinge l’espulsione di Déry e Tardos
come un atto intimidatorio destinato a preparare il terreno a nuove misure
contro lo stesso Ime Nagy. 2mila persone lo acclamano[8].
Il 22 all’università Lorand Eotvos
di Budapest c’è un’assemblea degli studenti del Politecnico. Alcuni giorni
prima, i meeting all’università politecnica di Varsavia sono stati il cuore
della rivoluzione. E’ là che sono intervenuti i rivoluzionari di Zeran. E’ là
che la gioventù rivoluzionaria di Varsavia ha dato il suo appoggio a Gomulka. I
giovani ungheresi riuniti al Politecnico di Budapest sono ansiosi di giocare lo
stesso ruolo. La riunione è turbolenta. Gli oratori, tra cui si nota uno
studente anziano, Joszef Szilagy, un vecchio comunista amico di Imre Nagy,
reclamano il ritorno al potere di Nagy. Anche la gioventù ungherese cerca il
suo Gomulka. L’obiettivo della gioventù ungherese è una “società socialista
veramente indipendente”; essa pensa di arrivarci attraverso il cambiamento
della direzione del partito che richiede a gran voce. Gli obiettivi immediati
sono fissati in una risoluzione programmatica di 16 punti – i 16 punti della
gioventù – che prova a toccare tutte le rivendicazioni immediate della nazione
ungherese.
“ 1) Esigiamo il ritiro immediato
dall’Ungheria di tutte le truppe sovietiche, in conformità col trattato di pace
siglato nel 1947 tra URSS e Ungheria.
2) Esigiamo l’elezione a scrutinio
segreto di tutti i dirigenti del partito, ad ogni livello, dal basso verso
l’alto, affinché questi convochino appena possibile un congresso del partito
che eleggerà una nuova direzione centrale.
3) Esigiamo la formazione di un
governo presieduto dal compagno I. Nagy e che siano sostituiti tutti i
dirigenti criminali dell’epoca stalino-rakosista.
4) Esigiamo dibattiti pubblici sul
caso Farkas, Mihaly e banda, ed anche il loro rientro nel nostro paese ed un
giudizio davanti al tribunale del popolo per Matyas Rakosi, principale
responsabile del fallimento del paese e dei crimini commessi nell’ultimo
periodo.
5) Esigiamo l’elezione a scrutinio
segreto ed uguale, con la partecipazione di più partiti, di una nuova Assemblea
nazionale. Esigiamo che sia garantito il diritto di sciopero per i lavoratori.
6) Esigiamo un nuovo accordo e la
revisione delle relazioni culturali, economiche e politiche jugoslavo-ungheresi
e sovietico-ungheresi, sulla base del principio di non intervento reciproco
nelle questioni interne e di una piena uguaglianza economica e politica.
7) Esigiamo la riorganizzazione di
tutta la vita economica ungherese con la partecipazione dei nostri specialisti.
Esigiamo la riorganizzazione di tutto il sistema economico sulla base del
piano, in modo da utilizzare le risorse nazionali per gli interessi vitali del
nostro popolo.
8) Esigiamo che siano resi pubblici
i trattati riguardanti il commercio con l’estero e i dati reali sull’entità dei
danni di guerra. Esigiamo una informazione pubblica e completa sulle
concessioni proposte ai russi, sullo sfruttamento e lo stoccaggio dell’uranio
del nostro paese. Esigiamo che l’Ungheria possa fissare liberamente, in moneta
forte, il prezzo di vendita del suo uranio sulla base del prezzo vigente sul
mercato mondiale.
9) Esigiamo la revisione completa
delle norme sui ritmi di lavoro nell’industria, come anche il soddisfacimento
delle rivendicazioni salariali dei lavoratori manuali e intellettuali. I
lavoratori pretendono che sia fissato un minimo vitale.
10) Esigiamo una nuova
organizzazione del sistema delle consegne obbligatorie e l’utilizzo razionale
dei prodotti agricoli. Esigiamo un trattamento paritario per i piccoli
contadini lavoratori.
11) Esigiamo la revisione davanti a
Tribunali, realmente indipendenti, di tutti i processi economici e politici e
la riabilitazione di tutti gli innocenti condannati. Esigiamo il trasferimento
immediato in Ungheria di tutti i cittadini e i prigionieri trasferiti
coattivamente in URSS, compresi i condannati.
12) Esigiamo una radio libera, la
completa libertà di stampa, di parola e di opinione e l’uscita di un nuovo
quotidiano a grande tiratura, organo della MEFESZ (l’organizzazione
indipendente degli studenti che si era appena costituita).
13) Esigiamo che la statua di
Stalin, simbolo dell’oppressione politica e della dittatura stalinista, sia
abbattuta al più presto e che al suo posto sia eretto un monumento ai martiri e
agli eroi della lotta per la libertà del 1848-1849.
14) Al posto di simboli del tutto
estranei al popolo ungherese, esigiamo il ritorno alle vecchie insegne di
Kossuth. Esigiamo una nuova uniforme degna delle tradizioni nazionali della
Honved (esercito ungherese, NdT). Esigiamo che il 5 maggio, anniversario della
proclamazione dell’indipendenza nel 1848 sia festa nazionale e giorno festivo e
che il 6 ottobre, giorno dei funerali solenni di Rajk, sia giorno di lutto e
congedo scolastico.
15) La gioventù delle università
politecniche di Budapest proclama con entusiasmo unanime la sua solidarietà
completa con la classe operaia e la gioventù di Varsavia e della Polonia nella
sua relazione col movimento polacco per l’indipendenza.
16) Gli studenti dell’università
politecnica delle costruzioni costruiscono da subito le organizzazioni locali
della MEFESZ ed hanno altresì deciso di convocare a Budapest per sabato 27
ottobre un Parlamento della Gioventù in cui tutti i giovani del paese saranno
rappresentati da propri delegati.”.
La risoluzione è inviata al partito
ed al governo. Gli studenti ne chiedono la pubblicazione sulla stampa e la
lettura alla radio. In seguito manifestano la “loro simpatia fraterna ai
compagni polacchi in lotta per la sovranità e la liberazione”[9]. Come a Varsavia, dove l’assemblea del
Politecnico del 19 ottobre ha parlato a nome di tutta la gioventù
rivoluzionaria, gli studenti ungheresi con questo gesto sottolineano la carica
di internazionalismo proletario che anima questi giovani. Professori ed allievi
dell’Accademia militare “Miklos Zrinyi”, scuola di formazione per ufficiali,
adottano i 16 punti. Col medesimo spirito di simpatia militante verso la
rivoluzione polacca, il circolo Petofi lancia per l’indomani, 23 ottobre, la
parola d’ordine di una manifestazione pubblica in solidarietà con la Polonia.
Il circolo vota una risoluzione in cui chiede la convocazione urgente di un
comitato centrale, l’esclusione di Rakosi dal CC e dall’Assemblea nazionale, un
processo pubblico per Farkas, l’appello a Imre Nagy, reintegrato il 14 ottobre
nel partito, perché diriga il paese ed un cambiamento complessivo della
politica governativa per mezzo di una informazione completa e di un dibattito
pubblico.
La manifestazione pacifica del 23 ottobre
L’indomani l’appello del circolo
Petofi è riprodotto sulla stampa. Il fatto contribuisce al tempo stesso alla
mobilitazione ed all’ottimismo, dimostrando che il cambiamento è possibile. Nel
frattempo Imre Nagy, rientrato in fretta e furia dalle rive del lago Balaton
dove si stava riposando, apprende dai suoi amici il corso degli avvenimenti:
pressato da Miklos Gimes perché prenda la testa della manifestazione onde
evitare il peggio, si tira indietro con ostinazione invocando i rischi di una
provocazione organizzata contro di lui da Gero. Alle 13 il ministro degli
Interni annuncia che la manifestazione è vietata. Il suo portavoce si fa
fischiare dagli studenti. Alle 14.30 il divieto è annullato quando si viene a
sapere della decisione della Gioventù Comunista di aderire alla manifestazione
in solidarietà con i lavoratori polacchi. Il divieto non ha indebolito la
manifestazione: in ogni caso, i giovani erano decisi a sfidare il divieto. Il
comitato centrale della Gioventù comunista (DISZ) l’ha affermato con nettezza:
“Chi chiede che la nostra gioventù esprima il suo punto di vista con prudenza e
cautela ignora lo sviluppo storico e l’autentica posizione della gioventù
ungherese.”[10].
La manifestazione inizia alle 15. Il
suo iniziale divieto, più volte ripetuto alla radio, e poi la decisione
improvvisa di autorizzarla, hanno prodotto uno choc. Tutta la popolazione ha
sentito l’esitazione dei dirigenti e considera la decisione finale delle
autorità come un cedimento davanti alla forza del movimento. Tutta Budapest è
in piazza. In testa, alcuni giovani portano immensi ritratti di Lenin[11]. Ci
sono molte bandiere ungheresi ed una sola bandiera rossa, quella degli allievi
dell’Istituto Lenin che scandiscono gli stessi slogan dei loro compagni: “Nagy
al potere”, “Via i russi”, “Processo per Rakosi”. Gli studenti hanno prodotto
striscioni enormi: “Non ci fermiamo a metà strada: liquidiamo lo stalinismo”,
“Vogliamo nuovi dirigenti: abbiamo fiducia in Nagy”, “Indipendenza e libertà”
e, ovviamente” “Viva i polacchi”. Si canta la Marsigliese, per gli ungheresi
canto rivoluzionario, e viene scandito
il poema di Sandor Petofi “La libertà o la morte”. A piedi o dalle piattaforme
degli autobus, gli studenti diffondono i volantini ciclostilati
clandestinamente che riproducono la
risoluzione del giorno prima. Ai piedi della statua a Petofi si declama un suo
poema, si legge la risoluzione dell’università dopodiché un giovane,
solennemente, scrive la data 23 ottobre 1956 sul basamento della statua Ai
piedi della statua dedicata al generale Bem, eroe polacco dell’indipendenza
ungherese, tiene un discorso Peter Veres, presidente dell’Unione degli
Scrittori. Si canta. Sono le 17.45 ed i manifestanti iniziano a defluire. Si
potrebbe pensare che sia tutto finito. In realtà, tutto comincia. Uffici e
fabbriche si svuotano. Impiegati ed operai si uniscono agli studenti. “Martedì
noi abbiamo lavorato”, racconta un giovane elettricista di Ujpest, “ma mentre
lavoravamo parlavamo. Abbiamo parlato di salari e dei risultati della riunione
degli scrittori. Avevamo delle copie della loro dichiarazione e sapevamo quello
che intendevano dire quando affermavano che non poteva continuare così. Non
riuscivamo più a vivere del nostro lavoro. Finito il lavoro abbiamo visto gli
studenti che manifestavano e li abbiamo raggiunti”[12].
Allora operai, impiegati e studenti
riempiono le strade. Gli autobus si fermano. Tutta Budapest è in strada. Tutta
Budapest dice che la misura è colma. Ci vuole un cambiamento. Si formano dei
gruppi, si mettono in piedi piccoli cortei. Ci si sparpaglia ovunque. Non c’è
una direzione ma una volontà comune di manifestare, una unanimità contro i
dirigenti stalinisti ed i loro padroni della burocrazia russa. Alla fine, la
massa si dirige verso il Parlamento scandendo ripetutamente “Nagy! Nagy!”.
Davanti al Parlamento, la folla è impaziente, sempre più numerosa, scalpita
fremente e si irrita. Dopo un po’ viene annunciato che Gero è rientrato da
Belgrado e parlerà alla popolazione dalla radio. E’ il momento tanto atteso dalla
maggioranza dei manifestanti. Per tutta la giornata si sono visti in mezzo a
loro reporter e fotografi. Non ci sono stati incidenti con la polizia. Gero
parlerà. Gero cederà, annunciando una riunione del comitato centrale che
designerà Nagy alla testa del governo. I lavoratori di Budapest aspettano che
Gero sancisca la loro vittoria chinandosi davanti alla loro volontà. Le
manifestazioni di piazza avranno imposto il cambiamento nella direzione del PC:
i comunisti liberali prenderanno in mano la situazione.
Così, alle 20, Gero parla: parla da
burocrate quale egli è, servile verso i suoi padroni, arrogante coi lavoratori.
Certo riconosce che il partito ed il governo hanno forse compiuto alcuni
errori. Convoca certo il comitato centrale ma per il 31 ottobre, otto giorni
dopo: tanta acqua scorrerà sotto i ponti del Danubio. Però, più grave ancora,
non si accontenta di temporeggiare ma minaccia e insulta: “Chi pretende che i
nostri rapporti economici e politici non sono basati sull’uguaglianza mente
spudoratamente”. Il vecchio torturatore dei rivoluzionari di Barcellona afferma
senza indugi che non vuole “mescolarsi alle questioni interne polacche”. Parla
di “canaglie”, di “manifestazioni nazionaliste”. Domanda:” “Volete aprire la
porta ai capitalisti?”. Conclude affermando che le manifestazioni di piazza
“non fermeranno il partito ed il governo nel perseguimento degli sforzi che
porteranno alla democrazia socialista”[13]. Ha parlato il burocrate, l’uomo di
Mosca: la “destalinizzazione” sarà guidata dagli stalinisti; se i lavoratori
non sono contenti, è che sono controrivoluzionari e gli si risponderà come
conviene. Gli sgherri dell’AVH[14] avrebbero ben presto mostrato concretamente
la natura della sanguinosa risposta di Gero.
L’AVH spara: è l’inizio dell’insurrezione
Tutta Budapest aveva ascoltato Gero.
Tutta Budapest si sentì insultata dal suo discorso. I lavoratori e gli
studenti, decine di migliaia di giovani e di adulti avevano appena manifestato
con chiarezza la loro volontà, e Gero li aveva insultati. Hanno però il
controllo della strada, lo avvertono e sono intenzionati a mostrarlo e ad
approfittarne. Nagy, di fronte al Parlamento, cerca di pronunciare parole di
pacificazione, promette che agirà per avvicinare la riunione del CC. Uno
studente dà una personale interpretazione della sua tattica: “Non è che un
privato cittadino e ha paura di pronunciarsi sulle nostre rivendicazioni a
causa di Gero”[15]. Una parte dei giovani si erano già recati presso la sede
della radio per esigere la diffusione della risoluzione approvata in
Università. Una delegazione esigeva la lettura dei “sedici punti” e un
“microfono in mezzo alla manifestazione” per consentire al popolo di esprimere
le sue idee. Migliaia di manifestanti si erano diretti alla piazza dove si
ergeva la statua gigantesca di Stalin ed iniziavano ad applicare il loro
programma buttandola giù. Siccome la delegazione – accompagnata da Peter Erdos
del circolo Petofi - tarda ad uscire dal palazzo della Radio l’ansia si
impadronisce dei loro compagni fermi davanti alla porta: forse i delegati sono
stati arrestati?
Il discorso di Gero produce
l’effetto dell’olio gettato sul fuoco, confermando le paure dei più pessimisti.
I giovani manifestanti iniziano a sfondare le porte per liberare i loro
compagni. Nella confusione che si genera partono i primi spari. Gli uomini
dell’AVH appostati nelle vicinanze del palazzo sparano: ci sono tre morti … E’
un giovane architetto a parlare, era tra i manifestanti: “Fu il colpo finale.
Nella massa alcuni avevano delle carabine precedentemente prese ad alcuni
ufficiali della MOHOSZ (“Federazione ungherese dei volontari della difesa”,
un’organizzazione sportiva para-militare sostenuta dal partito). Risposero al
fuoco dell’AVH come meglio poterono. E’ allora che molti camion e carri armati
si mossero da Buda ma né gli ufficiali né i soldati spararono sul popolo. Non
fu diramato nessun ordine e i militari restarono sui camion. Cominciarono a far
scivolare le loro armi nelle mani che si protraevano verso di loro”. Più tardi,
nella serata, mentre i combattimenti continuano, due ufficiali dell’esercito
ungherese smontano da un carro e, nell’intenzione chiara di interporsi,
avanzano disarmati verso l’immobile della Radio. Sono abbattuti dall’AVH.
Le fucilate della Radio sono la
scintilla della battaglia generale. I lavoratori si armano: le carabine della
MOHOSZ e le armi prelevate dalle armerie servono come capitale di partenza. Si
dirigono davanti alle caserme. Come a Barcellona nel 1936, soldati aprono le
porte degli arsenali e dei magazzini oppure lanciano fucili e mitragliatrici
dalle finestre. Altri portano in strada camion pieni di armi e munizioni e le
distribuiscono. Altrove, come alla caserma Hadik, i gruppi di operai che
vogliono armarsi trovano una resistenza soltanto formale. Si spara dappertutto
nelle strade di Budapest e compaiono le prime barricate. Finora l’esercito è
rimasto neutrale ma ora il governo gli dà l’ordine di intervenire contro gli
insorti. Il racconto che segue, ripreso da un testimone inglese, descrive il
momento altamente drammatico in cui un’unità dell’esercito passa nelle file
della rivoluzione: “Le truppe della Honvédség[16]. Una donna che canta, uno
sconosciuto che alza una bandiera, un esercito che si squaglia sotto il fuoco
della rivoluzione, operai e contadini in divisa si uniscono ai loro fratelli di
classe … avevano preso posizione in un punto strategico, un incrocio. Una massa
d’insorti si era fermata a circa 60 metri da quel punto e un dialogo si aprì
tra loro ed un ufficiale – scambio di idee che non era fatto di insulti ma di
argomentazioni politiche. L’ufficiale, assicurando loro che le rivendicazioni
avrebbero ottenuto soddisfazione, li invitava ripetutamente a tornare nelle
loro case. Era evidente che avrebbe fatto tutto per evitare l’uso della forza.
Nel lungo silenzio durante la discussione si udì la voce di una donna che
intonava l’inno nazionale di Kossuth. L’effetto fu fulmineo. Tutta la massa,
operai, tassisti, studenti e ragazzi si tolsero il cappello e si misero in
ginocchio: da un istante all’altro tutti si erano messi a cantare l’inno con la
donna. I soldati erano anch’essi commossi e terribilmente tesi. Qualcuno alzò
la bandiera tricolore ungherese da cui era stata strappata la stella rossa. I
soldati abbandonarono i ranghi e corsero ad unirsi ai manifestanti.”
Mentre i combattimenti si
inaspriscono in tutta la città, i delegati studenteschi, incontratisi dopo il
discorso di Gero, decidono di costituirsi in organismo permanente. Si forma il
Comitato rivoluzionario degli studenti presieduto da un militante comunista,
Ferenc Merey, professore di psicologia. Il comitato installa il suo quartier
generale alla facoltà di lettere ed inizia a funzionare, centralizzando le
informazioni, l’attività dei gruppi armati, l’azione dei gruppi che contattano
i soldati, diffondendo i volantini, facendo appello al popolo perché si unisca
alla rivoluzione ed alla lotta armata contro i poliziotti dell’AVH di Gero.
Infatti, contro i giovani ed i lavoratori di Budapest, sono rimasti solo i
detestati poliziotti dell’AVH. Verso le 11 Szabad Nep, organo del partito, fa
uscire un volantino per annunciare la riunione del CC e dichiara: “La redazione
di Szabad Nep assicura al partito e al popolo che essa non sosterrà mai quelli
che vogliono rispondere con le fucilate ed il terrore alla voce ed alle
richieste del popolo”[17]. Il comitato centrale delibera. Tutta Budapest si
batte.
II. Combattenti per la libertà e
consigli operai
Nella notte tra il 23 ed il 24,
mentre i rivoluzionari armati attaccano gli Avos dappertutto, il comitato
centrale del PC delibera. Non sappiamo nulla di preciso sui suoi dibattiti,
all’infuori del fatto che vi si sono opposte due tendenze in merito al modo più
efficace per far tornare l’ordine: attraverso la repressione brutale o per
mezzo di alcune concessioni. Conosciamo soltanto le decisioni adottate, segnate
dalla politica di Gero e dei suoi padroni moscoviti. Poco importa che siano
state o meno il frutto di una telefonata con Krusciov. E’certo invece che,
comportando la decisione dell’entrata in scena delle truppe russe per
schiacciare l’insurrezione, esse non possono essere state prese senza l’accordo
di Mosca.
L’astuzia della GPU: Nagy sostiene
l’intervento russo
Mentre i militanti comunisti di
Budapest sparano contro gli Avos, quando solo gli Avos si battono per difendere
dalla gioventù rivoluzionaria il detestato regime di Gero e dei suoi burattinai
del Cremino, il comitato centrale del partito continua ad essere lo strumento
fidato della GPU. Quando le masse, armate, si sollevano contro il regime dei
gendarmi e dei burocrati, l’azione dell’organismo “dirigente” del partito
mostra quante illusioni nutrissero nei suoi confronti quei comunisti fiduciosi
che una sua convocazione anticipata avrebbe portato un “cambiamento di
linea” e un “cambiamento di direzione”.
In seguito alla defezione
dell’esercito e della polizia, la grande decisione presa in nottata è l’appello
alle truppe russe per “mantenere l’ordine” e proclamare la legge marziale. I
burocrati del Cremino ed i loro agenti dell’apparato ungherese sono decisi a
conservare ad ogni costo il controllo della situazione e ad affogare nel sangue
la rivoluzione nascente. Dalle 4,30 di mattina i blindati sovietici si dirigono
verso Budapest di cui bloccano le uscite. I soldati russi sono stati informati
di dover andare a combattere una “controrivoluzione fascista appoggiata dalle
truppe occidentali”[18]. Gli Avos ricevono rinforzi considerevoli: blindati,
artiglieria e fanteria si riversano nella capitale insorta.
Qualche ora prima il comitato
centrale ha deciso di fare appello a Imre Nagy per formare un nuovo governo:
Geza Losonczy, Ferenc Donath, Gyorgy Lukacs, Zoltan Szanto, tutti seguaci di
Nagy, entrano nel CC. Donath, Nagy, Szanto diventano membri del nuovo Politburo
di 11 membri da cui sono stati allontanati alcuni stalinisti più noti. Ma nulla
di fondamentale è cambiato. Gero mantiene la carica di segretario generale del
partito nonché il controllo dell’apparato. I comunisti oppositori sono semplici
ostaggi in seno alla nuova direzione. Nagy è la copertura all’ombra della quale
Gero, padrone dell’apparato, continua a portare avanti la politica dei
burocrati del Cremino. Ma c’è di più: il decreto che istituisce la legge
marziale e l’appello alle truppe russe sono decisioni che si suppone siano
state prese dal governo Nagy. Nagy ha le mani legate, legate nel sangue dei
lavoratori. E’ in suo nome che russi ed Avos si apprestano a mitragliare gli
insorti che hanno chiesto e domandano ancora la sua ascesa al potere. La
parabola dei sostenitori della “riforma” del partito si precisa: la burocrazia
si serve della loro popolarità per disorientare e disarmare i rivoluzionari;
ostaggi dell’apparato, portano assieme ad esso la responsabilità dei suoi
crimini.
Nagy parla
Imre Nagy, che aveva rifiutato di
prendere la parola alla manifestazione della mattina del 23, che aveva
rifiutato di parlare - malgrado l’intervento insistente del suo amico Geza
Losonczy - la sera del 23 per lanciare un appello alla calma, questa volta è
invitato a parlare dagli stessi dirigenti, dal comitato centrale. Su richiesta
del Politburo, in tarda serata, ha cercato di arringare i manifestanti che
stazionavano davanti al Parlamento, in piazza Kossuth, prima di recasi al
palazzo del comitato centrale dove è informato della decisione presa nel
frattempo a suo proposito. Quel palazzo, circondato di carri armati russi, Nagy
non lo abbandonerà per diversi giorni, isolato materialmente non solo dalla
realtà, di fronte al movimento rivoluzionario che deborda, della repressione
che lo colpisce in suo nome, ma anche dai suoi amici che riusciranno a
riprendere contatto con lui solo alcuni giorni dopo, mescolandosi alle
delegazioni operaie che Nagy sarà autorizzato a ricevere.
Eppure, nel corso della notte, all’indomani
della sua “nomina”, sulle onde di Radio-Kossuth-Budapest egli si rivolge al
popolo ungherese: “Su ordine del comitato centrale, sono stato nominato
presidente del Consiglio. Ungheresi, amici e compagni, vi parlo in un’ora
grave… posso garantirvi che ho la possibilità di realizzare il mio programma
politico basato sul popolo ungherese guidato dal partito comunista… Sono
presidente del Consiglio ed avremo presto la possibilità di realizzare la
democrazia in tutto il paese. Prego tutti gli uomini e le donne ed ogni giovane
di non perdere la testa”[19]. La battaglia continua e si estende senza tregua.
La radio lancia appelli impauriti agli operai, agli studenti, ai giovani. Ai
microfoni di Radio-Kossuth passano rappresentanti della Chiesa, dei vecchi
partiti - il “piccolo proprietario” Zoltan Tildy, il socialdemocratico
Szakasits -, dei sindacati. I dirigenti del circolo Petofi dichiarano di non
aver voluto il “bagno di sangue” e chiedono ai giovani di gettare le armi. Il
governo promette un’amnistia completa a chi abbandonerà le armi prima delle ore
14. Poi vengono concesse nuove scadenze e si alternano promesse e minacce. La
radio diffonde gli appelli delle madri ai figli combattenti, invita ad aprire
le finestre perché gli insorti possano ascoltare dalla strada le promesse che
il governo fa alla radio. Nessuna manovra modifica alcunché. Tutta Budapest si
batte.
Quelli che si battono: gli operai
Le trasmissioni di Budapest su
Radio-Kossuth e Radio Petofi sono significative: il grosso dei combattimenti si
svolge attorno alle fabbriche. I loro nomi tornano in tutti gli appelli ed i
comunicati governativi: Csepel, Csepel-la-Rossa, le fabbriche di Ganz, Lang, le
fabbriche “Klement Gottwald”, “Jacques Duclos”, i quartieri di Ujpest,
Angyafold. I quartieri proletari sono i bastioni dell’insurrezione. Come
dichiara ad un corrispondente dell’Observer un “combattente della libertà”
rifugiato in Austria: “Gli studenti hanno cominciato la lotta ma, quando si è
sviluppata, non avevano né il numero né la capacità di battersi così duramente
come i giovani operai”[20]. Lasciamo la parola a uno di loro, 21 anni, che
racconta le vicende di mercoledì vissute nella sua fabbrica di Ujpest:
“Mercoledì mattina (24 ottobre) è iniziata la rivolta nella nostra fabbrica. Era
spontanea e non organizzata. Se fosse stata organizzata, l’AVH avrebbe saputo e
l’avrebbe schiacciata prima che esplodesse. I giovani operai hanno rotto il
ghiaccio e gli altri li hanno seguiti… Di solito iniziamo il turno di lavoro
alle sette. Chi di noi viene in treno dai quartieri periferici aspetta l’arrivo
degli altri operai in fabbrica. Appena prima delle sette, un camion carico di
giovani operai armati è arrivato davanti alla porta. Quando uno di loro ha
iniziato a sparare contro la stella rossa al di sopra della fabbrica un membro
dell’amministrazione ha dato l’ordine di chiudere le porte. Eravamo divisi in
due gruppi, quelli all’interno e quelli all’esterno. Noi che eravamo dentro
abbiamo sfondato le porte del locale della Mohosz e preso le carabine. Una
responsabile comunista, una donna, ha cercato di fermarci piazzando una guardia
davanti alle armi. Non poteva funzionare perché tutti – compresi i capireparto
– erano uniti. Siamo usciti dalla fabbrica coi fucili ed abbiamo marciato verso
la città. Quando abbiamo iniziato la nostra azione non avevamo contatti con
nessuno. Non avevamo collegamenti con nessuna fabbrica. Però, mentre
avanzavamo, eravamo raggiunti da altri operai, sempre più numerosi, alcuni in
armi. All’angolo di via Rakoczih, uno studente universitario ha cominciato ad
organizzarci in piccoli gruppi ed a spiegarci le parole d’ordine che bisognava
lanciare”[21].
Si forgiava così, nelle strade, la fusione dei giovani
combattenti rivoluzionari. Contemporaneamente, il Comitato rivoluzionario degli
studenti, diventato “Comitato rivoluzionario degli studenti in armi”, si
allargava. Un postino del comitato racconta: “All’inizio era formato da
studenti delle scuole di eccellenza e dell’università ma in seguito vi
entrarono soldati e giovani operai. Penso che tutti fossero eletti da comitati
di base, a loro volta espressione di singole organizzazioni di studenti, operai
e soldati”[22]. Pare che nelle prime ore della mattinata l’Accademia Kossuth,
scuola militare con 800 allievi, si sia unita all’insurrezione, coi suoi quadri
tecnici e le sue armi.
Le fucilate davanti al Parlamento
Le fucilate in piazza del Parlamento
sono state giovedì. Questo episodio dimostrava ai lavoratori di Budapest ancora
esitanti, con chiarezza e in modo definitivo, che per ottenere la realizzazione
delle loro rivendicazioni non c’era alternativa alla lotta rivoluzionaria
armata, e che deporre le armi sarebbe stato un suicidio a favore di Gero.
Migliaia di operai e studenti disarmati si recarono al Parlamento per esigere
la deposizione di Gero, la liberazione dei loro dirigenti arrestati a partire
dal 23 ed un incontro immediato con Imre Nagy. In piazza i giovani
accerchiavano i carri armati russi fraternizzando coi soldati. Gli Avos,
nascosti sui tetti del palazzo del ministero degli Interni, in faccia al
Parlamento, aprirono il fuoco. Anche i blindati iniziarono a sparare; così, i
manifestanti si trovarono presi tra due fuochi e trecento cadaveri restarono
sul terreno. Proprio in quel momento alla radio, il capo del futuro governo -
Nagy senza potere, Nagy ostaggio dell’apparato, Nagy prigioniero - moltiplicava
gli appelli alla calma ed alla resa …
Portando sulle spalle i cadaveri dei loro compagni, brandendo bandiere
impregnate del loro sangue, chi riuscì a sfuggire si sparse in tutta la città
al grido di “uccidono gli operai”[23]. Non era più possibile dubitare, ormai:
agli occhi dei giovani rivoluzionari di Budapest era chiaro che Nagy era senza
potere, fosse o meno prigioniero, ed altresì che Gero deteneva il potere reale
e, dietro di lui, i Russi, e, non ultimo, che ci si doveva battere, qualsiasi
cosa Nagy affermasse, contro gli Avos ed i Russi. Niente sintetizza meglio
questo stato d’animo che il volantino diffuso nel pomeriggio, dopo il massacro,
firmato “Gli studenti e gli operai rivoluzionari”: “Facciamo appello a tutti
gli ungheresi allo sciopero generale. Finché il governo non soddisfa le nostre
rivendicazioni, finché gli assassini non sono chiamati a rendere conto,
risponderemo al governo con lo sciopero generale. Viva il nuovo governo sotto
la direzione di Imre Nagy!”[24]. Nello stesso frangente, in nome del governo,
Radio-Kossuth proclamava che lo sciopero sarebbe stato un atto
controrivoluzionario…
In nome del Comitato rivoluzionario
degli studenti sono stampati e diffusi ai soldati sovietici 100mila volantini
in lingua russa. Questi volantini dicono ai soldati dell’Armata Rossa che sono
stati chiamati ad intervenire contro i lavoratori, i giovani ed i soldati
ungheresi, i quali non sono né reazionari né controrivoluzionari né fascisti ma
combattono per il socialismo democratico.
“Non sparate contro di noi, non
sparate sui vostri fratelli di classe!” concludeva il volantino.
Nuove concessioni
Di fronte alla nuova fiammata di
collera scatenata dal massacro della piazza del Parlamento, di fronte allo
sciopero generale insurrezionale esteso a tutto il paese, l’apparato decide di
orientarsi a nuove concessioni. La decisione peraltro non è presa in autonomia
ma in seguito a discussioni serrate con due emissari del governo di Mosca,
Michail Suslov e Ananstase Mikoyan, precipitatisi in Ungheria per cercare di
salvare una situazione ai loro occhi compromessa dagli errori di Gero.
Quest’ultimo, esonerato dal suo incaricato di segretario generale del partito,
conserva ancora per settimane il suo ufficio … Janos Kadar è nominato al suo
posto. Kadar è popolare: vecchio militante operaio, ha lottato in Ungheria
durante la guerra, nella clandestinità, mentre Rakosi e Gero erano a Mosca.
Beninteso, Rajk è stato torturato e assassinato mentre egli era ministro degli
Interni, ma poi Kadar è stato a sua volta arrestato e torturato con ferocia in
base all’accusa di “titismo”. Riabilitato in tempi recenti, si è battuto per la
“riforma” del partito ripartendo in un quartiere operaio di Budapest dove è
stato nominato segretario locale. Eppure ha accettato di partecipare al governo
Hegedus, dopo il crollo di Rakosi, ed ha accompagnato Gero a Belgrado. Kadar
parla alla radio giovedì 25 ottobre: “Sono stato nominato in un momento reso
molto difficile da un’accozzaglia di soggetti che hanno lavorato contro di noi.
Il governo ed il partito hanno deciso che dobbiamo sconfiggere
quest’accozzaglia con ogni mezzo a nostra disposizione … Facciamo appello agli
operai ed ai giovani perché sostengano il nostro punto di vista.”[25]. Non è
convincente. Parlando ancora alla vigilia di “controrivoluzionari” in lotta
contro il “potere della classe operaia”, minacciando “i provocatori che
lavorano nell’ombra”, salutando “gli alleati e fratelli sovietici”, e
sottolineando quel giorno in cui “la direzione del partito ha preso posizione
all’unanimità riguardo alla necessità di usare ogni mezzo per stroncare
l’aggressione armata contro il potere della nostra repubblica popolare”, senza
neppure menzionare le rivendicazioni degli insorti, presenta a chi lo ascolta
un discorso appena diluito rispetto alle minacce di Gero che hanno suscitato il
sollevamento. Imre Nagy, invece, sembra aver compreso meglio la situazione
quando interviene a sua volta alla radio: “il suo discorso del 25 ottobre
mostra che pare capire la determinazione dei combattenti e la necessità di fare
concessioni politiche per ottenere la fine dei combattimenti: “Dichiaro che il
governo ungherese intraprenderà tra poco dei negoziati con l’Unione Sovietica
per:
ottenere il ritiro delle truppe
sovietiche dall’Ungheria;
fondare l’amicizia
sovietico-ungherese sulla base dei principi di uguaglianza e di indipendenza
nazionale.
[…] Promettiamo di trattare con
magnanimità coloro che – giovani, civili e membri dell’esercito – cesseranno da
subito di combattere… La legge colpirà soltanto chi continuerà…”[26].
Quelli che si battono: gli studenti
Oggi sappiamo in che modo si sono
battuti i giovani ungheresi contro i blindati russi. E’ importante chiarire
l’atteggiamento dei giovani “Combattenti per la libertà” – nome che si sono
dati essi stessi, mutuandolo dalla rivoluzione democratica e dalla guerra
d’indipendenza del 1848. A quell’epoca i “Combattenti per la libertà”
costituirono l’esercito di Kossuth, la Honvédség, “esercito dei difensori della
patria”, per contrastare l’invasione delle armate di Jelachich, degli eserciti
imperiale e zarista. Due giovani, con la loro mitraglietta - la “chitarra” - in
mano, due studenti, Ferko e Pista, hanno risposto durante i combattimenti di
Budapest alle domande di un giornalista britannico che conosceva l’ungherese:
“I Combattenti della libertà, dicono loro, hanno arrestato tutti gli Avos che
sono riusciti a scovare. In questa operazione molti membri della polizia
politica sono stati uccisi, ma ben pochi a titolo di rappresaglia: la maggior
parte sono stati uccisi in azione. L’apparato del partito è stato completamente
disintegrato sin dal primo giorno dell’insurrezione ma non c’è stato alcun massacro
dei quadri del partito. Abbiamo invaso i locali del partito, sequestrato le
armi e detto a tutti di tornare a casa. Ne abbiamo catturati alcuni. Molti si
sono uniti a noi.”[27].
Giovedì il “Comitato rivoluzionario
degli studenti in armi”, rappresentato dal suo presidente Ferenc Merey, si
incontra con Nagy[28]. Si mantiene il programma presentato dagli studenti alla
vigilia della rivoluzione aggiungendo alcune condizioni necessarie per deporre
le armi: “Governo provvisorio comprendente tutti i propri dirigenti”, “ritiro
immediato delle truppe russe”, “processo pubblico per i responsabili dei
massacri”, “libertà per tutti i prigionieri politici”, “scioglimento
dell’AVH”[29]. Inoltre Merey precisa: “Non siamo insorti per cambiare la base
della società ungherese, ma vogliamo un socialismo ed un comunismo che
corrispondano a ciò che veramente vuole l’Ungheria. Su questo punto siamo tutti
d’accordo.”[30].
Quelli che si battono: l’esercito
Dalla sera del 24 non si trova più
nessuna unità militare ungherese che obbedisca al governo. Non se ne trova
neanche una che combatta contro gli insorti al fianco degli Avos e dei Russi.
Il 25 ottobre molte accademie militari, dopo aver costituito comitati
rivoluzionari di ufficiali e soldati, si battono con gli insorti contro gli
Avos. Una di esse strappa alla polizia politica il palazzo della stamperia del
giornale dell’esercito. Nella serata del 25
camionette militari diffondono il seguente volantino:
“Giuriamo davanti ai cadaveri dei
nostri martiri che in queste ore critiche conquisteremo la libertà per il
nostro paese. I dirigenti del partito e del governo si sono preoccupati
soltanto di conservare il loro potere. Che direzione politica è quella che
prende misure timide soltanto sotto la pressione delle masse?
I loro atti arbitrari ci sono
costati troppi sacrifici in questi ultimi dieci anni. Ora hanno chiamato
l’esercito sovietico con l’obiettivo di reprimere il popolo ungherese.
Cittadini, noi chiediamo:
Un nuovo esercito rivoluzionario
provvisorio e un nuovo governo nazionale rivoluzionario provvisorio, in cui
siano inclusi i dirigenti della gioventù insorta.
L’abolizione immediata della legge
marziale.
L’annullamento immediato del Patto
di Varsavia ed il ritiro immediato e pacifico delle truppe sovietiche dalla
nostra patria.
La testa dei veri responsabili del
bagno di sangue, la liberazione dei prigionieri politici e un’amnistia
generalizzata.
Una base autenticamente democratica
per il socialismo ungherese; nel frattempo l’esercito ungherese porterà la
responsabilità per il mantenimento dell’ordine ed il disarmo della polizia
politica, l’AVH.”
Lo stesso volantino prosegue
affermando che “i compagni Imre Nagy e Janos Kadar sono membri del nuovo
governo rivoluzionario dell’esercito”[31], confermando ancora una volta la
volontà dei rivoluzionari di dissociare Nagy dall’apparato.
La provincia: sciopero generale e
nascita dei consigli operai
A Budapest le organizzazioni
studentesche erano il motore dell’agitazione politica. E’ al loro comitato rivoluzionario
che si sono unite le delegazioni operaie che si lanciavano nella battaglia. In
provincia la rivoluzione è iniziata con uno sciopero generale insurrezionale
scatenato dall’intervento russo. La rivoluzione ha immediatamente preso la
forma di consigli operai che hanno preso il potere. Così, per la prima volta
dopo alcuni decenni, i lavoratori ungheresi, in lotta contro la burocrazia,
ritrovavano spontaneamente le forme di organizzazione e di potere proletarie.
Ritrovavano la tradizione dei soviet (la parola russa che significa consiglio)
del 1905 e del 1917 ed anche della prima Repubblica ungherese dei consigli
(marzo 1919). I consigli, eletti dal basso, con delegati revocabili in ogni
momento e responsabili davanti alla propria base, sono la realizzazione
autentica e concreta della democrazia proletaria e del potere degli operai
armati. Per descrivere i consigli ungheresi possiamo riprendere un passaggio di
Trotsky sul soviet di Pietrogrado del 1905:
“Il soviet è il potere organizzato
della stessa massa, al di sopra di tutte le sue frazioni. E’ la democrazia
autentica e non falsificata, senza le due Camere, senza burocrazia di mestiere
ma che garantisce agli elettori di sostituire, quando lo decidono, i deputati da
loro eletti. Il soviet, per mezzo dei suoi membri, attraverso i deputati che
gli operai hanno eletto, presiede direttamente a tutte le attività sociali del
proletariato nel suo insieme o nei suoi gruppi, organizza la sua azione, gli dà
una parola d’ordine ed una bandiera.”
Il Consiglio di Miskolc
Situata nella regione
nord-occidentale dell’Ungheria, nella zona industriale di Borsod, vicina alle
miniere di carbone ed alle acciaierie, nel cuore dell’industria siderurgica e
metalmeccanica, Miskolc, città di 100mila abitanti, è la prima in cui si
annuncia la costituzione di un consiglio operaio. Nella notte tra il 24 ed il
25 ottobre gli insorti, padroni della radio, annunciano che hanno preso il
potere ed esigono un “nuovo governo nello spirito di Bela Kun e Laszlo
Rajk”[32]. Il riferimento a questi due dirigenti comunisti, entrambi
assassinati da Stalin – Kun presidente nel 1919 della Repubblica dei consigli
assassinato durante i processi di Mosca, Rajk impiccato in quanto “titista” nel
1949 – è significativa dell’orientamento politico del movimento. Il 25 ottobre
i Comitati operai delle fabbriche hanno eletto un Consiglio operaio della
città, il cui programma è diffuso dalla radio locale: “Noi chiediamo che ai
posti di maggior responsabilità del partito e dello Stato siano messi dei
comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario, che siano
innanzi tutto ungheresi e rispettino le nostre tradizioni nazionali ed il
nostro passato millenario. Chiediamo l’apertura di un’inchiesta sull’istituzione
che garantisce la sicurezza dello Stato (l’AVH) e l’eliminazione di tutti
quelli che, dirigenti o funzionari, siano in qualche misura compromessi.
Chiediamo che i crimini di Farkas e dei suoi sgherri siano esaminati in un
processo pubblico davanti ad un tribunale indipendente, anche qualora si
dovessero chiamare in causa alti dirigenti. Chiediamo che i responsabili della
cattiva direzione ed amministrazione del piano economico siano subito
sostituiti. Chiediamo un aumento dei salari reali. Vogliamo ottenere la
garanzia che il Parlamento non resti ancora a lungo una camera di registrazione
coi parlamentari ridotti a mero pezzo di quell’ingranaggio.”[33]. Il 25 il
consiglio operaio ed il “Parlamento studentesco” prendono il potere
nell’agglomerazione urbana di Miskolc e dall’indomani l’autorità del consiglio
operaio è riconosciuta in tutta la provincia di Borsod.
Il 26 Rudolf Foldvari, segretario
regionale del PC, membro del consiglio operaio, dichiara su Radio-Miskolc che
il governo Nagy ha accettato le rivendicazioni del Consiglio. Miskolc fa un
appello ai lavoratori della regione per eleggere consigli in tutte le fabbriche
senza considerare l’affiliazione politica dei candidati[34]. Lo stesso giorno
si forma, attraverso la federazione dei consigli locali, il consiglio operaio
della provincia di Borsod. Il consiglio operaio controlla la regione. La sua
delegazione a Budapest reclama da Nagy: aumento immediato dei salari, delle
pensioni e degli assegni familiari, la fine del rialzo dei prezzi, l’abolizione
della tassa sulle famiglie senza bambini, il processo a Farkas e un Parlamento
che non sia una assemblea di yes man, il ritiro delle truppe sovietiche e la
pubblicazione del Trattato di commercio sovietico-ungherese, la correzione
degli “errori” del piano economico[35]. La mattina del 28 la radio annuncia che
i consigli operai hanno sciolto tutte le organizzazioni comuniste della regione
di Borsod. Nelle campagne i contadini, sottomessi ad una collettivizzazione
forzata, hanno cacciato i responsabili dei kolchoz ed hanno proceduto alla
distribuzione delle terre. I consigli operai approvano la loro azione[36].
Primo a costituirsi, il Consiglio operaio di Miskolc è consapevole delle
proprie responsabilità. Cerca di estendere a tutto il paese ciò che ha stabilito
nella regione di Borsod, il potere dei consigli. Il 28 Radio Miskolc “chiede ai
consigli operai delle città della provincia di coordinare i propri sforzi
nell’obiettivo di forgiare un solo e potente movimento”[37]. Il programma
seguente è proposto come base comune:
“Edificazione di un’Ungheria libera,
sovrana, indipendente, democratica e socialista.
Una legge che istituisca elezioni
libere a suffragio universale.
Partenza immediata delle truppe
sovietiche.
Elaborazione di una Costituzione.
Soppressione dell’AVH, il governo
dovrà appoggiarsi su due forze in armi: l’esercito nazionale e la polizia.
Amnistia completa per chi ha
imbracciato le armi e processo per Gero e i suoi complici.
Elezioni libere entro due mesi con
la partecipazione di più partiti.”[38].
I Consigli di Gyor e di Transdanelia
sono i primi a rispondere all’appello.
Il Consiglio di Gyor
Gyor è una città di 100mila
abitanti. E’ la città della gigantesca fabbrica di vagoni e locomotive
“Wilhelm-Pieck (Gyori-Mavag)”. L’insurrezione ha avuto inizio con uno sciopero
generale. La guarnigione russa ha accettato di buon grado di ritirarsi senza
combattere. Un Comitato nazionale rivoluzionario, eletto nelle fabbriche,
dirige la regione assieme ad un Comitato militare ai suoi ordini. Il Comitato
comprende 20 membri di differente provenienza politica. Il presidente è un
metalmeccanico, in passato responsabile del partito socialdemocratico, Gyorgy
Szabo, ma la personalità più in vista è Attila Szigeti, un vecchio dirigente
del Partito nazionale contadino[39], deputato e amico di Imre Nagy. Nel
Comitato si sviluppa anche un’opposizione, diretta dal vecchio sindaco della
città, Ludwig Pocsa, eletto nella fabbrica in cui lavora[40]. Sulle
rivendicazioni immediate, però, il Comitato è compatto: esige che sia fissata
una data per elezioni libere entro 2-3 mesi ed il ritiro delle truppe russe
dall’Ungheria[41]. I delegati dei minatori chiedono “la garanzia che l’esercito
sovietico abbandoni immediatamente il paese, come pure l’assicurazione che
vengano autorizzate elezioni libere con la partecipazione di tutti i
partiti”[42]. Radio-Gyor dichiara solennemente il 28:
“Agli insorti si sono mescolati
elementi bacati con tendenze fasciste e controrivoluzionarie. Noi non vogliamo
che ritorni il vecchio sistema capitalista; vogliamo un’Ungheria libera e
indipendente.”[43].
Il Consiglio di Sopron
Nella cittadina industriale di
Sopron, Ungheria occidentale, il consiglio operaio è stato eletto a scrutinio
segreto nelle imprese e nella scuola forestale. Il socialista austriaco Peter
Strasser ha assistito alle riunioni e assicura: “Sono decisamente opposti alla
restaurazione del vecchio regime di Horthy (dittatore del paese fra le due
guerre mondiali, ndt).”[44]. Il consiglio ha organizzato il controllo
dell’ordine pubblico mediante la formazione di pattuglie miste composte da un
operaio, un soldato e uno studente[45]. Il consiglio ha inviato in Austria due
delegazioni di giovani comunisti per sviluppare una campagna di solidarietà
orientata verso il movimento operaio internazionale[46].
Il Consiglio di Magyarovar
Il Consiglio di Magyarovar è stato
anch’esso eletto a scrutinio segreto. Comprende 26 membri, tra cui 4 comunisti,
dei senza partito e alcuni rappresentanti dei vecchi partiti riformisti - socialdemocratici,
nazional-contadini e piccoli proprietari. Il suo presidente è un operaio
comunista, Gera, il quale dichiara: “Ci sono sostanzialmente due grandi
problemi: i Russi devono andarsene e si devono tenere elezioni democratiche.”
Al giornalista americano, stupito, precisa: “I comunisti che sono nel Consiglio
sono brave persone. Non opprimono nessuno ed il popolo ungherese lo sa.”[47].
Il programma del Consiglio di Magyarovar chiede elezioni libere e democratiche
sotto il controllo dell’ONU, la libertà dei partiti democratici, la libertà di
stampa e di riunione, l’indipendenza dei sindacati, la liberazione dei
carcerati, lo scioglimento dell’AVH, la partenza dei Russi, lo scioglimento
delle aziende agricole collettive imposte con l’uso della forza, la
soppressione delle differenze di classe[48].
Il programma dei consigli
Non è possibile continuare l’elenco.
In ogni città industriale dell’Ungheria si sono formati consigli operai: a
Dunapentele, la vecchia Sztalinvaros, perla dell’industrializzazione del
periodo Rakosi, a Szolnok, nodo ferroviario del paese, a Pecs, nelle miniere
del sud-ovest, a Debreczen e a Szeged. Entro il 1° novembre si sono formati in
tutto il paese, in ogni località, consigli che assumono il compito di salvaguardare
le conquiste socialiste e assicurare il rifornimento della capitale in lotta.
Tutti hanno le stesse caratteristiche: eletti dai lavoratori nel fuoco dello
sciopero generale insurrezionale, essi garantiscono il mantenimento dell’ordine
e la lotta contro i Russi e gli Avos con milizie composte di operai e studenti
armati; hanno sciolto gli organismi del PC ed epurato le amministrazioni ora
sottoposte alla loro autorità. Sono l’espressione del potere degli operai in
armi. Ecco uno dei tanti esempi possibili dello spirito della popolazione di
cui esprimono la volontà. Il 29 ottobre alle 10.20 radio Gyor-libera annuncia:
“Comunichiamo il messaggio delle
donne del villaggio Gyirmot alla radio di Gyor libera:
‘Le contadine di Gyirmot fanno
appello alle donne dell’area di Gyor. Ieri abbiamo saputo, da una di noi che
tornava dal mercato di Gyor, un fatto vergognoso che ci ha disgustate. Eccolo:
alcune contadine presenti al mercato, davanti alla domanda smisurata, hanno
venduto il latte destinato alla distribuzione ordinaria a 6 fiorini al litro
invece di 3. Dunque, non soltanto esse non hanno adempiuto ai loro doveri, e ci
sarà meno latte per gli operai di Gyor, ma in più ne hanno approfittato per
fare profitto. Analogamente siamo scandalizzate per l’aumento del prezzo
dell’anatra, venduta da una contadina a 30 fiorini al chilo… Una donna siffatta
non è un’ungherese!
Donne, non permettete che cose del
genere possano accadere di nuovo! Non dimenticate che chi compra è il
combattente in lotta per il nostro futuro!”.
Il programma dei consigli, malgrado
alcune formulazioni differenti, è straordinariamente coerente: tutti esigono la
partenza immediata dei Russi, la dissoluzione dell’AVH, la promessa di elezioni
libere, la libertà per i partiti democratici, l’indipendenza dei sindacati ed
il diritto di sciopero, la libertà di stampa e di riunione, la revisione del
piano e l’aumento dei salari, la libertà in campo artistico e culturale. Tutti,
per la loro stessa esistenza, rivendicano il diritto dell’operaio ungherese di
prendere in mano la sua vita. Tutti esigono un governo rivoluzionario che
includa i rappresentanti degli insorti. Col loro esempio, con la loro azione,
sono un pericolo mortale per la burocrazia come per l’imperialismo.
Nell’immediato sono i primi responsabili delle rivolte antiburocratiche che si
verificano nell’esercito russo.
L’esercito russo si squaglia al
fuoco della rivoluzione
I soldati russi intervenuti contro
la rivoluzione ungherese, come abbiamo ricordato, erano stati precedentemente
informati che avrebbero combattuto una “controrivoluzione fascista appoggiata
da truppe occidentali”. Però, di stanza nel paese da mesi, si sono velocemente
resi conto del lavoro che veniva loro richiesto. Non hanno visto eserciti
occidentali, non hanno visto fascisti o controrivoluzionari ma un intero popolo
insorto: operai, studenti, soldati. Dal secondo giorno dell’insurrezione un
corrispondente britannico sottolinea che alcuni equipaggi dei carri armati
hanno tolto dalla loro bandiera lo stemma sovietico e si battono, così, a
fianco dei rivoluzionari ungheresi sotto la “bandiera rossa del comunismo”[49].
Un testimone dichiara di aver visto carri russi unirsi agli insorti: “Di solito
l’equipaggio di un carro prendeva una decisione collettiva. I soldati abbassavano
la bandiera sovietica ed issavano al suo posto la bandiera ungherese. Gli
ungheresi li coprivano di fiori.”[50]. Il 28 ottobre il giornale dei sindacati
ungheresi, Nepszava, esigeva il diritto di asilo per i soldati russi passati
nelle file dei rivoluzionari. In altre zone molte unità rimasero neutrali;
abbiamo visto che la guarnigione di Gyor si ritirò… Un testimone britannico ha
visto nella periferia di Budapest insorti che portavano latte negli
accampamenti russi: “Latte per i bambini russi”, spiegavano. “Hanno stipulato
un accordo. Ogni giorno i patrioti portano 50 litri di latte per i bambini
russi.”[51]. Il fatto è che i rivoluzionari ungheresi ogni volta che possono
circondano i soldati russi, gli mostrano le loro mani callose di operai: “Guarda
le mie mani, compagno… Sono le mani di un operaio. Mi sono battuto contro i
vostri carri. Ho mani da fascista?”[52].
In tali condizioni, davanti alla
resistenza determinata dei rivoluzionari ungheresi, l’utilizzo dell’esercito
russo per fini repressivi diventava sempre più pericoloso. La repressione aveva
bisogno di truppe fresche e sicure. Ciò basta a spiegare la svolta del 28
ottobre, quando chiaramente Imre Nagy ha riconquistato la sua libertà d’azione
e ha smesso di essere un ostaggio in mano ai Russi. E’ nei giorni seguenti che
si concluderà la chiarificazione politica, mentre sarà confermato
dall’entourage stesso di Nagy che dal suo arrivo al “potere” egli era stato un
ostaggio dei Russi.
Il 27, in effetti, Imre Nagy riceve
una delegazione degli operai di Angyafold a cui si sono uniti molti dei suoi
amici politici, tra cui Miklos Gimes e Jozsef Szilagyi, a cui egli garantisce
di non aver fatto appello alle truppe russe anche se Gero – dopo la sua
sostituzione del 25 – ha cercato di fargli firmare un documento in questo
senso. Nagy inoltre promette loro che il giorno seguente, il 28, farà una
dichiarazione sul significato della rivoluzione, “democratico-nazionale e non
controrivoluzione”, sul ritiro delle truppe russe da Budapest e su altre importanti
misure.
III. I giorni dell’indipendenza
Il secondo governo Nagy
Il 27 Nagy annuncia la formazione di
un nuovo governo destinato a soddisfare le rivendicazioni degli insorti. I
socialisti hanno rifiutato di parteciparvi, ma alcuni noti stalinisti sono
stati messi da parte: Istvan Bata, della Difesa Nazionale, Hegedus, Darvas… Il
filosofo Lukacs e Geza Losonczy sono riconosciuti invece come oppositori
comunisti. Il generale Karoly Janza, militare di professione, sembra sul punto
di unirsi ai quadri dirigenti dell’esercito. Da Bela Kovacs e da Zoltan Tildy,
leader dei piccoli proprietari, Nagy senz’altro spera che otterranno l’appoggio
dei contadini al suo governo.
Ma sono speranze vane. Da parte
degli insorti, l’accoglienza è molto fredda. Il 27 ottobre Radio-Miskolc
dichiara: “Imre Nagy gode oggi della fiducia del popolo. E’ sufficiente? […]
Imre Nagy dovrebbe avere il coraggio di sbarazzarsi dei politicanti i quali non
possono che appoggiarsi sulle armi, che utilizzano per opprimere il popolo”.
L’indomani, sulla stessa frequenza, il consiglio operaio di Borsod argomenta
così: “Imre Nagy ha dichiarato che, durante i combattimenti, si era formato un
governo di unità nazionale democratico, per l’indipendenza ed il socialismo,
espressione dell’autentica volontà popolare. I lavoratori di Borsod ritengono
sia davvero l’ora che il governo Nagy esprima appena possibile la volontà del
popolo con atti concreti. Il governo promette di basarsi sulla forza ed il
controllo del popolo, e spera di conquistare la fiducia del popolo. La forza
popolare sosterrà Nagy se il suo governo passa da subito alla realizzazione
delle legittime rivendicazioni del popolo, senza alcuna ulteriore
esitazione.”[53]. Szigeti, in nome del consiglio di Gyor, dichiara di
considerare Nagy un patriota ma che alcuni membri del suo governo sono
inaccettabili[54]. Il portavoce del consiglio di Magyarovar dichiara: “Siamo
disponibili ad appoggiare il nuovo governo, ma esso ci deve prima di tutto
dimostrare il suo spirito perché noi gli diamo piena fiducia…”[55]. I Consigli
di Debrecen e Dunapentele sostengono il governo Nagy ma quello di Szeged
richiede a gran voce l’eliminazione dello stalinista Antal Apro dalla
compagine; i ferrovieri di Pecs non accettano Bebrics come ministro delle
Comunicazioni ed il Consiglio Rivoluzionario dell’Università esige che sia
cacciato dal governo Ferenc Munnich, ministro degli Interni, considerato un
agente del Cremino.
Le decisioni del 28 ottobre
Nella notte tra il 27 ed il 28 Imre
Nagy ha ripreso contatto coi rappresentanti del “Comitato rivoluzionario degli
studenti in armi”, i quali mantengono tutte le loro rivendicazioni iniziali.
Adesso Nagy le accetta, proprio come il giorno prima aveva accettato quelle di
Miskolc. Si fissa una tregua. Il quotidiano del PC Szabad Nep afferma: “Il
popolo vuole ordine e, in primis, la partenza delle truppe sovietiche… Noi
vogliamo una democrazia ungherese, economicamente, socialmente e politicamente
indipendente… Era un giusto movimento nazionale.” Nagy annuncia direttamente
alla radio le ultime novità. Egli dichiara che il governo sovietico accetta di
evacuare Budapest e che ci sono negoziati per la partenza delle truppe russe
dall’Ungheria. Nagy riconosce i consigli operai a cui chiede collaborazione.
L’AVH è sciolta. Nasce una nuova forza armata, con un Esecutivo Nazionale: è
una sorta di milizia o guardia nazionale dove entreranno, a fianco del vecchio
esercito e della vecchia polizia, i rivoluzionari armati, operai e studenti.
Nagy annuncia anche il ristabilimento della bandiera nazionale e che il governo
farà tutto il possibile per soddisfare le rivendicazioni dei rivoluzionari.
I consigli rispondono: quello di
Gyor domanda ai consigli della regione di nominare chi parteciperà alla nuova
milizia[56]. Joszef Kiss, presidente del consiglio operaio di Borsod, proclama
a Miskolc: “L’insurrezione nazionale è vittoriosa, il governo soddisferà le
nostre richieste, non sparate né contro le truppe sovietiche né contro quelle
governative.”[57]. Radio-Miskolc chiama gli insorti ad arruolarsi nella nuova
milizia nazionale. Ma nessuno di questi consigli vuole riconoscere il governo
Nagy prima di aver acquisito la certezza che esso cerchi veramente di ottenere
la partenza dei Russi. Tutti dichiarano che non consegneranno le armi prima
dell’evacuazione completa del paese.
Nel contempo, da tutte le regioni del
paese delegazioni dei consigli partono per Budapest e fanno sapere a Nagy le
condizioni poste dai lavoratori per riconoscere il suo governo. Sono questi
incontri che produrranno, nei giorni seguenti, le ferme prese di posizione da
parte di Nagy. Davanti alla scelta tra le esigenze dei Russi e quelle degli
operai rivoluzionari, Nagy si ricorda della lezione della settimana appena
trascorsa e sceglie la rivoluzione, contro la burocrazia e l’apparato.
Il problema della partenza dei Russi
La tregua precaria conclusa il 26
rischia di fallire. Il comando militare russo, prima di ritirarsi da Budapest,
esigeva la consegna delle armi da parte degli insorti. Al rifiuto opposto da
questi ultimi i combattimenti ripresero nella notte tra il 29 ed il 30.
Così il 29, alle 20.50,
Radio-Gyor-libera proclama:
“Contrariamente all’informazione
fornita da Radio-Kossuth, il popolo di Budapest continua la sua lotta armata
per la liberazione. Noi, consigli operai dei minatori di Pecs, Dorog, Tokod,
Tatabanya, Tata, Miskolc abbiamo preso le decisioni seguenti: non potremo
strappare la nostra rivendicazione – il ritiro dei Russi dal nostro paese – che
con l’arma dello sciopero!
“ I consigli operai si sono
impegnati, parlando a nome del popolo, a sospendere la produzione di carbone
finché resteranno soldati Russi in Ungheria! La gioventù di Gyor non riprenderà
il lavoro prima che l’ultima unità russa abbia abbandonato il nostro paese…
Avanti verso lo sciopero per una
Ungheria libera ed indipendente!”
Infine, i Russi cedettero e
cominciarono il ritiro mentre gli insorti, sotto assedio dall’inizio della
rivoluzione, uscivano con le loro armi. Fu così che, in particolare, Budapest e
l’Ungheria conobbero il nome del colonnello Maleter, ufficiale comunista che aveva
diretto per 6 giorni i 1200 insorti, operai studenti e soldati, assediati dai
Russi nella caserma Kilian. Questo ufficiale, là inviato per reprimerli, era
passato assieme ai suoi soldati dalla parte degli insorti.
Allo stesso tempo un comunicato governativo
toglieva dalle spalle di Nagy la responsabilità per i decreti istitutivi della
legge marziale e di appello alle truppe russe:
“Radio-Kossuth, 30 ottobre, ore
18.30, comunicato molto importante: “Ungheresi, la nostra tristezza, la nostra
vergogna, il surriscaldarsi degli animi erano provocati da due decreti che
hanno fatto versare il sangue di centinaia di persone: il primo, l’appello per
l’intervento a Budapest dell’esercito sovietico, l’altro, la legge marziale
contro i combattenti della libertà.
Assumiamo la responsabilità di
dichiarare davanti alla storia che Imre Nagy, presidente del consiglio dei
Ministri, non sapeva nulla di queste due decisioni. La sua firma non figura a
suggello di questi due decreti. La responsabilità per questi due decreti è
portata da Erno Gero e Andrai Hegedus.”[58].
Nagy riprende tutto ciò in un grande
discorso pronunciato il giorno seguente, 31 ottobre, davanti ad una folla in
delirio. Dichiara: “La rivoluzione ha vinto… La banda (Rakosi-Gero) ha cercato
di insudiciarmi affermando che avevo richiesto l’intervento sovietico. E’
falso. Al contrario, esigevo la partenza immediata dell’esercito sovietico”, ed
aggiunge, “oggi inizia la conferenza per l’abrogazione del Patto di Varsavia ed
il ritiro dei Russi dal nostro paese.” Ed è del 1° novembre, davanti ai
movimenti di truppe russe che violano formalmente le dichiarazioni del loro
governo, la risonante dichiarazione del ritiro dell’Ungheria dal Patto di
Varsavia e la proclamazione della sua neutralità: “Operai di Ungheria,
proteggete il nostro paese, la nostra Ungheria libera, indipendente e
democratica.”[59].
Il problema del partito stalinista
Imre Nagy, in questi giorni
decisivi, inchinandosi alla volontà dei lavoratori ungheresi, ha smesso di
parlare come un uomo d’apparato. Szabad Nep, rispondendo in termini vivaci alle
accuse della Pravda, tiene un linguaggio del tutto diverso da quello della
stampa stalinista di tutto il mondo. Il fatto sostanziale è che, sotto la pressione
delle masse, Nagy e i suoi compagni hanno rotto con l’apparato stalinista.
Abbiamo visto come quelli che
chiamavamo i “comunisti liberali” si fossero battuti, nel quadro del partito,
per la reintegrazione degli esclusi ed il cambiamento della direzione, in una
parola per la riforma ed il cambiamento di corso del partito. Ma questa
posizione, dopo alcuni giorni di lotta armata, si è rivelata impraticabile.
Il 28 ottobre i consigli operai
hanno intrapreso in tutto il paese lo scioglimento delle organizzazioni di
partito. Chi poteva ancora credere in un cambiamento del partito da realizzarsi
sotto la direzione del CC che ha mantenuto e coperto Gero, cooptando Nagy ed i
suoi seguaci soltanto per comprometterli col sangue degli insorti in una repressione
ordinata da Mosca? Il comitato centrale si autoscioglie e nomina una direzione
provvisoria incaricata della preparazione del prossimo congresso. Il Presidium
che ne risulta ha nelle sue fila solo militanti imprigionati o perseguitati
sotto Stalin-Rakosi. In suo nome, Kadar dichiara: “Potranno essere membri del
partito rinnovato solo coloro che non hanno alcuna responsabilità nei crimini
passati.”[60]. Nessuno può più parlare di “riforma” davanti ad un rinnovamento
così radicale. Due giorni dopo, Kadar fa appello ai militanti perché si
uniscano ai Combattenti per la libertà[61].
Il 1° novembre anche l’ipotesi del
partito “rinnovato” si dimostra impraticabile. Non c’è più un partito
comunista. L’apparato si è battuto dalla parte dei Russi assieme agli Avos. La
gran parte dei militanti si è battuta coi rivoluzionari. Nessuno si sogna di
unirsi ad un partito stalinista, per quanto “rinnovato”. Ansiosi di “rompere
per sempre col passato”, Nagy, Kadar, Lukacs, Szanto formano un nuovo partito
che rompe con l’organizzazione ufficiale e che essi chiamano partito socialista
operaio ungherese. Hanno così riconosciuto il loro fallimento, l’impossibilità
di riformare un partito stalinista? Almeno all’apparenza, si inchinano al
verdetto delle masse ungheresi: comunisti e antistalinisti fondano un partito
sulla base del leninismo. Ma non è ancor più significativo che un militante
come Miklos Gimes abbia rifiutato di unirsi ad una formazione politica che non
considerava avesse rotto realmente con lo stalinismo?
Il potere dei consigli
Sin dal 28, annunciando il cessate
il fuoco, Nagy aveva riconosciuto i consigli e promesso la vittoria per le loro
rivendicazioni. Andando oltre, “propone ai consigli operai e ai comitati
rivoluzionari di coordinare le loro attività e di formare gli Stati generali
dell’insurrezione.”[62]. Nascerebbe così un’autentica repubblica dei consigli,
una reale rappresentanza dei lavoratori in armi per mezzo di un Parlamento
operaio. Non si poteva andare oltre sulla via rivoluzionaria e, su questo punto,
Nagy si collegava al consiglio di Miskolc che aveva rivolto una proposta simile
a tutti i consigli di provincia.
Nell’esercito si sono formati
Comitati rivoluzionari dei soldati. La riunione dei loro delegati del 30
ottobre al ministero della Difesa costituisce in via definitiva il Comitato
rivoluzionario dell’esercito[63]. Viene subito lanciato un manifesto dove si
dichiara che l’esercito è al fianco del popolo per difendere le conquiste della
rivoluzione, dopo aver eliminato un certo numero di ufficiali reazionari e
mentre si accinge al disarmo degli Avos.
Lo stesso giorno si apprende che il
Comitato rivoluzionario dei giuristi ungheresi ha appena costretto alle
dimissioni il procuratore generale Gyorgy Non in seguito ad un esame del
dossier riguardante la sua attività[64].
Si forma un Comitato rivoluzionario
al ministero degli Esteri. Fa proposte concrete al governo per la
riorganizzazione della rappresentanza ungherese all’estero e richiama la
delegazione all’ONU perché non ha sostenuto il punto di vista dei
rivoluzionari.
I ferrovieri hanno ottenuto la
revoca del ministro delle Comunicazioni, Lajos Bebrics, ed il Consiglio
rivoluzionario dell’Università invoca quella di Munnich. A tutti i livelli, in
ogni località, in ogni amministrazione, i consigli operai ed i comitati
rivoluzionari prendono in mano la gestione delle cose. Si crea una nuova
democrazia socialista, la democrazia operaia autentica dei consigli, identica a
quella dei soviet russi del 1917.
Il programma dei sindacati
Il 27 ottobre su Nepszava ed il 3
novembre su Nepakarat, i sindacati ungheresi, epurati per opera dei lavoratori
della loro direzione stalinista, hanno presentato un programma che riflette la
volontà della classe lavoratrice e la tendenza della rivoluzione ungherese in
questa settimana decisiva: fine dei combattimenti attraverso negoziati coi capi
della gioventù insorta, costituzione di una Guardia Nazionale con operai e
giovani per rinforzare l’esercito e la polizia, negoziati per il ritiro delle
truppe sovietiche[65]. I sindacati, inoltre, richiedono la costituzione di consigli
operai in tutte le fabbriche, con diritto di opinione sulla pianificazione e la
fissazione delle norme lavorative[66]. Questi consigli consentiranno di
instaurare una autentica “direzione operaia” dell’economia, e di conseguenza
una “trasformazione radicale del sistema di pianificazione e di direzione
dell’economia”. Coscienti del ruolo parassitario della burocrazia installata
nelle imprese, i sindacati chiedono, assieme all’aumento immediato dei salari
inferiori a 1500 fiorini, lo stabilimento di un tetto massimo di 3.500 fiorini
per tutti i salari. Questa rivendicazione, analoga a quella avanzata dagli
studenti di Szeged prima dell’inizio dell’insurrezione, dimostra quanto i
lavoratori avessero preso coscienza del ruolo giocato nella divisione dei lavoratori
dalla differenziazione salariale, una delle chiavi di volta del sistema
burocratico stalinista. I sindacati esigevano anche il diritto di sciopero e la
denuncia delle norme di lavoro vigenti. Proclamavano, il 3 novembre, la loro
indipendenza rispetto ad ogni partito politico ed ogni governo, al pari della
loro volontà di partecipare alla direzione degli organismi rivoluzionari ed
alle future elezioni generali. Decidevano, infine, di rompere con la
Federazione Sindacale Mondiale – controllata dagli stalinisti - che, per bocca
di Saillant, suo presidente, li aveva insultati, mantenendo contatti con tutte
le altre organizzazioni sindacali internazionali[67].
Il programma degli intellettuali
Il programma adottato dal Comitato
rivoluzionario degli intellettuali, “costituito il 28 ottobre nell’edificio
centrale dell’Università Lorand Eotvos di Budapest”, che riuniva “tutte le
organizzazioni di intellettuali, scrittori, artisti, eruditi e studenti”, non è
meno indicativa della volontà dei rivoluzionari ungheresi di costruire
un’autentica democrazia socialista che delle possibilità che si offrivano di
far emergere una direzione ed un programma chiari per tutti i rivoluzionari:
“1) Regolamento immediato delle
nostre relazioni con l’Unione Sovietica. Ritiro delle truppe sovietiche dal
territorio ungherese.
2) Annullamento immediato di tutti
gli accordi commerciali conclusi con paesi stranieri che portino danno alla
nostra economia nazionale. Il paese deve essere informato sulla natura di tali
accordi commerciali, inclusi quelli relativi alle esportazioni di uranio e
bauxite.
Elezioni generali a scrutinio
segreto. I candidati devono essere nominati dal popolo.
Le miniere e le fabbriche devono
realmente appartenere agli operai. Le miniere e le terre devono rimanere
proprietà del popolo e niente deve essere restituito ai capitalisti ed ai
vecchi grandi proprietari. Le fabbriche devono essere dirette da Consigli operai
liberamente eletti. Il governo deve proteggere il diritto di esercizio di
artigiani e piccoli commercianti
Abolizione del vecchio sistema pieno
di abusi odiosi. I salari troppo bassi e le pensioni devono essere aumentati in
base alle possibilità della nostra economia.
I sindacati devono difendere
realmente gli interessi della classe operaia e i loro dirigenti devono essere
eletti liberamente. I contadini potranno creare i loro sindacati.
Il governo deve assicurare la
libertà della produzione agricola e aiutare i piccoli contadini e le
cooperative formate su base volontaria. Bisogna abolire l’odioso sistema delle
consegne obbligatorie.
Bisogna rendere giustizia ai
contadini che hanno subito la collettivizzazione forzata ed indennizzarli.
Il governo deve assicurare una
completa libertà di stampa e di riunione.
Il 23 ottobre, giorno
dell’insurrezione del nostro popolo per la sua liberazione, deve essere
proclamato festa nazionale.”[68].
La caccia agli Avos
La partenza dei Russi aveva lasciato a Budapest gli Avos isolati di fronte agli
insorti. I conti con loro furono presto regolati. Vogliosa di fatti eclatanti,
la stampa borghese a grande tiratura ha raccontato tutti i dettagli della
caccia agli Avos in cui si lanciarono i “Combattenti della libertà” nei giorni
della loro effimera vittoria. E’ inutile descriverla nuovamente. Sono tutt’al
più necessarie alcune spiegazioni.
Diciamo innanzitutto che gli insorti
hanno dato la caccia agli Avos perché li odiavano. Il corrispondente a Budapest
del Daily Worker, Charlie Coutts, ha intitolato uno dei suoi articoli “Perché
si odiava l’AVH”[69]. Spie e torturatori, arroganti ed onnipotenti, per dieci
anni gli Avos avevano concentrato su di loro l’odio di un intero popolo. La
loro condotta sin dall’inizio dell’insurrezione, la sparatoria alla Radio e
quella al Parlamento, le esecuzioni sommarie, tutto ciò ha fatto tracimare
l’odio nei loro confronti durante le giornate rivoluzionarie.
Inoltre, gli Avos dovevano essere
cacciati perché costituivano un pericolo reale. Finché le truppe russe
stazionavano in Ungheria, finché Budapest restava alla portata dei loro
cannoni, finché il loro ritorno era possibile, la presenza di un Avos
rappresentava un pericolo mortale per ogni rivoluzionario ungherese. Nella
Budapest libera gli Avos erano la Quinta Colonna: gli insorti si sono voluti
garantire al tempo stesso la loro sicurezza e la loro retrovia.
Senz’altro, non tutti i
rivoluzionari hanno approvato i metodi sbrigativi con cui Budapest è stata
ripulita dagli Avos. Sappiamo che la sera del 31 una delegazione degli Avos
supplicò l’Unione degli Scrittori di intervenire presso i Combattenti della
Libertà per siglare un accordo che gli salvasse la pelle. Ma l’intervento
dell’Unione degli Scrittori – tra cui molti, e dei migliori, erano stati
torturati dagli Avos – non produsse alcun effetto. Ugualmente il 3 novembre
Bela Kiraly, capo delle forze militari rivoluzionarie di Budapest, confermava
che gli ordini del governo e dei comitati erano di non uccidere nessuno sul
posto ma di deferire tutti gli Avos arrestati davanti ai tribunali[70].
Concretamente, la caccia ai poliziotti dell’AVH si ferma soltanto il 2
novembre, ormai in assenza di preda[71].
La stampa dei partiti stalinisti ha
utilizzato questi fatti ed ha cercato di trarne vantaggio per descrivere una
controrivoluzione bianca che dava la caccia ai militanti comunisti nelle strade
di Budapest. Ma i medesimi fatti da essa citati smentiscono tale tesi:
scrivendo infatti che “un militante della Federazione, il compagno Kelemen, è
stato tolto dalla forca dalla folla che l’ha riconosciuto”[72], André Stil, su
L’Humanité, confessa in questo modo che la folla non uccideva chi non conosceva
come Avos, quando scopriva che si trattava invece di un comunista. La morte,
dovuta ad una tragica sottovalutazione, del veterano comunista Imre Mezo,
segretario del partito a Budapest, già nelle Brigate Internazionali in Spagna e
nei partigiani FTP-MOI in Francia, coraggioso avversario di Rakosi, non
smentisce questa interpretazione. Fu ucciso proprio mentre difendeva la sede
del partito, dove stava ricevendo delegazioni di rivoluzionari ma dove giunsero
degli Avos a cui si dava la caccia, per aver resistito all’ira delle masse con
le armi alla mano, trascinando alla morte gli altri occupanti della sede.
Fino ad oggi massacri, esecuzioni
sommarie e linciaggi, hanno accompagnato ogni rivoluzione. Dobbiamo ricordare i
massacri di settembre durante la rivoluzione francese, le esecuzioni di ostaggi
effettuati dalla Comune di Parigi ed i fatti analoghi avvenuti durante la
rivoluzione russa, la rivoluzione spagnola o, in tutta Europa, durante la
Liberazione? La vendetta delle masse è tanto più terribile quanto più i
controrivoluzionari che hanno scatenato la loro collera erano stati crudeli e
brutali. Gli Avos hanno raccolto ciò che avevano seminato: sono stati bruciati
dall’incendio acceso da quella burocrazia di cui erano stati i fedeli
servitori.
Tendenze controrivoluzionarie: gli
emigrati
Sin dall’annuncio dell’insurrezione
ungherese numerosi emigrati hanno cercato di rientrare nel loro paese; si
trattava di elementi democratico borghesi, socialdemocratici, fascisti. E’ nota
la tesi de L’Humanité, secondo la quale queste tendenze hanno fornito i quadri
al movimento controrivoluzionario, che avrebbe così trionfato sotto il bastone
protettore di Nagy non fosse stato per il provvidenziale intervento russo.
Un certo numero di fatti contraddice
questa tesi. Innanzitutto un memorandum del governo austriaco, datato 3 novembre,
dichiara: “Il governo austriaco ha ordinato di istituire una zona vietata lungo
la frontiera austro-ungherese… Il Ministro della Difesa ha visitato questa zona
assieme ai delegati militari delle quattro grandi potenze, compresi quelli
dell’URSS. I delegati militari hanno così potuto assicurarsi delle misure prese
per proteggere la frontiera e garantire la neutralità austriaca. Tutte le
precauzioni possibili sono così state adottate alla frontiera occidentale per
impedire l’infiltrazione di emigrati… Le autorità austriache hanno pregato il
vecchio Presidente del Consiglio, Ferenc Nagy (del Partito dei Piccoli
Proprietari), arrivato rapidamente a Vienna, di abbandonare il territorio
austriaco. Di ciò sono a conoscenza anche le autorità sovietiche. Il permesso
per rimanere in Austria è rifiutato ai dirigenti politici dell’emigrazione.
L’ambasciatore austriaco a Mosca ha informato di questi fatti il Ministero
degli Esteri dell’URSS”. Nonostante la campagna della stampa stalinista, il
governo russo non ha mai contestato ufficialmente questi fatti presso il
governo austriaco[73].
Allo stesso modo il vecchio
segretario della gioventù socialista ungherese, Ferenc Eross, linotipista a
Bruxelles, non ha potuto varcare la frontiera ungherese, essendo stato respinto
proprio dagli insorti, che egli tra l’altro approva per questa misura
cautelare[74].
Il principe Eszterhazy
L’Humanité ha fatto molto chiasso
anche sulla liberazione del principe Eszterhazy, il maggior proprietario
terriero dell’Ungheria anteguerra, la cui liberazione indicherebbe, secondo il
quotidiano del PCF, il carattere “horthysta” del movimento. In verità, liberato
come ogni prigioniero politico, liberato come tutte le vittime di Rakosi, il
principe si è ben guardato dal restare in questa terra dove brucia la fiamma
rivoluzionaria. E’ partito in fretta e furia e con discrezione per l’Austria,
godendovi senza turbamenti l’immensa fortuna conservata. Ha provato ad agire
pubblicamente inviando, dall’Austria, soccorsi e vestiti ai contadini dei suoi
antichi possedimenti in Ungheria. Tutto gli è stato rispedito senza nemmeno
essere stato toccato[75]. Immaginiamo dei contadini che versano il loro sangue
per restituire al principe i suoi possedimenti, battersi per subire nuovamente
il secolare giogo di servitù?
Il cardinale Mindszenty
Il cardinale Mindszenty ha fornito
molto materiale per le dichiarazioni più sensazionaliste di chi, borghesi o
stalinisti, voleva accreditare l’idea di una controrivoluzione bianca in
Ungheria. Radio-Praga, il 1° novembre , dà l’annuncio di un governo presieduto
dal primate: l’informazione, rilanciata da AFP, farà le delizie della stampa
reazionaria e de L’Humanité, ben felice di utilizzare le invenzioni di Radio
Free Europe per le necessità della sua propaganda.
Mindszenty, cardinale e primate
d’Ungheria, è un reazionario senza scrupoli, un nemico inconciliabile della
rivoluzione. E’ stato però liberato, come Eszterhazy, da una rivoluzione che,
generosa come ogni rivoluzione, apriva le porte delle prigioni. Gli stessi
uomini avevano torturato anche Rajk. Come Rajk anche Mindszenty aveva
confessato. Riabilitato Rajk si doveva liberarlo…
Si sono attribuite al cardinale ogni
sorta di intenzioni e propositi. In particolar modo la sua intervista su Radio-Budapest
avrebbe preoccupato i Russi spingendoli all’intervento. Il giornalista
britannico Mervyn Jones ha cercato il resoconto stenografico del suo discorso
pronunciato alla radio il 3 novembre. Il cardinale ha parlato della “lotta per
la libertà” che si sviluppava in Ungheria e affermato che essa segnalava la
volontà di un popolo di stabilire “una coesistenza pacifica fondata sulla
giustizia”. Ha chiesto la messa sotto accusa dei rakosisti davanti a “tribunali
imparziali e indipendenti” e si è pronunciato contro lo spirito di vendetta.
Ecco il suo programma: “Noi vogliamo una società senza classi ed uno Stato in
cui prevalga la legge, un paese che sviluppi le sue conquiste democratiche,
fondata sul diritto alla proprietà privata ristretto giustamente dagli
interessi della società e della giustizia”. Non chiede la restituzione dei beni
confiscati alla Chiesa ma libertà di insegnamento religioso e libertà di stampa
e di organizzazione per i cattolici. Equivale forse ciò ad una conversione del
cardinale ad una forma cristiana di democrazia socialista? Certo che no, ma,
come pensa Jones, “a causa del fatto che il dominio delle forze democratiche
era così schiacciante e le prospettive per la controrivoluzione così scarse”,
il cardinale non poteva che assumere quel linguaggio[76]. Il giornalista
jugoslavo Vlado Tesic, in una nota d’agenzia in cui insiste sul pericolo di
“una evoluzione verso destra” soprattutto a causa della liberazione di
Mindszenty, fornisce un’informazione preziosa: gruppi di destra distribuiscono
volantini dal titolo: “Non abbiamo nulla a che vedere coi Consigli operai: i
comunisti hanno il naso là dentro”. Pubblicamente, però, su questa questione i
vari Mindszenty tacciono. Un altro corrispondente jugoslavo, Djuka Julius, ha
notato un gruppo di giovani attacchinare volantini scritti a mano in cui si
rivendica l’eliminazione dei comunisti e la formazione di un governo
Mindszenty; “parole d’ordine moderatamente fasciste”, dice il giornalista.
L’indomani, in seguito ad un incontro coi delegati della siderurgia di Csepel
assieme al loro presidente Elek Nagy, conclude che l’appello dei fascisti a
liquidare “le conquiste del socialismo” non trova alcun impatto significativo
tra la popolazione. Durante la sua conferenza stampa del 3 novembre, Mindszenty,
le cui prospettive sono chiaramente di patrocinare la ricostruzione di un
partito democratico cristiano, si rifiuta di rispondere alla domanda di un
giornalista ungherese su una sua eventuale candidatura a primo ministro,
abbandonando la sala.
Joszef Dudas
L’Humanité, ancora grazie alla penna
di André Stil, ha designato Joszef Dudas, presidente del Comitato
Rivoluzionario di Budapest, come uno dei dirigenti della controrivoluzione
“fascista”[77].
Chi era veramente Dudas? “Un
giornalista fascista”, come scrive Stil? “Un ingegnere”, come scrive il suo
compare sul Daily Worker? Lui stesso si è presentato ai giornalisti come un
vecchio militante comunista, membro del PC durante l’occupazione nazista,
passato nel 1947 al Partito dei Piccoli Proprietari, arrestato poco dopo,
liberato nel 1956 e riabilitato pochi giorni prima dell’inizio della
rivoluzione, ancora durante il regno di Gero. Né L’Humanité né The Daily Worker
negano che per un periodo egli si sia “infilato” nelle fila del PC.
Dunque, è possibile affermare che,
nella misura in cui Dudas si è espresso pubblicamente durante le giornate
rivoluzionarie, nessuna delle sue apparizioni spettacolari consente di
appioppargli l’etichetta di fascista. Nel suo giornale, Fuggetlentség
(Indipendenza), ha pubblicato quattro articoli i cui temi erano, secondo Anna
Kethly, “che non si metta mano alle riforme economiche del 1945, ritiro delle
truppe sovietiche, libertà di stampa e di associazione, libere elezioni”[78].
Ma sappiamo anche che la testata del suo giornale del 30 ottobre aveva scritto
“Non riconosciamo l’attuale governo” e che l’indomani è stato ricevuto da Nagy
a cui avrebbe richiesto il portafoglio del ministero degli Esteri[79]. Ricevuto
un rifiuto, assieme ai suoi seguaci si è impadronito del ministero per qualche
ora e, per questo, è stato arrestato su ordine del governo Nagy[80].
Si trattava di un avventuriero che
cercava di trarre vantaggio dalla rivoluzione? Il suo comportamento può indurre
a pensarlo. E’ comunque l’ipotesi che si impone dopo la lettura della nota del
comunista polacco Woroszylski, basata sul racconto della sua intervista con
Dudas, e dell’analisi che abbozza in quel frangente. Ma questo prova che per
ottenere risultati un avventuriero ambizioso doveva guardarsi bene dall’utilizzare
un linguaggio fascista. Ciò prova pure che il 3 novembre il governo Nagy era
sufficientemente solido ed in sella da poter fare arrestare un uomo che
ostentava funzioni rivoluzionarie importanti come quelle di Dudas. Stil,
raccontando la parabola di Dudas, alla sua maniera, conclude repentinamente:
“E’ a quel punto che fu arrestato”[81]. Non dice però da chi, et pour cause: se
Dudas fosse stato, come L’Humanité afferma, un autentico fascista e
controrivoluzionario, come spiegare poi che Nagy, secondo Stil artefice della
controrivoluzione, l’abbia fatto arrestare? Queste menzogne sono così
grossolane che basta sfiorarle perché si sbriciolino.
Prospettive per la rivoluzione
ungherese dopo il 4 novembre
I fatti sono chiari. E’ certo che si
siano espresse tendenze controrivoluzionarie. Non è meno chiaro, come scrive il
comunista Peter Fryer, corrispondente del Daily Worker, nella sua lettera di
dimissioni dal PC, che “il popolo in armi era del tutto consapevole del
pericolo della controrivoluzione ma anche assolutamente in grado di
schiacciarla lui stesso”[82]. Dopo le dure battaglie della prima settimana,
l’Ungheria ha sperimentato un’autentica esplosione di libertà, tradottasi in
una fraternità fra tutte le classi che si erano opposte ai Russi e in una certa
confusione: niente è più tipico dell’apparire dei giornali più diversi, da
quelli “ufficiali”, stampati, a quelli ciclostilati, dattiloscritti o persino
scritti a mano e poi attaccati ai muri. In questa atmosfera alcuni reazionari
hanno potuto infiltrarsi e “ficcare il naso” nel movimento. Niente più di
questo. E’ comparso un solo giornale reazionario: Virradat (l’Aurora). Ne è
uscito un solo numero perché il giorno seguente gli operai hanno rifiutato di
stamparlo[83]. Ciò non ha trattenuto la stampa borghese occidentale dal parlare
di esplosione di giornali anticomunisti. A noi invece basta ricordare il
giornale Igazsag (La Verità), organo del Partito della gioventù rivoluzionaria,
diretto dal giovane intellettuale comunista Obersovszky, assieme ai giovani
redattori di Szabad Ibjusag, giornale della Gioventù Comunista, ed avremo
un’idea più chiara di che cos’era quel preteso “anticomunismo”.
Non menzioneremo che en passant la
tesi per cui la rivoluzione ungherese si indirizzava verso una “democrazia
all’occidentale”. Tutto lo smentisce, tutto l’ha smentito sin dall’inizio: la
resistenza operaia, l’azione dei Consigli, la repressione dei Russi contro i
settori operai della rivoluzione. Questa tesi, in ultima analisi, ha avuto un’unica
funzione: fornire agli stalinisti argomenti per giustificare la loro
repressione.
L’orientamento della rivoluzione
ungherese era così travolgente che nessuno in Ungheria è potuto sfuggire alla
sua influenza, nessuno ha agito senza tenerlo in considerazione. Sotto questo
aspetto, le basi su cui in Ungheria si sono ricostituiti i partiti piccolo
borghesi e riformisti sono assai significative. Non è per questo decisiva la
presenza di dirigenti riformisti come Bela Kovacs per giudicare correttamente il
significato politico del III governo Nagy: è utile invece studiare il loro
linguaggio ed il programma comune a base dell’accordo. Di fronte al potere
nascente dei Consigli operai, la restaurazione governativa non poteva procedere
che utilizzando un linguaggio il quale trovasse consenso tra le masse insorte.
Il terzo governo Nagy
L’Ufficio Politico del PCF ha
parlato di “quelli che furono gli alleati di Hitler, i rappresentanti della
reazione e del Vaticano, rimessi al governo dal traditore Nagy”[84]. La stampa
reazionaria francese è rimasta esemplarmente silenziosa sulla costituzione di
questo governo formato, come l’avevano richiesto i consigli, da rappresentanti
di tutti i partiti democratici e dai
capi degli insorti. A fianco dei comunisti nagysti – Nagy, Kadar, Losonczy –
accedevano in effetti al governo dirigenti dei partiti riformisti socialisti e
contadini che sotto Rakosi avevano avuto un’esistenza legale, sebbene soltanto
teorica, e gli eroi militari dell’insurrezione di Budapest, tra cui Maleter,
considerato come il rappresentante dei “Combattenti della libertà”.
I socialisti
Anna Kethly ha lungamente esposto il
punto di vista del suo partito, sin dalla sua partenza dall’Ungheria. E’
importante sottolineare che il 1° novembre, nel giornale di partito,
Nepszava[85], dichiarava: “Vigiliamo sulle nostre fabbriche e sulle nostre
miniere, ed anche sulla terra che deve restare nelle mani dei contadini”[86].
Gyula Kelemen, segretario del
partito, utilizzava lo stesso linguaggio. Ricevendo una delegazione di
giornalisti jugoslavi, diceva che il partito socialista “lotterà con la più
grande determinazione per mantenere le conquiste della classe operaia e
sosterrà i consigli operai”[87].
I dirigenti dei partiti contadini
Il 21 ottobre a Pecs, nell’assemblea
di ricostituzione del Partito dei piccoli proprietari, Bela Kovacs
esclamava:“La questione è sapere se il partito, rinato, proclamerà di nuovo le
vecchie idee. Nessuno può pensare di tornare indietro al mondo dei conti, dei
banchieri e dei capitalisti; questo vecchio mondo è morto, una volta per tutte.
Un autentico membro del Partito dei piccoli proprietari non può pensare oggi
nella maniera in cui pensava nel 1939 o nel 1945”[88].
Ferenc Farkas, segretario del
partito nazional-contadino, rinominatosi Partito Petofi, il 3 novembre
sottolineava che “il governo manterrà delle realizzazioni socialiste tutto ciò
che può e deve essere utilizzato in un paese libero, democratico e
socialista”[89].
Pal Maleter, eroe dell’insurrezione
Infine, c’è Maleter, questo
ufficiale dell’esercito passato con gli insorti sin dalle prime ore. Il
difensore, con 1500 giovani operai, studenti e soldati, della caserma Kilian;
Maleter, eroe dei Combattenti della libertà. Chi è? Secondo Stil si tratta di
“un vecchio ufficiale horthysta che ha finto di aggregarsi al potere
popolare”.[90] In realtà è un vecchio comunista convinto al comunismo durante
la prigionia, già allievo delle Accademie Militari russe, paracadutato in
Ungheria durante la guerra quando fu capo di bande partigiane. L’inviato
speciale del Daily Herald, il laburista Basil Davidson, è andato ad
intervistarlo. Racconta: “Portava ancora la sua piccola stella di partigiano
del 1944 (ed un’altra stella rossa ottenuta per l’estrazione di carbone
effettuata dal suo reggimento a Tatabanya), in momenti nei quali tutti gli
ufficiali toglievano le mostrine di tipo sovietico”. Davidson gli domanda le
prospettive per la rivoluzione ungherese. “Se noi ci libereremo |