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le
lezioni di una grande rivoluzione
Ricorre quest’anno il settantesimo anniversario dell’inizio
della Guerra civile spagnola. Ripercorriamo con questo articolo gli avvenimenti
che a partire dalla nascita della Repubblica (1931) portarono al golpe di
Franco e agli avvenimenti rivoluzionari del luglio 1936. Alla fine degli anni
Venti la classe dominante spagnola si trovava in grosse difficoltà per
mantenere il controllo sulla società. La guerra coloniale nel Marocco
risucchiava ingenti risorse economiche e decine di migliaia di morti.
L’economia, dopo che la I Guerra Mondiale aveva permesso di sviluppare i
commerci con i due schieramenti in conflitto, versava in difficoltà croniche
che non potevano che aumentare dopo il crollo delle borse mondiali nel 1929. La
dittatura del generale Primo de Rivera era arrivata al capolinea, senza essere
riuscita a distruggere il movimento operaio. Questa volta dovevano fare i conti
non solo con gli sfruttati di sempre della storia spagnola, i contadini, ma
anche con una giovane classe operaia industriale, che aveva dimostrato più
volte la sua decisione di lottare per cambiare le sue condizioni di vita e di
lavoro.
In quel momento di crisi
generale i principali dirigenti del Partito socialista (Psoe) e del sindacato
Ugt permisero ai rappresentanti della piccola borghesia repubblicana di
prendere l’iniziativa e deviare le aspettative delle masse, che puntavano ad un
cambiamento radicale della società, verso la proclamazione della repubblica.
La monarchia, senza base sociale
ed orfana della grande borghesia, che la scaricava volentieri pur di prendere
tempo, aveva convocato per il 12 aprile 1931 elezioni comunali, ancora con la
speranza di stabilire una monarchia costituzionale. Ma era troppo tardi. Il 14
aprile, due giorni dopo la vittoria nelle elezioni dei partiti repubblicani, la
repubblica veniva proclamata dal basso, a partire dai comuni. La borghesia non
aveva le forze per opporsi e considerò la Repubblica un male minore mentre
lavorava per creare un rapporto di forze più favorevole.
I dirigenti socialisti, formati
politicamente sulle posizioni maggioritarie nella Seconda Internazionale,
credevano che la II Repubblica avrebbe realizzato le riforme democratiche che in Inghilterra o
Francia erano state realizzate dalle rivoluzioni borghesi del secolo XVII e
XVIII: la riforma agraria con la distruzione della proprietà feudale e la
creazione di una classe di piccoli proprietari agricoli; la separazione della Chiesa
dallo Stato, stabilendo il carattere laico e non confessionale della
Repubblica, facendola finita con il potere economico e ideologico del clero; lo
sviluppo di un capitalismo avanzato che potesse competere nel mercato mondiale; la risoluzione della questione
nazionale, concedendo l’autonomia necessaria alla Catalogna, al Paese Basco e
alla Galizia; la creazione di una magistratura che assicurasse le libertà
fondamentali. Il programma classico quindi della rivoluzione
democratico-borghese.
Seguendo questa prospettiva, il
movimento operaio e la sua direzione dovevano appoggiare la borghesia (che
secondo questi dirigenti poteva e doveva giocare un ruolo progressista) nel
compito di modernizzare il paese. Sulla base del loro trionfo si sarebbero
create le condizioni, dopo un lungo periodo di sviluppo capitalista, per il
rafforzamento delle organizzazioni operaie nel parlamento, nei comuni, nelle
cooperative... Solo allora si sarebbe potuto parlare di lotta per il
socialismo.
Invece la classe dominante spagnola
decise di mantenere le fondamenta di un capitalismo agrario, di colture
estensive basate sulla disponibilità di una massa di braccianti diseredati. Ciò
condannò l’agricoltura a usare tecniche agricole molto arretrate.
Il capitalismo spagnolo presentava
una struttura di sviluppo contraddittorio: forme di proprietà e sfruttamento
tipiche del passato feudale, dominanti in molte regioni, convivevano con la
grande produzione industriale capitalista in Catalogna, nel Paese Basco, nelle
Asturie, alimentando una grande concentrazione di lavoratori industriali e lo
sviluppo di grandi centri urbani.
I grandi capitalisti, legati a
doppio filo coi grossi latifondisti attraverso la comune proprietà delle banche
preferirono mantenere il vecchio regime. La nuova borghesia spagnola non
sognava di emulare la borghesia rivoluzionaria francese del XVIII secolo. In
realtà aveva paura del proletariato nascente e per difendersi cercava alleati
in ogni elemento reazionario della società, a cominciare dalla Chiesa, dai
vertici militari e dai latifondisti.
Una borghesia reazionaria
Il ritardo del capitalismo spagnolo si manifestava nella
posizione dominante dell’agricoltura nell’economia nazionale:
alla fine degli anni ’20 contribuiva per il 50% al reddito e costituiva due
terzi dell’export. Circa il 70% della popolazione viveva nelle campagne, la
maggioranza in condizioni precarie, subendo periodi di fame tra un raccolto e
l’altro. Due terzi della terra erano in mano a grandi e medi proprietari. Nella
metà sud del paese il 75% della popolazione disponeva del 4,7% della terra,
mentre il 2% possedeva il 70%. Le grandi tenute di più di 100 ettari,
occupavano quasi 10 milioni di ettari. Più di 2 milioni di braccianti
dell’Andalusia, l’Extremadura e La Mancha non lavoravano tra 90 e 150 giorni
l’anno, sopravvivendo in condizioni di povertà estrema.
La classe lavoratrice
industriale, anche se non superava i tre milioni in tutto il paese, aveva
evidenziato più volte grandi tradizioni rivoluzionarie e più del 50% era
organizzata in sindacati e partiti.
Il capitale industriale e
finanziario era molto concentrato. Le grandi famiglie, non più di 100,
disponevano della parte decisiva delle terre, delle industrie e delle banche.
Assieme alla Chiesa erano il nocciolo duro del capitalismo spagnolo. Inoltre le
borghesie francese, britannica e tedesca aveva realizzato importanti
investimenti e dominavano interi settori produttivi come quello delle miniere e
delle ferrovie.
La classe dominante contava su
importanti alleati nella Chiesa e nell’esercito. Nel 1931 un’inchiesta
elaborata dal governo censiva 35.000 preti, 36.569 monaci e 8.396 suore che
vivevano in 2.919 conventi e 763 monasteri.
La Chiesa era un autentico
potere economico. Dati del Ministero di Giustizia del 1931, dimostravano che la
Chiesa possedeva 11.921 tenute rurali (era il primo latifondista del paese) e
7.828 spazi urbani. Per milioni di uomini e donne, lo sfruttatore che lesinava
il salario o chiedeva lo sfratto aveva il volto della Chiesa. Non possiamo
giustificare gli incendi di chiese e monasteri, non per ragioni morali, bensì
politiche, ma sicuramente non è difficile capire il profondo odio contro la
gerarchia ecclesiastica che serpeggiava tra larghe masse di sfruttati spagnoli.
L’esercito contava su 198
generali, 16.926 capi e ufficiali, e 105mila soldati. Gli ufficiali,
selezionati con cura tra la borghesia e i latifondisti si erano abituati a
giocare un ruolo da protagonisti lungo tutto il XIX secolo.
Le “riforme” del governo repubblicano-socialista
Uno dei miti più ricorrenti
nella storiografia borghese è la valorizzazione dello “sforzo riformatore”
della II Repubblica. Questo sforzo sarebbe stato vanificato dalle spinte
“estremiste” del movimento operaio e, specularmente dalle tendenze reazionarie
delle classi dominanti. Secondo questa lettura la malvagità di alcuni avrebbe
fatto abortire un grande tentativo riformatore che contava sull’appoggio della
maggioranza…
La realtà fu diversa. Quando il
governo repubblicanosocialista, eletto nel giugno 1931, provò a realizzare le
sue già parche promesse elettorali, si scontrò con la più dura reazione del
capitalismo spagnolo. Pochi esempi bastano a dimostrarlo.
a) L’epurazione dell’esercito
dagli elementi reazionari, monarchici e contrari al regime repubblicano fu solo
apparente. Il governo favorì il pensionamento di tutti quelli che non volevano
giurare fedeltà alla Repubblica, garantendo il loro salario a vita. Ma la
maggioranza degli ufficiali vincolati alla dittatura di Primo de Rivera e alla
monarchia, e con una storia reazionaria alle spalle, restò ai propri posti.
b) Riguardo al potere economico
della Chiesa, la fine del finanziamento statale alle attività religiose e i
limiti al suo monopolio della educazione, obiettivi della nuova Costituzione
repubblicana, portarono ad uno scontro frontale con la gerarchia religiosa e
con le classi possidenti. In questo caso il governo si mosse in modo più deciso
che in tutte le altri questioni sociali.
c) Riguardo alla riforma
agraria, qualsiasi misura seria volta a ridurre il potere dei latifondisti
veniva considerata dall’insieme della borghesia come inaccettabile. La legge
finalmente approvata nel 1932 stabiliva un Istituto della Riforma Agraria
incaricato di realizzare il censimento delle terre passibili di esproprio con indennizzo;
questo sistema si basava sulla “dichiarazione” realizzata dai proprietari. I
crediti per la Riforma Agraria provenivano dal Banco Agrario con un capitale
iniziale di 50 milioni di pesetas, la cui amministrazione dipendeva non dai
braccianti, né dalle loro organizzazioni, ma dai rappresentanti del Banco di
Spagna e del gran capitale finanziario legato ai latifondisti. Il progetto,
inoltre, non teneva in conto il problema dei piccoli appezzamenti,
insufficienti per assicurare un reddito decente, che costringevano alla miseria
più di un milione e mezzo di famiglie contadine, specie in Castilla la Vieja,
Navarra e Galizia. Veniva ignorata anche la situazione degli affittuari che
sopravvivevano con difficoltà, legati alle terre dei padroni.
Il 31 dicembre 1933, l’Istituto
di Riforma Agraria aveva distribuito 110.956 ettari. Se paragoniamo questo dato
con le 11.168 tenute superiori a 250 ettari, che occupavano un’estensione di
più di 6.892.000 ettari, si può affermare che i latifondisti non avevano perso il
controllo della campagna. Cento nobili disponevano di 577.146 ettari, e nessuna
di queste proprietà era stata toccata dopo due anni di Repubblica.
d) Riguardo ai diritti
democratici, le promesse di porre fine all’insieme di leggi reazionarie
ereditate dal regime monarchico e garantire la libertà di espressione, di
riunione e di sciopero erano state decisive per avere l’appoggio delle masse
delle campagne e delle città alla causa repubblicana. Ma fu presto evidente che
il governo non aveva nessuna audacia su questo terreno.
Il diritto di sciopero continuò
ad essere regolato dalla legge del 1909, che fu modificata in modo parziale col
decreto del 27 novembre 1931. Questo decreto continuava a limitare l’esercizio
dello sciopero creando i Jurados Mixtos,
che giocavano lo stesso ruolo dei comitati paritetici creati dalla dittatura
militare precedente, allo scopo di creare diversi ostacoli per convocare uno
sciopero.
Comunque visto l’incremento
degli scioperi e delle occupazioni delle terre, il governo approvò il 21
ottobre 1931, la Legge di difesa della Repubblica che con le sue misure
“interpretabili” come la proibizione di diffondere notizie che perturbassero
l’ordine pubblico, diventò un arma contro gli scioperi di solidarietà e per
motivi strettamente politici. Con questa legge in mano, gli ufficiali della
Guardia Civil rafforzarono la repressione, specie nei campi, e servì ai governi
repubblicani di destra per reprimere il movimento rivoluzionario dell’ottobre
del 1934.
e) Riguardo alla questione
nazionale e al problema coloniale, il governo concesse alla Catalogna una
autonomia molto ristretta, che in ogni caso negò al Paese Basco. Il governo
repubblicano-socialista, continuò a governare le colonie come aveva fatto la
monarchia. Nel Marocco la repressione spietata contro il movimento nazionalista
delle popolazioni locali continuò “per paura di indispettire la Francia” che
controllava l’altra metà del paese.
La II Repubblica si scontra con i lavoratori
L’incapacità dei repubblicani e
dei socialisti di soddisfare la domanda di terra, posti di lavoro e migliori
salari, assieme al mantenimento delle strutture capitaliste di proprietà,
provocò scontri sempre più violenti coi lavoratori in città e coi braccianti in
campagna.
Gli scioperi operai nei primi
due anni di regime repubblicano furono accompagnati da una profonda delusione
politica delle masse. Le speranze riposte nella Repubblica, la fiducia nei
ministri socialisti, le aspettative che le misure del governo avrebbero aperto
nuovi orizzonti per milioni di persone, lasciarono il posto alla frustrazione,
alla rabbia e all’impotenza. Qualsiasi timido miglioramento per i lavoratori,
riduzione della giornata lavorativa, o incremento salariale era contestato dal
padronato e dalla repressione del governo.
Non ci possiamo stupire dunque
che, quando il presidente della Repubblica sciolse il parlamento e convocò
nuove elezioni per il novembre 1933, la destra avesse riconquistato una parte
importante del terreno perso il 14 aprile 1931, specie tra i ceti medi urbani e
i settori più arretrati dei contadini.
Con una leggera differenza di
qualche decina di migliaia di voti, i radicali di destra di Lerroux assieme
alla Ceda (Confederazione spagnola di destre autonome) di Gil Robles
conquistarono la maggioranza nel Parlamento. Da quel momento la borghesia inasprì la legislazione
del lavoro, aumentando la repressione contro gli scioperi e rinforzando il
potere dei latifondisti. Anche se in una cornice parlamentare si realizzò una svolta
autoritaria, prendendo a esempio la politica di Hitler, che aveva vinto le
elezioni nel 1933 e la tattica del cancelliere austriaco Dollfuss nel 1934. Ma
allo stesso tempo che la reazione avanzava, cresceva la radicalizzazione delle
masse e di conseguenza lo spostamento a sinistra delle organizzazioni
socialiste, il Psoe e il sindacato Ugt.
La formazione delle Alianzas Obreras, un embrione di fronte
unico operaio, costituì un esempio inedito nell’Europa degli anni Trenta. La
possibilità dell’entrata dei dirigenti della Ceda nel governo di Lerroux portò
alla minaccia di uno sciopero generale insurrezionale da parte delle direzioni
del Psoe e dell’Ugt nell’ottobre 1934. L’insurrezione ebbe successo solo nelle
Asturie, dove per 15 giorni i lavoratori ebbero il potere in mano. La Comune
asturiana fu repressa nel sangue di oltre duemila morti mentre gli incarcerati
in tutta la Spagna superavano i 30mila, ma senza questa reazione sicuramente
sarebbe stato istituito in Spagna un regime simile a quello austriaco o tedesco
di allora: un regime autoritario ed antioperaio.
Le organizzazioni operaie
dovettero passare alla clandestinità, mentre la borghesia trasse le lezioni
necessarie dagli avvenimenti. L’ottobre del ’34 aveva dimostrato che non era
possibile stroncare il movimento delle masse coi mezzi repressivi “legali”. Era
necessario imporre il “terrore bianco” fino in fondo. Da quel momento la
maggior parte della borghesia cominciò a preparare il golpe militare.
Rivoluzione e controrivoluzione
La rivoluzione e la
controrivoluzione possono trovare un appoggio di massa tra le classi in
condizioni straordinarie, quando “il
giogo delle classi possidenti sulla società diventa insopportabile ai più e
proprio perciò l’intero sistema di dominazione entra in crisi”. In queste
condizioni milioni di persone delle classi subalterne entrano nell’arena
politica, mentre il padronato e il resto della reazione cerca di evitare il
tracollo del proprio sistema. In queste speciali circostanze le norme, le
consuetudini dei periodi “normali” non valgono più, perché la domanda che tutti
si fanno in modo consapevole o inconsapevole è: in futuro chi comanderà nella
società?
Non è difficile dunque capire
che il risultato delle elezioni del 16 febbraio 1936 non cambiò le aspettative
delle masse, ne i preparativi della reazione. Questa volta i partiti dei
lavoratori, assieme ai repubblicani si presentavano con un Fronte Popolare. La
Spagna, assieme alla Francia fu uno dei primi paesi dove si applicò alla
lettera la nuova politica stalinista, come Dimitrov l’aveva definita nel VII
Congresso dell’Internazionale Comunista ormai burocratizzata.
Il programma del Fronte
Popolare, comprendeva rivendicazioni fondamentali come l’amnistia e il ritorno
dei licenziati dopo l’insurrezione del ’34, ma bloccava l’iniziativa
rivoluzionaria dei lavoratori. I partiti repubblicani avevano rifiutato
specificamente qualsiasi riferimento alla nazionalizzazione della terra e la
successiva distribuzione ai braccianti, alla nazionalizzazione delle banche e
al controllo operaio nelle industrie. Rifiutarono perfino il sussidio di
disoccupazione richiesto dai socialisti.
Allora come oggi si prova a
giustificare la politica del Fronte Popolare argomentando che fosse l’unico
modo per evitare che i ceti medi si movessero verso la reazione. Un argomento
del genere non considera la natura della lotta di classe in situazioni
pre-rivoluzionarie. Semplicemente non c’era lo spazio per arrivare a migliori
accordi sulla distribuzione della ricchezza creata dai lavoratori. O la classe
operaia prendeva il potere politico, togliendo le banche, i latifondi e le
industrie al pugno di capitalisti che li controllava, o il capitale avrebbe
mobilitato tutte le sue riserve sociali e militari per schiacciare i lavoratori
e le loro organizzazioni.
Nell’articolo Dove va la Francia, scritto nell’ottobre
1934, Trotsky analizza questo fenomeno in dettaglio: “...I piccoli borghesi disperati vedono innanzitutto nel fascismo, una
forza combattiva contro il grande capitale, e credono che, a differenza dei
partiti operai che lavorano solamente con la lingua, il fascismo userà i pugni
per imporre più “giustizia”. (...) È falso, tre volte falso, affermare che oggi
la piccola borghesia non si indirizza verso i partiti operai perché teme le
“misure estreme”. Al contrario: la fascia inferiore della piccola borghesia, le
grandi masse non vedono nei partiti operai che macchine elettorali, non credono
nella loro forza, non li considerano capaci di lottare, non credono che questa
volta siano disposti ad andare sino in fondo… Per attrarre la piccola borghesia,
il proletariato deve guadagnare la sua fiducia… deve disporre di un programma
di azione chiaro e essere disposto a lottare per il potere con tutti i mezzi
possibili…”.
Malgrado tutti gli ostacoli, il
Fronte Popolare ricevette l’appoggio entusiasta dei lavoratori in ogni angolo
della Spagna, non tanto per i punti del suo programma, ma perché istintivamente
capivano che la vittoria elettorale era un passo necessario per raggiungere il
loro obiettivi.
Il Fronte Popolare per imbrigliare la rivoluzione
Il trionfo delle liste del
Fronte Popolare fu travolgente, al punto che molti dirigenti reazionari come
Lerroux o Romanones perdettero il loro seggio; ma allo stesso tempo, è
scandaloso che – come vediamo oggi nel governo dell’Unione – le forze politiche
borghesi avessero una quantità di deputati molto superiore alla loro effettiva
forza nel paese. Dei 257 deputati del Fronte Popolare, 162 non appartenevano ai
partiti operai. I dirigenti di questi partiti cedettero volentieri ai
repubblicani la maggioranza nel gruppo parlamentare come una “garanzia” contro
le pressioni delle masse lavoratrici e come una scusa per non superare le
“compatibilità” del capitalismo nell’azione di governo.
Le lezioni del precedente
governo di coalizione repubblicano-socialista erano un ricordo troppo vicino e
le masse non aspettarono le leggi del parlamento per imporre le loro
rivendicazioni: in ogni angolo del paese la prima iniziativa fu la liberazione
i tutti i prigionieri politici, e le carceri furono aperte senza aspettare il
permesso del governo. Tra febbraio e luglio 1936, si organizzarono più di 113
scioperi generali e 228 scioperi locali. Nelle città i comitati dei sindacati
Ugt-Cnt occupavano le fabbriche e così riuscivano ad imporre il ritorno dei
licenziati per rappresaglia. Nelle campagne, dove la situazione era
insostenibile montava una marea rivoluzionaria: “I contadini passarono rapidamente all’azione”, scrive lo storico
Manuel Tuñón di Lara, “(...) Nelle
province di Toledo, Salamanca, Madrid, Sevilla, ecc. grandi tenute furono
occupate già dai primi giorni di marzo e cominciò il lavoro sotto la direzione
dei comitati sindacali. Una volta occupate le terre, lo comunicavano al
Ministero dell’Agricoltura chiedendo la legalizzazione dell’esproprio. Solo
nella giornata del 25 marzo questo movimento coinvolse più di 80mila contadini
nell’occupazione di tenute dei latifondisti realizzata nelle province di
Bajadoz e Cáceres...”.
Basta leggere il programma del
Fronte Popolare per capire che le direzioni dei partiti e dei sindacati operai
non preparavano un cambiamento rivoluzionario, al contrario le masse volevano
intraprendere questa strada. Dopo il febbraio ’36 Luis Portela, che era stato
uno dei fondatori del Partito comunista spagnolo (Pce) ed era appena entrato nel
Poum di Madrid scrisse:
“Volevano andare avanti, non bastava loro aver fatto uscire dal carcere
ai prigionieri politici e il ritorno nelle fabbriche dei licenziati a causa dell’insurrezione rivoluzionaria
dell’ottobre ‘34. Avanzavano istintivamente, non avevano chiara l’idea della
conquista del potere e la creazione di soviet, ma volevano assolutamente
proseguire rivoluzione cominciata con la proclamazione della Repubblica”.
La situazione prerivoluzionaria
maturava velocemente, così come la decisione delle masse di andare fino in
fondo. In queste circostanze, in particolare nei primi mesi dopo la vittoria
elettorale, se il Psoe o il Pce avessero difeso una politica marxista, che
avesse proposto apertamente di utilizzare lo slancio rivoluzionario delle migliori
forze sociali della Spagna per espropriare i reazionari, avrebbero goduto di un
seguito travolgente.
Sarebbe stato necessario un
programma rivoluzionario che parlasse chiaramente della presa del potere; che
spiegasse pazientemente che non bastava avere la maggioranza in Parlamento. Che
senza la nazionalizzazione delle principali fabbriche e del sistema finanziario
(banche e assicurazioni) sotto il controllo democratico dei lavoratori non
avrebbero potuto soddisfare le loro minime rivendicazioni.
Di fronte alla mancanza di terre
per milioni di braccianti il Fronte Popolare proponeva una legge lenta e
farraginosa che avrebbe richiesto un secolo per soddisfare la fame di terra. Da
parte loro i contadini stavano dimostrando come in poche settimane, con lo esproprio
dei latifondisti e la formazione di cooperative sociali, il problema poteva
essere risolto.
Con un programma deciso
avrebbero consolidato l’appoggio nella società, non solo tra i lavoratori e i
contadini senza terra, ma anche tra gli elementi migliori dei ceti medi e della
piccola borghesia. Questo era l’unico modo di difendersi della reazione della
borghesia, della Chiesa e dei militari.
Il miglior modo di impedire gli
“eccessi” (come gli incendi di chiese e di conventi) non era la repressione poliziesca
o gli inviti alla moderazione, ma un programma socialista che avrebbe ottenuto
l’appoggio dei migliori rivoluzionari tra i lavoratori e i contadini. L’unico
modo di rispondere alla propaganda della borghesia e dei militari era
dimostrare nei fatti che stava nascendo una nuova società, che non ci si voleva
limitare a piccoli aggiustamenti di quella vecchia. Nelle situazioni
pre-rivoluzionarie, chi vuole il cambiamento deve essere in grado di renderlo
credibile alla maggioranza della società, mentre chi lo vuole ostacolare si
basa sui pregiudizi, le paure e l’ignoranza degli elementi più arretrati.
Verso la guerra civile
Azaña fu eletto presidente della
Repubblica mentre la maggior parte dei ministri nel primo governo del Fronte
Popolare appartenevano ai partiti borghesi della coalizione. Il loro obiettivo
era ristabilire l’“equilibrio” capitalista in un contesto di estrema
polarizzazione sociale e politica. Riarmando i reparti speciali della
polizia e dando istruzioni precise alla
Guardia Civil di procedere contro manifestazioni e occupazioni delle terre, il
governo Azaña tentò di impedire con tutti i mezzi il dilagare della
rivoluzione: non esitò a reprimere il movimento delle masse e presto riempì le
carceri di militanti socialisti e anarchici.
Nel frattempo, la borghesia era
già schierata nella sua stragrande maggioranza a favore del golpe militare.
Pochi giorni dopo la formazione del governo di Azaña, che, dopo le voci sul
coinvolgimento del generale Franco nei tentativi di golpe lo aveva spostato
dallo Stato Maggiore dell’esercito coloniale in Marocco al governo militare
delle isole Canarie, si tenne una riunione tra i generali Franco, Mola, Orgaz,
Varela, González Carrasco, Rodríguez del Barrio e il tenente colonnello
Valentín Galarza per concordare i piani del golpe. Questo movimento nelle
caserme, che contava sull’appoggio esplicito della borghesia, dei giornali e
delle radio, non poteva restare segreto. Cosa fece la Repubblica, presieduta
dal “progressista” Azaña per difendersi da questa minaccia? Niente,
assolutamente niente.
Julio Busquets, importante
dirigente della Unión Militar Democrática (organizzazione clandestina di
militari sotto il franchismo) negli anni ‘70, spiega il comportamento del
governo repubblicano in quei momenti decisivi: “Quando il colpo di Stato era imminente e la Umra (Unión Militar
Republicana Antifascista) aveva raccolto tutta le informazioni al riguardo,
chiese di vedere Casares Quiroga, capo del governo, per esporgli tutta la
gravità della situazione ed esigere, una risposta immediata. La riunione ebbe
luogo il 16 luglio 1936 e gli chiesero che applicassero le misure seguenti:
1) Togliere il comando delle truppe ai militari coinvolti tra i quali
si trovavano i generali Franco, Goded, Mola, Fanjul e Varela, i colonnello
Aranda e Alonso Vega, il tenente colonnello Yagüe, e il comandante García
Valiño.
2) La immediata ispezione di tutte le guarnigioni con delegati del
governo, che informassero la truppa dei gravi rischi di un’insurrezione.
3) Creazione di sei unità speciali con truppe e ufficiali di assoluta
fiducia, con sede a Madrid, Barcellona, Valencia, Sevilla, Zaragoza, Bilbao,
con lo scopo di impedire qualsiasi tentativo di insurrezione militare nelle
zone sotto la loro responsabilità.
4) L’arresto immediato e l’epurazione dei militari sospettati di
appartenere all’Ume (Unión Militar Española).
5) Dissoluzione dell’esercito, nel caso fosse necessario, per far
fallire il golpe.
(...) Confondendo i suoi desideri con la realtà, Casares Quiroga
affermò che non c’era pericolo di insurrezione e si rifiutò di applicare le
misure proposte dall’Umra. Giustificò questo modo di procedere dicendo che
proprio queste misure avrebbero schierato tutto l’esercito contro la Repubblica
e che il vero scopo dei militari dell’Umra era epurare i militari incolpati per
occupare i loro posti. Ovviamente, Casares Quiroga aveva in quel momento più
paura di un’insurrezione rivoluzionaria della sinistra che di un golpe di
destra…” (Julio
Busquets, Ruido di Sables. Las
conspiraciones militares nella España del siglo XX, Crítica, Barcelona,
2003, pág. 67).
Con un comportamento simile,
Azaña aveva spedito il generale Mola a Pamplona il 14 marzo. In questo modo uno
dei principali generali golpisti, nei 4 mesi precedenti al golpe, si trovò
vicino ai capi “carlisti” (monarchici) che addestravano da mesi una milizia
reazionaria di migliaia di uomini. I preparativi golpisti nelle caserme si
combinavano con le azioni terroriste delle bande fasciste della Falange
(fondata dal figlio del ex dittatore Primo de Rivera, Jose Antonio, provando ad
imitare i fasci di combattimento italiani), assassinando attivisti operai e
attaccando i locali dei partiti e dei sindacati.
Il colpo di Stato
Infine, il 17 luglio i militari
che erano di stanza nel Marocco spagnolo iniziano il golpe e il resto delle
guarnigioni del paese si preparano per il 18. Il governo, che come abbiamo
visto era a conoscenza dei piani dei golpisti, si rifiutò ancora dopo l’inizio
del golpe di agire: durante 48 ore lasciarono l’iniziativa ai golpisti, senza
mobilitare le forze del esercito o dei corpi di sicurezza.
Inettitudine, codardia o scelta
di campo? Chi temeva di più la cosiddetta borghesia progressista liberale, la
“fedele alleata” del Fronte Popolare? I fascisti o le masse rivoluzionarie? La
storia ha risposto che questa gente si negò ad armare il popolo, mentre
iniziava il golpe. Non c’è da stupirsi: la piccola borghesia repubblicana si
era sempre opposta – ed il programma del Fronte Popolare ne prendeva atto – a
qualsiasi misura socialista.
Anzi, Martínez Barrio,
repubblicano di destra nominato dal presidente della Repubblica Azaña per
sostituire a Casares Quiroga a capo del governo lo stesso 18 luglio, realizzò
diversi tentativi, in accordo del presidente Azaña, di formare un governo
civile-militare dove trovassero posto i militari golpisti. In una telefonata
tra Martínez Barrio e il generale Mola, il capo del governo provò ad ottenere
l’appoggio del generale golpista.
Questa è la trascrizione della
telefonata: “In questo momento i socialisti
sono disposti ad armare il popolo. Così sparirebbe la Repubblica e la
democrazia. Dobbiamo pensare alla Spagna. Ad ogni costo bisogna evitare la
guerra civile. Sono disposto a offrirvi i ministeri che vogliate e alle vostre
condizioni”. Ma il generale golpista rispose sprezzante: “Se mi mettessi d’accordo con lei per una
transizione del genere tutti e due avremmo tradito i nostri ideali e i nostri
uomini. Meriteremmo l’arresto” (Burnett Bolloten, La guerra civil española. Revolución e contrarrevolución, Alianza
Editorial, Madrid, 1995, pag. 100).
I militari golpisti avevano
previsto una scarsa resistenza. Prevedevano che dopo una o due settimane
avrebbero vinto e avrebbero potuto dedicarsi ad una completa pulizia sociale.
Avevano fiutato molto meglio dei dirigenti socialisti e comunisti il vento
della rivoluzione ed erano decisi a sradicarlo. La storia ci avrebbe parlato
dell’ennesimo golpe vittorioso, se i lavoratori e i contadini anarchici,
socialisti, comunisti, poumisti, lasciando perdere gli appelli alla calma del
governo non avessero deciso di scendere in piazza, armandosi con pochi fucili e
pistole e in alcuni casi con le mani nude attaccando i golpisti, prendendo
d’assalto le caserme e affrontando l’esercito nelle strade.
A Barcellona, principale centro
industriale, i lavoratori si batterono con pochi fucili requisiti o strappati
alle guardie d’assalto cadute; nel giro di pochi giorni l’intera Catalogna fu
conquistata. A Madrid come a Barcellona, le autorità si riufiutarono di dare
armi agli operai. Il 20 luglio vennero prese d’assalto le caserme, i minatori
delle Asturie formarono una colonna di migliaia di uomini armati di dinamite
per marciare sulla capitale. Fu così che mentre la borghesia e le autorità
sparivano o trattavano coi golpisti, gli operai impedirono la vittoria
immediata di Franco.
La sconfitta dei militari e dei
fascisti della Falange in due terzi del paese, dove si raggruppava il 75% della
popolazione lasciò il capitalismo in queste zone sospeso a mezz’aria. La
maggioranza dei capitalisti erano coinvolti nel golpe. I lavoratori
esercitarono immediatamente il controllo operaio nelle fabbriche, occuparono la
terra e la collettivizzarono; fecero dimettere i sindaci e i prefetti e
stabilirono i propri comitati, che si basavano sulla forza del popolo in armi.
Sostituirono i vecchi organi del potere giudiziario con rappresentanti delle
organizzazioni proletarie; sciolsero la polizia, la Guardia Civil e la Guardia
d’assalto e la sostituirono con le milizie operaie dei sindacati e dai partiti
operai. Dalle rovine della democrazia borghese i cui organi si erano dimostrati
incapaci di difendere le libertà fondamentali contro i golpisti, cresceva il
germoglio di un nuovo potere, quello dei lavoratori. Ma come sappiamo questo
germoglio non fu coltivato, bensì contrastato, deviato e infine distrutto.
Nella guerra civile una politica rivoluzionaria vale più
delle armi
Nei tre anni successivi di
guerra, il proletariato e i contadini che avevano dimostrato uno straordinario
slancio rivoluzionario nel contrastare il golpe, non furono in grado di
completare con successo quello che avevano fatto tra il 18 e il 22 di luglio.
Non disponevano di un partito rivoluzionario all’altezza dei compiti che la
storia poneva loro davanti. I lavoratori e contadini anarchici – spesso tra i
più combattivi – si lasciarono scappare il potere reale dalle mani per
l’assoluta inadeguatezza delle teorie anarchiche. I loro dirigenti che
rifiutarono di costruire un potere operaio rivoluzionario nella Barcellona del
luglio ’36 entravano pochi mesi dopo in governi borghesi “repubblicani”, sia
nella Catalogna che a Madrid, e tradivano la giusta reazione della loro base
nel maggio del ’37.
Ai lettori che vogliano capire
quei 10 mesi decisivi per le sorti della Spagna e dell’Europa, che vanno dal luglio ’36 al
maggio ’37 raccomandiamo la lettura del nostro documento: 1931-37.
Rivoluzione e Controrivoluzione in Spagna.
Tutte le organizzazioni operaie
videro al loro interno un forte spostamento a sinistra. All’interno della confederazione
sindacale anarchica, la Cnt, si formò una forte opposizione attorno al gruppo
degli “Amici di Durruti” e alla gioventù, che combatterono duramente la
capitolazione dei dirigenti anarchici che erano entrati nel governo in
coalizione con gli stalinisti e i repubblicani borghesi.
La massa degli operai socialisti
si era fortemente spostata a sinistra, un fatto che si riflesse nella crescita
di una forte sinistra guidata da Largo Caballero. Subito dopo l’insuccesso
dell’insurrezione delle Asturie nell’ottobre ’34, la direzione della gioventù
socialista – che contava 100mila militanti – aveva chiesto formalmente all’Ice
(i trotskisti spagnoli) di entrare nell’organizzazione per “bolscevizzarla”.
Commettendo un gravissimo errore di settarismo che Trotskij stigmatizzò, questi
si rifiutarono di entrare nella gioventù socialista e preferirono la fusione
con un settore della sinistra nazionalista catalana assieme al quale formarono
in Poum. Lasciarono così il campo aperto alla penetrazione degli stalinisti che
usurpando l’autorità della rivoluzione d’ottobre riuscirono ad assorbire la
spinta rivoluzionaria dei giovani. Con lo slogan della “difesa della
Repubblica”, e “prima vincere la guerra, poi fare la rivoluzione”, gli
stalinisti assieme ai socialisti di destra come Prieto e Negrín ristabilirono
il vecchio apparato dello Stato borghese nel territorio repubblicano. Col
pretesto di avere l’appoggio delle potenze “democratiche”, di Francia e Gran
Bretagna, una a una furono liquidate le trasformazioni rivoluzionarie dei primi
mesi, di pari passo riducendo le possibilità di una vittoria militare. Stalin
cercava appoggio diplomatico contro la Germania, ma era anche contrario a
qualsiasi processo rivoluzionario che non fosse sotto il controllo della
burocrazia stalinista. La maggior parte degli uomini che intervennero per conto
dello stalinismo in Spagna furono richiamati in Urss, tra il ’38 e il ’39 e
vennero spediti direttamente nei Gulag o davanti al plotone di esecuzione.
Togliatti e Longo, che non a caso giocarono un ruolo decisivo in questa
repressione, furono fra le poche eccezioni.
Nell’aprile del ’39 la
controrivoluzione vinceva una guerra che aveva fatto più di un milione di
morti, assassinò più di centomila antifascisti negli anni successivi, cancellò
tutte le organizzazioni sociali indipendenti dal regime e pose le basi per una
dittatura che sarebbe dureta 36 anni.
Per la Repubblica socialista!
La storiografia borghese prova a
presentare la Seconda Repubblica spagnola come un regime idilliaco, stretto tra
due forze distruttrici: i militari golpisti e l’estremismo delle masse. Molti
dirigenti riformisti hanno sposato questa “spiegazione” del golpe militare e
della dittatura seguente. Vogliono nascondere le responsabilità di chi si
illudeva di poter attuare una linea riformista per cambiare la società. Gli uni
e gli altri vogliono far dimenticare che milioni di donne e uomini, molti dei
quali magari sapevano appena scrivere il loro nome, in Europa, 70 anni fa,
decisero di ribellarsi e lottare all’ultimo sangue per i loro diritti, per la
loro dignità di essere umani. Le rivoluzioni, quelle rare occasioni nelle quali
le masse diseredate decidono di impugnare in prima persona la battaglia
politica, fanno paura. Lor signori preferiscono pensare che non siano possibili,
o al massimo che siano state un incubo del remoto passato.
Se realmente vogliamo imparare
da questa esperienza e prepararci per il futuro è necessario rifiutare questa
falsificazione della Seconda Repubblica. L’idealizzazione del regime borghese
repubblicano può soddisfare gli eredi politici di Azaña, Prieto, Martínez
Barrio, Negrín (in Italia i Prodi, Rutelli, D’Alema) o coloro che ancora si
identificano con lo stalinismo, ma non basta a tutti noi che aspiriamo alla
rivoluzione socialista e che proprio per questo dobbiamo capire gli errori di
quegli anni per non ripeterli più.
Le lezioni della II Repubblica
devono essere studiate con attenzione dalla nuova generazione di giovani e
lavoratori che si avvicinano alle idee del socialismo. Se lo facciamo
arriveremo ad una conclusione evidente: esiste solo una repubblica per la quale
valga la pena lottare: la Repubblica socialista dei lavoratori!
17/10/2006
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