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Un
libro denuncia su camorra e capitalismo
Gomorra, primo
libro del giornalista napoletano Roberto Saviano, è un caso letterario: oltre
60.000 copie vendute in pochi mesi, un ampio dibattito che è servito a
riportare al centro dell’attenzione il tema della camorra in Campania e in
Italia sotto una luce diversa. Questo libro infatti non vuole essere una
semplice denuncia del sistema della malavita organizzata, ma soprattutto
un’approfondita analisi economica e sociale della camorra, del ruolo dei clan
nel capitalismo italiano.
La camorra in Campania generalmente
sale alla ribalta dei media durante
le guerre tra clan come a Scampia nel 2004-05, o quando qualche faraonica
operazione delle forze dell’ordine arresta un po’ di boss. Nulla si accenna al
Sistema (come così chiamato anche dai camorristi, scrive Saviano) che ha dato
vita a una fiorente industria tessile nell’hinterland napoletano, a una solida
industria del cemento nella provincia di Caserta e ogni giorno paga diverse
centinaia di giovani per fare le sentinelle nei luoghi dello spaccio. Parlare
di questo è scomodo, significherebbe voler cominciare a dire che in buona parte
della Campania “…il latte distribuito
dalla Cirio e poi dalla Parmalat aveva conquistato il 90 per cento del mercato.
Un risultato ottenuto grazie all’alleanza stretta con la camorra casalese e
alle tangenti che le aziende pagavano ai clan per mantenere una posizione di preminenza”
o anche che le imprese gestite dai Casalesi hanno in appalto i lavori della
Tav.
Parlare di camorra non vuol dire
soltanto la lista dei morti ammazzati per arma da fuoco, ma anche gli operai
caduti dai cantieri e occultati in fretta, o lasciati davanti a un ospedale,
mentre il 40 per cento delle ditte edili in Italia ha sede nell’agro aversano,
o in provincia di Napoli.
Roberto Saviano dedica ampia parte
dell’opera a questo argomento: la compenetrazione tra clan e economia, ovvero
come la camorra sia il capitalismo in Campania. Molte volte gli imputati per
camorra si sono difesi asserendo di essere soltanto degli imprenditori
ingiustamente accusati. Imprenditori che attraverso lo sfruttamento del lavoro
imposto con la violenza sono riusciti a costruire interi imperi economici,
basati su centri commerciali, fabbriche di scarpe, imprese nel ramo
dell’edilizia e del cemento, con primati impressionanti (la più grande impresa
di movimento terra d’Italia era del clan Moccia di Afragola).
Una potenza economica che ormai è
estesa al di fuori dell’Italia, con ampie ramificazioni in Gran Bretagna,
Spagna, Balcani e Europa Orientale, attraverso il riciclaggio di denaro sporco,
traffici di ogni cosa, dall’eroina alle mozzarelle, dalle maglie prodotte in
Cina ad armi di ogni tipo e per ogni guerra. L’ultima avventura finanziaria in
ordine di tempo è nel campo dei rifiuti: centinaia di imprese appaltano il
lavoro di smaltimento dei residuati tossici ai clan. Lo smaltimento avviene in
ogni modo, dall’interramento all’incendio dei rifiuti, e così le città a nord
di Napoli hanno visto aumentare i casi di cancro del 21%, con punte anche del 65-80%
in alcuni comuni dell’agro aversano. Il costo di mercato impone per lo
smaltimento dei rifiuti tossici prezzi tra i ventuno e i sessantadue centesimi
al chilo, mentre la camorra fornisce lo stesso servizio per soli nove centesimi
al chilo…
Oltre la metà del tessile italiano
proviene dall’hinterland napoletano, prodotto in fabbrichette adibite nei
sottoscala, nelle cantine e nei garage. Turni di lavoro impossibili, condizioni
di sicurezza inesistenti, tutto per riuscire a rispettare le commesse delle
grandi griffe della moda nazionale, e su tutto vigilano i clan. Salari
ovviamente compressi, che non vanno oltre i 600, 700 euro mensili e i
contributi sono un sogno lontano.
Questa è la realtà tra Napoli e
Caserta, questo è il capitalismo campano e italiano. La borghesia buona non è
possibile vederla, quando ci si accorge che in realtà la camorra non ne è più
soltanto un fedele braccio armato, ma essa stessa borghesia. Mentre chiudono
gli stabilimenti industriali, e i padroni fuggono dopo aver incassato tutti i
benefici della 488, il “Sistema” avanza. Perché offre la prospettiva di
guadagnare tremila euro in un mese facendo il “palo” a Scampia, al Rione Don
Guanella o al Monterosa, o trasportando le merci (e la droga) dei clan su e giù
per l’Italia.
Gomorra lascia aperto un grosso
interrogativo, dopo l’indignazione, la rabbia, la denuncia: come combattere la
camorra?
I clan reggono un sistema economico
impressionante, governando tutti i movimenti finanziari, industriali e
commerciali. Colpire i gangli del sistema camorristico significa espropriare le
loro ricchezze, confiscare le loro imprese e porle sotto il controllo di chi
lavora, di chi finora è stato vittima dell’ipersfruttamento. Ricominciare una
battaglia a tutto campo per la difesa di posti di lavoro dignitosi, per il
salario garantito, per invertire la tendenza di un Meridione in cui tutto si
chiude.
Dobbiamo stare attenti a non cullarci
nell’illusione di poter sconfiggere i clan con l’esercito, e tante belle parole
sulla cultura della legalità, perché non si riesce a capire se poi è giusto
lasciare sul lastrico migliaia di famiglie chiudendo una fabbrica rispettando
la legalità.
Espropriare gli espropriatori,
riprendendo la lotta popolare contro mafia e camorra, ripartendo da dove hanno
fermato Placido Rizzotto e i contadini di Portella delle Ginestre. Soltanto
così potremo far sì che Gomorra da
libro-denuncia diventi la storia di un passato che non tornerà mai più.
17/10/2006
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