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Tronchetti Provera, l’ultimo dei furbetti Stampa E-mail
Scritto da Sonia Previato   

Nazionalizzare Telecom senza indennizzo!

 

Telecom, una società da 30 miliardi di euro, con 85mila dipendenti e un futuro appeso ai capricci della borsa e della finanziaria di Tronchetti Provera: ecco dove siamo arrivati grazie alla privatizzazione del 1997.

Questo non è un caso isolato e dopo dieci anni di privatizzazioni sarebbe opportuno trarre un bilancio per rivedere una politica economica che ha portato esiti disastrosi.

Sul totale delle privatizzazioni realizzate nel mondo dal 1977, che hanno avuto una sostanziale concentrazione nella seconda metà degli anni ’90, l’Italia si pone al secondo posto nel mondo per valore degli introiti da dismissione e al primo posto a livello europeo.

Grazie a queste dismissioni dal 1994 lo stato ha ricavato circa 110 miliardi di euro. L’obiettivo era ridurre il debito pubblico in previsione dell’entrata in Europa. Nel 1990 il debito era il 97,2 del Pil e nel 1994 il 124,8. Oggi è il 106,8% e nell’ipotesi probabile di un aumento dei tassi di interesse sarà destinato ad aumentare.

Una cura dimagrante che non ha neppure sfiorato il problema e che però ha significato una deindustrializzazione devastante e ha reso il sistema economico italiano ancora più fragile e dipendente dalle grandi potenze oltre ad essere costretto a subire la concorrenza anche in quei settori tecnologicamente meno avanzati (come il tessile).

Ma l’argomento principe a sostegno delle privatizzazioni è sempre stato quello della necessità di rompere con il dirigismo statalista e attraverso la libera concorrenza dare ad ogni capitalista la possibilità di cimentarsi e mostrare il suo valore anche e soprattutto nel bene del paese.

E abbiamo visto i risultati: il grosso del settore manifatturiero smantellato (Alfa Romeo di Arese, Italtel…) oppure finito sotto il controllo di multinazionali estere (vedi Nestlè nell’agroalimentare, Krupp nell’acciaio, ecc.) con tanto di ristrutturazioni, licenziamenti e quant’altro, mentre per le società di pubblica utilità come Enel, Autostrade o Telecom le famiglie del capitalismo italiano hanno manifestato un forte interesse, vista la certezza del profitto legata al fatto che tutti pagano le bollette o i pedaggi.

Ma nessun capitalista aveva i capitali per acquisire queste grandi società, così tutte queste acquisizioni si sono rivelate delle pericolose operazioni finanziarie.

Il caso Telecom è emblematico

 

La prima fase della privatizzazione di Telecom inizia nel 1997, si vuole garantire un nocciolo duro di azionisti che impedisca scalate aggressive che mettano in pericolo la società. L’esito è a dir poco ridicolo: l’azionista di riferimento è la famiglia Agnelli con lo 0,6%. Ovviamente la scalata aggressiva non tarda a presentarsi nel 1999 con la figura del “capitano coraggioso” Colaninno. Protetto da D’Alema che ambisce a costruirsi la sua lobby capitalista di riferimento, Colaninno e Gnutti racimolano capitali che permettono loro di prendere il controllo di Telecom, ma caricano su quest’ultima 38 miliardi di debiti. Da qui inizia il meccanismo che prosegue tuttora attraverso il quale gli utili Telecom servono a pagare i dividendi degli azionisti e gli interessi sul debito alle banche. Praticamente Colaninno e ancora di più Tronchetti hanno comprato Telecom con i soldi degli stessi suoi utenti, drenando risorse per garantire le loro quote di controllo. Quando nel 2001 Tronchetti Provera scala Telecom, acquistando le azioni dell’Olivetti di Colaninno l’operazione genera gigantesche plusvalenze plusvalenze. Dall’altra parte anche Tronchetti Provera con la sua finanziaria Olimpia ha investito in Telecom grazie alla vendita di settori produttivi in Pirelli e ai prestiti delle banche.

Se ne evince che tutto il percorso della privatizzazione è stato un fallimento completo. Le famiglie del capitalismo italiano non avevano abbastanza denari, d’altra parte la torta Telecom era un boccone troppo goloso per lasciarselo scappare, pertanto dietro la propaganda dell’azionariato diffuso si sono mosse le scatole cinesi delle famiglie importanti e delle banche. In questo modo i capitali li mettono i piccoli azionisti, e il controllo viene esercitato da chi riesce a muovere la quantità di denaro relativa più grande. Agnelli controllava prima con lo 0,6%, Tronchetti (anche da presidente dimissionario) controlla oggi Telecom con lo 0,54%.

Questa modalità di controllo ha però necessariamente un effetto negativo sulla società controllata, perché la barra che guida questi “capitani coraggiosi” non è l’andamento aziendale, ma quello dei titoli in borsa.

Dal 2001 a oggi Tronchetti Provera ha guidato Telecom con questo unico obiettivo: impedire che le sue azioni venissero svalutate e perdessero il controllo sulla società. Così in cinque anni ha venduto tutte le società connesse a Telecom e le partecipazioni estere per un valore di circa 15 miliardi, ma questi soldi invece di abbattere il debito sono stati usati per acquisire Tim il che avrebbe dovuto avere l’effetto di far lievitare il valore delle azioni. Il debito è così arrivato a 41,3 miliardi di euro e le azioni sono rimaste inchiodate alla metà del loro valore di acquisto.

Ma anche partendo da questa situazione così malsana il problema di Telecom non è il suo debito, ma quello delle società finanziarie che stanno a monte della catena di controllo. La società ha chiuso il 2005 con 3,2 miliardi di utile netto e in cinque anni le bollette hanno garantito un flusso cassa di circa 30 miliardi di euro, quindi quello che è avvenuto è che questo denaro proveniente dalle nostre tasche è servito a finanziare le operazioni acrobatiche di Tronchetti.

Il punto è che Tronchetti controlla Telecom, ma non ne è il proprietario, lui possiede una società finanziaria debole e il suo interesse è determinato dalla tenuta dei suoi titoli.

Con il consiglio di amministrazione del 11 settembre scorso in cui Tronchetti Provera ha annunciato la svolta di 180 gradi con la separazione di Tim, e ventilato la sua futura vendita per far cassa è scoppiato lo scandalo: il re è nudo.

 

La crisi della borghesia italiana

 

Improvvisamente Tronchetti è sceso dall’Olimpo dei venerati capitalisti italiani per diventare uno dei tanti furbetti, addirittura, nelle parole di Prodi, uno che dice le bugie niente meno che al Presidente del Consiglio.

Eppure Tronchetti non appartiene a quella banda di affaristi alla Ricucci e Fiorani, verso i quali ebbe a dire che rappresentavano “un’associazione a delinquere”. Tronchetti proviene da Pirelli e le sue operazioni immobiliari e finanziarie godono di tutto il rispetto dell’establishment anche in ambiti culturali nei quali sono apprezzati gli investimenti nei teatri e nei musei milanesi.

Gli analisti però dimenticano di aggiungere che i mirabolanti profitti dell’immobiliare Pirelli RE e delle società finanziarie connesse a Tronchetti sono sempre state all’insegna della svendita dei settori produttivi. Ieri toccava a Pirelli, oggi a Telecom.

Questo è un modello non nuovo per la borghesia italiana, ne abbiamo avuto un assaggio con Raul Gardini quando scalò Montedison, tentò l’affondo su Eni e finì malissimo, ne abbiamo conferma con le privatizzazione di Autostrade, dove aumentano i profitti per Benetton (in quattro anni aumenti di tariffe del 23%), si dimezzano gli investimenti e si aprono le porte al capitale spagnolo, che significherà necessariamente ristrutturazioni.

Dopo il crack Parmalat e gli scandali finanziari della cosiddetta “razza padana” e dei “furbetti del quartierino” (Gnutti, Fiorani, Ricucci, ecc,) a cui era legato
l’allora governatore della Banca
d’Italia Fazio non si possono non trarre conclusioni molto negative sui capitalisti italiani. Schiacciati dalla concorrenza mondiale, i capitali corrono verso la via più semplice per riprodursi, la rendita finanziaria. I capitalisti si sono arricchiti enormemente e le privatizzazioni hanno aiutato questo arricchimento. L’indagine di Mediobanca sui bilanci aziendali lo conferma: mentre cala al 48% la parte del valore aggiunto assorbita dal lavoro dipendente (nel 1974 era il 70%), i dividendi degli azionisti sono esplosi (nel 1974 erano il 2%) e dal 1996 sono raddoppiati arrivando al 16,3% nel 2005. Non solo, il peso delle società finanziarie nella Borsa italiana è il più alto a livello europeo (37%, contro 15% in Francia e 30% in Germania)

La ricerca della figura mitologica del “bravo capitalista”, capace di affrontare le sfide dello sviluppo industriale è pertanto vana, condannata da un sistema che ha le sue leggi inesorabili.

Prodi viene accusato dalla destra e dagli economisti liberali come Monti di peccare di eccessivo interventismo nell’economia italiana, il che è piuttosto curioso essendo proprio Prodi colui che ha promosso le privatizzazioni più ambiziose. Il tentativo, ammesso che sia esistito veramente, da parte sua o del suo collaboratore Rovati, di usare la Cassa depositi e prestiti per alleggerire i debiti di Tronchetti Provera si inserisce in una politica classica di utilizzo di soldi pubblici in funzione di profitti privati.

 

Quale via d’uscita

 

Prodi ha garantito che non ha alcuna intenzione di rinazionalizzare Telecom, preme semplicemente perché la telefonia rimanga italiana, dopo che già Vodafone, Wind e Tre sono passate rispettivamente agli inglesi, agli egiziani e ai cinesi.

Come raggiungere questo obiettivo resta un mistero.

Dall’altra parte i sindacati sembrano completamente spiazzati. Epifani fa appello all’azionista affinchè i suoi problemi non ricadano sul gruppo, un po’ come dire che il lupo non deve mangiare l’agnello.

La Rsu di Telecom chiede che non venga fatto lo scorporo delle due società perché questo vorrebbe dire licenziamenti. Lo sciopero del 3 ottobre scorso ha ricevuto un’adesione dell’80%, ma
prevale un’ambiente di paura e attesa fra i lavoratori, dunque per mobilitare ancora servirebbe una piattaforma che affronti tutti i nodi e dia una via d’uscita credibile al pantano attuale.

Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del Prc, e Bruno Casati, assessore alle crisi industriali alla Provincia di Milano per il Prc, su Liberazione del 17 settembre intimano di mandare a casa Tronchetti Provera, “si trovi almeno un Marchionne per la Telecom” e Casati, insieme questa volta al leader dell’Ernesto Claudio Grassi, auspica una guida indipendente dal nuovo presidente Guido Rossi affinchè proponga una inversione di rotta:

“La Cassa depositi e prestiti, essendo di fatto una banca, potrebbe chiamare a raccolta le altre banche, le fondazioni e i fondi non speculativi, quel mercato dell’82 per cento degli azionisti Telecom, per condizionare il presidente Rossi e richiedere un effettivo cambio nella direzione manageriale dell’impresa.”

Ironia della sorte, il nuovo Presidente di Telecom, Guido Rossi, è lo stesso che aveva guidato la privatizzazione ai tempi del controllo di Agnelli. Proprio allora l’idea della cosiddetta public company, ovvero di una società che rispondesse agli interessi del pubblico, dell’azionariato diffuso e non alla famiglia controllante, si infranse miserevolmente sugli scogli dell’interesse privato. Lo stesso Casati afferma che se ci fosse una legge che imponesse una simile clausola crollerebbe gran parte del sistema economico italiano. Recentemente lo stesso Rossi era consigliere di Tronchetti nella trattativa con Murdoch per la vendita di Telecom stessa, quindi l’inversione di rotta è alquanto improbabile.

I piccoli risparmiatori e l’azionariato diffuso hanno rafforzato l’oligarchia finanziaria, fornendole i capitali che non poteva avere per simili imprese, permettendo loro di lucrare e di stringere a sé gli azionisti attraverso lauti dividendi. Dunque per invertire la rotta è necessario rivedere il sistema mettendo in discussione la proprietà come minimo dell’azionista di maggioranza che in Telecom è ancora Tronchetti Provera.

L’altra ipotesi avanzata timidamente dal sindacato è che lo Stato eserciti una sorta di veto allo scorporo di Tim e che imponga un progetto industriale,
riprendendo in forma rinnovata un vecchio dibattito sul ruolo della golden share, un’opzione speciale riservata allo Stato per mettere il veto a scelte che andassero contro gli interessi economici del paese. La golden share non è mai stata usata ed era inevitabile che fosse così: una volta persa la proprietà e il controllo, si perde ogni diritto ad esercitare una seria influenza sulle scelte industriali. Questi sono i fatti, il resto è fumo.

 

Rinazionalizzate Telecom sotto controllo operaio

 

Quindi alla fine si ritorna alla casella uno, ovvero della rinazionalizazione di Telecom, unica garanzia per gli 85mila dipendenti e per i milioni di utenti che fino ad oggi sono stati derubati.

Attualmente pare che affrontare questo argomento sia un tabù, “un dibattito che può diventare stucchevole”, almeno secondo Casati e Grassi su Liberazione. Noi pensiamo, al contrario, che dopo un’esperienza così devastante non si può eludere questo nodo solo per non infastidire gli analisti liberali, limitandosi a rivendicare un piano industriale. Alla Fiat è arrivato un amministratore delegato più intelligente di altri, dopodichè va detto che la Fiat rimane inchiodata al 30% del mercato italiano, resta pertanto un’azienda debole che subirà ancora i colpi della concorrenza internazionale, inoltre l’uscita dalle secche è stata possibile solo grazie ad un aumento dello sfruttamento della forza lavoro (vedi sabati lavorativi, mantenimento del lavoro precario, ecc.). Non può essere questo il nostro orizzonte, oltre al fatto che Marchionne, così come in passato è stato braccio destro di Cragnotti nelle sue operazioni finanziarie all’estero, allo stesso modo in futuro non avvertirà alcun dovere morale a promuovere un piano industriale se questo non rende.

La realtà è che l’attuale consiglio di amministrazione di Telecom non ha alcuna possibilità di esprimere una prospettiva, dipendendo dal ricatto delle banche e dei fondi internazionali. È possibile che Tronchetti venga costretto a svalutare il suo patrimonio azionario e perda il controllo su Telecom, e anche questo scenario non sarebbe molto gradevole: inizierebbe la girandola dei fondi di investimento e tutto potrebbe essere possibile, compreso la vendita di Tim a Telefonica o a Berlusconi e il ritorno della rete fissa, ormai depotenziata e bisognosa di investimenti, in qualche forma allo Stato.

Fin da ora è necessario parlar chiaro: Tronchetti Provera e la banda di speculatori finanziari vanno espropriati senza alcun
indennizzo prima che facciano altri danni. In una prima fase il controllo deve ritornare allo Stato nel rispetto dei piccoli risparmiatori, fino ad arrivare alla completa proprietà. L’unico modo affinchè si affermi il “sogno” della public company è che la proprietà sia saldamente nelle mani dello Stato e il consiglio di amministrazione sia rappresentanza diretta dei lavoratori e degli utenti, affinchè si eserciti un reale controllo dal basso da parte di chi è realmente interessato a far funzionare un servizio così
importante per tutti noi. Questo è l’unica risposta a chi agita lo spauracchio di Alitalia, carrozzone pubblico, lottizzato dai partiti e dalle lobby, munto fino all’inverosimile da tutti i presidenti
succedutisi i questi anni a scapito del servizio e soprattutto dei
lavoratori.

Affrontare un serio dibattito sulle nazionalizzazioni e sul controllo operaio è l’unica via d’uscita dalle secche dell’economia italiana. L’esperienza venezuelana può venirci in aiuto. Da una parte la fuga di capitali privati, dall’altra un apparato statale burocratico e corrotto in collusione con i sabotatori hanno costretto i settori più rivoluzionari del governo a rivedere gli assetti proprietari e la gestione di diverse aziende: non solo piccole realtà, ma anche la società statale dell’energia elettrica, sono attraversate dalla lotta contro la burocrazia affinchè i lavoratori possano esercitare il controllo su tutti gli aspetti dello sviluppo industriale.

Il Venezuela è una paese ricco, quinto produttore mondiale di petrolio, ma dalle contraddizioni tipiche di un paese ex coloniale. L’Italia con il suo progressivo impoverimento industriale e la polarizzazione della ricchezza si appresta a vivere contraddizioni analoghe. Prima che questa crisi si manifesti fino in fondo, la sinistra e il mondo del lavoro hanno la responsabilità di offrire una via d’uscita a questa miseria di capitalismo.

 

17/10/2006 

 
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