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Come abbiamo
scritto nell'articolo precedente crediamo che, al di là delle polemiche sul
giudizio dato dal Pci nel 1956 sulla rivoluzione ungherese, sia fondamentale
analizzare le cause di quegli avvenimenti. Gli storici e i politici borghesi
sono patetici quando parlano della rivoluzione antiburocratica come se si
trattasse di una rivolta “anticomunista”.
Ma i dirigenti
comunisti non sono convincenti quando spiegano tutto in base agli “errori” di
“una cricca dirigente”. Appoggiando l’ intervento militare dell’ Urss, dicendo
che era diretto contro una “controrivoluzione”, stavano semplicemente
nascondendo la verità e danneggiando la causa del socialismo.
Sono passati
trent’anni da quegli avvenimenti. Ma puntualmente la Pravda presenta la
Rivoluzione ungherese come l’attuazione di un piano sovversivo preparato dalle
potenze imperialista, che “preferirono appoggiarsi non ai reazionari dichiarati
ma ai revisionisti di destra, del tipo di quelli che facevano parte del gruppo
Nagy-Losonci”.
D’altronde i
dirigenti del Pci, col compagno Natta in testa, continuano ad avere una
posizione confusa: “Stavano in campo sinceri rivoluzionari che volevano un
socialismo diverso, ma non si può nascondere che c’erano autentici
controrivoluzionari” (l’Unità 12/10/86).
Ma questa è
anche la posizione della Pravda che nello stesso articolo sopraccitato dice che
“la maggioranza assoluta era formata da persone che sbagliavano in buona fede
perché rimaste prigioniere di slogan falsi”.
La tradizione
socialista
Come comunisti
che difendono un programma di trasformazione socialista per l’Italia e a
livello internazionale ci interessa difendere le vere tradizioni del marxismo.
Noi siamo coi lavoratori dell’Ottobre ungherese, che non “sbagliavano in buona
fede” ma cercavano, spesso a tentoni, una società veramente socialista.
La costruzione
del socialismo è possibile solo sotto condizioni di democrazia operaia. La
popolazione non può essere costretta ma deve essere convinta. Il miglior piano
economico è condannato all’insuccesso se non conta sulla partecipazione
cosciente dei lavoratori.
La Rivoluzione
russa, isolata in un paese arretrato, si burocratizzò, abbondando le tradizioni
democratiche dei primi anni. Di conseguenza anche i partiti della Terza
Internazionale subirono un processo simile. Quando, insieme all’Armata Rossa, i
dirigenti dei partiti comunisti rumeno, ungherese, bulgaro, ecc tornarono nei
loro paesi, crearono dei partiti sul modello stalinista, non leninista.
In questi paesi
il capitalismo, che si era legato a doppio filo al nazismo hitleriano, era
stato sconfitto. Il potere dello Stato era in mano all’Armata Rossa e in pochi
anni l’economia fu organizzata sul modello russo.
Non fu però
un’opera di coinvolgimento e persuasione, ma un’imposizione. Nonostante ciò la
stragrande maggioranza dei lavoratori appoggiò queste trasformazioni. Ma
l’appoggio diventò presto frustrazione, rabbia e opposizione. Già nel ‘53 ci
furono lotte operaie a Berlino Est, poi nel ‘56 la rivolta si sviluppò in
Polonia e in Ungheria.
Democrazia
basata sui consigli operai
La rivoluzione
politica ungherese che iniziò nella notte tra il 22 e il 23 ottobre ‘56 aveva
un carattere socialista. Non metteva in forse la proprietà collettiva ma voleva
porre fine alla repressione, alla burocrazia e al dominio dei burocrati russi.
Già nei primi
giorni si crearono “comitati rivoluzionari” e “consigli operai” nei quartieri e
nelle fabbriche sia a Budapest che nelle province. Il 13 e il 14 novembre, dopo
il secondo intervento russo, più di 500 delegati operai formarono il Consiglio
Operaio Centrale della regione di Budapest. Il presidente era un operaio
metalmeccanico di 23 anni, Sandor Racz. Il 50% dei delegati aveva dai 23 ai 28
anni. Ogni delegato doveva passare la giornata lavorativa in fabbrica, fare un
rapporto dopo ogni riunione del consiglio ed era revocabile in qualsiasi
momento.
Nella lotta
contro l’apparato burocratico, gli elementi reazionari non riuscirono ad
organizzarsi e meno ancora ad avere l’appoggio delle masse. Se l’intervento
russo non ci fosse stato avremmo visto lo sviluppo di una rivoluzione politica
che avrebbe eliminato la burocrazia onnipotente, assicurando piena libertà di
critica e di formazione di partiti politici. D’altronde ne Marx ne Lenin
avevano parlato di regime monopartitico come una delle basi del socialismo! La
polizia politica, odiata da tutti, era già stata sciolta. Sotto il controllo
dei consigli operai la pianificazione economica sarebbe stata veramente
democratica e per tanto efficace. L’esempio ungherese sarebbe stato un polo di
attrazione per i lavoratori dell’Est e dell’Ovest.
Era logico che
un regime socialista ungherese basato sulla democrazia operaia non facesse
piacere ne ai burocrati russi, jugoslavi ecc. ne ai capitalisti europei e
americani. La borghesia era disposta a strumentalizzare in chiave anticomunista
l’Ottobre ungherese, ma non ad aiutare la lotta dei lavoratori contro la
burocrazia. I capitalisti sanno benissimo che sarebbe difficile attaccare un
socialismo basato sulla democrazia operaia. Ultimamente ne abbiamo avuto una
prova, quando nell’80-81 hanno appoggiato massicciamente la burocrazia polacca
travolta dalla lotta operaia. In quei due anni hanno dato al regime polacco
oltre 3 miliardi di dollari, molto di più di quanto ha dato l’Urss!
Solo dopo il
golpe del 13 dicembre 1981 hanno parlato di sanzioni economiche. Una volta
scampato il pericolo di una rivoluzione politica si poteva tornare ad attaccare
“il socialismo”.
Tratto da
Falcemartello numero 6 del Febbraio del 1987
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