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Il Messico insorge contro la truffa elettorale Stampa E-mail
Scritto da Davide Bacchelli   

“E’ un colpo di Stato”, così ha commentato Andres Manuel Lopez Obrador (“Amlo”) il verdetto con cui il 29 agosto scorso il Tribunale Elettorale Federale ha sancito la regolarità dello scrutinio dei voti alle elezioni presidenziali del 2 luglio dopo il riconteggio del 9,07% dei 70 milioni di schede. Amlo, candidato del Partito della Rivoluzione Democratica (Prd, principale partito della sinistra), avrebbe raccolto appena 240mila voti in meno del rivale Felipe Calderon del Partito dell’Alleanza Nazionale (Pan, destra), uno 0.58% in più per colui che dovrebbe continuare le politiche contro i lavoratori, i contadini e i poveri portate avanti dall’attuale presidente, Vincente Fox (Pan), e dai suoi predecessori. Tutto ciò con il beneplacito dell’oligarchia messicana, dell’imperialismo Usa e dell’Unione Europea, schierate a sostegno di Calderon.


Il riconteggio parziale ha comunque fatto emergere brogli ed irregolarità al confronto dei quali, per dirla come Amlo, “lo scandalo Watergate pare un gioco da ragazzi”: migliaia di sezioni il cui numero delle schede non corrispondeva a quello dei votanti registrati, verbali palesemente falsi, schede senza piegature per l’introduzione nelle urne, sostituzione degli scrutatori designati, alcuni video che mostrano la manomissione dei plichi delle schede da parte di scrutatori. Ma a differenza delle frodi elettorali del passato – un caratteristica della “democrazia” locale - le proteste contro la frode attuale stanno scuotendo alle radici tutta la società messicana.

Il rapido susseguirsi degli eventi.

Non appena resi pubblici i risultati definitivi ufficiali delle votazioni, è apparso subito chiaro ai sostenitori di Obrador che si trattava di una frode elettorale. I contadini, gli studenti  e i poveri in genere, hanno reagito istintivamente contro il rischio di altri sei anni di politiche del Pan fatte di tagli, privatizzazioni, disoccupazione, emigrazione economica forzata, corruzione, crollo delle condizioni di vita e di lavoro, inflazione e repressione.

L’8 luglio hanno risposto in 700mila all’appello alla mobilitazione lanciato da Amlo riempiendo la piazza dello Zocalo al centro di Città del Messico. Due settimane dopo erano due milioni nel cuore della capitale. Domenica 30 luglio i dimostranti erano tre milioni, che hanno riempito la piazza e il viale principale della città per oltre tre chilometri. Quel giorno in tutto il paese hanno manifestato sette milioni di persone unite per chiedere il riconteggio di tutti i voti, scheda per scheda, urna per urna. Ma la manifestazione del 30 luglio è stata diversa dalle precedenti anche dal punto di vista qualitativo. Infatti quella sera, finiti i discorsi dal palco, molti manifestanti hanno deciso di non tornare a casa. La piazza dello Zocalo è stata occupata. Sono state montate delle tende e la gente ha iniziato a discutere e a pianificare le azioni future. L’accampamento è cresciuto bloccando così il centro amministrativo e commerciale della capitale. L’area occupata si è allargata fino a comprendere il nodo ferroviario utilizzato ogni giorno da decine di migliaia di persone provenienti dai sobborghi della capitale.

Sono state intraprese azioni di massa in rapida successione: blocchi autostradali; manifestazioni davanti alla sedi della borsa e delle principali banche; picchetti davanti ad importanti sedi istituzionali tra le quali il Tribunale Elettorale Federale, il cui incarico era di organizzare le elezioni, ma che in pratica ha messo in atto la frode; è stato impedito ai dirigenti delle multinazionali straniere di recarsi in ufficio. La stampa borghese ha protestato perché tutto ciò sta costando milioni di dollari alle imprese.

Così come in passato le mobilitazioni di massa avevano permesso ad Obrador di candidarsi alle elezioni, così il 5 agosto hanno costretto lo Stato messicano a concedere il riconteggio dei voti. Per la borghesia è stato un altro ridicolo tentativo di prendere tempo per indebolire gli occupanti dello Zocalo, utilizzando anche la menzogna sui mezzi di comunicazione e le alte gerarchie della chiesa cattolica; invece, per i sostenitori di Obrador è un altro passo in avanti per sviluppare la consapevolezza della propria forza attraverso la necessaria organizzazione quotidiana delle proteste e della vita nell’accampamento. È in questo ambiente che nascono e si sviluppano i Comitati contro la frode elettorale nei quartieri di Città del Messico e in altre città in tutto il paese. Ma il fatto più importante è l’appello lanciato da Obrador per la formazione di una Convenzione Nazionale Democratica che dovrebbe riunirsi il 16 settembre nelle piazza dello Zocalo.

IL 29 agosto arriva il verdetto della Corte Elettorale Federale dopo il riconteggio parziale, e la stessa respinge 350 reclami contro i voti truccati durante le elezioni. Conseguentemente, il 6 settembre Caldedon viene proclamato presidente. Non ci saranno più riconteggi dei voti e dei seggi. La via legale è stata definitivamente chiusa dalle istituzioni borghesi. Questo lascia poche altre scelte al movimento di massa. Amlo ha dichiarato che non accetterà mai “un presidente illegittimo”. Ha ripetuto il suo appello per una Convenzione Nazionale Democratica per il 16 settembre e ha annunciato per quel giorno l’arrivo nella capitale di un milione di delegati da tutto il paese. “Se loro non vogliono rispettare il volere del popolo, allora il popolo organizzerà un’assemblea per eleggere i propri rappresentanti”, ha detto in maniera provocatoria. La scelta che vuole portare davanti al milione di delegati è tra considerarlo il legittimo presedente, eleggerlo come leader del governo alternativo o coordinatore della resistenza pacifica.

Verso la Convenzione Nazionale Democratica

Il 1° settembre in decine di migliaia sono pronti a marciare dallo Zocalo verso il parlamento per impedire l’ultimo discorso ufficiale del presidente uscente Fox. A difesa del palazzo 8500 agenti federali in tenuta antisommossa, in una zona di 10 chilometri quadrati in cui è sospesa ogni garanzia individuale, 11 fermate della metropolitana nell’area sono sospese: si tratta di una prova di debolezza dello stato, ma Amlo e i dirigenti del Prd decidono di bloccare la manifestazione perché ci sono alti rischi di infiltrazioni nel corteo che potrebbero provocare una reazione  estremamente violenta delle forze dell’ordine. La contestazione a Fox viene portata avanti dai deputati del Prd che in 200 occupano la tribuna presidenziale. A Fox non riamane che consegnare il testo del discorso al cancelliere per poi darne lettura dagli studi della televisione. Anche se in tono minore, questa protesta ha segnato un altro punto a favore del movimento e allo stesso tempo ha mostrato i limiti di una protesta fatta di soli cortei, presidi e picchetti, soprattutto all’attuale livello dello scontro dove sono fondamentali servizi d’ordine e comitati di autodifesa.

La Convezione nazionale democratica (Cnd) può rappresentare il salto qualitativo decisivo nello sviluppo della lotta di lasse in Messico, il punto di svolta per milioni di coscienze. Le istituzioni borghesi hanno sbattuto la porta sulla faccia delle domande di democrazia delle masse messicane. La Convezione dovrebbe essere l’inizio di una assemblea generale rivoluzionaria di delegati eletti dai comitati locali in tutto il paese, revocabili dalle istanze che li hanno eletti quando non rispondono al loro mandato. Questa deve essere la spina dorsale di un nuovo regime democratico che sostituisca le esistenti corrotte istituzioni borghesi. Per questo è necessario un percorso di discussione a tutti i livelli partendo dai quartieri, i luoghi di studio e di lavoro su come procedere nel movimento contro le istituzioni ufficiali, quindi contro gli interessi di classe che difende. Ci dovrebbe essere la possibilità di valutare alternative rispetto alle proposte che Obrador intende porre alla votazione della Convenzione.

La rivolta di Oaxaca

Il migliore esempio di questa democrazia è la lotta nello stato federale di Oaxaca. Per dieci anni gli insegnanti hanno portato avanti una vertenza per l’aumento dei salari. Quest’anno la lotta degli insegnanti è diventata un punto di riferimento per tutte le mobilitazioni degli strati oppressi della società e anche per il movimento contro le frodi elettorali. Iniziata con l’occupazione permanente dello Zocalo di Oaxaca, la vertenza ha assunto un carattere politico generale quando il governatore Ulises Luis Ortega ha fatto sgombrare la piazza il 14 giugno dopo una vera e propria battaglia che si inseriva nel disegno generale della borghesia messicana di reprimere tutte le mobilitazioni prima delle elezioni nel tentativo di costruire una atmosfera di violenza ed insicurezza a cui avrebbe dato soluzione Calderon, ristabilendo “ordine e sicurezza” attaccando innanzitutto le dimostrazioni contro la frode elettorale.

Ma come spesso accade, le cose possono rapidamente trasformarsi nel proprio contrario. La lotta contro Ortega ha coinvolto tutte le categorie dei lavoratori, contadini e studenti che hanno riconquistato lo Zocalo. È stata formata l’Assemblea Popolare del Popolo di Oaxaca (Appo) dove sono rappresentate 350 differenti organizzazioni popolari. Questa Assemblea Popolare, o assemblea permanente, esige le dimissioni del governatore di destra.

In effetti, l’Appo si sta ponendo come un vero e proprio potere alternativo. Sono stati costituiti comitati di autodifesa che garantiscono lo scorrere regolare della vita quotidiana, oltre a respingere le bande di paramilitari al soldo del governatore. I padroni locali, formalmente “neutrali”, vogliono un ritorno all’ordine e sono pronti alla serrata. Questo obbligherebbe i lavoratori a portare la lotta nelle fabbriche. La lotta di Oaxaca è gà ora un esempio per tutto il paese. Da qui lo slogan delle dimostrazioni in piazza dello Zocalo di Oaxaca “Una, due, tre Oaxaca!”. Amlo ha ragione quando dichiara: “I cambiamenti più importanti in Messico non sono mai arrivati attraverso la politica convenzionale, ma dalla strada.”(Financial Times, 21 agosto 2006).

La lotta contro la frode è lotta di classe

Questi storici avvenimenti pongono il Messico nella prima linea della rivoluzione latinoamericana. La lotta prescinde dalla persona e dal programma di Lopez Obrador, che nel migliore dei casi potrebbe essere considerato un riformista di sinistra che non vuole rompere con il capitalismo. Come altri dirigenti del Prd viene dal Pri, il decaduto partito della borghesia messicana che ha governato il paese con il pugno di ferro per quasi 80 anni.

Tuttavia il problema non è solo Amlo o i vertici del Prd. L’entrata in scena delle masse ha trasformato l’intera situazione: per i lavoratori, i poveri, i contadini, la lotta contro il broglio è una lotta per i loro interessi, contro il saccheggio del paese e l’asservimento all’oligarchia e all’imperialismo. Sotto la spinta di questo movimento, lo stesso Obrador ha preso posizione contro la privatizzazione della compagnia petrolifera nazionale, obiettivo primario che il precedente governo di destra non è riuscito a portare a termine.

L’imperialismo vede in Obrador il pericolo di un nuovo Chavez. Più precisamente temono, e con ragione, l’ascesa rivoluzionaria delle masse in un paese decisivo che, per giunta, ha una frontiera di tremila chilometri in comune con gli Stati Uniti. Temono che le promesse e i discorsi di Amlo possano mettere in moto un movimento che vada oltre i limiti del capitalismo. Questa è il vero rischio per gli interessi dell’oligarchia e dell’imperialismo, che in Messico sono enormi. La loro paura deve essere la nostra speranza.

Oggi, più che mai, l’unica alternativa è lottare per il socialismo. Ogni altra via di mezzo significherebbe tornare al passato. Nelle parole del cantautore Alfredo Zitarroza, “Chi non cambia tutto, non cambia nulla. "

7 settembre 2006 

 
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