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Lotta alla precarietà, se non ora quando? Stampa E-mail
Scritto da Paolo Grassi   

 Manifestazione nazionale a Roma sabato 4 novembre

 

Dopo un estate contrassegnata dalle polemiche sul verdetto degli ispettori del lavoro ad Atesia (vedi articolo) l’autunno, per la prima volta da anni, ci offre seriamente la possibilità di poter lanciare una controffensiva contro il precariato.

La vicenda Atesia ha scoperchiato un problema di cui da anni si discute ma a cui nessuno ha mai voluto porre rimedio. Sicuramente non i dirigenti sindacali, responsabile di aver firmato lungo 15 anni centinaia di contratti nazionali e aziendali pieni di cedimenti sulla flessibilità. Tantomeno il governo di centro sinistra, che non perde occasione per ricordare che nel programma dell’Unione non c’è l’abolizione della legge 30, e conta tra le sue fila un ministro del lavoro, Damiano (ex dirigente Fiom), che a giugno ha partorito una circolare sui call center tutta proiettata sulla giustificazione del tipo di assunzioni fatte ad Atesia in questi anni. Circolare, è il caso di ricordarlo, di cui l’ex ministro del lavoro Maroni, il tanto contestato padre della legge 30, contro la quale facemmo più di uno sciopero, ha rivendicato la paternità.

In cantiere le solite ricette

I lavoratori di Atesia sono riusciti a conquistarsi le pagine dei giornali e un rapporto dell’ispettorato del lavoro a loro favorevole solo ed esclusivamente grazie alla loro determinazione e coraggio, trovando ogni volta la forza di reagire alle minacce e ai ricatti dell’azienda, pagati da diversi lavoratori col licenziamento. Una lotta che dura da mesi in cui i dirigenti sindacali hanno giocato un ruolo di freno se non addirittura in alcuni momenti decisivi di boicottaggio.

Se la percezione della precarietà tra i lavoratori sta cambiando, non sembra che ciò valga per chi a parole dice di perseguire i loro interessi.

Il neoministro del lavoro, ha recentemente spiegato, in più occasioni, quali sono in questo momento le ricette per affrontare il problema della flessibilità. Il suo punto di partenza è “ovviamente” che la flessibilità è cosa giusta, bisogna solo saperla gestire. Le ricette proposte sono sgravi fiscali per le aziende che assumono stabilmente, avvantaggiando le imprese attraverso il credito d’imposta e un aumento dei contributi dei lavoratori parasubordinati, così che il lavoratore precario costi più di quello a tempo indeterminato.

Si tratta di una riproposizione di quanto detto e fatto in questi 10 anni, prima dal centro sinistra e poi dal centrodestra.

Argomenti come “flessibilità uguale opportunità” per inserirsi nel mondo del lavoro o per far emergere il lavoro nero oggi sono equazioni che hanno dimostrato ampiamente la loro falsità. Non solo perché il fenomeno ha raggiunto livelli ormai inaccettabili, non solo perché il lavoro nero non è diminuito ma è aumentato, ma anche perché il lavoro precario si è dimostrato nei fatti lo strumento con cui i padroni sostituiscono lavoratori stabili con lavoratori più ricattabili. Ne è conseguito il rapido arretramento delle condizioni di tutti i lavoratori (per questo gli incidenti e i morti sul lavoro sono in aumento), di cui le donne, in particolare quelle con figli, fanno le spese maggiori. Per non parlare poi della grande falsità che la precarietà poteva aumentare l’occupazione. I padroni assumono dei lavoratori se hanno un profitto da conseguire. Nessuno assume per beneficenza. I lavoratori che sono stati assunti in questi anni coi contratti precari sarebbero comunque stati assunti.

Le proposte di sgravi fiscali, incentivi e innalzamento dei contributi sono cose già viste. Non era stato detto che il lavoro interinale proprio perché più costoso avrebbe incentivato le aziende ad assumere stabilmente? Non solo il lavoro interinale partorito dal pacchetto Treu non ha sortito questo effetto, ma anzi con la legge 30 è stato peggiorato, trasformato in lavoro somministrato (il nome è tutto un programma). Ultimamente poi si sta affermando l’apprendistato come strumento per passare i lavoratori, dopo anni di lavoro interinale o a termine, a una forma contrattuale più stabile (comunque sempre a termine perché dopo due anni l’azienda può anche non confermarti), e anche molto conveniente, considerato che il grosso dei contributi ce li mette lo Stato e che gli inquadramenti sono sensibilmente più bassi di quelli previsti dai contratti nazionali.

Grazie alle illuminate proposte di questi esperti oggi un padrone può tenere un lavoratore precario a vita, passandolo a secondo delle esigenze a un nuovo tipo di contratto, e poco importa se può costare un pochino di più perché la consapevolezza di averlo sotto il ricatto se prova a far valere i propri diritti, o gli viene l’assurda idea di fare un figlio, valgono più di tanti disincentivi a cui sicuramente il commercialista aziendale troverà rimedio.

Il comitato Stop precarietà ora

La percezione tra i lavoratori che il problema della precarizzazione deve trovare risposte efficaci al più presto si allarga giorno dopo giorno, non solo grazie a lotte come quella di Atesia, ma anche alle tante lotte, spesso passate sotto silenzio, che in questi ultimi anni hanno attraversato il paese. Anche per questo l’iniziativa convocata a luglio dal comitato Stop precarietà ora promossa da un largo settore della sinistra che spazia dalle associazioni, ai sindacati di base a dirigenti della Cgil (tra i quali i segretari della Fiom, della Funzione pubblica) ha ottenuto un certo successo e si pone l’obbiettivo di una grande manifestazione in autunno.

Il comitato ha convocato questa manifestazione sulla base di un appello che collega la lotta alla precarietà a molte altre controriforme ingiuste di questi anni. Cose sacrosante che richiedono, per vincere, il coinvolgimento della maggioranza dei lavoratori e degli studenti.

È un’opportunità perché oggettivamente offre a tanti lavoratori e giovani un punto di riferimento per incominciare una campagna di sensibilizzazione con una piattaforma rivendicativa, ma proprio per perseguire obbiettivi ambiziosi serve il massimo controllo della base sulla mobilitazione. Altrimenti il rischio che si concluda come tante altre, cioè con un nulla di fatto, è reale. Il vertice di questo comitato, estremamente eterogeneo, in passato ha dimostrato di non essere all’altezza dei propri compiti se non addirittura corresponsabile dei peggioramenti di questi anni.

Costa poco a Rinaldini (segretario Fiom) intervenire all’assemblea per dire che non va contrastato solo il pacchetto Treu e la legge 30 ma anche l’utilizzo dei contratti a tempo determinato, quando pochi giorni prima ha sottoscritto un integrativo alla Fiat (in piena ripresa delle vendite) che prevede il passaggio dei lavoratori interinali, per giunta addetti a mansioni di bassa qualifica, a un contratto di apprendistato. Oppure avere l’adesione del segretario della Funzione pubblica che in questi anni non ha mosso un dito in un settore dove il precariato è dilagato.

Né le forze considerate antagoniste possono offrire una prospettiva percorribile a questa lotta. Da un lato vi sono sindacati extraconfederali, da tempo in crisi di adesioni e militanza, che concepiscono la mobilitazione come una semplice questione di convocazione di date senza porsi il problema che non basta convocarli gli scioperi generali, bisogna anche coinvolgere la maggioranza dei lavoratori. Dall’altro tanti collettivi e centri sociali che dal palco hanno lanciato i più grandi anatemi verso il padronato, non hanno, in generale, costruito un reale radicamento tra i lavoratori e sono di fatto autoreferenziali.

Compagni come Cremaschi (dirigente della Fiom e principale promotore della nuova sinistra in Cgil la Rete 28 aprile) in questi mesi ha preso correttamente posizione contro la finanziaria, l’attacco alle pensioni e il precariato. Proponendo una stagione di conflitto e se necessario lo sciopero generale. Questa è la direzione giusta, ora bisogna passare dalle parole (che non costano nulla) ai fatti.

Difendiamo i nostri interessi di classe

I padroni non rispetteranno la sentenza dell’ispettorato del lavoro su Atesia e anzi chiederanno ancora più precarietà. Il gruppo Cos-Almaviva (15mila dipendenti e un fatturato anuo di 250 milioni di euro), di cui fa parte anche Atesia (53 milioni di euro di utile solo nel 2004), sostenuto dalla sua associazione padronale, ha minacciato migliaia di esuberi nel gruppo e 80mila nel settore (su un totale di 250mila), oltre a ventilare la possibilità di chiudere i call center per andare all’estero.

La lotta alla precarietà può arrivare al livello necessario di estensione e combattività solo se saranno in prima fila i lavoratori, precari e non, i delegati rappresentativi delle realtà più avanzate, se saprà costruire una partecipazione nei luoghi di lavoro e di studio tale da mettere in crisi la prospettiva che oggi accomuna il governo e i vertici sindacali, ossia quella della flessibilità concertata. Unendo vertenze sul campo come quella di Atesia, ma anche tante altre che non hanno avuto l’onore delle cronache, a una battaglia generale contro le leggi precarizzanti (legge 30 e pacchetto Treu) possiamo piegare l’arroganza padronale.

È compito di tutti gli attivisti lavorare per questa prospettiva facendo sì che la mobilitazione proposta dal comitato Stop precarietà ora assuma questo carattere e non si limiti a mettere insieme una “platea” per ascoltare interventi tuonanti che poi non portano a nulla, o per salvare la faccia a qualche dirigente sindacale che teme di perderla assieme a questo governo.

12 settembre 2006 

 FalceMartello, la tendenza marxista nel Prc è fra i promotori della manifestazione nazionale contro il lavoro precario che si terrà a Roma il 4 novembre. Pubblicheremo materiale ed organizzeremo per tutto il mese di ottobre iniziative e discussioni in tutta Italia per preparare la partecipazione al corteo nazionale.

Se vuoi saperne di più, contatta i sostenitori di FalceMartello nella tua città o scrivici a Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 
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