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Giù le mani da scuola, pensioni e sanità!
La finanziaria in preparazione è un boccone immangiabile e
indigeribile. Non solo per la cifra colossale, attorno ai 30 miliardi
di euro fra tagli e nuove entrate, ma anche e soprattutto per la
composizione che si preannuncia. Dietro ai proclami e alle belle parole
sull’equità, sullo sviluppo e sulla necessità di colpire chi può dare
di più, le proposte in campo parlano di tutt’altro.
Mentre scriviamo non sono ancora state rese pubbliche proposte dettagliate, tuttavia è già chiaro in che direzione si vuole andare. I tagli riguarderanno innanzitutto la sanità, si parla di reintrodurre o aumentare i ticket su pronto soccorso, day hospital, di ridurre i ricoveri, di identificare le aree del paese dove la media di posti letto per abitante sarebbe superiore a quella europea per andare a tagliare. Sulla scuola ci si muove con maggiore cautela, soprattutto dopo la levata di scudi da parte del sindacato sull’ipotesi di tagliare 100mila insegnanti, tuttavia un miliardo si dovrà recuperare anche da lì. Alle ferrovie, già massacrate da vent’anni di ristrutturazioni, tagli e smembramento, si invia come nuovo presidente un pasdaran padronale, l’ex direttore generale di Confindustria Innocenzo Cipolletta.Restano nel vago, per ora, i minacciati tagli agli enti locali, che cadranno comunque inevitabilmente su servizi sociali basilari (nidi, materne, trasporto locale, ecc.).
Il taglio del “cuneo fiscale” (leggi contributi) andrebbe per due terzi alle imprese e per un terzo ai lavoratori. Si tenga a mente che i contributi sono salario differito, sono soldi che il lavoratore percepisce sotto forma di malattia, infortunio, pensione, ecc. Si tratta di un vero e proprio scippo sul quale i dirigenti sindacali si limitano a proporre una diversa proporzione nella ripartizione, quando dovrebbero invece opporsi e basta.
Si tenta di indorare la pillola promettendo che si tasseranno le rendite al 20%: un’aliquota unica che mette sullo stesso piano il piccolo risparmio di un buono postale o di un piccolo deposito su un conto corrente con la grande speculazione finanziaria in grado di realizzare miliardi con le operazioni di Borsa (e che, per giunta, ha molti più mezzi per eludere tasse e controlli). Lo stesso vale per gli affitti, andando a livellare le tasse che oggi paga un proprietario che affitta un immobile. In altre parole, pagherà la stessa percentuale chi affitta una stanza nel suo appartamento per arrotondare la pensione e chi affitta un palazzo. A dire del governo questo sarebbe uno strumento per combattere il mercato nero degli affitti…
Sulle pensioni il governo parte intenzionato a seguire i “buoni consigli” dei dirigenti di Cgil Cisl e Uil: stralciarle dalla finanziaria e mettere in cantiere l’attacco successivamente. Non è un segreto tuttavia che si parla di aumento dell’età pensionabile, si chiudono finestre per l’andata in pensione e si studiano i meccanismi più adatti per “convincere” i lavoratori a restare a lavorare più a lungo.
Le motivazioni addotte per giustificare questo attacco sono sostanzialmente due. La prima è il solito ritornello sulle pensioni: la gente vive di più e l’Inps non ce la fa a pagare le pensioni. La seconda “spiega” che in Italia la gente lavora troppo poco e guadagna troppo ed è per colpa di questa situazione se perdiamo terreno sui mercati internazionali.Le cose stanno molto diversamente, e a dirlo sono i numeri. E vero che ogni anno lo Stato finanzia l’Inps con una cifra assai consistente, pari a circa il 5% del Pil. Tuttavia questo avviene in gran parte perché l’Inps è gravato da spese che non gli dovrebbero competere, come spiega Luciano Gallino su Repubblica (5 settembre): spese assistenziali come cassa integrazione, mobilità, assegni sociali vari, ecc. Inoltre mentre ci si prepara a colpire una volta di più i lavoratori, i dati mostrano come ad essere in passivo siano i fondi dei dirigenti d’azienda, dei coltivatori diretti e degli artigiani. Emerge chiaramente quindi che si attaccano le pensioni non per la presunta “insostenibilità” delle pensioni future, ma per accollare ai lavoratori le falle della finanza pubblica. Si aggiunga che il dilagare della precarizzazione e del lavoro nero sottrae enormi risorse alle pensioni future.
Ancora più chiari i dati riguardanti lavoro e salari. L’indagine di Mediobanca sui bilanci di un campione di 980 grandi imprese italiane illustra senza mezzi termini quella che lo stesso Corriere della sera definisce “la rivincita del capitale”; nel 1974 i salari assorbivano il 70% del valore aggiunto; nel 1996 la pecentuale era scesa al 53,4% calando poi ulteriormente fino al 48% del 2005. Queste cifre sono il risultato messo nero su bianco di trent’anni di concertazione e cedimenti dei dirigenti sindacali. I lavoratori si sono spremuti a vantaggio dei dividendi degli azionisti, cresciuti fino al 16,3% del valore aggiunto quando nel 1974 erano al 2% e nel 1996 all’8,3%. All’interno dell’impresa resta, sotto forma di accantonamenti, un 16,5% (era l’8,3 nel 1974), il resto sono tasse e oneri finanziari, ossia interessi pagati alle banche. In sintesi, quasi la metà di quanto si produce nella grande impresa va a finire direttamente o indirettamente nelle tasche dei padroni.
La quasi trentennale “rivincita del capitale” non si è fermata all’interno delle aziende: l’intera ricchezza sociale è stata redistribuita verso l’alto, come illustra sempre Luciano Gallino (La Repubblica, 19 luglio). Nel 2004 il 10% delle famiglie italiane più ricche incassava, una volta pagate le tasse e i contributi, il 26,7% del reddito nazionale totale. Il 10% costituito dalle famiglie più povere si deve accontentare del 2,6%, ossia dieci volte di meno! La distribuzione della ricchezza netta totale (attività finanziarie, abitazioni e altre proprietà immobiliari, ecc.) è ancora più iniqua: il 10% più ricco possiede il 43% della ricchezza netta delle famiglie italiane, il 10% più povero si deve accontentare di meno dell’1%. Avverte Gallino che a causa dell’evasione e dell’elusione fiscale che nascondono alle statistiche ricchezze cospicue, la realtà è probabilmente anche peggiore.Queste cifre dovrebbero essere più che sufficienti per rispedire al mittente (che stia a Roma, a Bruxelles o a Francoforte) la pretesa di un ennesimo giro di vite. Purtroppo la realtà è ben diversa. Deve far riflettere l’impotenza quasi completa della sinistra dell’Unione (Prc e Pdci), incapace sin qui di influenzare in modo significativo il corso del governo. Non si passa praticamente su nulla, le richieste di dimezzare la portata della finanziaria, di “spalmarla” su due anni, di pesanti tassazioni contro profitti e rendite, non sono state neppure prese in considerazione da Prodi e Padoa Schioppa. La mancata firma del ministro Ferrero sul Documento di programmazione varato dal governo a luglio non ha provocato alcuna conseguenza degna di nota. Dove sono finite le mirabolanti promesse di Bertinotti e della maggioranza del Prc, la “grande riforma”, il “programma avanzato dell’Unione”, i fiumi di parole spesi per convincere militanti ed elettori di quanto fosse cosa buona e giusta entrare in questa coalizione?
Né le cose promettono di migliorare nel prossimo futuro, al contrario. Come effetto dello stato confusionale della Casa della libertà e di Berlusconi, la destra sta ormai andando avanti in ordine sparso e questo rende possibile per il governo fare un gioco di sponda cercando appoggi, quando necessario, nel campo avverso. Assai più che le forze di sinistra, oggi il maggior potere di ricatto e condizionamento è in mano a quei senatori centristi inseriti nella “zona grigia” compresa fra il partito di Di Pietro e quello di Mastella. Nei prossimi mesi potremmo assistere a un salto di qualità con il progressivo smarcamento dell’Udc da Berlusconi, con Follini a fare da apripista (“O l’Udc esce dalla Casa delle libertà, o io esco dall’Udc”). Prodi ha già reso chiaro nei mesi scorsi che questa volta, a differenza del 1998, sarà egli stesso a guidare un eventuale allargamento della maggioranza parlamentare. Tradotto in parole povere, il governo è pronto a imbarcare i futuri transfughi dalla Casa delle libertà. Se (o meglio: quando) si arriverà a questa situazione, il peso contrattuale del Prc sarà ridotto al lumicino, ancora più di quanto non sia già oggi.A fare da contraltare a questo evidente indebolimento della sinistra in parlamento c’è lo stato di sostanziale paralisi delle mobilitazioni di massa. Lo spettacolo della Perugia-Assisi con poche migliaia di persone accodate a uno striscione che recava il peregrino slogan “Forza Onu” parla da solo. La capitolazione della sinistra, ingabbiata sempre più saldamente da un governo a guida borghese, ha generato un evidente spiazzamento di tanti attivisti, con buona pace delle belle chiacchiere di chi nella maggioranza del Prc si riempiva la bocca di slogan sul “governo leggero, movimento pesante” e simili amenità.
Che fare allora? L’esperienza di questi mesi ha mostrato che avevamo pienamente ragione quando avvertivamo che entrando in questa coalizione il Prc si sarebbe trovato, volente o nolente, ad abbellire e giustificare azioni contrarie agli interessi dei lavoratori e alle stesse posizioni assunte in passato dal partito. Conferma anche, inoltre, che da questo ginepraio non si esce facilmente. Lo dimostra in maniera lampante l’esperienza dei cosiddetti senatori “ribelli”, che hanno sì conquistato qualche titolo sui giornali ma non hanno poi potuto fare quanto essi stessi avevano annunciato (votare contro la fiducia sulla missione in Afghanistan) perché la conseguente caduta del governo li avrebbe posti in una situazione insostenibile.
Si deve quindi ripartire non da qualche trovata propagandistica più o meno efficace, ma da dove ci siamo interrotti circa un anno fa: dalle mobilitazioni di massa nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, sui territori. Il filo che partiva da Genova 2001 e passando per gli scioperi generali in difesa dell’articolo 18, gli scioperi combattivi di Melfi, degli autoferrotranvieri, dell’Alitalia e di tante altre fabbriche, arrivava fino alla rivolta della Valsusa, quel filo si è interrotto e deve essere riannodato.Questa è l’unica via che possiamo percorrere per impedire che il governo di centrosinistra sia una volta di più il becchino di tante speranze suscitate in quelle mobilitazioni.Chi oggi prende coscienza della natura di questo governo, della sua politica antipopolare ha innanzitutto il compito di spiegare pazientemente e diffondere questa comprensione, dialogando con tutti coloro che hanno votato l’Unione sperando di vedere finalmente le cose cambiare e che oggi cominciano a porsi molte domande sulla reale natura di questo governo. Dobbiamo andare nei luoghi di lavoro e di studio e porre un problema molto semplice: non abbiamo votato contro la destra per vedere un governo che ripropone attacchi alle pensioni, allo stato sociale, che non alza un dito contro il precariato, che spende soldi per mandare altri soldati in missioni di guerra, che sa parlare solo di “rigore”, dei parametri di Maastricht e che guarda solo alle necessità delle imprese e dei padroni.
Poiché non abbiamo votato la sinistra per fare questa politica dobbiamo organizzarci e tornare a farci sentire nelle piazze di quest’autunno. Dobbiamo dare la sveglia ai dirigenti sindacali, già seduti a tutti i possibili tavoli di trattativa col governo, perché a quei tavoli non possono andare per trattare gli spiccioli della manovra, ma per dire chiaramente che i lavoratori e i poveri hanno già pagato fin troppo, che dalle nostre tasche non deve uscire un centesimo, che se c’è qualcuno che deve pagare sono le fortune gigantesche accumulate in questi anni a nostre spese. Se il governo intende proseguire sulla strada attuale deve sapere che i lavoratori e i giovani non staranno zitti a subire passivamente, che non c’è governo amico che tenga quando sono in gioco i nostri diritti fondamentali, che li difenderemo anche nelle piazze e con lo sciopero come li abbiamo difesi quando ad attaccarli c’era un governo di destra. Dobbiamo fare pressioni nei luoghi di lavoro, nelle Rsu e negli organismi dirigenti della Cgil per fare arrivare chiaro il messaggio a Epifani: non si può arretrare.Oggi può sembrare che laddove fino a pochi mesi fa c’erano grandi mobilitazioni vi sia solo silenzio, ma non dobbiamo lasciarci ingannare da questa impressione superficiale e momentanea. In tutti gli ambiti possibili e in particolare nelle organizzazioni della sinistra e nella Cgil, senza isterismi e senza ultimatismi, dobbiamo porre una semplice domanda:
“Compagni, è per questo che abbiamo cacciato Berlusconi? Per avere ancora precariato, tagli, privatizzazioni, attacchi alle pensioni? Vogliamo ripetere l’esperienza fallimentare del centrosinistra degli anni ’90?” Ogni giorno che passa saranno più numerosi coloro che si daranno la nostra stessa risposta.Solo per questa via possiamo difendere i nostri diritti minacciati e solo per questa via potremo dare una prospettiva al Partito della rifondazione comunista che non sia quella di essere risucchiato sempre più in basso da questa coalizione per poi, inevitabilmente, essere messo da parte non appena si rendano praticabili altre aggregazioni parlamentari.
12 settembre 2006
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