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La vertenza Atesia dopo lo sciopero del 1° giugno Stampa E-mail
Scritto da Alessio Vittori   

Negli ultimi mesi il dibattito sulla precarietà si è di nuovo acceso. Ad infiammarlo c’è da una parte la lotta all’Atesia e dall’altra il Ministro del lavoro Damiano, che ha emanato una circolare sui call center in cui afferma che soltanto i lavoratori che ricevono le telefonate svolgono lavoro subordinato, mentre chi le fa svolge in realtà lavoro autonomo. Una colossale presa in giro che può essere smascherata proprio a partire da Atesia, dove ci sono migliaia di lavoratori che svolgono un lavoro a tutti gli effetti subordinato, facendo e ricevendo telefonate.

La vertenza Atesia dopo lo sciopero del 1° giugno

Ad Atesia è stato firmato lo scorso 11 aprile un accordo che grida vendetta (vedi FalceMartello n. 193) che, a fronte della stabilizzazione per un numero bassissimo di lavoratori, ne lascia altri duemila nel tunnel dei contratti di apprendistato e di inserimento. Non contenta, Atesia ha poi proceduto al licenziamento politico di centinaia di lavoratori tra quelli che più si sono distinti negli scioperi dell’ultimo anno.

Contro l’accordo dell’11 aprile, che a Roma ha messo un po’ sottosopra la Cgil, costretta a sconfessare a denti stretti la firma messa dalla Slc (ma non dal Nidil), il Collettivo Precari Atesia ha convocato uno sciopero per il 1° giugno con un picchetto davanti all’azienda dalle sei di mattina.

Crediamo che la situazione che si è venuta a creare sul piazzale di Atesia in occasione di questo sciopero debba portare a qualche riflessione. Ad organizzare il picchetto davanti all’entrata dell’azienda c’erano i lavoratori del Collettivo insieme ad alcune decine di attivisti sindacali e lavoratori dei Cobas e dello Slai Cobas, molti dei quali venuti da Pomigliano.

Non c’era nemmeno un volantino per spiegare i motivi dello sciopero, lavoratori di Atesia non c’erano ed i primi che man mano arrivavano, di fronte alla situazione che si trovavano di fronte, manifestavano l’intenzione di voler entrare per lavorare.

Sicuramente la solidarietà di attivisti sindacali che vengono da altre città è un fatto positivo ma non può sostituire il coinvolgimento e la partecipazione dei lavoratori dell’azienda davanti alla quale si fa il picchetto e questo purtroppo è quello che è successo il 1° giugno, portando al risultato di irritare più che suscitare simpatie tra i lavoratori.

Il bilancio riconduce ad un’incomunicabilità tra il Collettivo ed una fascia di lavoratori che deve essere sanata. Al contrario, la situazione di contrapposizione tra gli attivisti da una parte e un certo numero di lavoratori dall’altra, ha portato alcuni questi ad inviare una lettera in cui si denunciava al Ministro del Lavoro il fatto di non essere riusciti ad entrare nel proprio posto di lavoro e si chiedevano rassicurazioni sul fatto che tutto ciò non sarebbe più accaduto. Una lettera che fortunatamente non ha fatto breccia, raccogliendo solo l’adesione di una fascia di lavoratori più arretrata, rispetto ai quali però il modo in cui si è organizzato il picchetto del 1° giugno ha soltanto contribuito ad aumentare le distanze.

Ancora più grave di questa lettera, il fatto che lo stesso Ministro del lavoro non si sia reso disponibile ad incontrare i lavoratori in sit-in sotto al Ministero e che, al contrario, li abbia fatti allontanare dalla Polizia.

Ora è ancora possibile piegare l’arroganza di Atesia; fra l’altro, l’indagine dell’Ispettorato del Lavoro ha denunciato l’esistenza in tutto e per tutto di lavoro subordinato, sconfessando quindi l’utilizzo dei contratti precari che Atesia fa da sempre, ma occorre, secondo il nostro modesto parere, rivedere alcuni metodi con cui si è portati avanti la lotta.

Come lavoratori e delegati sostenitori di questa rivista appoggiamo incondizionatamente la lotta per il reintegro di tutti i lavoratori licenziati e per il passaggio a tempo indeterminato di tutti i contratti precari.

Questa lotta però potrà avere la forza d’urto necessaria solo se si darà finalmente importanza all’obiettivo del cambiamento della situazione sindacale che c’è in Atesia, e che vede ancora i vecchi rappresentanti sindacali concertativi al loro posto; questione da sempre elusa dal Collettivo col pretesto che entrare nelle logiche sindacali indebolisce sempre la forza dell’autorganizzazione; una tesi che si può smentire a partire dalle parole del delegato Feltrinelli, intervistato su Falcemartello n.193, che ha spiegato come lì si sia arrivati ad utilizzare lo strumento sindacale per rendere più incisiva la forza dell’autorganizzazione, senza per questo necessariamente ricadere in logiche burocratiche.

Si possono fare tutti i comizi o le più belle iniziative politiche sulla precarietà o sul “mostro Atesia”, ma finchè non si avrà l’intenzione di scendere sul terreno più propriamente sindacale e di cambiare i rapporti di forza sul posto di lavoro, pochi avanzamenti saranno possibili e la generosa disponibilità alla lotta di un settore combattivo rischia di venire sprecata.

11-07-2006 


 
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