I fascisti non passano!
Il
ritorno di episodici atti di violenza ed intolleranza ad opera di
forze neofasciste ha riaperto fra i militanti comunisti italiani un
dibattito su come impostare una doverosa campagna antifascista.
Crediamo utile quindi riportare alla luce i fatti di Genova del 1960
perché pensiamo rappresentino un valido esempio di
antifascismo organizzato, operaio e di massa, che all’epoca fermò
una pericoloso tentativo di deriva a destra nella società
italiana.
Nell’aprile
del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che
ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento
sociale italiano.
Per
riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il
proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro
della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una
provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al
congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della
fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La
notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che
iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si
dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto
la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova
invita formalmente i lavoratori ad impedire lo svolgimento del
congresso fascista.
Il
15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di
persone sfilano in corteo per protestare, e dove si verificano i
primi scontri con i provocatori fascisti e con la polizia.
I
manifestanti verranno caricati dalla “Celere”, il reparto di
polizia creato da Scelba, Ministro degli interni dal ’47 al ’53,
i cui membri erano dislocati nelle regioni rosse, nelle città
industriali e nelle zone calde del conflitto sociale. Il movimento
cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione
dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di
Pertini il 29 giugno.
La
battaglia del 30 giugno
Il
giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale
in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone
sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo
spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il
congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà
la città sull’esempio del 1960.
La
manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si
scatena quando il corteo si sta disperdendo. Le camionette della
polizia, infastidita dai fischi e dai canti partigiani, aziona gli
idranti d’acqua verso gli operai seduti a riposare sulla fontana in
Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla
testa dei manifestanti. La reazione non si fa attendere e decine di
migliaia di persone tornano ad aiutare gli antifascisti aggrediti
dalla polizia. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in
un campo di battaglia.
Ad
animare la riscossa dei lavoratori sono i portuali, i “camalli”
che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a
strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il
segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza
racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un
quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare:
appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i
portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De
Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché
non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John
Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX
Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono
erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti
gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni
lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del
centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti
del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle
teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
I
dirigenti dell’Anpi si dimenano per calmare i giovani operai che
non sembrano intenzionati a placare la loro ira. Alla fine della
giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro
una quarantina di antifascisti contusi.
Gli
operai preparano l’insurrezione in città
La
Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il
governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila
poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del
Msi.
Fra
il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione
impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso
sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad
entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per
penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della
polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano
barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex
partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che
avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche
nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà
ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa borghese
mistifica la realtà e parla di violenti estremisti e di
attacco allo stato.
La
borghesia spaventata inizia delle trattative con le burocrazie del
Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a
Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al
compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli
operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La
polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti
corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti
arrivare da Padova. Viene seriamente valutata la possibilità
di aprire il fuoco contro i lavoratori.
Ma
nella classe dominante si fiuta il pericolo della rivoluzione. La
borghesia e i poteri forti alla fine fanno pressione su Tambroni che
è costretto all’ultimo momento a vietare il congresso.
All’alba
del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed
immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la
situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli
operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento
del congresso fascista.
La
mobilitazione ha ottenuto una parziale vittoria, anche se emerge
presto una frustrazione tra la base per il comportamento delle
direzioni delle organizzazioni operaie che per tutte le settimane
della lotta hanno cercato di contenere il più possibile la
spinta dirompente degli operai. Inoltre nelle settimane successive
verranno incriminati ed arrestati diversi manifestanti e lo stato si
prenderà una rivincita qualche giorno dopo quando in Sicilia e
a Reggio Emilia sparerà uccidendo scioperanti e militanti di
sinistra. In pochi giorni tutta l’Italia fu percorsa da un odio
forte verso il governo e la situazione tornò quasi al livello
delle giornate insurrezionali del ’48. Ma i dirigenti del Pci e del
sindacato si eressero nuovamente a tutori dell’ordine, organizzando
una tregua di 15 giorni in cui le forze armate sarebbero rimaste
consegnate in caserma, mentre partiti e sindacati si sarebbero
astenuti da scioperi e manifestazioni.
La
Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che
aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si
decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in
questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La
lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di
rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano
schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La
rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la
disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano
nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti
all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la
protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a
conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Solo la mancanza
di una direzione politica combattiva impedì al movimento di
ottenere ulteriori conquiste. Ma gli operai genovesi e di tutta
l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente
protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni
settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul
terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e
con l’ambizione di costruire una società alternativa al
capitalismo.
11-07-2006
|