Home arrow Economia arrow Arrivano al pettine i nodi dell’economia
Prossime iniziative
Menu
Home
Rifondazione Comunista
Politica Italiana
Movimento operaio
Giovani in lotta
Internazionale
America Latina
Venezuela
Teoria marxista
Economia
Scienza ed Ambiente
Storia e Memoria
Antifascismo
Movimento Noglobal
Immigrazione
Donne e Rivoluzione
Tutto il resto...
Archivio numeri FM
Link
Iniziative
Mailing list
Iscriviti alla nostra mailing list
Festa Rossa 2007
webtv
Articoli correlati
Arrivano al pettine i nodi dell’economia Stampa E-mail
Scritto da Claudio Bellotti   
Con l’approvazione del Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef) il governo Prodi e in particolare il ministro dell’economia Padoa Schioppa hanno cominciato a mettere le carte in tavola. Emerge una linea di applicazione intransigente del patto di stabilità completamente interna alla logica di Maastricht: privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli ai principali capitoli della spesa pubblica (sanità, pensioni, pubblico impiego, trasferimenti alle regioni e agli enti locali), una manovra economica attorno ai 35 miliardi di euro, la più pesante da un decennio.


Arrivano al pettine i nodi dell’economia

Il Dpef ha suscitato preoccupazioni e proteste dei vertici della Cgil e soprattutto della Cisl, l’approvazione di Confindustria, e una dissociazione da parte di Rifondazione, il cui capo delegazione nel governo, il ministro Ferrero, ha rifiutato di apporre la firma al documento. Si prepara quindi un conflitto sulla politica economica che inevitabilmente segnerà i prossimi mesi.

All’interno del Prc il dibattito è già aperto e attraversa la stessa maggioranza, all’interno della quale due posizioni parzialmente differenti sono emerse allo scorso Comitato politico nazionale (17 giugno): quella “ufficiale”, sostenuta dal segretario Giordano e dal ministro Ferrero, la quale non contesta le dimensioni della manovra ma ritiene che questa possa essere condotta in maniera indolore per i lavoratori e i pensionati, e quella del sottosegretario Alfonso Gianni, il quale ha contestato la campagna catastrofista del ministro sostenendo che la politica di riduzione del debito è superflua e che sarebbe sufficiente una linea di “stabilizzazione” del debito pubblico, la quale riducendo la manovra a una cifra attorno ai 15 miliardi di euro, permetterebbe maggiori spazi per sostenere la crescita economica, in particolare con misure di sostegno ai redditi più bassi.

Per comprendere meglio i termini del dibattito, è necessario innanzitutto considerare l’effettiva posizione del capitalismo italiano nel contesto internazionale.


Il ciclo economico


Su scala mondiale le cifre indicano che siamo in piena ripresa ciclica. Il Pil mondiale è cresciuto del 5,3% nel 2004 e del 4,8 nel 2005. Il commercio mondiale, che dopo il 2001 era a crescita zero, è cresciuto del 10,3% nel 2004 e di oltre il 7% nel 2005. La crescita è rapida in Cina e in buona parte dell’Asia, sostenuta negli Usa, più lenta in Europa.

A che punto siamo del ciclo? Le statistiche Usa possono fornire alcune indicazioni.

Disoccupazione: dopo aver toccato il minimo nell’aprile del 2000; con circa 5 milioni e mezzo di disoccupati, la disoccupazione è esplosa negli Usa con lo scoppio della “bolla” della New economy e la recessione che ne è seguita, fino a giungere ad un massimo di 9 milioni e 246mila disoccupati censiti nel giugno del 2003. Successivamente la ripresa ha cominciato a farsi sentire e oggi i disoccupati sono scesi a poco più di 7 milioni. Siamo quindi circa a metà strada tra i due estremi toccati nel ciclo precedente.

Attività industriale: La produzione industriale degli Usa, dopo un calo del 3,5% nel 2001 e una sostanziale stagnazione nel 2002 e 2003 (più 0,1 e 0,6 % rispettivamente) riprende a crescere nel 2004 più 4,1%) e nel 2005 (più 3,3%); la crescita si rafforza nel primo trimestre del 2006: più 5,3%. Più importante il dato dell’utilizzo degli impianti, un indice che anticipa gli sviluppi futuri. Nel ciclo ascendente degli anni ’90, l’utilizzo degli impianti industriali raggiungeva il massimo nel 1997 con una media annuale dell’83,9% e un massimo mensile dell’84,6 per cento (novembre 1997). Successivamente la crisi faceva precipitare l’uilizzo degli impianti a un minimo annuale del 75,1% nel 2002 con il picco negativo situato nel dicembre del 2001 (73,9%). Ora il dato si colloca all’81,1% (primo trimestre del 2006).

Tralasciando i grandi squilibri dell’economia Usa, dei quali parleremo in seguito, possiamo ipotizzare con ragionevolezza che la ripresa ciclica abbia svolto circa metà del suo percorso; va ricordato tuttavia che il boom degli anni ’90 ebbe negli Usa una durata eccezionale di nove anni, di fatto fu la più lunga ripresa ciclica del dopoguerra; non è affatto detto che l’attuale ciclo debba ripetere lo stesso exploit. In conclusione possiamo parlare di un paio d’anni circa prima di una nuova recessione economica, ricordando sempre che si tratta di ipotesi che possono subire correzioni significative in base a numerosi fattori economici e politici.


La posizione dell’Italia


Tuttavia parlare del ciclo in generale non è sufficiente per analizzare la situazione dell’economia italiana. L’aspetto decisivo da comprendere è che l’Italia attraversa una crisi che non riguarda il ciclo economico, ma il pesante spiazzamento dell’industria italiana sui mercati mondiali. In altre parole, la crisi è di natura tale che anche gli sviluppi positivi su scala mondiale non hanno effetto alcuno nel nostro paese. Le cifre confermano questa conclusione. La tabella 1 riporta la crescita del Pil negli ultimi anni.



Tabella 1:

Crescita del Pil

2001 2002 2003 2004 2005

Usa 0,8 1,6 2,7 4,2 3,5

Area Euro 1,9 0,9 0,7 2,1 1,3

Italia 1,8 0,3 0,1 0,9 0,1



Risulta evidente come a partire dall’introduzione dell’Euro l’economia italiana abbia subito un vero e proprio KO, venendo cacciata da un mercato dopo l’altro. Risulta quindi che della ripresa avviata a partire dal 2002-2003 l’economia italiana non ha tratto praticamente nessun beneficio.

La produzione industriale è a tutt’oggi inferiore a quella del 2000, fatto che si spiega solo con due elementi: l’incapacità di competere sui mercati esteri data l’impossibilità di utilizzare le tradizionali svalutazioni competitive, e il calo dei consumi delle famiglie.

Il Bollettino economico della Banca d’Italia riassume un bilancio di disfatta: “L’industria è in ripresa nell’area [euro] dal 2003, mentre in Italia ha seguitato a perdere terreno; una diminuzione più consistente del prodotto industriale si è registrata in quest’ultimo periodo nei settori che realizzano all’estero più del 40 per cento del fatturato.

Nel 2005 il calo della produzione nell’industria ha interessato tutte le principali categorie di prodotto, concentrandosi soprattutto nei beni di consumo e nei beni strumentali.”

I recenti segnali di ripresa sono parziali, contraddittori, e non mutano il dato di fondo: le debolezze strutturali dell’industria italiana sono emerse in modo drammatico dopo l’entrata nell’euro: scarsi investimenti e produttività, dimensioni medie troppo ridotte, scarsa capitalizzazione. Tali debolezze non possono essere superate semplicemente affidandosi al ciclo economico, che nel migliore dei casi può dare solo un respiro a un’economia azzoppata.


Gli squilibri nella finanza mondiale


Altri pericoli, inoltre, minacciano l’economia italiana e in particolare le finanze dello Stato. Lungo tutti gli anni ’90, infatti, l’Italia ha beneficiato di una tendenza internazionale al calo dei tassi d’interesse che ha facilitato non poco i tentativi di ridurre il debito pubblico che nel 1994 raggiungeva il massimo storico come percentuale del Pil (oltre il 120 per cento). Per capire quanto abbia pesato il calo dei tassi, basti sapere che nel 1992 il tasso medio all’emissione dei titoli di Stato era del 14,05 per cento, mentre nel 2005 è stato del 2,47 per cento.

Queste cifre aiutano a mettere nella giusta dimensione i “grandi risultati” del risanamento degli anni ’90, che oggi vengono sbandierati dal centrosinistra. La realtà è che con l’aiuto di una congiuntura favorevole sui tassi, con oltre 100 miliardi di euro di privatizzazioni, vero e proprio saccheggio dell’economia nazionale per il quale stiamo pagando ora un prezzo salatissimo, con le finanziarie di lacrime e sangue di Amato e del primo governo Prodi, con l’attacco alle pensioni e allo stato sociale… con tutto questo il risultato è stato che nel corso di un decennio il debito pubblico è stato ridimensionato in misura molto relativa, mantenendosi a tutt’oggi attorno al 107 per cento del Pil.

Oggi lo scenario è mutato: nonostante la ripresa economica, infatti, si sono accumulati giganteschi squilibri nell’economia mondiale e in particolare in quella degli Usa. Il problema fondamentale può riassumersi così: gli Stati Uniti continuano a vivere al di sopra dei propri mezzi, consumano più di quanto dovrebbero, importano gigantesche quantità di merci e colmano il deficit del loro commercio risucchiando capitali da tutto il mondo, in particolare dall’Asia e ora anche dai paesi petroliferi.

Il saldo delle partite correnti vede gli Usa battere un record negativo dopo l’altro: -651,7 miliardi di dollari nel 2004; -782,3 miliardi nel 2005; -868,6 miliardi (proiezione) nell’anno in corso. Si tratta di cifre colossali che impongono agli Usa di finanziarsi rastrellando capitali in tutto il mondo. Questi capitali provengono soprattutto dalle zone a più rapida crescita economica (Asia), nonché dalla bolla speculativa immobiliare che sostiene artificialmente i redditi dei cittadini statunitensi.

Ma non finisce qui: agli squilibri esterni si aggiunge il fatto che il governo Usa, che negli anni ‘90 aveva portato il proprio bilancio in attivo, oggi è tornato in passivo, a causa soprattutto delle crescenti spese militari (587 miliardi di dollari nel 2005).

Si tratta con ogni evidenza di una situazione malsana che alla lunga finirà con lo squilibrare l’intera architettura della finanza mondiale. Per ora uno degli effetti è quello di causare una ripresa dei tassi d’interesse che a partire dalla metà del 2004 sono stati regolarmente innalzati quasi ogni trimestre dalla Federal reserve.

Nonostante la forza del capitalismo nordamericano, è chiaro che i mercati guardano in prospettiva e avvertono il rischio, per quanto non incombente, che questa gigantesca piramide di debiti prima o poi crolli facendo precipitare il valore del dollaro.

Dagli Usa l’ascesa dei tassi si propaga al resto del mondo, la Bce segue a distanza, con l’effetto ulteriore di preoccupare le Borse che non a caso in questi mesi hanno visto svariati crolli più o meno localizzati.


Conseguenze per l’Italia


Tutto questo ha conseguenze ben precise sull’economia italiana: un contesto di tassi d’interesse crescenti avrebbe conseguenze pesanti per il nostro paese, che a tutt’oggi deve dedicare il 4,6 per cento del proprio Pil al pagamento degli interessi sul debito pubblico. Tale cifra, che costituisce un minimo storico (il massimo si era toccato nel 1993 con il 12,7 per cento) è quasi fatalmente destinata a salire con la ripresa dei tassi sui mercati internazionali.

Un altro aspetto del quale tenere conto è che quello che potremmo definire il rischio politico e speculativo: oggi, a differenza del passato, non esiste una pesante differenza fra i tassi pagati dallo Stato italiano e quelli offerti dai paesi dell’area Euro: la differenza fra il rendimento di un Btp decennale e il corrispondente tedesco è di circa 0,24 punti. Tuttavia in un contesto di instabilità politica ed economica, i mercati potrebbero ben presto pretendere per finanziare l’Italia tassi superiori a quelli della media europea. Certo un governo come quello attuale, con una coalizione di nove partiti e una maggioranza tutt’altro che solida al Senato pare fatto apposta per essere il bersaglio di una speculazione finanziaria. Con linguaggio assai cauto, la Banca d’Italia si esprime così al riguardo: “Analisi empiriche condotte in passato sugli Stati Uniti (…) evidenziano l’esistenza di effetti non lineari, per cui la variazione dei differenziali d’interesse in situazioni estreme è significativamente maggiore di quella osservata in condizioni normali”. Conclusione: “Questa evidenza indica che, nel lungo periodo, il mantenimento di una strategia credibile di aggiustamento della finanza pubblica resta essenziale per assicurare il basso livello dei differenziali d’interesse”.

A questo proposito va tenuto presente un altro fatto importante. In passato i titoli di Stato, Bot, Btp; Cct, ecc. erano una delle forme classiche di risparmio delle famiglie, perlomeno quelle che potevano permetterselo. Ma i tempi in cui l’Italia era un paese di risparmiatori è passato da un pezzo; oggi le famiglie non solo non risparmiano, ma si indebitano sistematicamente non solo per acquistare la casa o l’automobile, ma anche per sostenere spese mediche, d’istruzione e consumi quotidiani. Se nel 1996 i debiti delle famiglie ammontavano al 18 per cento del Pil, oggi siamo al 30%; cifre ancora lontane da quelle degli Usa (90%), ma che indicano chiaramente una tendenza.

In queste condizioni, il debito pubblico italiano ha cambiato di mani e oggi il 55 per cento è detenuto all’estero, il che significa che è in mano a grandi operatori finanziari (fondi d’investimento, fondi pensione, ecc.) abituati a muoversi in una logica di breve termine e a spostare masse ingenti di capitale anche per minime variazioni nei rendimenti. L’esperienza di tutte le crisi degli scorsi anni mostra come se si mettono in moto meccanismi speculativi che coinvolgono questo tipo di soggetti, non esistono difese efficaci.


Quale risposta


Il problema quindi è che nelle proposte del governo c’è una logica: quella di prevenire il pericolo mettendo subito in campo una politica di “rigore” volta a rassicurare i mercati sull’affidabilità delle finanze pubbliche. L’errore più grave che rileviamo nel dibattito interno al Prc è che entrambe le posizoni emerse nella maggioranza (per semplificare, Giordano e Ferrero) così come dai vertici della Cgil, affrontano il problema come se si trattasse di scegliere la ricetta giusta nel libro di qualche economista. Non si tratta di questo; il problema non è di tecnica economica, ma politico. Non si deve affrontare in termini di dibattito economico, ma di lotta di classe.

Il problema è semplice: qualcuno dovrà pagare il prezzo delle contraddizioni che abbiamo esposto; l’idea che si possano distribuire “equamente” i sacrifici sarebbe divertente se non fosse per il fatto che è stata ripetuta qualche migliaio di volte dal 1977 in poi; colpire le rendite è sicuramente cosa buona e giusta, ma è più facile dirlo che farlo; aspettiamo il governo alla prova dei fatti, ma non abbiamo dubbi sull’esito: un conto è bastonare i taxisti, tutt’altra cosa è mettere le mani su quella gigantesca porzione di reddito nazionale legata alle rendite finanzarie, immobiliari, ai proventi delle svendite del patrimonio industriale pubblico, su quella ricchezza che non emerge nelle statistiche del fisco, ma che è ben visibile nei motoscafi di lusso ormeggiati nei porti turistici.

Questo governo non sa, non può e non vuole dichiarare seriamente guerra a quelle ricchezze, che peraltro sono inestricabilmente a quelle legate alla cosiddetta borghesia “produttiva”. Peraltro l’idea che basti penalizzare in qualche misura le rendite per fare sì che i capitali si orientino alla produzione è ridicola: se l’industria è in difficoltà, i capitali non faranno altro che cercare nuovi impieghi speculativi.

La sinistra deve rompere con la logica delle compatibilità e del “rigore” e avanzare proposte che vadano realmente a colpire dove è necessario.

1) Introdurre la nominatività dei titoli di Stato come primo passo per poter tassare significativamente (dal 27%, che è l’attuale tassazione sui conti correnti, in su) le rendite che ne derivano, con una imposizione progressiva che si concentri sui grandi patrimoni.

2) Completa rimodulazione del sistema fiscale, che nell’ultimo decennio è stato reso progressivamente più ingiusto. Infatti sia il primo governo Prodi che Berlusconi hanno ridotto la progressività delle imposte sul reddito, favorendo le fasce più alte. Inoltre le imposte indirette come l’Iva, che sono le più ingiuste in quanto colpiscono egualmente tutti i redditi, sono aumentate molto più di quelle dirette. Se nel 1992 le imposte dirette erano pari al 14,3 per cento del Pil e quelle indirette all’11 per cento, nel 2005 le cifre erano del 13,3 e 14,2 rispettivamente.

3) La lotta alla rendita immobiliare, enormemente gonfiata in questi anni, può essere condotta solo con metodi straordinari: esproprio delle case sfitte, esproprio delle grandi immobiliari che appropriandosi di gigantesche aree urbane, spesso derivanti dalle chiusure industriali, hanno costruito fortune gigantesche con operazioni speculative di edilizia residenziale ad alto prezzo, centri commerciali, ecc. Utilizzo di queste gigantesche risorse per un piano nazionale di rilancio dell’edilizia pubblica con affitti non superiori al 10 per cento del reddito.

4) Rinazionalizzazione dei settori privatizzati che hanno dato luogo a profitti giganteschi senza alcun vantaggio per i consumatori.

Solo a partire da misure di questa natura possiamo puntare a colpire realmente al cuore le gigantesche fortune che sono state accumulate in questi anni a spese di lavoratori, del patrimonio pubblico e dei servizi sociali fondamentali.

11-07-2006 


 
< Prec.   Pros. >