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Con
l’approvazione del Documento di programmazione economica e
finanziaria (Dpef) il governo Prodi e in particolare il ministro
dell’economia Padoa Schioppa hanno cominciato a mettere le carte in
tavola. Emerge una linea di applicazione intransigente del patto di
stabilità completamente interna alla logica di Maastricht:
privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli ai principali capitoli della
spesa pubblica (sanità, pensioni, pubblico impiego,
trasferimenti alle regioni e agli enti locali), una manovra economica
attorno ai 35 miliardi di euro, la più pesante da un decennio.
Arrivano al pettine i nodi dell’economia
Il
Dpef ha suscitato preoccupazioni e proteste dei vertici della Cgil e
soprattutto della Cisl, l’approvazione di Confindustria, e una
dissociazione da parte di Rifondazione, il cui capo delegazione nel
governo, il ministro Ferrero, ha rifiutato di apporre la firma al
documento. Si prepara quindi un conflitto sulla politica economica
che inevitabilmente segnerà i prossimi mesi.
All’interno
del Prc il dibattito è già aperto e attraversa la
stessa maggioranza, all’interno della quale due posizioni
parzialmente differenti sono emerse allo scorso Comitato politico
nazionale (17 giugno): quella “ufficiale”, sostenuta dal
segretario Giordano e dal ministro Ferrero, la quale non contesta le
dimensioni della manovra ma ritiene che questa possa essere condotta
in maniera indolore per i lavoratori e i pensionati, e quella del
sottosegretario Alfonso Gianni, il quale ha contestato la campagna
catastrofista del ministro sostenendo che la politica di riduzione
del debito è superflua e che sarebbe sufficiente una linea di
“stabilizzazione” del debito pubblico, la quale riducendo la
manovra a una cifra attorno ai 15 miliardi di euro, permetterebbe
maggiori spazi per sostenere la crescita economica, in particolare
con misure di sostegno ai redditi più bassi.
Per
comprendere meglio i termini del dibattito, è necessario
innanzitutto considerare l’effettiva posizione del capitalismo
italiano nel contesto internazionale.
Il
ciclo economico
Su
scala mondiale le cifre indicano che siamo in piena ripresa ciclica.
Il Pil mondiale è cresciuto del 5,3% nel 2004 e del 4,8 nel
2005. Il commercio mondiale, che dopo il 2001 era a crescita zero, è
cresciuto del 10,3% nel 2004 e di oltre il 7% nel 2005. La crescita è
rapida in Cina e in buona parte dell’Asia, sostenuta negli Usa, più
lenta in Europa.
A
che punto siamo del ciclo? Le statistiche Usa possono fornire alcune
indicazioni.
Disoccupazione:
dopo aver toccato il minimo nell’aprile del 2000; con circa 5
milioni e mezzo di disoccupati, la disoccupazione è esplosa
negli Usa con lo scoppio della “bolla” della New economy e
la recessione che ne è seguita, fino a giungere ad un massimo
di 9 milioni e 246mila disoccupati censiti nel giugno del 2003.
Successivamente la ripresa ha cominciato a farsi sentire e oggi i
disoccupati sono scesi a poco più di 7 milioni. Siamo quindi
circa a metà strada tra i due estremi toccati nel ciclo
precedente.
Attività
industriale: La produzione industriale degli Usa, dopo un calo del
3,5% nel 2001 e una sostanziale stagnazione nel 2002 e 2003 (più
0,1 e 0,6 % rispettivamente) riprende a crescere nel 2004 più
4,1%) e nel 2005 (più 3,3%); la crescita si rafforza nel primo
trimestre del 2006: più 5,3%. Più importante il dato
dell’utilizzo degli impianti, un indice che anticipa gli sviluppi
futuri. Nel ciclo ascendente degli anni ’90, l’utilizzo degli
impianti industriali raggiungeva il massimo nel 1997 con una media
annuale dell’83,9% e un massimo mensile dell’84,6 per cento
(novembre 1997). Successivamente la crisi faceva precipitare
l’uilizzo degli impianti a un minimo annuale del 75,1% nel 2002 con
il picco negativo situato nel dicembre del 2001 (73,9%). Ora il dato
si colloca all’81,1% (primo trimestre del 2006).
Tralasciando
i grandi squilibri dell’economia Usa, dei quali parleremo in
seguito, possiamo ipotizzare con ragionevolezza che la ripresa
ciclica abbia svolto circa metà del suo percorso; va ricordato
tuttavia che il boom degli anni ’90 ebbe negli Usa una durata
eccezionale di nove anni, di fatto fu la più lunga ripresa
ciclica del dopoguerra; non è affatto detto che l’attuale
ciclo debba ripetere lo stesso exploit. In conclusione
possiamo parlare di un paio d’anni circa prima di una nuova
recessione economica, ricordando sempre che si tratta di ipotesi che
possono subire correzioni significative in base a numerosi fattori
economici e politici.
La
posizione dell’Italia
Tuttavia
parlare del ciclo in generale non è sufficiente per analizzare
la situazione dell’economia italiana. L’aspetto decisivo da
comprendere è che l’Italia attraversa una crisi che non
riguarda il ciclo economico, ma il pesante spiazzamento
dell’industria italiana sui mercati mondiali. In altre parole, la
crisi è di natura tale che anche gli sviluppi positivi su
scala mondiale non hanno effetto alcuno nel nostro paese. Le cifre
confermano questa conclusione. La tabella 1 riporta la crescita del
Pil negli ultimi anni.
Tabella
1:
Crescita del Pil
2001 2002 2003 2004 2005
Usa 0,8 1,6 2,7 4,2 3,5
Area Euro 1,9 0,9 0,7 2,1 1,3
Italia 1,8 0,3 0,1 0,9 0,1
Risulta
evidente come a partire dall’introduzione dell’Euro l’economia
italiana abbia subito un vero e proprio KO, venendo cacciata da un
mercato dopo l’altro. Risulta quindi che della ripresa avviata a
partire dal 2002-2003 l’economia italiana non ha tratto
praticamente nessun beneficio.
La
produzione industriale è a tutt’oggi inferiore a quella del
2000, fatto che si spiega solo con due elementi: l’incapacità
di competere sui mercati esteri data l’impossibilità di
utilizzare le tradizionali svalutazioni competitive, e il calo dei
consumi delle famiglie.
Il
Bollettino economico della Banca d’Italia riassume un
bilancio di disfatta: “L’industria è in ripresa
nell’area [euro] dal 2003, mentre in Italia ha seguitato a perdere
terreno; una diminuzione più consistente del prodotto
industriale si è registrata in quest’ultimo periodo nei
settori che realizzano all’estero più del 40 per cento del
fatturato.
Nel
2005 il calo della produzione nell’industria ha interessato tutte
le principali categorie di prodotto, concentrandosi soprattutto nei
beni di consumo e nei beni strumentali.”
I
recenti segnali di ripresa sono parziali, contraddittori, e non
mutano il dato di fondo: le debolezze strutturali dell’industria
italiana sono emerse in modo drammatico dopo l’entrata nell’euro:
scarsi investimenti e produttività, dimensioni medie troppo
ridotte, scarsa capitalizzazione. Tali debolezze non possono essere
superate semplicemente affidandosi al ciclo economico, che nel
migliore dei casi può dare solo un respiro a un’economia
azzoppata.
Gli
squilibri nella finanza mondiale
Altri
pericoli, inoltre, minacciano l’economia italiana e in particolare
le finanze dello Stato. Lungo tutti gli anni ’90, infatti, l’Italia
ha beneficiato di una tendenza internazionale al calo dei tassi
d’interesse che ha facilitato non poco i tentativi di ridurre il
debito pubblico che nel 1994 raggiungeva il massimo storico come
percentuale del Pil (oltre il 120 per cento). Per capire quanto abbia
pesato il calo dei tassi, basti sapere che nel 1992 il tasso medio
all’emissione dei titoli di Stato era del 14,05 per cento, mentre
nel 2005 è stato del 2,47 per cento.
Queste
cifre aiutano a mettere nella giusta dimensione i “grandi
risultati” del risanamento degli anni ’90, che oggi vengono
sbandierati dal centrosinistra. La realtà è che con
l’aiuto di una congiuntura favorevole sui tassi, con oltre 100
miliardi di euro di privatizzazioni, vero e proprio saccheggio
dell’economia nazionale per il quale stiamo pagando ora un prezzo
salatissimo, con le finanziarie di lacrime e sangue di Amato e del
primo governo Prodi, con l’attacco alle pensioni e allo stato
sociale… con tutto questo il risultato è stato che nel corso
di un decennio il debito pubblico è stato ridimensionato in
misura molto relativa, mantenendosi a tutt’oggi attorno al 107 per
cento del Pil.
Oggi
lo scenario è mutato: nonostante la ripresa economica,
infatti, si sono accumulati giganteschi squilibri nell’economia
mondiale e in particolare in quella degli Usa. Il problema
fondamentale può riassumersi così: gli Stati Uniti
continuano a vivere al di sopra dei propri mezzi, consumano più
di quanto dovrebbero, importano gigantesche quantità di merci
e colmano il deficit del loro commercio risucchiando capitali da
tutto il mondo, in particolare dall’Asia e ora anche dai paesi
petroliferi.
Il
saldo delle partite correnti vede gli Usa battere un record negativo
dopo l’altro: -651,7 miliardi di dollari nel 2004; -782,3 miliardi
nel 2005; -868,6 miliardi (proiezione) nell’anno in corso. Si
tratta di cifre colossali che impongono agli Usa di finanziarsi
rastrellando capitali in tutto il mondo. Questi capitali provengono
soprattutto dalle zone a più rapida crescita economica (Asia),
nonché dalla bolla speculativa immobiliare che sostiene
artificialmente i redditi dei cittadini statunitensi.
Ma
non finisce qui: agli squilibri esterni si aggiunge il fatto che il
governo Usa, che negli anni ‘90 aveva portato il proprio bilancio
in attivo, oggi è tornato in passivo, a causa soprattutto
delle crescenti spese militari (587 miliardi di dollari nel 2005).
Si
tratta con ogni evidenza di una situazione malsana che alla lunga
finirà con lo squilibrare l’intera architettura della
finanza mondiale. Per ora uno degli effetti è quello di
causare una ripresa dei tassi d’interesse che a partire dalla metà
del 2004 sono stati regolarmente innalzati quasi ogni trimestre dalla
Federal reserve.
Nonostante
la forza del capitalismo nordamericano, è chiaro che i mercati
guardano in prospettiva e avvertono il rischio, per quanto non
incombente, che questa gigantesca piramide di debiti prima o poi
crolli facendo precipitare il valore del dollaro.
Dagli
Usa l’ascesa dei tassi si propaga al resto del mondo, la Bce segue
a distanza, con l’effetto ulteriore di preoccupare le Borse che non
a caso in questi mesi hanno visto svariati crolli più o meno
localizzati.
Conseguenze
per l’Italia
Tutto
questo ha conseguenze ben precise sull’economia italiana: un
contesto di tassi d’interesse crescenti avrebbe conseguenze pesanti
per il nostro paese, che a tutt’oggi deve dedicare il 4,6 per cento
del proprio Pil al pagamento degli interessi sul debito pubblico.
Tale cifra, che costituisce un minimo storico (il massimo si era
toccato nel 1993 con il 12,7 per cento) è quasi fatalmente
destinata a salire con la ripresa dei tassi sui mercati
internazionali.
Un
altro aspetto del quale tenere conto è che quello che potremmo
definire il rischio politico e speculativo: oggi, a differenza del
passato, non esiste una pesante differenza fra i tassi pagati dallo
Stato italiano e quelli offerti dai paesi dell’area Euro: la
differenza fra il rendimento di un Btp decennale e il corrispondente
tedesco è di circa 0,24 punti. Tuttavia in un contesto di
instabilità politica ed economica, i mercati potrebbero ben
presto pretendere per finanziare l’Italia tassi superiori a quelli
della media europea. Certo un governo come quello attuale, con una
coalizione di nove partiti e una maggioranza tutt’altro che solida
al Senato pare fatto apposta per essere il bersaglio di una
speculazione finanziaria. Con linguaggio assai cauto, la Banca
d’Italia si esprime così al riguardo: “Analisi
empiriche condotte in passato sugli Stati Uniti (…) evidenziano
l’esistenza di effetti non lineari, per cui la variazione dei
differenziali d’interesse in situazioni estreme è
significativamente maggiore di quella osservata in condizioni
normali”. Conclusione: “Questa evidenza indica che, nel
lungo periodo, il mantenimento di una strategia credibile di
aggiustamento della finanza pubblica resta essenziale per assicurare
il basso livello dei differenziali d’interesse”.
A
questo proposito va tenuto presente un altro fatto importante. In
passato i titoli di Stato, Bot, Btp; Cct, ecc. erano una delle forme
classiche di risparmio delle famiglie, perlomeno quelle che potevano
permetterselo. Ma i tempi in cui l’Italia era un paese di
risparmiatori è passato da un pezzo; oggi le famiglie non solo
non risparmiano, ma si indebitano sistematicamente non solo per
acquistare la casa o l’automobile, ma anche per sostenere spese
mediche, d’istruzione e consumi quotidiani. Se nel 1996 i debiti
delle famiglie ammontavano al 18 per cento del Pil, oggi siamo al
30%; cifre ancora lontane da quelle degli Usa (90%), ma che indicano
chiaramente una tendenza.
In
queste condizioni, il debito pubblico italiano ha cambiato di mani e
oggi il 55 per cento è detenuto all’estero, il che significa
che è in mano a grandi operatori finanziari (fondi
d’investimento, fondi pensione, ecc.) abituati a muoversi in una
logica di breve termine e a spostare masse ingenti di capitale anche
per minime variazioni nei rendimenti. L’esperienza di tutte le
crisi degli scorsi anni mostra come se si mettono in moto meccanismi
speculativi che coinvolgono questo tipo di soggetti, non esistono
difese efficaci.
Quale
risposta
Il
problema quindi è che nelle proposte del governo c’è
una logica: quella di prevenire il pericolo mettendo subito in campo
una politica di “rigore” volta a rassicurare i mercati
sull’affidabilità delle finanze pubbliche. L’errore più
grave che rileviamo nel dibattito interno al Prc è che
entrambe le posizoni emerse nella maggioranza (per semplificare,
Giordano e Ferrero) così come dai vertici della Cgil,
affrontano il problema come se si trattasse di scegliere la ricetta
giusta nel libro di qualche economista. Non si tratta di questo; il
problema non è di tecnica economica, ma politico. Non si deve
affrontare in termini di dibattito economico, ma di lotta di classe.
Il
problema è semplice: qualcuno dovrà pagare il prezzo
delle contraddizioni che abbiamo esposto; l’idea che si possano
distribuire “equamente” i sacrifici sarebbe divertente se non
fosse per il fatto che è stata ripetuta qualche migliaio di
volte dal 1977 in poi; colpire le rendite è sicuramente cosa
buona e giusta, ma è più facile dirlo che farlo;
aspettiamo il governo alla prova dei fatti, ma non abbiamo dubbi
sull’esito: un conto è bastonare i taxisti, tutt’altra
cosa è mettere le mani su quella gigantesca porzione di
reddito nazionale legata alle rendite finanzarie, immobiliari, ai
proventi delle svendite del patrimonio industriale pubblico, su
quella ricchezza che non emerge nelle statistiche del fisco, ma che è
ben visibile nei motoscafi di lusso ormeggiati nei porti turistici.
Questo
governo non sa, non può e non vuole dichiarare seriamente
guerra a quelle ricchezze, che peraltro sono inestricabilmente a
quelle legate alla cosiddetta borghesia “produttiva”. Peraltro
l’idea che basti penalizzare in qualche misura le rendite per fare
sì che i capitali si orientino alla produzione è
ridicola: se l’industria è in difficoltà, i capitali
non faranno altro che cercare nuovi impieghi speculativi.
La
sinistra deve rompere con la logica delle compatibilità e del
“rigore” e avanzare proposte che vadano realmente a colpire dove
è necessario.
1)
Introdurre la nominatività dei titoli di Stato come primo
passo per poter tassare significativamente (dal 27%, che è
l’attuale tassazione sui conti correnti, in su) le rendite che ne
derivano, con una imposizione progressiva che si concentri sui grandi
patrimoni.
2)
Completa rimodulazione del sistema fiscale, che nell’ultimo
decennio è stato reso progressivamente più ingiusto.
Infatti sia il primo governo Prodi che Berlusconi hanno ridotto la
progressività delle imposte sul reddito, favorendo le fasce
più alte. Inoltre le imposte indirette come l’Iva, che sono
le più ingiuste in quanto colpiscono egualmente tutti i
redditi, sono aumentate molto più di quelle dirette. Se nel
1992 le imposte dirette erano pari al 14,3 per cento del Pil e quelle
indirette all’11 per cento, nel 2005 le cifre erano del 13,3 e 14,2
rispettivamente.
3)
La lotta alla rendita immobiliare, enormemente gonfiata in questi
anni, può essere condotta solo con metodi straordinari:
esproprio delle case sfitte, esproprio delle grandi immobiliari che
appropriandosi di gigantesche aree urbane, spesso derivanti dalle
chiusure industriali, hanno costruito fortune gigantesche con
operazioni speculative di edilizia residenziale ad alto prezzo,
centri commerciali, ecc. Utilizzo di queste gigantesche risorse per
un piano nazionale di rilancio dell’edilizia pubblica con affitti
non superiori al 10 per cento del reddito.
4)
Rinazionalizzazione dei settori privatizzati che hanno dato luogo a
profitti giganteschi senza alcun vantaggio per i consumatori.
Solo
a partire da misure di questa natura possiamo puntare a colpire
realmente al cuore le gigantesche fortune che sono state accumulate
in questi anni a spese di lavoratori, del patrimonio pubblico e dei
servizi sociali fondamentali.
11-07-2006
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