Home arrow Politica Italiana arrow Articoli di politica italiana arrow Ritirare le truppe dall’Afghanistan!
Prossime iniziative
Menu
Home
Verso l'11 ottobre
Rifondazione Comunista
Politica Italiana
Movimento operaio
Giovani in lotta
Internazionale
America Latina
Venezuela
Economia
Teoria marxista
Scienza ed Ambiente
Storia e Memoria
Antifascismo
Movimento Noglobal
Immigrazione
Donne e Rivoluzione
Tutto il resto...
Archivio numeri FM
Link
Iniziative
Mailing list
Iscriviti alla nostra mailing list
Nuovo opuscolo
DocSePiccola
Settimo congresso Prc
risulcongresso
Festa Rossa 2007
webtv
Articoli correlati
dicembre
crisi
Ritirare le truppe dall’Afghanistan! Stampa E-mail
Scritto da La Redazione di Falce Martello   
Ritirare le truppe dall’Afghanistan

A fine maggio la rivolta popolare di Kabul contro le truppe d’occupazione aveva risvegliato il dibattito sulla guerra in Afghanistan. Tuttora, l’attenzione è crescente a causa dell’attacco in grande stile della coalizione Nato, concentrato nella zona meridionale del Paese ma non solo. Il premier afghano Karzai, fantoccio degli Usa ed ex agente della multinazionale Unocal, si è spinto addirittura a chiedere ai suoi padroni americani di uccidere un po’ meno civili. Il numero di soldati uccisi quest’anno in Afgahnistan (65 secondo fonti ufficiali) è il più alto dall’invasione del 2001.

Ritirare le truppe dall’Afghanistan

In questo contesto di crisi politica e militare dell’occupazione, il rifinanziamento della missione di guerra in Afghanistan ha precipitato le contraddizioni interne all’Unione. Otto senatori, di cui 4 del Prc, si sono dichiarati contrari, il movimento pacifista si è spaccato. Gli ultimi giorni hanno visto un succedersi caotico di voci e dichiarazioni su quello che il Consiglio dei Ministri avrebbe partorito. A ciò si è aggiunta la disponibilità della direzione dell’Udc a votare il provvedimento del governo per tutelare i “supremi interessi della nazione” (cioè della classe dominante).


Cosa prevede il decreto del governo


Il 30 giugno, il Consiglio dei Ministri ha approvato all’unanimità un decreto legge ed un disegno di legge fotocopia i cui contenuti sono i seguenti:

1) stanziamento di 488 milioni di euro per rifinanziare le attuali 29 missioni militari italiane all’estero;

2) impegno a terminare l’impegno militare italiano in Iraq entro l’autunno, senza comunque fornire una data;

3) rifinanziamento invariato per la missione militare in Afghanistan, il calo nel numero di militari sarà dovuto a normali automatismi di avvicendamento. Il numero di 471 militari in meno riguarda la riduzione del tetto massimo potenziale previsto dal precedente decreto semestrale;

4) 17,5 milioni di euro sono previsti per la ricostruzione in Afghanistan e Darfur e 33 milioni di euro sono stanziati per la ricostruzione in Iraq. Conosciamo bene quanto sotto la copertura della ricostruzione si nasconda per lo più la rapace avidità del grande padronato, sempre alla ricerca di nuove frontiere del profitto.

Il tentativo del gruppo dirigente del Prc di abbellire questo decreto ed il suo impegno a votarlo in Parlamento ci vedono nettamente contrari. Se da un lato, infatti, l’uscita dall’Iraq mantiene una gradualità, utile non certo a “ridurre il danno” per il popolo irakeno quanto piuttosto a non irritare troppo l’alleato americano ed a dargli tempo per coprire il “buco” lasciato, sull’Afghanistan le cose sono pure peggiori. La missione viene rifinanziata in piena continuità con l’operato del precedente governo. Le vantate vittorie sul fatto di aver impedito l’aumento dei militari, l’uso dei caccia ed il dispiegamento delle truppe nel Sud sono solo una patetica foglia di fico. I fatti di queste settimane, infatti, lasciano prevedere che assisteremo ad una crescita della resistenza all’occupazione militare imperialista in tutto l’Afghanistan: i militari italiani saranno così impegnati sempre più di frequente in scontri a fuoco con la resistenza e contro manifestazioni e rivolte di piazza. Poco conterà se le regole d’ingaggio formali dei militari italiani non saranno state precedentemente modificate. La cortina fumogena che il governo Prodi sta costruendo sul decreto, aiutato dalla dirigenza del nostro partito, contribuisce pericolosamente a disorientare il movimento che in questi anni ha lottato contro la guerra. D’altra parte, non si può chiedere credibilmente di scendere in piazza per esigere il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, e poi sostenere il sì al rifinanziamento della missione.


Otto senatori si dichiarano contrari


L’appello degli otto (ora sette) senatori “ribelli” a votare contro il rifinanziamento della missione è stato senz’altro un fatto positivo. Ci parrebbe un errore cambiare questa posizione qualora l’Unione alleghi al disegno di legge un testo contenente un impegno rispetto ad una exit strategy rispetto all’Afghanistan, come propone oggi il compagno Claudio Grassi su “Il Manifesto”. L’intera vicenda mostra infatti quanto i legami della classe dominante dell’Unione siano decisivi molto più di un qualsiasi impegno assunto sulla carta, anche se a quella carta si dà il nome di programma e lo si firma solennemente. La fedeltà alla Nato è stata chiarita in ogni modo possibile da esponenti di primo piano dell’Unione come Rutelli, Parisi e D’Alema. Ancora più ipocrita sarebbe una mozione di indirizzo, auspicata dal presidente dell’ARCI, “che impegni il governo a portare nelle sedi multilaterali, Nato compresa, l’esigenza di ripensare tutta intera la strategia in Afghanistan, per suggerire politiche alternative alla guerra nella risoluzione dei conflitti” (“Liberazione”, 1 luglio).

I senatori “ribelli” del Prc sono 4, tutti dirigenti di due aree di minoranza, L’Ernesto ed Erre. A loro come a tutti i compagni di partito poniamo una questione: che fare in caso Prodi ponesse la fiducia? Quale prospettiva più generale elaborare per il partito a partire dalla crisi “afghana”?

La nostra posizione è sempre stata quella di impegnarsi perché il partito si opponesse al rifinanziamento e facesse un appello in tal senso a tutta la sinistra. Ieri s’è sancito un grande passo indietro, che mostra concretamente la china su cui la linea di maggioranza sta già incastrando il partito, schiacciato tra l’appoggio al programma borghese e liberale dell’Unione e lo spauracchio di Berlusconi. Se non diamo una sterzata alla nostra linea ci condanniamo a mandare giù e ad abbellire bocconi sempre più amari (a partire dall’annunciata finanziaria di tagli) da digerire per chi ci ha votato sperando in un cambiamento: è la strada che porterà ad un allontanamento silenzioso dal partito di tanti lavoratori e giovani, come già emerso dai risultati negativi delle recenti elezioni amministrative.

Il Prc deve reagire e sottrarsi alla morsa in cui il governo ci vuole stringere. Per questo sosteniamo la posizione dei senatori che si sono dichiarati indisponibili a votare la missione e ci batteremo affinché sia la posizione di tutto il partito.

Abbiamo solo una via per sottrarci alla morsa nella quale ci vogliono stritolare: invertire la rotta seguita fin qui; che ci ha portato ad incatenarci a Prodi e alla sua maggioranza, e riacquistare la nostra autonomia politica e di azione. La disciplina verso il programma dell’Unione deve essere sostituita dalla disciplina verso le esigenze e gli interessi di milioni di lavoratori che hanno votato contro Berlusconi chiedendo che le cose cambino realmente.


Manovre centriste e autonomia del Prc


Se non imboccheremo questa via scivoleremo inevitabilmente su un piano inclinato: oggi l’Afghanistan, domani una finanziaria da 40 miliardi di euro, in una logica nella quale al peggio non c’è mai limite. Al termine di questo percorso ci sarebbe lo screditamento del nostro partito, la sconfitta delle nostre ragioni e con ogni probabilità la nostra stessa cacciata dal governo; la disponibilità dell’Udc a votare la missione prepara precisamente questo tipo di scenario.

A chi risponde che così facendo si rischia un voto di fiducia e la caduta del governo Prodi a soli tre mesi dalle elezioni, rispondiamo che i tempi e i modi per una svolta vanno sicuramente discussi e relazionati non solo ai dibattiti parlamentari, ma in primo luogo all’evoluzione della coscienza delle masse, al fatto che le nostre ragioni possano essere comprese e condivise da milioni di persone, e non solo da una ristretta fascia più politicizzata. Una posizione conflittuale del Prc rispetto al governo avrebbe maggiore impatto se legasse la questione della guerra alle altre grandi questioni economiche e sociali (politica economica e precarietà innanzitutto) che indubbiamente nei prossimi mesi saranno al centro dell’attenzione.

Tuttavia la cosa essenziale oggi è capire in quale direzione il partito intenda muoversi: se continuare sulla strada della fedeltà eterna a Prodi e all’Unione, o se percorrere un cammino alternativo. Prima di dire se bisogna procedere rapidamente o lentamente, è necessario stabilire in quale direzione. Da questo punto di vista ci pare indispensabile mettere all’ordine del giorno un passo chiaro: il ritiro della delegazione del Prc dal governo, le dimissioni dei nostri ministri e sottosegretari, ossia il passo più conflittuale possibile se si eccettua l’immediata rottura con la conseguente crisi di governo.

È questa una posizione che tutto il partito potrebbe assumere, poiché si ispira non alla necessità di “salvare la coscienza” a questo o quel parlamentare (cosa di poca o nessuna importanza), ma di tentare di tracciare una strada percorribile per far uscire l’intero partito dal ginepraio in cui lo ha ficcato una politica sbagliata e del tutto imprevidente.


3 luglio 2006

 
< Prec.   Pros. >