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Ritirare le truppe dall’Afghanistan
A fine maggio la rivolta popolare di Kabul contro
le truppe d’occupazione aveva risvegliato il dibattito sulla guerra
in Afghanistan. Tuttora, l’attenzione è crescente a causa
dell’attacco in grande stile della coalizione Nato, concentrato
nella zona meridionale del Paese ma non solo. Il premier afghano
Karzai, fantoccio degli Usa ed ex agente della multinazionale Unocal,
si è spinto addirittura a chiedere ai suoi padroni americani
di uccidere un po’ meno civili. Il numero di soldati uccisi
quest’anno in Afgahnistan (65 secondo fonti ufficiali) è il
più alto dall’invasione del 2001.
Ritirare le truppe dall’Afghanistan
In questo contesto di crisi politica e militare
dell’occupazione, il rifinanziamento della missione di guerra in
Afghanistan ha precipitato le contraddizioni interne all’Unione.
Otto senatori, di cui 4 del Prc, si sono dichiarati contrari, il
movimento pacifista si è spaccato. Gli ultimi giorni hanno
visto un succedersi caotico di voci e dichiarazioni su quello che il
Consiglio dei Ministri avrebbe partorito. A ciò si è
aggiunta la disponibilità della direzione dell’Udc a votare
il provvedimento del governo per tutelare i “supremi interessi
della nazione” (cioè della classe dominante).
Cosa
prevede il decreto del governo
Il 30 giugno, il Consiglio dei Ministri ha
approvato all’unanimità un decreto legge ed un disegno di
legge fotocopia i cui contenuti sono i seguenti:
1) stanziamento di 488 milioni di euro per
rifinanziare le attuali 29 missioni militari italiane all’estero;
2) impegno a terminare l’impegno militare
italiano in Iraq entro l’autunno, senza comunque fornire una data;
3) rifinanziamento invariato per la missione
militare in Afghanistan, il calo nel numero di militari sarà
dovuto a normali automatismi di avvicendamento. Il numero di 471
militari in meno riguarda la riduzione del tetto massimo potenziale
previsto dal precedente decreto semestrale;
4) 17,5 milioni di euro sono previsti per la
ricostruzione in Afghanistan e Darfur e 33 milioni di euro sono
stanziati per la ricostruzione in Iraq. Conosciamo bene quanto sotto
la copertura della ricostruzione si nasconda per lo più la
rapace avidità del grande padronato, sempre alla ricerca di
nuove frontiere del profitto.
Il tentativo del gruppo dirigente del Prc di
abbellire questo decreto ed il suo impegno a votarlo in Parlamento ci
vedono nettamente contrari. Se da un lato, infatti, l’uscita
dall’Iraq mantiene una gradualità, utile non certo a
“ridurre il danno” per il popolo irakeno quanto piuttosto a non
irritare troppo l’alleato americano ed a dargli tempo per coprire
il “buco” lasciato, sull’Afghanistan le cose sono pure
peggiori. La missione viene rifinanziata in piena continuità
con l’operato del precedente governo. Le vantate vittorie sul fatto
di aver impedito l’aumento dei militari, l’uso dei caccia ed il
dispiegamento delle truppe nel Sud sono solo una patetica foglia di
fico. I fatti di queste settimane, infatti, lasciano prevedere che
assisteremo ad una crescita della resistenza all’occupazione
militare imperialista in tutto l’Afghanistan: i militari italiani
saranno così impegnati sempre più di frequente in
scontri a fuoco con la resistenza e contro manifestazioni e rivolte
di piazza. Poco conterà se le regole d’ingaggio formali dei
militari italiani non saranno state precedentemente modificate. La
cortina fumogena che il governo Prodi sta costruendo sul decreto,
aiutato dalla dirigenza del nostro partito, contribuisce
pericolosamente a disorientare il movimento che in questi anni ha
lottato contro la guerra. D’altra parte, non si può chiedere
credibilmente di scendere in piazza per esigere il ritiro delle
truppe dall’Afghanistan, e poi sostenere il sì al
rifinanziamento della missione.
Otto
senatori si dichiarano contrari
L’appello
degli otto (ora sette) senatori “ribelli” a votare contro il
rifinanziamento della missione è stato senz’altro un fatto
positivo. Ci parrebbe un errore cambiare questa posizione qualora
l’Unione alleghi al disegno di legge un testo contenente un impegno
rispetto ad una exit strategy rispetto all’Afghanistan, come
propone oggi il compagno Claudio Grassi su “Il Manifesto”.
L’intera vicenda mostra infatti quanto i legami della classe
dominante dell’Unione siano decisivi molto più di un
qualsiasi impegno assunto sulla carta, anche se a quella carta si dà
il nome di programma e lo si firma solennemente. La fedeltà
alla Nato è stata chiarita in ogni modo possibile da esponenti
di primo piano dell’Unione come Rutelli, Parisi e D’Alema. Ancora
più ipocrita sarebbe una mozione di indirizzo, auspicata dal
presidente dell’ARCI, “che impegni il governo a portare nelle
sedi multilaterali, Nato compresa, l’esigenza di ripensare tutta
intera la strategia in Afghanistan, per suggerire politiche
alternative alla guerra nella risoluzione dei conflitti”
(“Liberazione”, 1 luglio).
I senatori “ribelli” del Prc sono 4, tutti
dirigenti di due aree di minoranza, L’Ernesto ed Erre. A loro come
a tutti i compagni di partito poniamo una questione: che fare in caso
Prodi ponesse la fiducia? Quale prospettiva più generale
elaborare per il partito a partire dalla crisi “afghana”?
La nostra posizione è sempre stata quella
di impegnarsi perché il partito si opponesse al
rifinanziamento e facesse un appello in tal senso a tutta la
sinistra. Ieri s’è sancito un grande passo indietro, che
mostra concretamente la china su cui la linea di maggioranza sta già
incastrando il partito, schiacciato tra l’appoggio al programma
borghese e liberale dell’Unione e lo spauracchio di Berlusconi. Se
non diamo una sterzata alla nostra linea ci condanniamo a mandare giù
e ad abbellire bocconi sempre più amari (a partire
dall’annunciata finanziaria di tagli) da digerire per chi ci ha
votato sperando in un cambiamento: è la strada che porterà
ad un allontanamento silenzioso dal partito di tanti lavoratori e
giovani, come già emerso dai risultati negativi delle recenti
elezioni amministrative.
Il Prc deve reagire e sottrarsi alla morsa in cui
il governo ci vuole stringere. Per questo sosteniamo la posizione dei
senatori che si sono dichiarati indisponibili a votare la missione e
ci batteremo affinché sia la posizione di tutto il partito.
Abbiamo solo una via per sottrarci alla morsa
nella quale ci vogliono stritolare: invertire la rotta seguita fin
qui; che ci ha portato ad incatenarci a Prodi e alla sua maggioranza,
e riacquistare la nostra autonomia politica e di azione. La
disciplina verso il programma dell’Unione deve essere sostituita
dalla disciplina verso le esigenze e gli interessi di milioni di
lavoratori che hanno votato contro Berlusconi chiedendo che le cose
cambino realmente.
Manovre
centriste e autonomia del Prc
Se non imboccheremo questa via scivoleremo
inevitabilmente su un piano inclinato: oggi l’Afghanistan, domani
una finanziaria da 40 miliardi di euro, in una logica nella quale al
peggio non c’è mai limite. Al termine di questo percorso ci
sarebbe lo screditamento del nostro partito, la sconfitta delle
nostre ragioni e con ogni probabilità la nostra stessa
cacciata dal governo; la disponibilità dell’Udc a votare la
missione prepara precisamente questo tipo di scenario.
A chi risponde che così facendo si rischia
un voto di fiducia e la caduta del governo Prodi a soli tre mesi
dalle elezioni, rispondiamo che i tempi e i modi per una svolta vanno
sicuramente discussi e relazionati non solo ai dibattiti
parlamentari, ma in primo luogo all’evoluzione della coscienza
delle masse, al fatto che le nostre ragioni possano essere comprese e
condivise da milioni di persone, e non solo da una ristretta fascia
più politicizzata. Una posizione conflittuale del Prc rispetto
al governo avrebbe maggiore impatto se legasse la questione della
guerra alle altre grandi questioni economiche e sociali (politica
economica e precarietà innanzitutto) che indubbiamente nei
prossimi mesi saranno al centro dell’attenzione.
Tuttavia la cosa essenziale oggi è capire
in quale direzione il partito intenda muoversi: se continuare sulla
strada della fedeltà eterna a Prodi e all’Unione, o se
percorrere un cammino alternativo. Prima di dire se bisogna procedere
rapidamente o lentamente, è necessario stabilire in quale
direzione. Da questo punto di vista ci pare indispensabile mettere
all’ordine del giorno un passo chiaro: il ritiro della delegazione
del Prc dal governo, le dimissioni dei nostri ministri e
sottosegretari, ossia il passo più conflittuale possibile se
si eccettua l’immediata rottura con la conseguente crisi di
governo.
È questa una posizione che tutto il partito
potrebbe assumere, poiché si ispira non alla necessità
di “salvare la coscienza” a questo o quel parlamentare (cosa di
poca o nessuna importanza), ma di tentare di tracciare una strada
percorribile per far uscire l’intero partito dal ginepraio in cui
lo ha ficcato una politica sbagliata e del tutto imprevidente.
3 luglio
2006
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