Documento
presentato alla Direzione Nazionale del P.R.C.
17 luglio 2006
A poco più di tre mesi dalle elezioni politiche,
appare evidente come l’indirizzo del governo su tutti i terreni fondamentali
contraddica radicalmente le istanze che il nostro partito intende
rappresentare. I grandi capitoli della politica estera e della politica
economica confermano questa tesi.
Sulla
politica estera, il nodo dell’Afghanistan mette a nudo la radicale
differenza di impostazione fra il governo e la rivendicazione del
ritiro delle truppe avanzata per cinque anni dal movimento contro la
guerra. La mozione d’indirizzo, che dovrebbe rappresentare la
“svolta” impressa dall’attuale governo, non è altro che
un fiume di frasi vuote mescolate a vere e proprie falsità (ad
esempio laddove parla del positivo “risveglio democratico del
popolo afgano”). Il governo non è stato neppure in grado di
mantenere l’impegno, assunto formalente in precedenza, di votare
distintamente ogni missione.
L’escalation
militare di Israele a Gaza e in Libano conferma drammaticamente come
il “ritiro” israeliano da Gaza non fosse affatto un passo verso
la ripresa del processo di pace, ma al contrario una mossa funzionale
a garantire libertà d’iniziativa al governo e alle forze
armate di Israele nell’ambito della più totale unilateralità
e impunità. La crisi attuale non nasce dalla presa degli
ostaggi, ma discende direttamente dalla precisa volontà di
Olmert e del suo governo di distruggere ogni struttura dell’Anp,
dal tentativo di scatenare una guerra intestina fra i palestinesi e
dalla volontà di ridurre la popolazione nei territori occupati
in uno stato di completa prostrazione. Gli assassinii mirati, le
incursioni aeree e i bombardamenti che sono proseguiti quasi
incessantemente nello scorso anno hanno preparato l’attuale
esplosione militare che ricorda lo scenario dell’invasione del
Libano nel 1982.
Nessun
credibile processo di pace può risolvere questo conflitto
incancrenito fino a quando a gestirlo saranno le classi dominanti
reazionarie che governano tanto Israele come i paesi arabi e fino a
quando la cornice di tali “trattative” sarà disegnata
dagli Usa e dalle altre grandi potenze. Questa è la drammatica
lezione degli ultimi 15 anni. Solo attraverso un processo
rivoluzionario che rovesci le classi dominanti, i popoli potranno
trovare una via verso una convivenza pacifica che garantisca i
diritti di tutte le nazionalità, religioni e culture.
Sulla
politica economica e sociale, il Dpef approvato dal governo conferma
una linea tutta interna alla logica di Maastricht, una manovra
economica paragonabile per dimensioni (35 miliardi di euro) solo alle
finanziarie “lacrime e sangue” dei primi anni ’90. Lo stesso
ministro dell’economia annuncia che tali cifre non potranno essere
raggiunte senza incidere sui capitoli di spesa fondamentali
(previdenza, sanità, enti locali, pubblico impiego). Si
rilanciano privatizzazioni e liberalizzazioni, mentre sulla questione
centrale della precarietà la linea impressa dal ministro
Damiano è tutta interna al pacchetto Treu e per certi versi
persino più arretrata (si veda la circolare sui call centers,
che qualifica come lavoro autonomo quello dell’operatore, a tutti
gli effetti dipendente, che effettua le telefonate). Sulla legge
Bossi-Fini il ministro Amato si limita ad allargare leggermente le
maglie e a proporre l’eliminazione di alcuni degli aspetti più
grotteschi della legge, lasciando tuttavia intatta la logica dei
flussi che condanna inevitabilmente alla clandesinità un
settore consistente degli immigrati, con l’inevitabile conseguenza
del mantenimento dei Cpt.
Il
nostro partito viene così sottoposto al ricatto permanente: o
piegarsi, o essere emarginato dalla coalizione. Il richiamo alla
“disciplina di coalizione” è lo strumento principale con
il quale si intende logorare e indebolire Rifondazione comunista. Le
manovre centriste sono già in atto, la prospettiva di cacciare
in futuro dal governo le forze di sinistra viene apertamente avanzata
dai settori centristi dell’Unione, a partire dallo stesso Rutelli.
Il
nostro partito non può accettare di lasciarsi cuocere a fuoco
lento da questa maggioranza, costretto a ingoiare politiche contro le
quali ci siamo sempre battuti. È necessario reagire e passare
a nostra volta all’offensiva.
Rifondazione
comunista deve riconquistare la propria autonomica politica e
d’iniziativa. La nostra disciplina è quella che ci subordina
alle esigenze e alle aspirazioni dei lavoratori, dei disoccupati, dei
movimenti di lotta. Pertanto la Direzione nazionale si impegna:
-
A
ribadire la propria contrarietà alle missioni militari e a
votare di conseguenza in parlamento;
-
A
lanciare una forte iniziativa di mobilitazione nell’autunno
attorno ai temi della precarietà, anche assumendo l’appello
dell’assemblea dell’8 luglio scorso, con al centro le parole
d’ordine dell’abrogazione della legge 30, del pacchetto Treu e
la lotta per la trasformazione di tutti i contratti precari in
contratti a tempo indeterminato.
-
Ad
avanzare una propria piattaforma di politica economica che rovesci
l’impostazione attuale, proponendo misure concrete che facciano
ricadere l’intero peso del dissesto della finanza pubblica sulle
classi privilegiate, con pesanti tassazioni dei grandi patrimoni,
delle rendite, dei profitti, fino a misure di esproprio (ad es.
della grande proprietà immobiliare). Su questa piattaforma è
necessario chiamare ad un confronto le organizzazioni sindacali e in
primo luogo la Cgil, facendo appello ad opporsi alla linea proposta
dal governo e a preparare lo sciopero generale in autunno.
-
Ad
opporsi a nuove privatizzazioni e a rilanciare invece una battaglia
per la riappropriazione pubblica delle gigantesche risorse
saccheggiate in 15 anni di svendita del patrimonio pubblico.
Il
rischio di una rottura maldestra, affrettata, che isoli il nostro
partito indubbiamente esiste. Tuttavia questo rischio non può
essere scongiurato giurando lealtà eterna al governo Prodi,
mettendo al sordina alle nostre posizioni politiche, tentando di
abbellire politiche inaccettabili e che sempre abbiamo combattuto.
Questa sarebbe la via più breve per la rovina del Prc e delle
nostre ragioni.
L’autonomia
del Prc è stata pesantemente compromessa dal percorso che ci
ha portato all’interno dell’Unione e potrà essere
riconquistata solo attraverso un percorso che unisca la chiarezza
programmatica alla capacità di rendere evidente a livello di
massa, e non solo a minoranze politicizzate, la natura regressiva
delle politiche avanzate dall’attuale governo. Solo attraverso un
percorso di spiegazione e soprattutto di inizativa di massa possiamo
riconquistare le condizioni per dispiegare l’iniziativa autonoma
del partito fra i lavoratori e nei movimenti.
Claudio
Bellotti
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