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Per l’Unione il tempo delle parole è già finito Stampa E-mail
Scritto da FalceMartello   

L'editoriale di FalceMartello n°193

 

Sono passate due settimane da quando il governo Prodi ha ottenuto la fiducia alla Camera e già emerge con chiarezza come la barca non solo navighi in acque tempestose, ma sia governata da un equipaggio tutt’altro che concorde sulla rotta da seguire. Si stringe attorno al nuovo governo la pressione di forze potenti che intendono determinarne la rotta.


Il nodo economico

 

L’economia è un terreno decisivo sul quale l’Unione sarà ben presto messa alla prova. Il governo è preso di mira da tre lati: primo la finanza internazionale, che per bocca dei vari oracoli delle agenzie di rating fa sapere di considerare obbligatorio il ritorno a politiche di lacrime e sangue. Si tenga presente che questi signori influenzano e determinano il comportamento di quegli operaratori economici internazionali (fondi d’investimento, fondi pensione privati, ecc.) che detengono quasi la metà del debito pubblico italiano, come ben spiegato nell’articolo di Francesco Merli a pagina 7. In un contesto di tassi d’interesse in crescita, ogni mossa di questi colossi può costare allo Stato italiano letteralmente miliardi di euro in maggiori interessi da pagarsi su un debito pubblico che si avvicina al 108 per cento del Pil.

Secondo fronte la Confindustria, che con Montezemolo ha presentato richieste assai pressanti: riduzione del “cuneo fiscale” di 10 punti (non bastano i 5 promessi da Prodi), meno tasse per le imprese da compensare con aumenti dell’Iva (la tassa più ingiusta), basta con i vincoli ambientali che “limitano la crescita” (e viva il “codice ambientale” varato da Berlusconi), più flessibilità (e guai a toccare la legge Biagi), liberalizzazioni, flessibilità, e basta con tutti questi partiti che intralciano il corso della storia e soprattutto degli affari…

Terzo lato dell’assedio, la Banca d’Italia, che dovendo recuperare “credibilità” dopo la stagione di Fazio e dei suoi poco raccomandabili amici, vede il nuovo governatore proporci qualcosa di veramente innovativo: liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilità e aumento dell’età pensionabile. Come se dal 1992 ad oggi avessimo avuto qualcosa di diverso…

Il governo si nasconde dietro un dito (“stiamo verificando i conti”) e dice tutto e il contrario di tutto. Ci si prepara dunque a far pagare ancora una volta ai soliti: lavoratori, pensionati, utenti della scuola, della sanità, dei servizi pubblici in generale. Chi può, si consoli pensando che Visco promette di far pagare le tasse agli evasori…

 

Iraq e Afghanistan

 

La partita economica si gioca da qui a fine anno, la guerra invece non attende: entro il 30 giugno il parlamento dovrà votare sul rifinanziamento delle missioni di guerra – pardon, di pace! – che vedono, come ha orgogliosamente rivendicato il neoministro degli esteri D’Alema, l’Italia al sesto posto per numero di soldati impegnati all’estero.

Sull’Iraq la posizione ufficiale pare essere quella di un ritiro integrale, più o meno rapido, del contingente italiano. Tuttavia è un atto una manovra per tentare di rilanciare la presenza italiana, magari in futuro, con la scusa della missione “di ricostruzione” e della necessaria “protezione”. Spinge in questa direzione non solo la destra, ma anche settori consistenti dell’Unione a partire dalla Margherita, oltre ai consolidati interessi economici a partire dall’Eni. Devono per ora tenere un profilo prudente, ma indubbiamente torneranno alla carica e troveranno interlocutori “sensibili” nel governo.

Ma è sull’Afghanistan che la situazione rischia di complicarsi per il governo. Il paese è in ebollizione, Kabul ha visto in questi giorni una vera e propria rivolta contro le forze occupanti. Scintilla dell’incendio è stato un incidente stradale nel quale un convoglio Usa ha causato una o più vittime . Attorniati da una folla ostile i militari Usa hanno aperto il fuoco facendo almeno sette vittime. La città si è incendiata con attacchi ai mezzi militari degli occupanti colpi di pietre, molotov, manifestazioni violente. Persino il governo fantoccio di Kabul si spinge a polemizzare con gli americani.

In questo contesto, e con la guerriglia talebana in piena ripresa, l’Italia si appresterebbe non solo a riconfermare la presenza delle truppe (circa 1300 soldati), ma anche ad inviare i caccia Amx e a mutare la natura della missione, inviando forze nel sud ribelle.

Si tratta in realtà della classica partita di giro; gli Usa, infatti, si appresterebbero a ritirare 3000 uomini dall’Afghanistan per inviarli in Iraq, dopo che già hanno fatto lo stesso con altri 1500 di stanza in Kuwait e ora inviati a Baghdad, alla faccia di chi parla di “ritiro” e di exit strategy. La minore presenza americana in Afghanistan verrebbe appunto compensata da un maggiore impegno degli alleati, Italia compresa.

Proprio sull’Afghanistan gli equilibri dell’Unione rischiano di saltare. I gruppi parlamentari del Prc e del Pdci, oltre ad altri deputati dei verdi e della sinistra Ds, hanno infatti aderito ad un appello per il ritiro delle truppe: se in aula il loro comportamento fosse coerente con quanto hanno firmato, Prodi perderebbe la maggioranza sicuramente al Senato e forse anche alla Camera;

 

Unità nazionale per le missioni militari?

 

Si aprono a questo punto diversi possibili scenari. Prima ipotesi: il governo cerca voti, più o meno sottobanco, nello schieramento di centrodestra. Si tratta tuttavia di un gioco rischioso. Nel centrodestra solo la pattuglia di Follini (forse sei parlamentari) potrebbe essere disposta a uno scambio del genere e non basterebbero a garantire la maggioranza se la dissidenza nelle file dell’Unione andasse oltre qualche singolo “caso di coscienza”. Del resto non è affatto chiaro perché mai Berlusconi dovrebbe essere disposto a togliere le castagne dal fuoco al governo, né chi nel centrodestra potrebbe sfidare apertamente la sua volontà.

A questo punto a Prodi non rimarrebbe che porre la fiducia costringendo la coalizione alla disciplina. Consideriamo estremamente improbabile che i parlamentari “pacifisti” troverebbero il coraggio di far cadere il governo a due mesi dal suo insediamento. Più probabilmente vedremo allora la capitolazione più o meno aperta dei soggetti che hanno dichiarato per anni il famoso “contro la guerra senza se e senza ma”, includendo le minoranze di Rifondazione comunista presenti in parlamento (Ernesto e Sinistra critica) con ben quattro senatori e altrettanti deputati.

Dopo le elezioni, Bertinotti ha teorizzato il “presidio dell’alternanza” per impedire la “grande coalizione”. Tradotte per i non iniziati e riempite di contenuto politico reale, queste alate parole significano: poiché per far passare politiche indecenti (guerra, sacrifici, concertazione e quant’altro) i padroni premono per un accordo fra Unione e Casa delle libertà (o almeno fra i loro settori di centro), dobbiamo impedirlo consolidando l’attuale maggioranza parlamentare. L’unico modo per farlo è renderci disponibili a votare noi stessi le politiche che abbiamo contrastato fino a ieri, rendendo così superflua la ricerca di voti centristi.

È infine possibile e anzi probabile l’ennesimo escamotage che permetta di salvare la faccia (si fa per dire) al Prc e al tempo stesso di votare le missioni. Per esempio un accordo secondo il quale il governo “si impegna” entro un certo lasso di tempo a “ridiscutere” delle missioni all’estero… Chi ha buona memoria ricorda ancora che nel 1997 il Prc votò una finanziara dietro la promessa di Prodi di fare una legge per la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali…

 

Lavoro, precarietà, legge 30

 

Economia e politica estera sono ad oggi i nodi più urgenti. Ma sullo sfondo avanzano altri problemi. L’intera questione della precarizzazione, del nuovo “patto sociale” che Confindustria vorrebbe imporre ai lavoratori tramite i buoni uffici dei dirigenti sindacali sono altrettante bombe ad orologeria. Abbiamo già citato i battaglieri propositi di Montezemolo e le “raccomandazioni” di Draghi. Si aggiunga che il ministro del lavoro Damiano (Ds) ha reso chiaro cosa si intenda per lotta alla precarizzazone: abolire quelle parti della legge 30 che ai padroni non interessano e far costare un po’ di più il lavoro interinale. Acqua fresca, in un paese che conta quattro milioni di precari e il 25 per cento del Pil nell’economia sommersa. La realtà è ancora peggiore delle parole, se guardiamo ai più recenti sviluppi sindacali, riportati in altre pagine di questa rivista: i chimici che firmano un contratto nazionale che introduce norme antisciopero e prevede “eccezioni” al contratto stesso, la Cgil che ad Atesia, il più grande call center del paese, firma un accordo che modifica in peggio la legge 30 e porta al licenziamento di centinaia di precari, rifiutando con arroganza di consultare i lavoratori…

 

Il Prc nel governo

 

Questo è il quadro reale, non edulcorato, dell’esordio del governo Prodi. Indubbiamente la frastagliata maggioranza parlamentare che lo sorregge andrà più volte in stallo, ci saranno mille ricatti, veti incrociati, scontri dietro le quinte che renderanno tortuoso il percorso del governo. Ma sulle questioni decisive e nei momenti decisivi a prevalere sarà il settore borghese. Il Prc è già intrappolato e serve a poco che Bertinotti esibisca la spilletta della pace alla parata del 2 giugno. Il tempo dei giochi di parole è già finito, e lo confermano anche i risultati elettorali tutt’altro che positivi colti dal partito nelle elezioni amministrative di maggio. A Milano il partito scende in due mesi dal 6,1 al 4,2 per cento. In Sicilia non elegge neppure un deputato all’assemblea regionale. A Napoli, dopo un risultato brillante nelle elezioni politiche, scende a poco più della metà (in percentuale) e viene superato dal Pdci.

Questi dati confermano da un lato il cattivo stato di molte organizzazioni periferiche, circoli e federazioni, lasciate deperire in nome delle teorizzazioni sulle “nuove” forme organizzative e spesso abbandonate da gruppi dirigenti locali proiettati a conquistarsi un varco verso le posizioni istituzionali e governative, moltiplicate a dismisura dall’ingresso nel governo e dal generalizzarsi degli accordi con il centrosinistra anche a livello locale. Tuttavia l’impressione netta è che a questo limite generale e già presente si sommi un effetto negativo determinato non dall’azione di governo, che è ancora inesistente, ma dalla sensazione di debolezza trasmessa dal partito in queste ultime settimane. La vittoria di Bertinotti nell’elezione a presidente della Camera viene pagata a caro prezzo e potrebbe dimostrarsi una vera e propria vittoria di Pirro: il re che vinse la battaglia ma rimase senza esercito…

 

Non c’è “governo amico”

 

Ancora una volta si conferma come per i lavoratori non esistano “governi amici”, neppure se ne fanno parte ministri comunisti o in generale di sinistra. La strada del governo Prodi è tracciata non dalle intenzioni più o meno nobili di questo o quel ministro, ma dalle ferree necessità dettate dalla lotta di classe, dalle condizioni economiche, dallo scenario internazionale. Sul gruppo dirigente del Prc ricade una gigantesca responsabilità, responsabilità che tocca non solo la maggioranza, ma anche quelle aree di opposizione che hanno scelto di inviare i propri rappresentanti in parlamento. Nei prossimi mesi la rotta del governo diventerà sempre più chiara: il partito può solo scegliere se subire una linea di controriforme, magari con qualche contentino di facciata qua e là, oppure se avviare un percorso di rottura.

Oggi questa scelta è molto più complicata a causa degli errori precedenti: obiettivamente il partito è considerato parte integrante dell’Unione e una rottura maldestra verrebbe interpretata come l’ennesimo segno di inaffidabilità e improvvisazione da parte del Prc. Non c’è tuttavia altra strada possibile; se il partito non avvia un percorso che lo porti a recuperare la propria indipendenza politica dall’Unione, l’unico sbocco possibile è che il distacco dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati da questo governo avvenga silenziosamente, in modo sotterraneo, fino a che “improvvisamente” ci troveremo in una delle prossime elezioni se non addirittura nelle piazze, ad assistere a un ritorno prepotente della destra nelle sue forme più reazionarie e pericolose.

C’è solo un modo per impedire che questa prospettiva si realizzi: che la sinistra, a partire dal Prc, riconquisti la propria indipendenza politica e si faccia portavoce delle aspettative di cambiamento che hanno spinto milioni di elettori a votare comunque per l’Unione e che verranno inevitabilmente frustrati dall’amara realtà.

Qual è dunque la strada che proponiamo? Dobbiamo innanzitutto rifiutare la logica del piccolo ghetto, della pura testimonianza che colpisce alcuni settori delle minoranze del Prc. Questi compagni fanno un discorso puramente negativo: “Sì è vero, Bertinotti ha portato il Prc al governo, ma ora io organizzo una scissione con qualche centinaio di compagni e dimostro che non c’entro nulla, che noi non ci siamo venduti”; è questo il discorso che propone Ferrando. Oppure la linea dei compagni di Sinistra critica: “Sì è vero, il partito è al governo, ma il nostro rappresentante in parlamento ha fatto una dichiarazione critica nel dibattito sulla fiducia”. Tutto questo non basta affatto, anzi: rischia di essere del tutto sterile e di passare inosservato agli occhi dei più. Non si tratta né di andarsene tentando di sbattere la porta il più forte possible, né di “salvarsi l’anima” con qualche dichiarazione.

Facciamo quindi un appello a tutti quei militanti critici, che vedono con preoccupazione la traiettoria imboccata da Rifondazione: è necessario farsi sentire, nel partito e nella società. Dobbiamo sfruttare ogni spazio per rilanciare le mobilitazioni. Dobbiamo andare pazientemente ma instancabilmente in ogni luogo di lavoro, di studio, nei quartieri, e porre una semplice domanda: abbiamo forse votato contro Berlusconi per vedere applicare queste politiche, per avere ancora salari bloccati, flessibilità, privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, missioni militari?

Gli avvenimenti ci daranno ragione, anzi ce la stanno già dando. Siamo certi che nella prossima fase centinaia e migliaia di compagni s porranno con noi la stessa domanda e daranno la stessa risposta.

 

5 giugno 2006

 

 
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