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Sicilia: perché Cuffaro vince ancora? Stampa E-mail
Scritto da Giannantonio Currò e Roberto Sarti   

Totò Cuffaro, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato rieletto presidente della Regione siciliana. Non è bastata la candidatura di Rita Borsellino, che pure aveva suscitato grandi speranze in tutta l’isola.


 

A prima vista sembrerebbe che i siciliani siano insensibili alle peggiori nefandezze commesse dai propri governanti. Ma la realtà è ben diversa. Tanti lavoratori e giovani hanno dimostrato la loro insoddisfazione, astenendosi dalle urne in maniera significativa (59% la percentuale dei votanti). Cuffaro perde il 6% rispetto al 2001, la Borsellino recupera il 5% per il centrosinistra.

Sul versante della Casa delle Libertà, Forza Italia subisce un forte arretramento. Alle recenti politiche Forza Italia ha sfiorato il 30%, il 28 maggio scende sotto il venti per cento. Voti in gran parte recuperati da Totò Cuffaro, con la sua lista del Presidente (5,7%) e il suo partito, l’Udc, che arriva al 13 per cento, ma soprattutto dal suo antagonista, Raffaele Lombardo, balzato al 12,6%. Ciò aumenterà la rissosità nel centrodestra invece che diminuirla.

La ragione della sconfitta è tutta interna al centrosinistra. Le liste collegate ottegono il sei per cento in meno della Borsellino, e se si tiene conto del risultato della “Lista Rita” (4,9%), la performance dei partiti del centrosinistra è ancora più deludente. L’unico risultato positivo è ottenuto dai Ds che ottengono il 4 per cento in più rispetto al 2001, raggiungendo il 14%. I Democratici di sinistra si sono presentati agli elettori con il loro simbolo ben riconoscibile. Il Partito della rifondazione comunista invece ha preferito collocarsi all’interno di una coalizione con altri cinque partiti (PdCI, Verdi, Italia dei Valori, Sdi, Primavera siciliana) denominata “Uniti per la Sicilia”. Il simbolo del partito era praticamente invisibile, il programma indistinguibile da quello del resto dell’Unione. I partiti componenti “Uniti per la Sicilia” avevano totalizzato quasi il 14% nelle elezioni dello scorso 9 aprile. Oggi si supera per un soffio lo sbarramento del cinque per cento, soglia minima per essere rappresentati all’Assemblea regionale siciliana. E, ancor più clamorosamente, il Prc, che è il maggior partito della lista, non elegge nemmeno un deputato regionale!

La maggioranza del partito ha puntato tutto su questo progetto rivelatosi fallimentare. La segreteria regionale è rimasta sorda rispetto a chi chiedeva di presentare il nostro simbolo, andando così da soli, e non ha preso in considerazione neppure una lista unitaria dei tre partiti più a sinistra (Verdi, Prc e Comunisti italiani). Il “realismo” della segreteria regionale, terrorizzata dalla paura di non superare lo sbarramento, ha partorito un cartello elettorale senza nessun progetto politico che andasse oltre il 28 maggio, ed è stato sconfessato prima di tutto dal nostro elettorato.

Un elettorato che ci aveva premiato, indicando una chiara voglia di cambiare a sinistra, alle recenti elezioni politiche, quando il Prc al Senato aveva superato il sei per cento. Nel comitato politico regionale solo il rappresentante della nostra area aveva votato contro alla scelta scriteriata di promuovere la lista dell’Aquilone (il simbolo di “Uniti per la Sicilia”).

Il risultato elettorale chiarisce ancora una volta che, senza un serio radicamento nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri popolari, a nulla serve l’ingegneria elettorale.

Davanti alla crisi drammatica dell’economia siciliana, a poco servono incitamenti
alla “rivoluzione culturale” di fronte alla penetrazione mafiosa in ogni aspetto della società a nulla serve proclamare che si punta all’ “affermazione della legalità democratica nella società siciliana come elemento strutturale di sviluppo socio-economico”.

Queste parole vuote contenute nel programma dell’Unione siciliana portano acqua al mulino dei grandi potentati che sostengono Cuffaro. Non è con programmi moderati che si possono convincere i disoccupati o i tanti che lavorano in nero, sottopagati e senza diritti. Se si vogliono riconquistare le masse popolari e strapparle alla destra, sono proprio i grandi interessi economici che bisogna colpire. Dai profitti di mafiosi e capitalisti si possono trovare i soldi per il rilancio economico della Sicilia e dell’intero Mezzogiorno. Solo partendo dagli interessi dei lavoratori e delle loro famiglie si potrà sconfiggere una triade indissolubilmente legata: le destre, la mafia ed il padronato.

 

 

di Giannantonio Currò e Roberto Sarti

 

A prima vista sembrerebbe che i siciliani siano insensibili alle peggiori nefandezze commesse dai propri governanti. Ma la realtà è ben diversa. Tanti lavoratori e giovani hanno dimostrato la loro insoddisfazione, astenendosi dalle urne in maniera significativa (59% la percentuale dei votanti). Cuffaro perde il 6% rispetto al 2001, la Borsellino recupera il 5% per il centrosinistra.

Sul versante della Casa delle Libertà, Forza Italia subisce un forte arretramento. Alle recenti politiche Forza Italia ha sfiorato il 30%, il 28 maggio scende sotto il venti per cento. Voti in gran parte recuperati da Totò Cuffaro, con la sua lista del Presidente (5,7%) e il suo partito, l’Udc, che arriva al 13 per cento, ma soprattutto dal suo antagonista, Raffaele Lombardo, balzato al 12,6%. Ciò aumenterà la rissosità nel centrodestra invece che diminuirla.

La ragione della sconfitta è tutta interna al centrosinistra. Le liste collegate ottegono il sei per cento in meno della Borsellino, e se si tiene conto del risultato della “Lista Rita” (4,9%), la performance dei partiti del centrosinistra è ancora più deludente. L’unico risultato positivo è ottenuto dai Ds che ottengono il 4 per cento in più rispetto al 2001, raggiungendo il 14%. I Democratici di sinistra si sono presentati agli elettori con il loro simbolo ben riconoscibile. Il Partito della rifondazione comunista invece ha preferito collocarsi all’interno di una coalizione con altri cinque partiti (PdCI, Verdi, Italia dei Valori, Sdi, Primavera siciliana) denominata “Uniti per la Sicilia”. Il simbolo del partito era praticamente invisibile, il programma indistinguibile da quello del resto dell’Unione. I partiti componenti “Uniti per la Sicilia” avevano totalizzato quasi il 14% nelle elezioni dello scorso 9 aprile. Oggi si supera per un soffio lo sbarramento del cinque per cento, soglia minima per essere rappresentati all’Assemblea regionale siciliana. E, ancor più clamorosamente, il Prc, che è il maggior partito della lista, non elegge nemmeno un deputato regionale!

La maggioranza del partito ha puntato tutto su questo progetto rivelatosi fallimentare. La segreteria regionale è rimasta sorda rispetto a chi chiedeva di presentare il nostro simbolo, andando così da soli, e non ha preso in considerazione neppure una lista unitaria dei tre partiti più a sinistra (Verdi, Prc e Comunisti italiani). Il “realismo” della segreteria regionale, terrorizzata dalla paura di non superare lo sbarramento, ha partorito un cartello elettorale senza nessun progetto politico che andasse oltre il 28 maggio, ed è stato sconfessato prima di tutto dal nostro elettorato.

Un elettorato che ci aveva premiato, indicando una chiara voglia di cambiare a sinistra, alle recenti elezioni politiche, quando il Prc al Senato aveva superato il sei per cento. Nel comitato politico regionale solo il rappresentante della nostra area aveva votato contro alla scelta scriteriata di promuovere la lista dell’Aquilone (il simbolo di “Uniti per la Sicilia”).

Il risultato elettorale chiarisce ancora una volta che, senza un serio radicamento nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri popolari, a nulla serve l’ingegneria elettorale.

Davanti alla crisi drammatica dell’economia siciliana, a poco servono incitamenti alla “rivoluzione culturale”, di fronte alla penetrazione mafiosa in ogni aspetto della società a nulla serve proclamare che si punta all’ “affermazione della legalità democratica nella società siciliana come elemento strutturale di sviluppo socio-economico”.

Queste parole vuote contenute nel programma dell’Unione siciliana portano acqua al mulino dei grandi potentati che sostengono Cuffaro. Non è con programmi moderati che si possono convincere i disoccupati o i tanti che lavorano in nero, sottopagati e senza diritti. Se si vogliono riconquistare le masse popolari e strapparle alla destra, sono proprio i grandi interessi economici che bisogna colpire. Dai profitti di mafiosi e capitalisti si possono trovare i soldi per il rilancio economico della Sicilia e dell’intero Mezzogiorno. Solo partendo dagli interessi dei lavoratori e delle loro famiglie si potrà sconfiggere una triade indissolubilmente legata: le destre, la mafia ed il padronato.

 5 giugno 2006.

 

 
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